5 pensieri su “Contatti”

  1. Gent.Mo Riccardo,

    sono Stefano Ballini di Firenze e volevo inviarle un DVD che ho fatto intitolato 16 “Un 25 aprile a Monte Sole”, documentario sul 25 aprile a Monte Sole, già presentato a Marzabotto e aTavarnelle VP sabato scorso, in precedenza ho fatto anche il documentario “Il Treno che bucò il Fronte” visibile gratuitamente su http://www.treno1944.com, questo video ha avuto l’apprezzamento del Presidente Napolitano, del Presidente Ciampi e del presidente tedesco Gauck.
    Se mi da un indirizzo di riferimento glielo invio i tempi brevi.

    grazie

    Stefano Ballini

  2. Sempre ripescando nel mio personale “archivio”, invio questo ultimo contributo (datato, ma forse ancora utile) per ricordare quali siano le responsabilità statunitensi nell’aver provocato l’attuale situazione in Iraq e dintorni …e quali e quante siano state le violazioni dei Diritti umani operate da questi difensore della (loro!) democrazia…
    ciao, GS

    L’IRAQ NON E’ IL VIETNAM. E’ PEGGIO!
    Gianni Sartori (2006)
    Alla fine di ottobre 2005 l’aviazione statunitense informava di aver effettuato “bombardamenti di precisione contro postazioni di terroristi stranieri” sul villaggio di Betha, nel nord dell’Iraq. Quasi immediata la smentita dei medici dell’ospedale di Qaim che parlavano di circa quaranta morti civili tra cui alcune donne e dodici bambini: un massacro. E intanto i superstiti scavavano con le mani tra le macerie alla ricerca di altri corpi.
    Episodi del genere si contano ormai a centinaia nell’Iraq “liberato”.
    Confermando una tendenza in atto da tempo, nelle guerre sono soprattutto i civili ad essere vittime indifese di eserciti e milizie. In Iraq in particolare sono sempre più ostaggio delle truppe di occupazione e di quei gruppi (resistenti, guerriglieri, terroristi…o come si voglia chiamarli) che non fanno distinzione tra obiettivi militari e popolazione civile.
    Proprio nel giorno dei bombardamenti di Betha (31 ottobre 2005) il Pentagono, su richiesta del parlamento statunitense, rendeva pubblico un rapporto che calcolava in 26.000 gli iracheni uccisi o feriti dalla guerriglia dal marzo 2003. Ma aveva l’accortezza di non fare distinzioni tra civili ed esponenti delle forze di sicurezza. Soprattutto non forniva alcuna indicazione sulle vittime imputabili alle truppe di occupazione. Secondo l’organizzazione “Iraq body count” il numero dei civili uccisi sarebbe compreso tra 27mila e 30mila, il 37% dovuto al fuoco americano o inglese. Usa e Gran Bretagna sarebbero inoltre responsabili del ferimento di più di 40mila persone.
    E’ opinione di molti osservatori che queste cifre rappresentino solo una parte del massacro in atto contro la popolazione irachena. Per ammissione dello stesso Pentagono “il dipartimento della difesa non mantiene un conteggio preciso delle vittime irachene”. L’ex sergente dei marines Jimmy Massey (dopo aver raccontato di aver preso parte alla sistematica uccisione di civili ai posti di blocco) ipotizzava addirittura che il totale dei morti potesse arrivare a centomila. “Ma – aggiungeva – molto probabilmente non lo sapremo mai con certezza” , perché rimane incalcolabile il numero dei corpi abbandonati lungo le strade o frettolosamente sepolti in fosse comuni.
    Ovviamente sono più precisi i dati in merito ai caduti americani che da tempo hanno superato la soglia di duemila. Anche se l’amministrazione Usa continua a rassicurare i suoi cittadini insistendo sul fatto che il numero dei caduti (americani beninteso) è inferiore a quello del Vietnam, bisognerebbe calcolare anche le conseguenze future, traumi e malattie che perseguiteranno a lungo i reduci. Nella prima guerra del Golfo i caduti statunitensi furono poche centinaia, ma l’associazione dei reduci ha già denunciato più di ottomila decessi di ex militari che parteciparono alla “Tempesta”. E sono decine di migliaia coloro che in questi anni hanno accusato patologie dovute alle armi e munizioni in dotazione. Resta ora da vedere quali saranno gli effetti di uranio impoverito e fosforo bianco sui soldati inviati in Mesopotamia dal 2003. Per le popolazioni civili gli effetti sono invece già molto evidenti. A distanza di un anno è tornato prepotentemente d’attualità uno degli avvenimenti più orrendi di questa guerra: l’attacco contro Falluja (la “città delle cento moschee” diventata la “Guernica irachena”) del novembre 2004, operazione denominata al Fajr (l’alba).
