Da Bobby a Michelle. Rivincita a Belfast

il Venerdì di Repubblica, 29 aprile 2022

Quella domanda era destinata a cambiare la storia. “Qualcuno, qui, avrebbe qualcosa da obiettare se prendessimo il potere in Irlanda con la scheda elettorale in una mano e la mitragliatrice nell’altra?” Danny Morrison, figura-chiave della comunicazione dell’IRA negli anni del conflitto, la rivolse all’assemblea del partito repubblicano indipendentista Sinn Féin nell’ottobre del 1981. Sei mesi prima, un prigioniero politico di nome Bobby Sands era stato eletto al parlamento di Westminster durante lo sciopero della fame in carcere che l’avrebbe condotto alla morte. Oltre trentamila voti suggellarono il suo sacrificio e convinsero il movimento repubblicano irlandese che la guerra si poteva vincere anche con le armi della democrazia. Di quella memorabile campagna elettorale Morrison fu il portavoce e l’alter ego di Sands, che era in fin di vita e non poteva muoversi dalla sua cella. In Irlanda il vento della storia soffiava forte in quei giorni e Morrison intuì che l’urna poteva avere un potenziale dirompente. “Quella frase mi uscì in modo del tutto spontaneo, non fu affatto preparata”, ci garantisce oggi dalla sua casa di Belfast, non lontana da quella del suo grande amico e compagno di lotte Gerry Adams. È difficile credere che una svolta simile, destinata a delineare la futura strategia del Sinn Féin, non sia stata concordata proprio con lui. Di certo però fu la prima scintilla del processo di pace, poiché alcuni anni dopo aprì la strada al cessate il fuoco dell’IRA che portò all’Accordo del Venerdì Santo del 1998.
All’epoca il partito era ancora il braccio politico della lotta armata indipendentista. Ne ha fatta di strada, da quando ha messo da parte una volta per tutte la “mitragliatrice” di cui parlava Morrison. Fino a qualche anno fa era soltanto un piccolo partito astensionista i cui membri venivano continuamente aggrediti, minacciati, arrestati oppure ammazzati. Ai giorni nostri è diventata una macchina elettorale quasi perfetta, che ha la maggioranza dei consensi in tutta l’isola e si appresta a governare l’Irlanda del Nord per la prima volta nella storia. L’eredità di Gerry Adams e Martin McGuinness, i due grandi leader che hanno traghettato il paese fuori dal più lungo conflitto europeo del Dopoguerra è stata raccolta da due figure femminili prive di legami con la lotta armata, che rappresentano i volti nuovi del partito: la 53enne Mary Lou McDonald e Michelle O’Neill, 45 anni, già vicepremier e adesso primo ministro designato dell’Irlanda del Nord alle elezioni del 5 maggio prossimo. Tutti gli occhi erano puntati su di lei alcune settimane fa, nell’enorme sala delle conferenze dell’Europa Hotel, nel centro di Belfast, quando centinaia di elettori e delegati del Sinn Féin si sono dati appuntamento per il lancio della campagna elettorale. “Siamo convinti che questo voto cambierà il nostro Paese per sempre ma non siamo disposti in alcun modo a rinegoziare l’accordo di pace”, ha annunciato O’Neill, forte degli ultimi sondaggi che vedono il suo partito saldamente in testa con il 26 percento dei consensi e ben sette punti di vantaggio sugli unionisti filobritannici del DUP. Se queste previsioni saranno confermate dall’esito delle urne, per la prima volta nella storia centenaria dell’Irlanda del Nord a prevalere sarà dunque un partito che si batte per la riunificazione dell’isola. Quanto al DUP, che dal 2003 ha sempre avuto la maggioranza relativa all’interno dell’assemblea nordirlandese, oggi il suo calo di consensi appare irreversibile a causa delle conseguenze della Brexit, della crisi economica e delle insanabili spaccature interne alla comunità protestante. L’accordo di pace siglato nel 1998 stabilisce che i due principali partiti delle comunità cattolico-nazionalista e unionista-protestante condividano il potere. Negli ultimi vent’anni, in virtù del suo peso elettorale, è sempre stato il DUP a esprimere il primo ministro mentre il Sinn Féin indicava il vice. Adesso tale dinamica è destinata a ribaltarsi.
