Sulla Siria l’oblio dei giganti del web

Avvenire, 29 aprile 2021

Quando nel 2010 fuggì da Damasco, pochi mesi prima dell’inizio della rivoluzione in Siria, il giornalista Hadi al-Khatib non immaginava che sarebbe riuscito a lasciare il segno nella storia del suo Paese anche da lontano. Si stabilì a Berlino e da lì iniziò a seguire con apprensione i tragici sviluppi bellici che avrebbero devastato la Siria negli ultimi dieci anni. Il regime di Bashar al-Assad ha imbavagliato la stampa impedendo l’accesso alle telecamere dei media ma migliaia di giovani siriani si sono improvvisati citizen journalist, filmando quello che accadeva con i loro cellulari e raccontandolo attraverso i social network. I loro video sono stati ripresi dalle tv di tutto il mondo e sono circolati infinite volte su piattaforme come Facebook, Youtube e Twitter, facendo diventare quella guerra una delle più documentate di tutti i tempi. Purtroppo però, quei materiali sono di proprietà dei colossi della Silicon Valley che sono soliti rimuovere acriticamente tutti i contenuti considerati offensivi e violenti. Ecco perché nel 2014 Hadi al-Khatib, insieme a un gruppo di connazionali anch’essi fuggiti dal conflitto, ha creato il progetto Syrian Archive. In un grande ufficio situato nella parte orientale di Berlino hanno iniziato a raccogliere, ad analizzare e a catalogare migliaia di registrazioni digitali che documentano crimini di guerra e gravi violazioni dei diritti umani. In sette anni di lavoro hanno verificato e archiviato circa quattro milioni di file video, immagini e post sulla rivoluzione siriana, mettendoli a disposizione liberamente sul sito syrianarchive.org. Un lavoro monumentale, tuttora in corso, che è stato possibile anche grazie all’utilizzo delle tecnologie più avanzate come l’intelligenza artificiale, che ha consentito di analizzare e raggruppare correttamente migliaia di video in pochi istanti e di riconoscere gli oggetti (il tipo di ordigni, ad esempio) partendo da un singolo dettaglio. Il gigantesco database del Syrian Archive può essere esplorato per luogo, data o per soggetto e documenta in modo inequivocabile gli attentati, le incursioni nelle case di civili innocenti, il rapimento di bambini e l’uso massiccio di armi illegali come bombe a grappolo, gas sarin e cloro. Di recente è stata messa in rete anche una banca dati aggiornata contenente le prove di centinaia di attacchi a ospedali e strutture mediche protette dal diritto internazionale, in gran parte effettuati dal regime siriano e dalle forze russe alleate.
“Fin dall’inizio ci è stato ben chiaro che il nostro Paese potrà avere un futuro soltanto se sarà preservata la memoria. L’obiettivo principale del nostro lavoro è dunque quello di contrastare il tentativo del governo di riscrivere la storia della Siria degli ultimi dieci anni”, spiega al Khatib, che alcune settimane fa è stato inserito dalla rivista Time nell’elenco dei cento leader mondiali emergenti. Il web può essere uno strumento utilissimo per salvare la memoria dall’oblio e per costruire una narrazione corretta da tramandare alle generazioni future. Basti pensare agli innumerevoli archivi e progetti multimediali dedicati alla Shoah o ad altre tragedie del passato. Ma spesso, di fronte alla storia recente e a processi politici ancora in corso, si innescano dinamiche più complesse e non prive di ostacoli. Nel caso della Siria o di altre guerre contemporanee è necessario fare i conti con regimi responsabili delle violazioni, i quali hanno tutto l’interesse a coprire i propri crimini anche per evitare eventuali conseguenze giudiziarie. Così, nonostante i ripetuti appelli lanciati da attivisti, avvocati e accademici per cercare di convincere Facebook, Twitter e YouTube a passar loro i video prima di eliminarli, la cancellazione di contenuti riguardanti le violazioni dei diritti umani in Siria procede in modo sempre più spedito. Cliccando su molti video amatoriali ripresi dal New York Times e dalla Bbc è frequente imbattersi nella scritta “Il contenuto non è più disponibile”, poiché quei video sono stati cancellati dalle piattaforme sulle quali erano stati postati e di fatto non esistono più. Colpa senz’altro delle politiche di privacy degli stessi social network – i cui algoritmi rimuovono automaticamente i filmati violenti scambiandoli per propaganda – ma anche del regime siriano, che sta facendo pressione sui colossi del web per farli sparire il più velocemente possibile.
In questo caso il tema della memoria si intreccia inevitabilmente anche con quello della giustizia, poiché le immagini costituiscono anche prove incontrovertibili dei crimini commessi in Siria negli ultimi dieci anni. “Molti videomaker hanno deciso di riprendere per evitare che si ripeta quanto accadde ad Hama nel 1982, quando il regime di Assad padre massacrò migliaia di civili. All’epoca non fu possibile produrre immagini di quelle atrocità perché non esistevano né gli smartphone, né i social network e il regime poté agire del tutto indisturbato. Oggi invece disponiamo di migliaia di video che ci consentono di fare giustizia e di impedire nuove rivolte in futuro”, precisa al-Khatib. Nei mesi scorsi il Syrian Archive ha utilizzato alcuni di quei video per presentare un procedimento penale contro il governo siriano per gli attacchi con il gas sarin del 2013 e nel 2017, costati la vita a circa 1400 persone. Poi ha fornito prove a supporto della denuncia presentata a un tribunale speciale per crimini di guerra in Francia sull’uso di armi chimiche a Damasco, nei sobborghi di Douma e Ghouta. Recentemente un tribunale tedesco ha invece emesso un verdetto storico condannando un ex colonnello della polizia segreta siriana per crimini contro l’umanità. “La speranza è che il nostro lavoro possa servire anche in futuri processi, abbattendo il senso di impunità che attualmente circonda il regime di Assad – conclude al-Khatib -. Vedere alcuni alti funzionari riconosciuti colpevoli di atrocità è un primo passo importante verso la giustizia e un futuro di pace”.

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