Lo stato fragile

Il Kosovo è lo Stato più giovane d’Europa. Ma l’indipendenza è arrivata dopo secoli di conflitti tra albanesi e serbi e una recente feroce guerra.
(Focus Storia, marzo 2021)

Diceva Winston Churchill che i Balcani producono più storia di quanta ne possano consumare. L’affermazione appare incontestabile soprattutto con riferimento al Kosovo, sulle cui origini esistono da sempre due verità. Quella albanese e quella serba. E dove la storia non appartiene al passato ma a un eterno presente che continua a condizionare la politica anche ai giorni nostri. A riprova del loro “diritto storico” sul Kosovo, i serbi portano da sempre le centinaia di chiese, monasteri e fortezze serbe risalenti al Medioevo presenti sul suo territorio. Gli albanesi replicano sostenendo di essere i discendenti delle tribù illiriche dei Dardani che popolarono la regione in epoca pre-romanica, e che nelle fondamenta di quei monumenti medievali si trovano resti di costruzioni illiriche. “Difficile stabilire chi abbia ragione”, spiega Roberto Morozzo della Rocca, docente di storia orientale all’Università di Roma Tre. “Si sa per certo che le popolazioni slave, poi identificatesi come serbe, si affacciarono per la prima volta nel territorio della regione intorno al VI secolo, ma se ne impossessarono realmente soltanto dopo l’anno Mille, subentrando al dominio bizantino”. I serbi identificano ancora oggi il Kosovo con la “Vecchia Serbia”: la città di Prizren è il cuore dell’antica dinastia reale dei Nemanja mentre nella cittadina di Peć (Peja in albanese) edificarono nel XIII secolo un monastero che è ancora oggi la sede spirituale della chiesa ortodossa serba. Secondo la storiografia albanese, invece, i Nemanja non furono altro che conquistatori e usurpatori di terre albanesi.
Il Kosovo è stato abitato da una maggioranza di slavi fino al XIV secolo. Le dinamiche demografiche cominciarono a cambiare con l’espansione ottomana nei Balcani. L’Impero serbo, dilaniato dalle lotte per il potere dopo la morte di re Dušan, divenne una facile preda per l’efficiente macchina da guerra ottomana. Il 28 giugno del 1389 i turchi sconfissero i serbi a Kosovo Polje, la Piana dei Merli, e iniziarono ad annettere i territori della regione risalendo lentamente la penisola balcanica. Quella battaglia, così come ci è stata tramandata, rimane il momento più epico e tragico della storia dei serbi, che persero la libertà ma riuscirono a conservare la loro identità nazionale. “Su di essa i nazionalisti hanno costruito un mito storico, politico e religioso accentuando il ruolo dei serbi negli eserciti sconfitti – afferma Morozzo della Rocca – ma dimenticano di dire che tra le fila serbe ci furono anche traditori e alleati degli ottomani”.
La tolleranza religiosa di cui i cristiani del Kosovo beneficiarono in un primo momento venne meno a partire dal XVII secolo, quando l’Impero iniziò a convertire forzatamente la popolazione all’Islam. Nel 1690, dopo l’arrivo dei turchi a Belgrado, decine di migliaia di serbi guidati dal patriarca ortodosso Arsenio III e incoraggiati dall’imperatore austriaco Leopoldo I lasciarono la “Vecchia Serbia” per insediarsi nei territori asburgici, dando il via alle grandi migrazioni verso nord e all’insediamento nell’attuale Serbia, in Vojvodina ed in Slavonia (oggi Croazia). Anche questo esodo – noto come “Velike seobe” (“Grande migrazione”) – è un episodio centrale dell’epica del popolo serbo, tanto da essere raffigurato nell’affresco centrale della sala del Sinodo, nel patriarcato ortodosso di Belgrado. Nuove ondate migratorie si registrano poi nel ‘700. L’espansione del popolamento albanese del Kosovo, in epoca moderna, è una conseguenza dell’occupazione dei territori lasciati liberi dai serbi in fuga dalla dominazione