    Nel suo libro “Fuoco amico” Giuliana Sgrena denunciava l’uso di Mk77 (in pratica napalm) e del fosforo bianco, citando proprio un’intervista al marine Jimmy Massey. Riportava anche il racconto di alcuni sopravvissuti che, tornati alle loro case (tra le poche rimaste in piedi), avevano trovato le stanze ricoperte da una polverina bianca. Molti si sentirono male e alcuni cominciarono a sanguinare appena iniziarono a pulire. E adesso ai racconti degli scampati si aggiungono le immagini atroci di quei corpi mummificati (ma con gli abiti intatti), di quei volti straziati dalla sofferenza. Proprio queste immagini hanno rilanciato con forza il dibattito sull’uso da parte dell’esercito americano di armi chimiche, in particolare del fosforo bianco.
    Quest’ultimo era già tristemente noto per essere stato usato dagli Italiani in Etiopia, dai nazisti alleati di Franco nel bombardamento della città basca di Guernica (aprile 1937), dalla Raf su Amburgo nel 1943, dagli Alleati su Dresda nel 1945, dagli Usa in Vietnam e da Saddam contro i Curdi negli anni ottanta. Alle testimonianze di alcuni ex militari come Jeff Garret (“Ho sentito via radio l’ordine di usare il Willy Pete, nome del fosforo bianco”) si è aggiunto un documento del governo inglese in cui si afferma chiaramente che gli americani “almeno in alcuni casi hanno usato armi chimiche”.
    Il direttore del centro studi per i diritti umani di Falluja, il biologo Mohamad Tareq al-Deraji, lo aveva già denunciato in giugno al Parlamento di Strasburgo. Aveva detto:” Una pioggia di fuoco è scesa sulla città, la gente colpita da queste sostanze ha cominciato a bruciare; abbiamo trovato gente morta con strane ferite, i corpi bruciati e i vestiti intatti”. Successivamente, dopo le smentite dell’ambasciata americana che protestava per la trasmissione di “Rai News 24” (“Falluja, la strage nascosta”), altre prove si sono aggiunte.
    Tre ufficiali statunitensi (un capitano, un sergente maggiore, un tenente) che avevano preso parte alla battaglia dell’8-20 novembre 2004, avevano inviato un memorandum agli Alti Comandi. Il testo venne poi pubblicato da Field Artillery (rivista dell’Artiglieria da campagna dell’esercito Usa) nel marzo 2005. Nel rapporto viene descritto l’uso del fosforo bianco contro obiettivi umani, per stanare gli insorti da trincee e cunicoli. Le azioni venivano denominate shake and bake (scuoti e cuoci). Il rapporto si conclude sottolineando come l’uso del fosforo bianco abbia avuto “effetti fisicamente e psicologicamente devastanti sugli insorti”. Anche un’altra rivista militare americana, Infantry Magazine, aveva riportato notizie in merito all’uso del fosforo bianco durante la battaglia di Erbil, nell’aprile del 2003.
    Il fosforo bianco usato in grandi quantità andrebbe considerato “un’arma di distruzione di massa di tipo non convenzionale” secondo Domenico Leggiero, ex ispettore internazionale al controllo degli armamenti. E aggiunge:” Il residuato dell’esplosione di fosforo bianco è un pulviscolo impercettibile che si posa ovunque, entra nelle stanze…reagisce con l’ossigeno, attacca in modo violento soprattutto mucose, bocca e apparato respiratorio. Funziona come una bomba neutronica, uccide ciò che è vivo”.
    Risale al 1980 la “Convenzione sulla limitazione e divieto delle bombe incendiarie” delle Nazioni Unite e al 1997 un nuovo documento sulla “proibizione di sviluppo, produzione, stoccaggio e uso di armi chimiche e sulla loro distruzione”. Documenti che, ironia della Storia, fornirono agli Usa la giustificazione per invadere l’Iraq.
    Gianni Sartori (2006)

  3. In questo momento molto difficile, drammatico per mio padre (classe 1925) vorrei confortarlo anche recuperando questo articolo già pubblicato (su cartaceo) su “A, rivista anarchica” (anno 33 n. 289 aprile 2003). Piccolo o grande, ha dato il suo contributo pagando di persona “il biglietto di ritorno per la democrazia”. Onore a lui e a tutti coloro che in un modo o nell’altro fecero Resistenza alla dittatura.
    ciao. GS

    Mio padre partigiano
    (Gianni Sartori)

    Una storia partigiana semplice, quella di Leone Sartori “Marcello”: raccontata dal figlio.

