Gaza assediata anche dalla realpolitik

Silvio Berlusconi ha definito “giusta” la brutale offensiva missilistica che Israele scagliò contro la Striscia di Gaza alla fine del 2008, causando centinaia di vittime civili e la netta condanna dell’Onu. Concludendo la sua visita istituzionale in Israele, il premier italiano ha così suggellato il deciso spostamento “filo-israeliano” della tradizionale politica mediorientale dell’Italia. E’ Carnevale e verrebbe da dire che ha scelto i tempi alla perfezione, pensando d’indossare per una volta i panni dello statista di livello internazionale, manco fosse un Jimmy Carter coi capelli tinti. Ma fuor d’ironia, le sue parole su Gaza costituiscono un’offesa grave ai civili uccisi e a quelli che continuano a vivere “reclusi nella più grande prigione collettiva del mondo”, come l’ha eloquentemente definita chi quell’area la conosce molto bene, avendola visitata più volte in tempi recenti. Berlusconi al massimo se la sarà fatta raccontare da Netanyahu, Niccolò Rinaldi vi è entrato di nuovo nel dicembre scorso. Quello che segue è il racconto del suo viaggio…

«Tutti i draghi della nostra vita forse non sono altro che delle principesse che aspettano di vederci belli e coraggiosi». In altre parole, « Tutte le cose terribili forse altro non sono che delle cose prive di soccorso che aspettano solo che noi le soccorriamo». Questo passo di Rilke, dalla «Lettera a un giovane poeta», è anche un viatico a Gaza, maledetta striscia chiusa ormai da anni. Solo un ridottissimo numero di prodotti più che altro alimentari – circa una ventina – può entrare a Gaza su autorizzazione di Israele, mentre il resto, dal combustibile a un rubinetto, dalla marmellata alle armi, è costretto a transitare nei pericolosi, carissimi, oltre che vietati, tunnel sotterranei con l’Egitto (che sta costruendo una barriera in acciaio profonda diciotto metri per chiudere questo traffico illecito eppure vitale). Entrare a Gaza è un lusso ormai, come lo è uscire. Lo scorso dicembre anche una delegazione ufficiale del Parlamento Europeo si è vista negare, sul più bello, l’accesso a Gaza da parte israeliana, e così, visto che i poveri abitanti della striscia sono reclusi nella più grande prigione collettiva del mondo, ho deciso di unirmi a una delegazione parlamentare di vari paesi europei che dopo lunghi negoziati con le autorità egiziane, e altrettante attese al varco di Rafah, è riuscita a visitare Gaza per due giorni scarsi. Negli ultimi anni vi sono stato spesso, dai tempi delle colonie fino a subito dopo la fine delle bombe israeliane nel febbraio del 2009. E una volta di più il viaggio ha conosciuto dimensioni straordinarie, cose che non si vedono, non si sentono, in nessun’altra parte del pianeta. Cominciando dall’enormità della sofferenza della popolazione. A Gaza ogni atto quotidiano è una tale sfida, anche la cosa più semplice: muoversi (un evviva per il fedele asinello, riapparso a tirare i carretti, come se fossimo un secolo fa); la salute (40% di mortalità in più negli ospedali, ché ogni malattia complessa, cardiaca, oncologica, non ha le cure necessarie); educazione (perfino la carta è sotto embargo…); abitazione (nessun edificio è stato ricostruito, anzi quasi nessuna rovina delle bombe dell’anno scorso è stata rimossa, perché né cemento, né ruspe, né mattoni possono entrare a Gaza, e allora si abita in tende, tra le macerie, perfino nelle tombe dei cimiteri); pescare (l’area permessa è un piccolissimo specchio di mare, inquinato di diossina per i rifiuti che finiscono in acqua dopo che l‘inceneritore è stato distrutto); per non parlare del bisogno vitale di uscire dalla propria striscia, di viaggiare, di andare a trovare parenti o amici che stanno anche solo nella vicina Cisgiordania… Un milione e mezzo di persone intrappolate, nonostante che i lanci degli artigianali razzi verso Israele siano cessati da mesi. Poi c’è l’immenso grado di stupidità