ottomana. Quei vuoti vennero riempiti dagli albanesi delle zone circostanti, che convertendosi all’Islam riuscirono a ottenere una posizione privilegiata e a beneficiare degli stessi diritti dei turchi, tra cui quello di possedere la terra, negato ai cristiani. Il definitivo inasprimento dei rapporti tra le due etnie fu poi favorito dall’emergere dei nazionalismi nel XIX secolo, che scatenarono indicibili violenze e rappresaglie contro la popolazione civile. Dopo le guerre balcaniche del 1912-1913 i serbi si assicurarono il controllo del Kosovo e tentarono di ribaltare gli equilibri etnici della regione. Iniziarono feroci pulizie etniche contro gli albanesi, considerati un corpo estraneo nello stato governato dalla dinastia reale dei Karadjordjevic, mentre migliaia di appezzamenti di terreno vennero assegnati ai coloni serbi e montenegrini che si insediavano nel Kosovo. Nel 1938 fu persino firmato un accordo con la Turchia per il trasferimento forzato di 200mila albanesi in Anatolia. Il progetto non fu mai attuato perché nel frattempo scoppiò la Seconda guerra mondiale che causò nuove pulizie etniche nella regione, stavolta a danno dei serbi.
Il resto è storia recente. La Jugoslavia comunista fondata da Tito nel 1945 prese la forma di una federazione di sei repubbliche, dove la componente serba comprendeva anche la provincia autonoma del Kosovo. A partire dai primi anni ‘70 gli albanesi della regione disponevano di parlamento, organi esecutivi, polizia e magistratura indipendenti da Belgrado, nonché di un proprio sistema scolastico e universitario. Vantavano lo stesso numero di abitanti della Slovenia e del Montenegro e ambivano per questo a essere considerati la settima repubblica della Jugoslavia.
Ma dopo la morte di Tito il nazionalismo serbo riaccese la secolare contrapposizione etnica con gli albanesi per il dominio del Kosovo. Il 28 giugno del 1989 il primo presidente della Serbia postcomunista, Slobodan Milosevic, radunò un milione di persone a Kosovo Polje per celebrare il sesto centenario della battaglia e riesumare il mito ancestrale della Grande Serbia. Pronunciò un discorso drammatico che risvegliò l’orgoglio nazionale serbo e innescò una serie di violenti scontri dando il via, di fatto, alle guerre balcaniche. Poi presentò un piano di riforme costituzionali che cancellavano definitivamente le autonomie concesse da Tito. La risposta della popolazione albanese fu inizialmente nonviolenta, guidata dal “Gandhi dei Balcani” Ibrahim Rugova, che nel 1990 fu eletto presidente dell’autoproclamata repubblica del Kosovo. Ma dopo la firma degli accordi di Dayton del 1995 che misero fine alle guerre in Bosnia e in Croazia, i separatisti albanesi dell’UCK (Esercito di Liberazione del Kosovo) iniziarono a compiere attentati contro le postazioni militari e le strutture statali di Belgrado. Le rappresaglie della polizia e dell’esercito serbo non si fecero attendere, in un’escalation di repressione che scatenò una gigantesca crisi umanitaria, con circa diecimila civili uccisi e centinaia di migliaia di sfollati. La guerra terminò solo nel giugno del 1999, dopo l’intervento aereo della NATO che bombardò obiettivi serbi e costrinse Milosevic alla resa. Il Kosovo venne sottoposto all’amministrazione dell’ONU ma l’irrisolta questione dello status portò altri anni di tensioni e violenze. Fino alla definitiva proclamazione dell’indipendenza, il 17 febbraio 2008, che completò lo smantellamento della Jugoslavia e fece del Kosovo il più giovane stato d’Europa. Secondo l’ultimo censimento (2011) la sua popolazione è per il 92% albanese, per il 5,3% serba e per il 2,7% di altre etnie. Nel suo territorio (poco più esteso dell’Abruzzo) vivono oggi un milione e 800mila persone.

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