Fondato nel 1905, quando l’intera isola era ancora una colonia britannica, il Sinn Féin è il più antico partito politico d’Irlanda. Dopo la divisione del Paese maturò una scelta astensionista nata dal rifiuto di partecipare alle istituzioni create dagli inglesi. Ma in questo modo finì per relegarsi ai margini della scena politica irlandese fino agli anni ‘70. “All’epoca era ridotto ai minimi termini, era soltanto un piccolo movimento semi-clandestino impegnato nelle proteste contro le violenze dell’esercito britannico e nel sostegno ai prigionieri politici rinchiusi nelle carceri. Quando nei primi anni ‘80 iniziammo ad attaccare manifesti e a fare volantinaggi porta a porta, i soldati britannici e la polizia ci aggredivano, ci perquisivano e ci portavano via il materiale elettorale”, ricorda Morrison. Il dogma dell’astensionismo spaccò a lungo il partito portandolo a numerose scissioni, in alcuni casi anche violente, finché non fu gradualmente abbandonato. Ancora oggi il Sinn Féin, pur presentandosi alle elezioni generali della Gran Bretagna, mantiene una rigorosa politica astensionista che gli impone di lasciare vacanti i propri seggi a Westminster. Ma dal 1986 i suoi membri eletti siedono nei banchi dell’assemblea della Repubblica d’Irlanda e dagli anni ‘90 in poi la sua crescita elettorale è stata incessante: nel 1997 ottenne il 2,6% dei consensi riuscendo a eleggere il primo deputato dopo quarant’anni. Nel 2002 gli eletti erano diventati cinque e due anni più tardi si aggiudicò anche un seggio al parlamento europeo. I risultati più eclatanti ha iniziato a ottenerli dopo la grave crisi economica che colpì l’Irlanda nel 2008, fino a raggiungere per la prima volta la maggioranza relativa alle elezioni del 2020. Un’ascesa irresistibile che l’ha visto trasformarsi in un partito di massa capace di competere per ottenere la maggioranza relativa sia al Nord che nella Repubblica d’Irlanda. A Dublino i sondaggi più recenti lo danno al 37 percento, in netto vantaggio sui due rivali di Fianna Fail e Fine Gael, attualmente partner di una coalizione di governo. Di questo passo, quando nel 2025 anche la Repubblica d’Irlanda tornerà alle urne, l’intera isola potrebbe essere governata dall’ex braccio politico dell’IRA. Dopo essere stato eletto più volte, Morrison ha lasciato la politica attiva da alcuni anni ma ha ben chiari i motivi di questo successo. “Il Sinn Féin è un partito progressista di sinistra da sempre schierato in prima linea in difesa dei temi sociali, che ha saputo costruirsi una grande credibilità anche a livello internazionale. Ma è soprattutto un partito che ha avuto la coerenza di mantenere in cima alla sua agenda politica l’obiettivo iscritto nel suo dna, ovvero la piena sovranità nazionale irlandese, da ottenersi attraverso un referendum per la riunificazione dell’isola”. Da qualche mese a Belfast, all’ingresso dell’ex roccaforte dell’IRA di Falls road fa bella mostra di sé un grande murale di Bobby Sands con la scritta “Unity in Our Time” (unità nella nostra epoca). “Per una coincidenza casuale queste elezioni che si preannunciano storiche si terranno proprio il 5 maggio, anniversario della morte di Bobby”, conclude Morrison. “La nostra gente non l’ha mai dimenticato e molti voteranno anche pensando a lui, e ricordando che questa strategia politica nacque proprio dalla sua terribile protesta carceraria”.

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