Nelle carceri irlandesi si tortura come 30 anni fa

Ci voleva l’omicidio del cinquantaduenne David Black, la prima guardia carceraria uccisa dai repubblicani irlandesi in quasi vent’anni, per svegliare la stampa e l’opinione pubblica britannica sulle condizioni delle carceri del Nord Irlanda. Martedì scorso Black è stato ucciso in un’imboscata in pieno giorno, sull’autostrada che collega Belfast a Dublino, risuscitando d’un sol colpo i fantasmi che si credeva fossero stati ormai da tempo consegnati alla storia. Aveva oltre trent’anni di esperienza come agente di sorveglianza: la sua carriera era cominciata nel supercarcere di Maze ai tempi di Bobby Sands ed era proseguita nella famigerata prigione di Maghaberry, dove tuttora sono rinchiusi decine di dissidenti repubblicani. Quello che appare certo è che chi gli ha sparato voleva mandare un messaggio alle autorità carcerarie, sbattendo in prima pagina le torture e le feroci perquisizioni corporali che vengono giornalmente compiute all’interno della prigione. Oggi come trent’anni fa, nonostante gli Accordi di Stormont del 1998 e a dispetto di tutto lo sproloquiare sul processo di pace ‘esemplare’, le più autorevoli organizzazioni non governative che si occupano di diritti umani (Amnesty International in testa) denunciano le condizioni terribili nelle quali versano i prigionieri politici e l’utilizzo di uno strumento coercitivo il cui semplice nome ha il potere di evocare tristi ricordi del passato: l’internamento senza processo. In un recente resoconto che non può non mettere i brividi, Alan Lundy ha raccontato come si vive ancora oggi a Maghaberry.
La verità è che mentre ex capi di Stato Maggiore dell’I.R.A. stringono la mano della Regina, mentre Cameron chiede simbolicamente scusa per i massacri del passato (ma si guarda bene dal perseguirne i responsabili), mentre Londra si accolla buona parte del debito pubblico irlandese, le carceri del Nord Irlanda sono tornate a essere quelle di trent’anni fa, con abusi e torture, incarcerazioni arbitrarie e prigionieri politici che, proprio come in passato, rifiutano di lavarsi, di radersi e spalmano i loro escrementi sui muri delle celle. La prigione di Long Kesh, uno dei simboli del conflitto, è stata chiusa nel 2000 ma il sistema carcerario nordirlandese è rimasto quello ante-1998 e gran parte dei secondini, dei funzionari e dei dirigenti sono rimasti quelli di allora, nonostante la loro lunga storia di abusi e vessazioni perpetrate soprattutto nei confronti della comunità cattolico-nazionalista. Un panorama reso ancora più esplosivo dal silenzio e dall’omertà dei principali mezzi d’informazione britannici.
RM

3 commenti su “Nelle carceri irlandesi si tortura come 30 anni fa”

  1. È vero l’articolo e’ puntuale preciso, oggi dopo tutto quello che è’ successo in Irlanda del Nord si continua ancora ad utilizzare mezzi e metodi barbari.
    Voglio essere chiaro, nessuna giustificazione per l’omicidio della guardia, ma rispolverare metodi barbari e’come creare un germe pericoloso per la democrazia.
    Ma pongo solo un quesito. Nelle carceri italiane invece la situazione e’ diversa ? Dopo la trasmissione di santoro sui sospetti maltrattamenti inferti a un detenuto per mafia eccellente come Provenzano ( credo non sia il solo purtroppo ) dopo il caso cucchi, dopo diverse denuncia fatte da esponenti radicali ed infine dal P. Napolitano (sulle condizioni delle carceri italiane). In Italia a parer mio e’ ancora peggio.. Altro che omertà !! Qui il vento neanche soffia. Come si possono fare rispettare le regole se poi i primi a non rispettare sono proprio quelli che dovrebbero vigilare… Questo vale per il regno unito ma anche per l’Italia.

    1. SONO DA LUNGO TEMPO IMPEGNATO SUL MALCOSTUME DEL SECONDINO CARCERARIO, E AVENDO LETTO LA SUA LETTERA SULLE CARCERI NORDIRLANDESI CREDO DI FARE BENE SE LA CONTATTO COL MIO NUMERO DI TELEFONO SPERANDO CHE MI TELEFONI AL 3665399868. gRAZIE

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