Centinaia di desaparecidos in Ucraina

Avvenire, 20 luglio 2022

Da settimane si sono perse completamente le tracce di Viktoria Andrusha, un’insegnante 25enne del villaggio di Stary Bykiv, nella regione di Chernihiv. Le ultime notizie su di lei risalgono alla fine di maggio, quando i suoi familiari hanno saputo da fonti non ufficiali che la giovane si trovava in un centro di detenzione russo. Poi più niente. Sua madre ha raccontato che i soldati venuti a perquisire la loro abitazione le hanno chiesto di parlare russo. Lei si è rifiutata e allora l’hanno portata via con la forza. Human Rights Watch ha lanciato una campagna per la sua liberazione chiedendo a Mosca di rilasciare tutti i civili detenuti arbitrariamente. Andrusha è una delle tante persone svanite nel nulla da quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina. Civili che non hanno preso parte alla resistenza armata, la cui detenzione arbitraria è quindi del tutto illegale secondo il diritto internazionale. Finora l’associazione ucraina per i diritti umani Zmina, con sede a Kiev, ha documentato la scomparsa di 277 insegnanti, attivisti, politici locali, religiosi, operatori sanitari, giornalisti dalle regioni di Kiev, Kherson, Zaporizhzhia e da tutte le aree occupate dalle truppe russe. Di queste, 143 sono state rilasciate, in molti casi dopo essere state torturate. Altri dodici sono stati invece ritrovati cadaveri. Ma c’è purtroppo il fondato timore che si tratti soltanto della punta dell’iceberg: il procuratore capo ucraino Yuriy Belousov – i cui uffici sono impegnati giorno e notte nelle indagini sui crimini di guerra russi – ha ipotizzato che il numero reale si aggiri intorno agli ottocento.
Quella dei civili scomparsi è una tragedia nella tragedia, un orrore quasi invisibile, almeno per ora, le cui dimensioni forse si potranno conoscere soltanto quando, a guerra finita, le inchieste giudiziarie proveranno a ricostruire i contorni del dramma ucraino. Un fenomeno che ricorda quanto accadde negli anni ‘70 in Cile e in Argentina e, in anni più recenti, anche in Algeria, in Bosnia, in Messico e in Siria. “Si tratta perlopiù di civili sospettati di simpatizzare con l’esercito ucraino o di sostenere l’integrità territoriale del nostro Paese ma molte persone sono state rapite a caso”, ci spiega Tetiana Pechonchyk, direttrice di Zmina. “I russi stanno prendendo di mira membri di spicco della nostra comunità con il chiaro intento di demoralizzare la popolazione mettendo a tacere il dissenso”. L’Ong Zmina ha lanciato una specifica campagna denominata “The Taken” per denunciare le sparizioni forzate cercando di salvare la vita a queste persone. I normali strumenti legislativi non funzionano, anche perché alla detenzione segue il silenzio e le autorità di Mosca si rifiutano persino di averle rapite. “Le denunce che abbiamo sottoposto al governo della Federazione russa non hanno ottenuto risposta”, prosegue Pechonchyk. Secondo i dati resi noti dal Ministero dell’interno di Kiev all’inizio di giugno, dal 24 febbraio scorso la polizia ha ricevuto 9030 denunce di persone scomparse, gran parte delle quali (6793) risultano ancora disperse. “Questa cifra tiene conto anche dei soldati ucraini fatti prigionieri durante i combattimenti”. “Il problema è che Mosca tratta i civili alla stregua dei militari e ciò rappresenta un crimine di guerra. Siamo sicuri che quando sarà possibile avere accesso ai territori occupati i numeri dei civili scomparsi cresceranno a dismisura”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.