    Premessa: da molto tempo coltivo l’ambizione di raccogliere materiale sufficiente per scrivere un libro sulla Resistenza nel Vicentino e in particolare sui Colli Berici sperando di contribuire alla conoscenza di episodi, personaggi, situazioni finora trascurati, soprattutto per l’area collinare dove operò la “Brigata Silva”. Esiste, infatti, una discreta documentazione sulla Resistenza operante sui monti vicentini (dal Pasubio all’Altopiano di Asiago, dalla Val d’Astico al Grappa), grazie anche alla diffusione dei libri di Meneghello (v. “Piccoli maestri”) ma molto poco sui Berici, le colline a sud-est di Vicenza.
    Intanto il tempo passa e il materiale si accumula invano, rischiando anche di disperdersi ad ogni trasloco.
    Ho deciso quindi di scrivere qualche articolo, senza alcuna pretesa di “fare la Storia” delegando ad altri l’eventuale realizzazione di un’opera sistematica.
    Dato che finora la mia fonte principale è costituita da familiari (genitori, zii…) alla fine il racconto peccherà inevitabilmente di “personalismo”. Chiedo venia in anticipo agli addetti ai lavori ma ritengo che comunque anche queste testimonianze, per quanto parziali, contribuiscano a ridare un volto ad alcuni di quei combattenti per la Libertà che, con le armi o semplicemente rifiutandosi di collaborare, contribuirono a sconfiggere la peste bruna e nera.

