Quei bambini nello Spiegelgrund

Avvenire, 7.3.2018

È il marzo del 1997 quando in uno scantinato chiuso a chiave dell’ospedale viennese di Steinhof vengono ritrovati centinaia di barattoli di vetro accuratamente catalogati e numerati. Al loro interno, conservati in una densa soluzione di formalina, galleggiano i resti di parti anatomiche appartenenti a quasi ottocento bambini. Quella macabra scoperta dà la svolta decisiva al processo a carico del dottor Heinrich Gross, un ex criminale nazista che fino ad allora era sempre riuscito a scampare alla giustizia, facendo definitivamente riemergere dall’oblio una delle vicende più tragiche accadute in Austria durante la Seconda guerra mondiale. Prima che fosse abbattuto, l’ospedale viennese di Spiegelgrund, aveva funzionato come parte del programma di igiene razziale nazista. Al suo interno si applicava l’eutanasia a bambini disabili, orfani e “degenerati razziali”. Per eliminare tutti gli Ausmerzen, ovvero gli individui non in grado di affrontare la marcia nello sforzo bellico tedesco, nel 1936 i nazisti avevano varato la famigerata operazione Aktion T4, imponendo il ricovero di adulti e bambini affetti da determinate patologie in apposite strutture per la “purificazione della razza”. Molte famiglie furono convinte dai medici a far internare i loro cari per essere curati, ignorando che sarebbero stati invece sottoposti a terribili sofferenze e a esperimenti criminali, prima di essere uccisi. In molti casi i genitori affidarono in buona fede i propri figli a quei medici e, quando si recavano in ospedale per riprenderli, scoprivano che erano morti in circostanze misteriose. Le stime più attendibili parlano di circa duecentomila persone morte a causa dell’Aktion T4, che Hitler decise ufficialmente di sospendere nel 1941 in seguito alle reiterate proteste della popolazione, e ai coraggiosi sermoni del vescovo Clemens Von Galen. Ma il terrificante programma di eutanasia nazista non si fermò mai del tutto, e l’uccisione di disabili di qualunque età proseguì, sebbene in modo meno sistematico, fino al termine del conflitto. Proprio nel 1941 la clinica viennese di Spiegelgrund viene trasformata in un campo di internamento per bambini con presunti handicap mentali. La loro “idoneità alla vita” è messa alla prova: vengono misurati, catalogati, picchiati, torturati e infine uccisi. Vengono falsificate le cartelle cliniche e i certificati di morte. Si calunniano i genitori, ingannandoli e dichiarando che avevano abbandonato i loro figli. Oggi sappiamo che i teorici dell’igiene della razza avevano programmato l’epurazione di almeno il quindici per cento dell’intera popolazione di Vienna. Soltanto in pochi riuscirono a sfuggire in quel diabolico istituto. Per decenni, i sopravvissuti hanno testimoniato sui fatti accaduti a Spiegelgrund denunciando, inascoltati, i torturatori e gli assassini, alcuni dei quali nel frattempo avevano continuato a esercitare indisturbati la professione.
Questa vicenda a lungo dimenticata è stata ricostruita nel dettaglio dallo scrittore svedese Steve Sem-Sandberg nel suo ultimo romanzo, I prescelti (Marsilio, traduzione di Alessandra Albertari), che dà voce a due personaggi contrapposti: Adrian Ziegler, uno dei bambini che quasi per miracolo riuscì a scampare all’eutanasia, e l’infermiera Anna Katschenka, che nel 1948 venne poi processata per quei crimini. Secondo i medici di Spiegelgrund, Adrian aveva “sangue zingaro nelle vene” e la sua vita era indegna di essere vissuta, al pari di quella degli altri bambini rinchiusi nell’ospedale-lager. L’infermiera si limitava invece a eseguire gli ordini dei medici senza comprendere il male che stava compiendo, e diventando lei stessa una carnefice, per puro senso del dovere. In uno dei passaggi-chiave del libro un medico, Erwin Jekelius, le spiega che “curare e guarire le malattie non consiste necessariamente nel fare qualcosa sul, e nemmeno per, il malato. È il contesto in cui il malato vive che va cambiato, il modo stesso di guardare la malattia”. E la donna lo ascolta impassibile, senza tradire la minima emozione. I bambini che soffrivano di disturbi quali idiozia, mongolismo, microcefalia, cecità, sordità, malformazioni di ogni genere andavano eliminati. Dopo averli sottoposti a violenze, privazioni, torture e a vari esperimenti. “Non so se ve ne rendete conto, ma siete dei prescelti, perciò siete qui”, annuncia loro lo stesso Jekelius. Prima di essere avvelenate e uccise, alle piccole vittime veniva negato il cibo fino quasi a farle morire di fame. Infine il loro cervello veniva espiantato e preservato per ulteriori ricerche. Nell’ospedale-lager di Vienna furono uccisi 789 bambini e i loro resti anatomici furono conservati per compiere studi sull’eutanasia.
Sem-Sandberg è autore di altri libri importanti sull’Olocausto, a cominciare da Gli spodestati, un romanzo memorabile sul ghetto di Lodz uscito anche in italiano qualche anno fa. In questo I prescelti – vincitore del Prix Medicis 2016 per il libro straniero – incrocia rigore storico e capacità narrative non comuni, indagando a fondo la psicologia dei carnefici e delle piccole vittime. Ciò che sorprende maggiormente è che una vicenda simile, accaduta nel cuore di una grande capitale europea, sia rimasta nell’oblio per decenni. Ed è sintomatico il destino dei responsabili di quella mattanza, dopo la guerra. Soltanto Ernst Illing, il direttore dell’ospedale, venne processato come criminale di guerra nel 1946 e condannato a morte per impiccagione. Il dottor Jekelius morì invece in una prigione sovietica nel 1952 mentre l’infermiera Anna Katschenka confessò di avere “accelerato la morte” di un numero non precisato di bambini e fu per questo condannata a otto anni di carcere. Dopo averne scontati soltanto quattro, tornò alla sua professione di infermiera per bambini. Ma il caso più eclatante riguarda Heinrich Gross, che oltre a essere stato il responsabile sanitario di Spiegelgrund fu anche a capo del programma di eutanasia infantile nell’Austria nazista. Dopo la guerra venne processato tre volte, ma riuscì sempre a far apparire che i bambini fossero morti per cause naturali, facendo archiviare i procedimenti contro di lui. Un nuovo processo a suo carico fu avviato soltanto alla fine degli anni ‘90. È morto novantenne nel 2005 a Vienna, dove aveva continuato una brillante carriera come chirurgo e psichiatra forense. Poco prima di morire gli fu almeno revocata la medaglia per le scienze e per le arti che il governo austriaco gli aveva conferito nel 1975. Oggi Spiegelgrund non esiste più. Nel 2002, nel cimitero monumentale di Vienna, è stata data degna sepoltura alle urne contenenti i poveri resti di quei bambini ridotti a meri preparati anatomici, mentre nel giardino di fronte all’ospedale viennese di Steinhof è stato eretto un memoriale con centinaia di steli illuminati.
RM

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