Gli scheletri nell’armadio della Spagna moderna

A quasi quarant’anni dalla morte di Franco la Spagna non è ancora riuscita a fare i conti con la memoria della guerra civile e dei successivi decenni di dittatura. Soltanto dopo la faticosa transizione democratica, con la fine della censura, l’apertura degli archivi e la scoperta delle fosse comuni, è stato finalmente possibile avviare un serio lavoro di ricerca su quei tragici anni. Ma quanto accaduto di recente a Baltasar Garzon ci ha confermato che l’eredità della guerra civile, nella Spagna odierna, non appartiene soltanto al passato: il paese si è diviso di nuovo sulla sorte del noto giudice, prima condannato e poi assolto dal Tribunale supremo di Madrid in una causa aperta contro di lui per abuso delle proprie funzioni in un’inchiesta sugli scomparsi del franchismo. Un contributo fondamentale al processo di costruzione di una memoria storica il più possibile condivisa lo stanno fornendo alcuni grandi storici della scuola britannica come Helen Graham, Antony Beevor, Gabriel Jackson e soprattutto Paul Preston, considerato oggi il principale esperto europeo sulla storia della Spagna moderna. La recente uscita del suo nuovo volume, The Spanish Holocaust (edito da Harper Collins, ma Mondadori manderà presto in libreria l’edizione italiana), non ha mancato di suscitare prevedibili polemiche a partire già dal titolo, ma lo storico inglese, docente alla London School of Economics e autore di autorevoli biografie di Franco e re Juan Carlos, ha chiarito i motivi di una scelta che può a prima vista apparire discutibile. “Ho scelto il termine ‘Olocausto’ – ci ha spiegato – per sottolineare il numero enorme di vittime registrate tra i civili. E per colpire quei lettori che hanno ancora un giudizio positivo di Franco e del suo regime. Ricordiamoci che la Spagna, al contrario della Germania e dell’Italia, non ha mai avuto un processo di defascistizzazione e denazificazione”.
Dopo uno straordinario lavoro di ricerca durato dieci anni, utilizzando nuovo materiale d’archivio e studi locali inediti, Preston è giunto alla conclusione che i ribelli franchisti non volevano semplicemente salvare la Spagna dai comunisti e dagli anarchici – come sostenevano – bensì cancellare del tutto la realtà socio-politico-culturale del Paese. E infatti lo storico precisa che i primi a cadere per mano degli uomini di Franco non furono gli anarchici, né i comunisti, bensì gli alti ufficiali dell’esercito spagnolo decisi a mantenere fede al giuramento nei confronti della Repubblica. L’elenco delle loro vittime comprenderà poi socialisti e regionalisti, liberali ed ebrei, massoni e civili inermi: lo storico inglese non ha dubbi su chi innescò la tragica spirale di violenza e non esita a infrangere quello che resta tuttora un tabù della Spagna democratica. Ma non può ovviamente esimersi dal documentare anche gli orrori compiuti dai repubblicani, le decine di migliaia di vittime tra i civili, i militari, gli esponenti del clero cattolico e di altri ordini religiosi. Quella che evidenzia è semmai una differenza di metodo, poiché le atrocità commesse dai repubblicani furono perlopiù rappresaglie e vendette compiute da alcuni gruppi che, seppur sanguinose, non fecero mai parte di una strategia deliberata sfociata in una violenza disumana e gratuita, come nel caso dei franchisti. “I repubblicani avevano per esempio molto rispetto per le donne e per i loro diritti – precisa – mentre nelle zone controllate dalle milizie di Franco lo stupro, il saccheggio e l’omicidio di civili innocenti erano all’ordine del giorno”. La contabilità delle vittime elaborata da Preston ci racconta di circa 50000 morti accertati nelle aree controllate dai repubblicani e di una cifra almeno tre volte più elevata per quanto riguarda invece i caduti per mano degli uomini di Caudillo. Un dato, quest’ultimo, tuttora calcolato per difetto e che non comprende le migliaia di vite bruciate nei bombardamenti delle principali città repubblicane come Madrid, Barcellona e Valencia. Il libro dello storico inglese è inoltre il primo a sostenere che il NKVD, la polizia segreta sovietica, ebbe un ruolo anche nel famoso massacro di Paracuellos, il paesino alle porte di Madrid nel quale persero la vita oltre 2000 veri o presunti sostenitori del franchismo, alla fine del 1936. Lo storico inglese non esita ad accusare apertamente Santiago Carrillo, l’unico leader comunista dell’epoca rimasto ancora in vita: “all’epoca era consigliere per l’ordine pubblico ed era quindi responsabile del funzionamento dei servizi di sicurezza nell’area. Fu proprio lui, insieme ai suoi diretti collaboratori, a prendere accordi con gli anarchici che controllavano le strade fuori dalla capitale. Trovo abbastanza sciocco che continui a negarlo, anche perché negli anni si è contraddetto così tante volte da sottolineare, lui stesso, il suo diretto coinvolgimento”. Ma ciò che sta veramente a cuore a Preston è aiutare la Spagna a fare finalmente i conti con la propria storia. “Dal momento in cui i militari ribelli hanno preso il potere in tutto il paese fino alla morte del dittatore, la nazione è stata sottoposta a un processo di lavaggio del cervello. Molti hanno tratto beneficio dal regime, altri sono stati costretti ad accettare la versione dei fatti fornita dal franchismo per poter sopravvivere. Ma da alcuni anni la ricerca storica ha aperto scenari che molti considerano spiacevoli. É il caso, ad esempio, degli esponenti nazionali e locali del Partido Popular che fanno di tutto per ostacolare questo lavoro sulla memoria collettiva del paese. Spero che il mio libro possa contribuire a riconciliare gli spagnoli. Che devono comprendere quei fatti, non dimenticarli”.
RM

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