    I bombardamenti: un’occasione per salvarsi la vita
    Fin da piccolo avevo spesso sentito parlare dei devastanti bombardamenti subiti da Vicenza dato che mio padre, Leone Sartori detto “Marcello”, classe 1925, aveva vissuto di persona i tristissimi momenti. Quei fatti avevano di certo contribuito alla sua scelta di non arruolarsi nelle fila dell’esercito di Graziani e Mussolini, di rendersi latitante e alla fine di entrare in contatto con i partigiani della brigata “Silva” (dal nome di un partigiano caduto) che operava sui Colli Berici.
    «Durante uno dei tanti allarmi aerei mi trovavo al distretto militare di Vicenza – precisa “Marcello” non senza una piccola reticenza dovuta al suo carattere schietto e schivo – e sicuramente il distretto poteva essere uno dei tanti obiettivi. Per questo i comandanti avevano fatto uscire al primo suono della sirena d’allarme un gruppo di 60-70 soldati che si diresse verso la zona della “stradella dei nani”. Io uscii con il secondo gruppo ma non riuscimmo a percorrere molta strada. Quando cominciarono a cadere le bombe ero proprio davanti allo stabilimento del Lanificio Rossi (a Porta Monte N.d.A.). Mi buttai a terra calcandomi in testa il berretto.
    Approfittando di una breve pausa cercai di raggiungere il ponte sospeso sul Bacchiglione che era stato danneggiato e penzolava sostenuto da una sola delle due corde sul fiume. Lo attraversai aiutandomi a forza di braccia sperando nella sorte. Sapevo che seguendo il Bacchiglione sarei potuto arrivare a casa mia potendo usufruire della rigogliosa vegetazione. Mi fermai solo dopo qualche chilometro, ormai in aperta campagna, e guardai verso Vicenza.
    Il bombardamento era cessato, si distinguevano alte colonne di fumo sopra la città. Ripresi a correre lungo la riva sino alla corte dei Dalmaso. Il tempo di far sapere a mia madre che ero vivo e poi subito a campi. Cominciò così la mia latitanza di renitente. In zona ero il primo ma presto diventammo numerosi. Di giorno stavo nascosto nei campi o tra gli alberi della riva del Bacchiglione. Di notte, col buio, raggiungevo la “tesa” (fienile) dei Dalmaso per dormire. Quale fosse il mio abituale rifugio notturno, oltre ai miei, lo sapeva solo Bepi, il più anziano dei fratelli Dalmaso. Non lo sapeva nemmeno Toni Sgarabotto, il mio futuro suocero.
    Toni arrivava ogni mattina prestissimo per “guernare” la stalla e le mucche. Alla sera dalla tesa recuperavo la scala che, al mattino, rimettevo al suo posto per scendere. A volte capitava che Toni arrivasse troppo presto e, mentre andava in giro brontolando in cerca della scala, la calavo giù e filavo via. Anni dopo mi ha detto di aver avuto qualche sospetto ma di non averne mai fatto parola con nessuno. Quando poteva mia madre mi portava da mangiare, badando bene a non dare nell’occhio. Qualche volta nascondeva il cibo in fondo alla secchia e veniva a lavare al fiume.
    Altre volte arrivava con la “traversa” (grembiule N.d.A.) piena di erba raccolta per i conigli e, sotto, qualcosa da mangiare.
    Non si può dire che in famiglia fossimo consapevolmente antifascisti ma di sicuro la notizia della morte di mio fratello Danilo in Grecia mi aveva fatto capire molte cose.
    Comunque c’era stato qualche precedente. Mio padre, Augusto, era “obbligato”, una specie di bracciante. Durante una lotta contro i proprietari, parecchi anni prima della guerra, lui e i suoi compagni avevano nottetempo aperto le stalle e fatto scappare le mucche per la campagna (e in questo, se permettete, oltre che un momento della lotta di classe vedo un preannuncio della mia militanza animalista N.d.A.). Per rappresaglia, il giorno dopo, ricevette la visita di tre squadristi. Lo avevano già immobilizzato e stavano per fargli bere l’olio di ricino quando mia mamma (mia nonna, Evoli Marta, detta “Pina” N.d.A.) arrivò con la forca e ne infilzò un paio. Se non ricordo male uno alla gamba e l’altro ad una chiappa. Se ne andarono di corsa, nonostante le ferite, senza farsi più rivedere».
    Purtroppo le cose andarono diversamente per un mio zio (marito di Marcella Sgarabotto, sorella maggiore di mia madre) “Tilio” (Attilio) Fasolato, operaio allo stabilimento Rossi di Debba (prima canapificio poi cotonificio, da non confondere con l’altro cotonificio Rossi di Porta Monte, in città), principale industria della zona. Qui andarono a lavorare anche mia zia e poi mia madre, Rosa Sgarabotto, all’età di tredici-quattordici anni. “Tilio”, socialista e sindacalista, venne aggredito dai fascisti che evidentemente non apprezzavano i suoi tentativi di organizzare i compagni di lavoro; subì l’onta di dover ingurgitare a forza l’olio di ricino e rischiò di morirne. Un altro operaio dello stabilimento che subì angherie e persecuzioni (anche dopo la fine della guerra) fu il mitico Battistella, comunista e agitatore, ma anche grande amico personale dell’altrettanto mitico Don Camillo, parroco di Debba, laureato in ingegneria e assai energico, anche se viveva con un solo polmone. Durante la Resistenza divenne una sorta di “cappellano militare” dei partigiani della Brigata “Silva”. Scoperto dai nazifascisti era già stato messo al muro per essere fucilato; venne salvato in extremis dall’intervento di un ufficiale tedesco. Don Camillo ebbe poi modo di ricambiare alla fine della guerra.
    Quanto alla violenza fascista nei confronti dei lavoratori, operai o contadini, essa non esprimeva altro che quella intrinseca ai rapporti sociali del tempo. C’è un episodio nell’infanzia di mio padre che, a mio avviso, potrebbe trovare posto in “Novecento” o anche tra le pagine di “Ragazzo negro”. A Longara c’è ancora una villa padronale, all’epoca (inizio degli anni trenta) provvista anche di campo da tennis, dove i rampolli del signor ricco si dilettavano con i loro amici e ospiti.
    Capitò a Leone (che abitava allora poco lontano, al Tormeno), mentre rientrava con una fascina di legna raccolta nel bosco, di vedere una palla fuoriuscire e rotolare tra le stoppie. La raccolse prontamente, come un bene prezioso data l’abituale indigenza in cui versava la sua famiglia, dandosi alla fuga. Venne raggiunto da grida e minacce ma non si fermò. A questo punto si ritrovò inseguito da alcuni cani di grossa taglia che i signori avevano liberato, non tollerando evidentemente l’atto di scortesia, se non proprio di ribellione, del bambino.

