Brexit, esplode la rabbia unionista

Avvenire, 28 febbraio 2021

Il termometro della rabbia sono come sempre i manifesti sui lampioni. Ne hanno affissi a centinaia, nei quartieri protestanti di Belfast e del resto dell’Irlanda del Nord, per ribadire minacciosamente che il ‘confine’ con la Gran Bretagna non sarà mai accettato. Accanto ad alcuni manifesti sono spuntate anche le bandiere dei gruppi paramilitari mentre gli addetti ai controlli portuali post-Brexit continuano da settimane a subire pressioni per non recarsi al lavoro, pena la loro stessa incolumità. A innescare le crescenti proteste della comunità unionista per gli effetti del protocollo UE-Regno Unito entrato in vigore nel gennaio scorso non sono stati solo i ritardi nelle consegne dei prodotti alimentari, l’impossibilità di acquistare online alcuni prodotti provenienti dalla Gran Bretagna o la prospettiva che nei prossimi mesi entrino in vigore nuove procedure burocratiche finora sospese per facilitare la transizione. L’accordo sullo status dell’Irlanda del Nord ha allontanato Belfast dalla Gran Bretagna e secondo gli unionisti rappresenta il primo passo verso la temuta riunificazione con la Repubblica d’Irlanda. Le loro proteste sono amplificate dagli estremisti che soffiano sul fuoco del malcontento per la crisi economica con conseguenze potenzialmente esplosive. Uno scenario che nei giorni scorsi è stato paventato anche dal premio Nobel David Trimble, il leader unionista che contribuì al processo di pace degli anni ‘90. In un intervento sull’Irish Times, Trimble ha affermato che l’accordo sul confine marittimo può riaccendere la violenza perché stravolge l’assetto costituzionale dell’Irlanda del Nord e ignora il principio del consenso sancito dall’accordo di pace del 1998. “Mi sento personalmente tradito dal protocollo sulla Brexit ma a sentirsi tradita è gran parte della comunità unionista dell’Irlanda del Nord”, ha detto il premio Nobel.
Vero è che Il DUP, il principale partito unionista nordirlandese guidato dal primo ministro Arlene Foster, si trova oggi ad affrontare una situazione a dir poco paradossale. Dopo aver sostenuto strenuamente la Brexit fin dai giorni del referendum del 2016, nei mesi scorsi ha accettato il compromesso individuato da Boris Johnson per evitare la creazione di una barriera fisica fra Dublino e l’Irlanda del Nord. Ma non aveva messo in conto che il protocollo avrebbe indebolito il legame dell’Irlanda del Nord con il Regno Unito costringendo le aziende nordirlandesi a rafforzare i legami commerciali con quelle irlandesi ed europee. Adesso – anche per tenere a bada i falchi unionisti – è lo stesso DUP a reclamare che venga attivato da parte britannica l’articolo 16 del protocollo, ovvero la cosiddetta clausola di salvaguardia, per creare un blocco doganale al confine con la Repubblica d’Irlanda e tornare di fatto a uno scambio privo di controlli tra Belfast e Londra. A tale scopo, dopo aver lanciato una petizione online che in pochi giorni ha raccolto oltre centotrentamila firme, Arlene Foster ha incontrato una delegazione dei gruppi paramilitari lealisti nel tentativo di tenere a freno la loro rabbia. Ma la mossa ha fatto arrabbiare lo Sinn Féin, che minaccia di far cadere l’esecutivo. All’orizzonte, tra meno di un mese, ci sono poi gli esiti del censimento demografico che potrebbero riscontrare per la prima volta una maggioranza cattolica, proprio nell’anno in cui cade il centenario della nascita dell’Irlanda del Nord.

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