della politica perseguita. Grazie alla guerra del 2009 e alla chiusura di Gaza, Hamas è ancora più forte, monopolizza la vita sociale e politica della striscia e acquisisce una legittimità di resistente di fronte a un’aggressione disumana. L’esercito israeliano ha raso al suolo la zona industriale e la stessa scuola americana, bastioni filo-occidentali ormai stremati. Gli universitari, tranne poche eccezioni, non hanno possibilità di studiare all’estero. La prigione e il dolore incattiviscono. Ho conosciuto Loa‘i, un bimbo di dieci anni diventato cieco a seguito di una bomba lanciata mentre da scuola stava cercando di tornare a casa. Il suo sogno era girare in bicicletta, cosa che ora può fare solo di notte, guidato dalla madre. Gli ho chiesto: cosa ti piacerebbe fare adesso? – pensando magari di farlo invitare per un soggiorno in Italia; ha risposto: « Distruggere Israele, per tutto quello che mi ha fatto, distruggerlo, e tu mi devi aiutare ». Risposta terribile che lascia interdetti, ma nemmeno mi sono sentito di replicare, forse nemmeno di « giudicare » un bambino cieco, per colpa di un’arma proibita usata contro dei civili. Una politica stupida, probabilmente deliberata nel voler ad arte indebolire il fronte palestinese, dividendolo politicamente e anche culturalmente. Gaza è sempre più diversa dalla Cisgiordania, le donne, poche e tutte velate, sono sempre più rara avis nelle strade, negli uffici, negli incontri. Anni fa a Gaza se ne vedevano dappertutto, emancipate come sempre sono state le palestinesi (un amico di Gerusalemme est sta ripubblicando un classico dei diritti della donna araba scritto da una palestinese negli anni trenta). Ora non è più così, e l’ho rinfacciato agli interlocutori di Hamas incontrati: il Mediterraneo non conosce segregazione delle donne, non è la penisola arabica, e allo spietato assedio israeliano si vuole aggiungere la folle segregazione della donna, altro solco col resto della Palestina. Politiche talmente incoscienti finiscono sempre col presentare il conto. Infine enorme è l’indifferenza del mondo. Ormai nessuno si commuove, nessuno protesta, anche in Italia – della cinquantina di parlamentari che hanno partecipato alla missione ero l’unico italiano. Liberare Gaza, impegnare politicamente Hamas come si fa con Hezbollah in Libano al fine di contenere i prolifici effetti del fondamentalismo e isolarne gli elementi più oltranzisti, dovrebbe essere una priorità, e invece nessuno s’indigna, e la diplomazia ormai considera la questione una causa persa. Così il fresco premio Nobel per la pace non ha fatto nulla di significativo. In Israele solo una piccola minoranza dà segni di disagio per la politica del governo, i paesi arabi e la stessa Autorità Palestinese a Ramallah in fin de‘ conti preferiscono che Hamas resti in castigo (dieci anni fa i paesi arabi contribuivano all’8% del bilancio dell‘agenzia ONU per la Palestina, oggi si fermano all‘1%, perché, dicono, i palestinesi sono ormai un problema di europei e americani). L’Europa quantomeno ribadisce l’importanza delle frontiere del ’67, mettendo un paletto importante. Certo però non considera la fine di dello scandalo come una priorità, otre che strategica, morale. Invece Gaza implora il nostro soccorso, quasi fosse una vera prova – di creatività politica, di capacità, di coerenza.

2 commenti su “Gaza assediata anche dalla realpolitik”

  1. Le parole del “grande statista” rieccheggiano in tutti i Tg nazionali addirittura retec4, e il suo servo preferito hanno mandato in onda l’intero discorso…per me cittadina ancora libera e consapevole un’occasione in più per provare vergogna!Vergogna per essere rappresentata da una destra così becera e meschina.
    Ps siamo rientrate dal nostro omaggio alle vittime del Bloody Sunday ma il cuore rimane sempre lì dove è attesa la verità e la giustizia.Ti chiamerò ciao

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