    Un mondo ai margini
    Ma torniamo al tempo di guerra. La “terra di mezzo”, compresa tra la strada che da Vicenza, passando per Casale, porta a San Piero Intrigogna e le anse del Bacchiglione, era quindi diventata il rifugio temporaneo di Leone Sartori e altri renitenti. Solo un’esigua striscia di terra in prossimità dei Colli Berici, che all’epoca però offriva diversi ripari naturali, sia di giorno che di notte. In particolare le rive coperte di alberi, le “piantà” e le “siese”. Senza dimenticare il rilievo del “monteseo”, detto “dei Dalmaso”, ricoperto dalla vegetazione di un rocolo e in cui si apriva anche una piccola cavità naturale, il classico “buso della Stria”. Una sorta di “terra di nessuno”, costituita da interstizi marginali e sconosciuti che furono anche i luoghi prediletti delle mie scorribande infantili negli anni cinquanta. Luoghi che ora nella mia memoria ritrovo avvolti in una atmosfera un po’ magica, forse per il fatto di essere legati all’acqua, alle grotte, alla vegetazione… Percorsi ignoti ai “foresti” (in senso lato, intendendo sia i tedeschi che la gente di città) che intersecavano quelli normali (“ufficiali”) dando vita quasi ad una realtà parallela, offrendo vie di fuga e rifugi. Tutto ciò però non poteva accadere se non ci fosse stata la robusta e tacita complicità degli abitanti della zona. Si sapeva tutto e nessuno sarebbe sfuggito alla cattura se le notizie fossero arrivate alle orecchie sbagliate.
    «Qualche volta – continua Leone – mi arrischiai anche a dormire a casa. Avevo tagliato una delle inferriate che chiudevano la finestrella in alto (in “granaro”, dove negli anni cinquanta ricavò la stanzetta in cui trascorsi la mia infanzia N.d.A.), così da potermici infilare. Oltre alla comoda “tesa” dei Dalmaso avevo altri rifugi d’emergenza. Me ne scavai qualcuno lungo la sponda dei fossi, in particolare alle pendici del “monteseo”. Scavavo via la terra della riva e mettevo dentro un gabbiotto per i conigli, di quelli lunghi. Poi ricoprivo con zolle ed erba. Ma ci dormivo il meno possibile, temendo di venir preso come un topo in gabbia.
    Dopo qualche tempo dalla mia fuga dal distretto furono in parecchi a trovarsi nella mia stessa situazione. Chi dormiva nei campi, chi in qualche rifugio, chi nelle “tese”. A quel punto la gente della zona di Casale, Casaletto, San Piero Intrigogna sapeva bene che eravamo fuggiti dalle caserme. Che eravamo alla macchia. “Sbandati”, come si diceva allora. Nessuno però fece la spia.
    Una volta partecipai addirittura alla “sesola”; per dieci-quindici giorni raccolsi il frumento insieme a tutta la gente della mia contrada, che mi conosceva benissimo ma che mi proteggeva con il suo silenzio. Ricordo che a quella “sesola” partecipò anche il “Moro”, Luigi Sgarabotto. Era appena ritornato dal fronte, ferito ad una gamba. Della guerra, diceva, ne aveva avuto abbastanza. Anche mio fratello Vittorio lavorava con noi, aveva un figlio a cui avevamo insegnato di chiamarmi con un altro nome. Un giorno dovetti restare nascosto in mezzo al grano (che all’epoca cresceva più alto N.d.A.) perché i brigatisti neri facevano il bagno lì vicino, nel Bacchiglione. Prima che decidessero di tornare a riva (dalla parte opposta, verso Longara, dove avevano la caserma) trascorsero delle lunghe ore».

