Il metalmeccanico che tradusse Joyce

(Ritratto uscito anche su “Diario” in edicola oggi)

Luigi Schenoni se n’è andato a 73 anni, qualche giorno fa, lasciando incompiuta l’edizione italiana del Finnegans Wake, l’opera più complessa del grande scrittore irlandese. Per tradurre quel libro in un’altra lingua – diceva il genio di Dublino – non sarebbero bastati trecento anni.

Schenoni era solo un giovane studente di lingue alla Bocconi quando, alla fine degli anni ‘50, si accostò per la prima volta alle opere non ancora tradotte del sublime Joyce. Nel 1960 Mondadori manda in stampa la prima edizione italiana di Ulysses (tradotta da Giorgio Melchiori) ma Finnegans Wake continuava a essere considerata da tutti un’opera assolutamente incomprensibile e intraducibile. La laurea gli apre le porte della Riva Calzoni, un’azienda bolognese di impianti industriali, dove lavorerà per circa vent’anni come traduttore tecnico-commerciale. Ma la passione per la letteratura lo spingerà ben presto a confrontarsi con il più impenetrabile puzzle linguistico creato da Joyce, il libro che nessuno è ancora riuscito a rendere in un’altra lingua. Una sfida che inizia nel 1974, dopo la perdita della prima moglie, morta durante la gravidanza, e la separazione dalla seconda, dopo sette anni di matrimonio. Raccoglie guide, mappe e vocabolari di diversi idiomi per cimentarsi in un lavoro più da alchimista che da semplice traduttore; inizia a frequentare i simposi joyciani, dove si confronta con studiosi americani ed europei; pubblica i primi tentativi di trasposizione sulla statunitense “James Joyce Quarterly” e su riviste letterarie italiane come “Paragone” e “Carte segrete”. Infine Mondadori gli propone di pubblicare i primi quattro capitoli dell’opera. Sono appena un centinaio di pagine (sulle 630 totali), ma per penetrare il substrato profondissimo dell’opera, trasporre il maggior numero di riferimenti del testo originale, restando fedele al ritmo, alle assonanze e ai giochi di parole ci vogliono nove anni di lavoro, in media circa cinque-sei ore al giorno. Senza voler apparire immodesto spiegava che la sua non era solo una traduzione ma una “ri-creazione”, ricordando che Stephen Joyce, nipote ed erede dello scrittore, aveva espressamente proibito di definire ‘traduzione’ qualsiasi rifacimento di Finnegans Wake in altra lingua. Nel giugno 1982 si apre a Dublino l’ottavo simposio internazionale su Joyce, nel centenario della nascita, e Schenoni è il personaggio del giorno, l’uomo qualunque guardato con ammirazione anche dagli studiosi più illustri, perché proprio in quei giorni esce il primo volume della sua traduzione. L’anno prima aveva lasciato la fabbrica per iniziare l’attività di traduttore editoriale. Da quel momento lavora per alcuni dei più importanti editori italiani, traducendo, tra gli altri, libri di John Updike, Charles Bukowski, Robert Coover, John Ford, Ann Tyler, Thomas Eliot e John Le Carré. Ma la “suprema sintesi verbale” creata da Joyce resta la sua magnifica ossessione: nel 2001 appare il secondo volume, il terzo solo tre anni più tardi. Sognava di completare la “ri-creazione” nel 2014, per il 75° anniversario dell’opera.

RM

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