Makov: “la mia arte nasce dal cuore di Kharkiv”

Avvenire, 30 giugno 2022

“Credo che l’arte possa aiutarci a superare il dramma della guerra. Le nuove opere alle quali sto lavorando sono ispirate al martirio dell’Ucraina ma non intendono drammatizzare la realtà, né spaventare il pubblico”. Pavlo Makov ha trovato rifugio da alcune settimane nel nostro Paese. Qui si sente come a casa anche perché padroneggia molto bene la lingua italiana. Da quando è stato costretto a lasciare Kharkiv, l’artista che rappresenta l’Ucraina alla 59esima edizione della Biennale internazionale di arte contemporanea ha scelto di trasferirsi a Firenze, dov’è stato accolto da alcune delle più prestigiose istituzioni culturali cittadine. “Dopo aver terminato l’allestimento del padiglione ucraino all’Arsenale di Venezia mi sono messo al lavoro su altre opere in vista di una mostra che terrò proprio qui a Firenze in autunno, che sarà ovviamente dedicata al mio Paese”.
Lo incontriamo in mezzo ai torchi, ai rulli e ai cavalletti della scuola di arte grafica “Il bisonte”, ai margini dell’Oltrarno, un luogo che in passato ha dato libero sfogo a grandi artisti come Pablo Picasso e Henry Moore. Makov è nato 63 anni fa a San Pietroburgo ma viveva da tempo a Kharkiv, una delle città più martoriate dagli attacchi russi. “Quand’è scoppiata la guerra mi ero ripromesso di non abbandonare assolutamente la città. Eravamo convinti che il nostro esercito sarebbe riuscito a proteggerci e a impedire che la guerra toccasse anche le aree urbane densamente abitate. Purtroppo ci sbagliavamo. Nel giro di pochi giorni la devastazione era già enorme e siamo stati costretti a spostarci nel sottosuolo dello Yermilov Arts Center, il centro di arte contemporanea cittadino trasformato per l’occasione in un rifugio antiaereo. Ma poi, i bombardamenti continui e le scorte di cibo che cominciavano a scarseggiare, non ci hanno lasciato altra scelta che quella di andarcene. Sono partito per l’Italia con mia moglie e mia madre, che ha 92 anni, è sopravvissuta alla Seconda guerra mondiale e non voleva andarsene assolutamente”. Alla fine di maggio ha tenuto alcuni corsi all’Accademia di belle arti di Vienna e poi ha fatto ritorno in Ucraina per alcuni giorni. Dopo aver raggiunto Kiev in auto ha proseguito per Kharkiv in treno, perché nella parte orientale del Paese è quasi impossibile trovare rifornimenti di benzina. “Ho trovato una situazione davvero drammatica, assai peggiore di quanto pensassi. La mia città è distrutta, tutto il nostro mondo è distrutto. Per fortuna ho trovato la casa e lo studio ancora in piedi. Molte mie opere le avevo già salvate spostandole in località meno pericolose, alcune dovrei trasferirle a breve in Polonia. Purtroppo mio figlio non ha potuto seguirci perché ha 32 anni e la legge marziale gli impone di restare. Ma possiamo ritenerci molto fortunati perché grazie al cielo siamo ancora tutti vivi”.
Con uno slancio quasi profetico, alcuni anni fa Makov aveva rappresentato l’assedio di Kharkiv in un’opera intitolata “Dorothea. Siege of Kharkiv”, che riproduceva la mappa della città circondata da veicoli militari. “Non la definirei propriamente una profezia – ci spiega – perché ritengo che questa guerra fosse più che prevedibile. Dopo quanto è accaduto nel Donbass nel 2014 non avevo dubbi che prima o poi il conflitto si sarebbe allargato”. Ripete più volte che non si tratta di una guerra etnica, né di uno scontro per la conquista del territorio, bensì di un attacco ai valori dell’Occidente: “Quando Putin dice che vuole liberare i russi in Ucraina in realtà vuole trovare soltanto una giustificazione poco credibile alla guerra. Quelli come me sono la dimostrazione vivente di quanto ciò sia falso e pretestuoso. Io sono di origine russa, sono nato a San Pietroburgo ma vivo in Ucraina da quando ero bambino. Come me ci sono dieci milioni di russi che vogliono vivere in Ucraina. Nessuno ci ha conquistato, né ci ha costretto a fare quello che non volevamo”.
A tratti l’artista riesce a trattenere a stento la commozione. Mentre parla lascia trasparire una certa rabbia anche nei confronti del mondo della cultura russo, che a suo dire non è stato capace di fornire anticorpi contro la guerra. “Conosco molto bene l’arte, la letteratura e la musica della Russia. Sono straordinarie ma purtroppo sono anche l’espressione di un’idea di dominio tipicamente imperiale, propria di un Paese che vorrebbe conquistare il mondo. La società russa odierna è il prodotto di questa cultura”. Nonostante le sue origini Makov ha tagliato i ponti da tempo con quel mondo. Afferma di aver reciso ogni legame personale e professionale con Mosca e con le istituzioni culturali russe già a partire dal conflitto del 2014. “Credo che ci vorranno almeno tre generazioni per ricostituire i legami tra i nostri popoli. A patto che la mentalità russa cambi una volta per tutte. Ma prima di tutto dovremo portare i criminali di guerra di fronte alla giustizia internazionale, in un tribunale simile a quello di Norimberga. Altrimenti non avremo alcuna catarsi”.
Da quando è iniziata la guerra Pavlo Makov devolve buona parte del ricavato della vendita delle sue opere agli ospedali e all’esercito ucraino, e afferma di sentire molto forte la responsabilità di rappresentare il proprio Paese a Venezia. La sua opera – che rimarrà esposta all’Arsenale fino al 27 novembre – si chiama “The Fountain of Exhaustion. Acqua Alta”: una piramide di 78 imbuti di bronzo appesi al muro, attraverso i quali scorre l’acqua. “L’idea originale risale a molto tempo fa, al 1995, quando la mia città, Kharkiv, rimase senza rifornimenti idrici per diverse settimane a causa di una serie di gravi inondazioni. L’opera è una metafora dell’esaurimento. L’acqua che gocciola rumorosa mette in discussione l’idea di potere e rappresenta l’esaurimento dei rapporti umani e della nostra relazione con la natura”. Quella esposta alla Biennale è una versione aggiornata, che dopo il 24 febbraio scorso – giorno dell’invasione russa – assume nuovi significati. “Adesso quella metafora può essere riadattata”, conclude. “Prima rappresentava soltanto un monito e un avvertimento. Da oltre tre mesi è diventata una tragica realtà che ci impone di ricostruire i nostri legami e le nostre relazioni. È diventata la metafora dell’umanità e della natura che vanno esaurendosi. Perché prima o poi questa guerra finirà ma il riscaldamento globale, purtroppo, andrà avanti”.

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