    Tra rastrellamenti e furti campestri…
    Successivamente Leone Sartori si rifugiò per qualche giorno dalle parti di Montegalda, in una fattoria. Poi però dovette ritornare al “monteseo” e il fratello Giovanni, operaio allo stabilimento di Debba, andò a prenderlo in bici… Il ritorno, di notte naturalmente, si svolse così: «ci davamo il cambio; uno pedalava e l’altro stava seduto sul palo. Prima di ogni curva, a scanso di brutte sorprese, io scendevo e saltavo al di là del fosso, proseguendo a campi. Poi, visto che tutto era tranquillo, risalivo sulla bici fino alla curva successiva».
    «In seguito tornai per un altro breve periodo dalle parti di Montegalda, ospite nella “tesa” di Neno “Fraca” dove per la prima volta entrai in contatto con alcuni partigiani. Lo conoscevo perché prima della guerra mio fratello aveva lavorato sui suoi campi. Il fratello di Neno venne poi assassinato dai fascisti, proprio da quelli della “Nera” di Longara. Venne fucilato vicino alla ferrovia, accusato di essere un partigiano. In realtà si era solo rifiutato di consegnare ad un plotone di tedeschi e di fascisti il suo mezzo di trasporto, non ricordo se la bici o il cavallo. Qualche giorno dopo i partigiani uccisero nello stesso punto un tedesco e lo seppellirono a testa in giù, in modo che sporgessero solo i piedi. In conseguenza di questo episodio ci fu un rastrellamento. Quel giorno mi trovavo sui campi al di qua del fiume, verso Ghizzolle. La giornata era limpidissima, si riusciva a scorgere il pendio del Monte Lungo di Montegalda, dove era in corso una vera caccia all’uomo. Alla fine due partigiani rimasero uccisi e sei o sette catturati. Venimmo a sapere poi che l’operazione di rastrellamento era andata a colpo sicuro perché qualcuno del posto aveva informato i fascisti sui luoghi dove si nascondevano partigiani e renitenti (“ribelli” e “sbandati”)». Ma non c’erano solo i periodici rastrellamenti a turbare il sonno di Leone e compagni.
    «Una notte, mentre dormivo nella stalla di Neno (invece che nella solita “tesa”, forse perché pioveva) in mezzo alla paglia, vennero i ladri. Rubarono alcune galline e cercarono di portarsi appresso due maiali. Accortisi della mia presenza fuggirono precipitosamente. Per la porta rimasta aperta, anche i due maiali colsero l’occasione per scappare. Ormai però qualcuno sapeva che dal “Fraca” si nascondeva un renitente e così dovetti andarmene.
    Nel frattempo era stata concessa un’amnistia e, evidentemente malconsigliato, mi ripresentai al distretto. Venni subito trasferito alla caserma dei bersaglieri in via san Silvestro ma, capito che con ogni probabilità la nostra destinazione sarebbe stata la Germania, alla prima occasione tolsi il disturbo (sulle deportazioni di soldati italiani dal vicentino, dopo l’8 settembre, esistono le prove inoppugnabili di alcune fotografie: ammassati a centinaia nei cortili della caserma Cella, a Schio, in attesa di essere fatti salire su decine e decine di pullman con destinazione Germania N.d.A.). Approfittai del solito allarme per i bombardamenti e stavolta mi diressi verso la Gogna. Nonostante l’oscurità riconobbi tra le persone in fuga il “Moro” (Luigi Sgarabotto, fratello di Rosa che poi sarebbe diventata moglie di Leone e quindi mia madre N.d.A.)».
    In seguito anche Luigi si sarebbe rifugiato nei dintorni del “monteseo”, costruendosi un rifugio nel “buso della stria” dopo aver ampliato la cavità con l’esplosivo.
    «A questo punto, – prosegue Leone – nella totale confusione provocata dal bombardamento, ritornai indietro, verso Monteberico. Poco dopo il “10 Giugno”, dove inizia la salita verso il santuario, entrai nella grande galleria (ancora visibile ai nostri giorni, anche se murata N.d.A.) che si apre alla base del monte. Non saprei dire quanto sia lunga e nemmeno dove esca di preciso, probabilmente nella Valletta del Silenzio, da dove è abbastanza agevole raggiungere Longara e Debba. Ricordo di averla percorsa completamente al buio, tenendomi aderente al muro mentre intorno sentivo i passi di decine di altre persone in fuga».
    Leone rientrò poi nella sua piccola “patria”, in mezzo ai campi o sulle rive del fiume in attesa di unirsi ai partigiani della brigata “Silva”, allora già attivi sui Colli Berici.

