Il mondo cambia, i separatisti no

(di Sandro Viola)

imagesCambia tutto, in Europa. Classi dirigenti, governi, politiche economiche. Col passare degli anni, anche i fenomeni che sembravano più radicati e costanti s’ avviano al declino. Ma l’ Eta non cambia. Solo la furia dell’ Eta, infatti, non declina. L’ offensiva degli indipendentisti baschi contro lo Stato spagnolo resta a costituire ancora oggi, così come lo ha fatto nell’ ultimo mezzo secolo, “l’ anormalità spagnola”. Due generazioni di terroristi che erano emerse (ancora in pieno franchismo) dalla regione basca, sono state falcidiate dagli arrestio dalle armi delle forze dell’ ordine. Ma i loro eredi continuano ad illudersi di poter condurre nel XXI secolo, in uno dei paesi più civili e tolleranti d’ Europa, una “guerra popolare prolungata” sui modelli sudamericani degli anni Sessanta del secolo scorso. I due attentati degli ultimi due giorni, a Burgosea Palma di Maiorca, in due posti tanto disparati come il nord del paese e le sue isole, sono venuti a dimostrare esattamente questo: l’ Eta non cambia. Il consenso di cui aveva goduto sino a un decennio fa tra la popolazione basca, si è man mano eroso. Dagli anni Novanta in poi enormi manifestazioni al grido di “Adesso basta” hanno seguito in tutte le città spagnole gli attentati del gruppo terroristico. Il Pnv, il partito basco di linea nazionalista-moderata, al governo nella regione da trent’ anni, ha perso le ultime elezioni ed è stato soppiantato dai partiti “spagnoli”. Ma questo non ha sottratto all’ Eta le sue illusioni, la sua folle passione per gli esplosivi. E infatti le sue bombe continuano a punteggiare la vicenda politica spagnola. C’ è qualcosa d’ inaudito, di incredibile, nella duratae violenza del fenomeno. Quale cultura, vicenda storica, anelito d’ identità, tengono in piedi da mezzo secolo un’ organizzazione armata tanto micidiale e implacabile? Le domande che gli europei si pongono ad ogni bomba dell’ Eta, ad ogni spargimento di sangue provocato da quelle bombe, sono sempre le stesse. Com’ è possibile che il fanatismo dei separatisti baschi resista identico, chiuso ad ogni ripensamento, soprassalto di realismo, idea di compromesso? Incrollabile nelle sue richieste massimaliste (uno stato indipendente), instancabile nella preparazione dei suoi attentati, costringendo la società spagnola a trascinare questo suo arto infetto, doloroso, per ora inguaribile. Eravamo a Burgos, nel dicembre ‘ 69, nell’ aula del tribunale militare dove si svolgeva il primo grande processo contro l’ Eta. Era difficile, in quei giorni, non provare una simpatia per i giovani imputati. In Spagna governava un dittatore, lo Stato spagnolo s’ ispirava ad una concezione cocciutamente centralista. Nelle scuole basche era severamente proibito parlare l’ “euskera”, l’ antica lingua della regione. Le vecchie formazioni regionaliste, come il Pnv che nella guerra civile aveva combattuto a fianco dei repubblicani contro i franchismi, erano state soppressee molti dei suoi dirigenti erano finiti davanti al plotone d’ esecuzione. La polizia spagnola aveva l’ ordine d’ usare nei Paesi baschi metodi anche più brutali di quelli che già usava nel resto del paese. Così, fu naturale vedere l’ Eta come una rivolta democratica contro un potere oppressivo. Ma oggi che le province basche godono della più larga autonomia (fiscalità, polizia, scuole) concessa dalle Costituzioni dei paesi europei ad una loro regione? Ci aveva detto anni fa il filosofo Fernando Savater, basco d’ origine ma costretto a vivere, per le sue aspre critiche ai misfatti dell’ Eta, sotto la scorta della polizia: «Le ragioni storico-nazionali invocate dai separatisti baschi? Paccottiglia, deliri. La pretesa d’ essere nella regione da tremila anni, il sangue mai mescolato a quello degli invasori, dunque gli unici europei di razza pura. La verità è che se il fenomeno non avesse aspetti ed effetti tanto tragici, con centinaia di morti ammazzati, ci sarebbe da ridere…». Secondo il conto che si poteva fare ancora l’ altro giorno, i morti provocati dall’ Eta erano stati 800. Ai quali bisogna aggiungere i due poliziotti fatti a pezzi ieri, a Palma di Maiorca, mentre predisponevano con i loro colleghi le misure di sicurezza per l’ arrivo nell’ isola della famiglia reale. L’ ennesima prova che la Spagna, costretta da quando è una democrazia a convivere col problema basco, non è oggi più vicina ad una sua soluzione di quanto non lo fosse qualche decennio fa. Il compromesso istituzionale non è servito, così come non sono servite le operazioni di polizia. I governi spagnoli di centro-sinistra e centro-destra, di norma capaci, con ministri efficienti e ottima immagine in tutto l’ Occidente, non sono riusciti ad arginare il fenomeno. Lungimiranti nel trovare il modus vivendi politico alla fine del franchismo, nonostante le divisioni della Spagna d’ allora, le classi dirigenti spagnole nulla hanno potuto nei confronti del terrorismo basco, fenomeno che non obbedisce ad una logica percepibile e anzi sembra ancora orientato verso esiti drammatici, sanguinosi. Il modus vivendi con i separatisti baschi è dunque ancora da trovare, perché l’ Eta non è cambiata, non cambia. L’ incessante spargimento di sangue conosciuto dalla Spagna in questo trentennio, con una cadenza di circa trenta morti ammazzati all’ anno (poliziotti, ufficiali dell’ esercito, politici locali e regionali, artisti, professori universitari), non accenna a finire. A Palma di Maiorca è stato decretato il coprifuoco. Così che uno dei maggiori, e per molti versi esemplare, paesi d’ Europa sta vivendo oggi in un clima libanese.

da Repubblica del 31 luglio 2009

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