1921, le due Irlande: una ferita lunga un secolo

Avvenire, 2 dicembre 2021

“Un grande scarabocchio sulla mappa dell’Irlanda”: così, negli anni ‘70, il poeta di Belfast Patrick Williams definì eloquentemente quel confine schizofrenico che cento anni fa, nel 1921, spaccò l’isola in due parti. Fu la soluzione individuata da Londra per cercare di porre fine ad anni di guerre anti-coloniali e per salvare l’ultimo brandello di un impero giunto al crepuscolo ma proprio com’era già successo in Palestina e sarebbe accaduto di lì a poco anche in India, le divisioni imposte dagli inglesi avrebbero incancrenito – non risolto – i problemi di quei territori. La spartizione dell’Irlanda fu il preludio di nuovi conflitti, poiché fin dalla sua nascita lo stato dell’Irlanda del Nord fu incentrato sulla pesante discriminazione della minoranza cattolica. Il 6 dicembre 1921, dopo mesi di estenuanti negoziati tra il governo inglese e una delegazione irlandese guidata da Michael Collins e Arthur Griffith, venne firmato a Londra il trattato anglo-irlandese, in base al quale ventisei delle trentadue contee dell’isola ottenevano lo status di “Dominion” con un proprio esercito e il controllo sugli affari interni ed esteri mentre il resto dell’isola rimaneva parte integrante del Regno Unito. Dopo aver imposto una serie di pesanti limitazioni alla sovranità nazionale del cosiddetto Irish Free State (l’odierna Repubblica d’Irlanda), gli inglesi disegnarono a tavolino i confini del nuovo staterello allo scopo di creare artificialmente una maggioranza protestante, esacerbando gli animi della popolazione fino a portarla alla guerra civile. Era un confine ingiusto e del tutto privo di senso, poiché la popolazione di almeno tre delle sei contee che facevano parte del nuovo stato continuava ad essere risolutamente contraria alla divisione del Paese. La città di Newry, ad esempio, e il suo entroterra nell’Armagh del Sud erano in gran parte popolati da cattolici che non avevano alcun desiderio di vivere sotto la Corona o all’interno di uno stato protestante che nei decenni successivi non avrebbe fatto niente per placare i loro timori. Al contrario, nel nuovo stato dell’Irlanda del Nord la discriminazione basata sull’appartenenza confessionale ebbe modo di manifestarsi platealmente nei luoghi di lavoro, nell’assegnazione delle case popolari e dei sussidi statali, mentre il diritto di voto rimase a lungo basato sul censo. La nuova assemblea legislativa che si insediò a Belfast alla presenza di re Giorgio V non fu semplicemente l’espressione della maggioranza unionista della Provincia bensì “un Parlamento protestante per uno stato protestante”, come affermò lo stesso primo ministro nordirlandese dell’epoca, Sir James Craig.
“Quella che doveva essere una soluzione temporanea divenne ben presto definitiva e resta ancora oggi la questione più controversa sia della politica irlandese che dei rapporti tra Londra e Dublino”, sostiene lo storico Ivan Gibbons, autore del recente saggio How and Why Ireland was Divided. La nascita dell’Irlanda del Nord scatenò una guerra civile nell’immediato, già nel 1922, e poi decenni di instabilità e conflitti ma per comprenderne le implicazioni è necessario risalire alla genesi del processo che portò alla sua creazione. “Mentre il fronte indipendentista irlandese da anni si batteva anche con le armi per liberarsi dal giogo britannico, da tempo era in corso un dibattito per il ripristino del parlamento di Dublino abolito con l’Act of Union del 1801. All’inizio del XX secolo era ormai chiaro che prima o poi Westminster avrebbe approvato la legge sull’Home Rule, concedendo finalmente l’autogoverno all’Irlanda. Era solo una questione di tempo”, spiega Gibbons, che è un esperto di lungo corso della storia delle relazioni anglo-irlandesi. “Londra aveva la necessità di rimuovere una volta per tutte il problema irlandese dal dibattito politico britannico ma le furiose lotte interne ai partiti inglesi impedirono di trovare una soluzione in grado di accontentare tutte le parti. E il riordino postbellico dei confini internazionali, così in voga dopo il Trattato di Versailles che pose fine alla Grande guerra, sfociò in un clamoroso fallimento nel Regno Unito proprio con la spartizione dell’Irlanda”.
Molti politici inglesi non mancarono di aizzare gli unionisti dell’Ulster, il cui eloquente grido di battaglia (“Home rule is Rome rule!”) esprimeva la convinzione che l’autogoverno avrebbe assoggettato completamente l’isola agli interessi della Chiesa cattolica. I primi tre progetti di legge sulla Home Rule – risalenti rispettivamente al 1886, 1893 e 1912 – erano stati redatti dai liberali inglesi d’intesa con i nazionalisti irlandesi. Il quarto disegno di legge, destinato a diventare il Government of Ireland Act e a dare corso alla sciagurata divisione del paese, fu invece opera di un governo conservatore alleato con gli unionisti dell’Ulster. Durante gli anni del conflitto mondiale gli irlandesi compresero definitivamente che Londra non era disposta a garantire l’indipendenza dell’Irlanda ma solo una limitata forma di autonomia a una parte dell’isola. E lo fece imponendo le sue condizioni, con la minaccia di un immediato ritorno alla guerra, come si evince dalle dichiarazioni di David Lloyd George e di Winston Churchill.
Gibbons, già direttore del programma di studi irlandesi presso la St. Mary’s University di Londra, ha attinto a una vasta mole di documenti d’archivio per ricostruire nel dettaglio il controverso passaggio che portò la divisione dell’Irlanda ad assumere un carattere definitivo. E si dice assai poco convinto che, nonostante le crepe aperte recentemente dalla Brexit, quel confine svanirà in tempi brevi. “Dubito fortemente che possa dissolversi con la stessa celerità del confine tedesco nel 1990. La divisione dell’Irlanda è ormai sedimentata dal tempo ed è in vigore da un secolo, un periodo di tempo assai più lungo della durata del confine tedesco. Inoltre il confine irlandese riflette secoli di differenze culturali, etniche e religiose, e sarebbe del tutto irrealistico aspettarsi che quella separazione anche psicologica tra le persone posa venir meno in poco tempo. Per la maggioranza unionista ha sempre rappresentato una certezza imprescindibile ma la loro riluttanza a riconoscere gli stessi diritti ai cittadini cattolici ha trasformato quel confine in un simbolo di discriminazione – conclude Gibbons -, i cui fantasmi ci perseguitano ancora oggi”.

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