    Precedenti di militarizzazione nel sottosuolo berico
    Come è noto, attualmente alcune cavità dei Colli Berici sono un vero e proprio ripostiglio per l’esercito americano, sia a Longare che al Tormeno. Ricorda mio padre che durante la guerra c’erano stati precedenti significativi nell’opera di militarizzazione delle cavità collinari nostrane.
    I Tedeschi avevano pensato di utilizzare come deposito sotterraneo per gli impianti industriali le antiche cave di Costozza, in modo da proteggerli dai bombardamenti degli Americani. Questi ultimi evidentemente appresero bene la lezione e in seguito l’applicarono alla grande con la base denominata “Pluto”.
    Racconta Leone: «A Costozza, dentro alle grotte, avevano trasportato gli impianti di numerose industrie. Ricordo che c’erano le Reggiane, la CARI, la Ducati, l’Alfa Romeo, anche la Laverda, mi pare… Tutti i macchinari erano stati messi al sicuro. I tedeschi non erano molti, qualche decina…più che altro per controllare i lasciapassare. Dentro poi c’erano delle guardie alle dipendenze delle varie ditte, della CARI in particolare. Tra i civili c’era molta gente in contatto con la Resistenza. La consegna era di salvare i macchinari ma di non produrre niente, niente di utilizzabile almeno. Questa era stata una precisa consegna del CLN durante l’ultimo inverno di guerra: scendere a valle ed eventualmente guadagnarsi anche da vivere lavorando per la TODT (valeva per chi non era troppo compromesso, ovviamente) salvaguardando gli impianti, i macchinari in vista della ricostruzione postbellica (e magari dell’occupazione delle fabbriche N.d.A.), sabotando invece la produzione».
    Il racconto di mio padre continua: «A Costozza nessuno produceva niente perché nessuno voleva produrre per i tedeschi. Se per esempio si doveva fare un pezzo di ricambio si faceva in modo che fosse inutilizzabile…»
    «Dentro a Costozza c’erano anche diversi partigiani della “Silva” (ovviamente in incognito). I Tedeschi si erano sistemati in basso, prima del “Volto” (il caratteristico torrione sotto cui passa la strada per Lumignano N.d.A.), in una palazzina. Il padrone delle grotte, mi dicevano, era un conte; dentro era immenso. C’era una strada sotterranea che usciva in Col de Ruga, dove adesso ci sono gli Americani (la comunicazione tra l’area delle grotte rivolta a Costozza e quella verso Col de Ruga-Longare, dove si trova la base “Pluto”, venne poi murata dagli Americani N.d.A.). Ricordo degli spazi immensi, dei pilastroni enormi. A mezzogiorno si usciva per la mensa che si trovava sulla sinistra, in direzione di Lumignano. Eravamo tantissimi. Per la strada, all’uscita, si faceva fatica a procedere. Con noi mangiavano anche i dirigenti, gli ingegneri che alloggiavano presso i “Buoni Fanciulli” dell’Opera Don Calabria».
    In merito ai ricordi sulle incursioni alleate, aggiunge: «A Costozza gli aerei hanno attaccato 3-4 volte sparando dentro alla bocca principale con le mitragliere (con il “75”, si diceva). Per avere qualche possibilità di infilare i proiettili nell’imbocco, scendevano in picchiata; mitragliavano e, quasi subito, dovevano immediatamente impennarsi e risalire per non schiantarsi contro il monte. Ricordo invece che una volta sono passati, molto in alto, così tanti apparecchi da far spavento…Hanno continuato a passare dalla mattina alla sera. Spuntavano sopra Lumignano e si dirigevano verso Vicenza. Sopra la città poi si diramavano; una parte andava a bombardare Verona, altri si dirigevano altrove. Qui in genere non bombardavano forse perché i Colli Berici erano una zona controllata dai partigiani».
    Alla fine il piccolo presidio di Tedeschi, prima di abbandonare la posizione trattò con i partigiani la consegna di un salvacondotto per potersene andare senza essere attaccati. In cambio non avrebbero fatto saltare i macchinari. Così avvenne anche se, da notizie non confermate raccolte a Pianezze (da una fonte solitamente ben informata ma che vuole restare assolutamente anonima), questi tedeschi sarebbero stati poi sterminati da un altro gruppo di partigiani a Motta, sulla strada per la Valdastico.

    Stragi nazifasciste nel Vicentino
    Ma nel vicentino si conserva soprattutto la memoria di svariati eccidi di civili operati dai nazifascisti; particolarmente efferato quello di Monte Crocetta (appena fuori da Vicenza) dove vennero uccisi anche ragazzini di tredici o quattordici anni. A Pedescala, in Val d’Astico, poi vi fu una vera e propria strage (più di sessanta persone), compresi vecchi e bambini. A Vicenza, nonostante le recenti derive destrorse (una dozzina di consiglieri comunali di AN; niente male per una città in cui operarono anche i GAP e medaglia d’oro della Resistenza), si ricordano ancora ogni anno i “Dieci Martiri”, prelevati dal carcere di Padova e assassinati dai nazifascisti in prossimità della ferrovia, vicino al ponte sul Bacchiglione. Meno noto l’eccidio di Campedello, forse una rappresaglia per il tedesco ucciso a Longara, prima dell’assalto-saccheggio al deposito di viveri. Anche in questo caso le vittime civili ammontarono a una decina. Ricorda mia madre Rosa che un altro deposito-viveri dei tedeschi si trovava a Debba e che vi era conservata anche una grande quantità di zucchero, all’epoca raro e prezioso. Prima di scappare un tedesco (proprio quello che aveva salvato Don Camillo dalla fucilazione!) stava per incendiarlo, ma venne convinto a desistere dal parroco. In cambio venne tenuto nascosto in canonica e poi, quando le acque si erano ormai calmate, poté ripartirsene indisturbato per la Germania. Sempre mia madre, ricorda di averlo visto in un paio di occasioni a Debba, dove tornò spesso a salutare e ringraziare il battagliero parroco. Quanto ai viveri contenuti nel deposito vennero equamente distribuiti tra i “poveri” (la stragrande maggioranza) di Debba e dintorni.
    Ma il “lieto fine” con riconciliazione finale fu senz’altro un’eccezione. Un po’ dovunque, sia sui Colli Berici che in città, per non parlare dell’Alto Vicentino (v. Malga Zonta), si trovano lapidi che ricordano la morte per mano dei nazisti e dei loro complici, i collaborazionisti in camicia nera, di civili e partigiani. Alcuni casi furono particolarmente drammatici, come a Pederiva (nella stretta Val Liona che si insinua tra i Colli, sovrastata da Zovencedo e Grancona) dove un gruppo di giovani renitenti che si erano radunati nella chiesetta del paese per raggiungere le formazioni partigiane sull’Altopiano di Asiago, caddero in un’imboscata e, prima di essere uccisi, vennero barbaramente torturati. Ancora oggi c’è chi ricorda con orrore i resti smembrati dei giovani e i muri ricoperti di sangue. Tanta fu la ferocia che da allora la chiesetta è rimasta sconsacrata. Altre volte si tratta di episodi “minori” come quello ricordato da una lapide ingrigita di Campedello. Qui due fratelli vennero fucilati per non aver prontamente consegnato la loro bicicletta a un reparto di Tedeschi in fuga, forse gli stessi che provenivano da Costozza.
    Sempre a Pianezze (dalla stessa fonte che mi ha fornito la sua versione sui Tedeschi scappati ma intercettati poi dai partigiani a Motta) ho anche avuto la dritta per identificare dove si trovava il mitico “campo da bocce dei partigiani della Silva”. In effetti, in mezzo a un degradato bosco di castagni, è ancora ben identificabile un lungo spiazzo che appare sicuramente spianato dalle mani dell’uomo. Qui alcuni partigiani si erano costruiti quel campo per le bocce dove ammazzare il tempo in attesa dei lanci degli alleati e di cui avevo sentito parlare anche da mio padre. Non aveva però mai avuto l’occasione di farne uso e si era convinto che si trattasse soltanto di una leggenda.

    Gianni Sartori

  4. IN MEMORIA DI GUIDO BERTACCO

    (Gianni Sartori – 2015)

    Ho rinviato a lungo prima di scrivere questo ricordo del compagno Guido Bertacco scomparso già da alcuni mesi (marzo 2015). Aspettavo forse che qualche altro sopravvissuto del MAV (Movimento AnarchicoVicentino) prendesse l’iniziativa? Difficile, dato che ormai in giro non è rimasto nessuno o quasi, almeno per quanto riguarda la militanza. Oltre a Guido, nel corso degli anni se ne sono andati per sempre Anna Za, Laura Fornezza, Mario Seganfredo, Patrizia Grillo, Nico Natoli….E vorrei qui ricordare anche Giorgio Fortuna, sicuramente un libertario, presente fino alla fine alle iniziative contro il Dal Molin.
    Qualcuno che aveva conosciuto le dure galere di stato per militanza ha poi cercato altrove un posto dove ricominciare a vivere; altri ancora sono semplicemente invecchiati…
    Guido (assieme a Claudio Muraro e Rino Refosco, se non ricordo male) aveva partecipato all’esperienza milanese della Casa dello Studente e del Lavoratore. Un breve riepilogo: nell’aprile del 1969 gli studenti occupavano l’Università Statale di Milano in via Festa del Perdono. Quasi contemporaneamente veniva occupato un vecchio albergo a Piazza Fontana. Qui venne applicata una rigorosa autogestione e l’ex albergo ora denominato “Casa dello Studente e del Lavoratore” subirà presto sia gli attacchi dei fascisti (con il lancio di alcune molotov) che una indegna campagna di stampa criminalizzante. Lo sgombero per mano della polizia scatterà all’alba, come da manuale, per concludersi con numerosi arresti. In un libro fotografico di Uliano Lucas c’è l’immagine del processo ad alcuni anarchici in cui si riconoscono un paio dei sopracitati vicentini; in qualità di pubblico rumoreggiante, a pugno chiuso, per il momento non ancora imputati. Secondo una leggenda locale Guido sarebbe partito da Vicenza ancora m-l per ritornarvi anarchico. A Vicenza comunque i tre fondarono immediatamente il MAV e aprirono in Contrà Porti una sede, destinata ad essere perquisita spesso, soprattutto dopo gli eventi del 12 dicembre. I visitatori venivano accolti da uno striscione un pochettino situazionista “Date a Cesare quel che è di Cesare: 23 pugnalate!”. Del resto era questo il clima dell’epoca.

    Di tutto l’impegno di una quindicina di compagni (più o meno sempre gli stessi con qualche abbandono e qualche rientro in corso d’opera) tra la fine degli anni sessanta e i settanta resta poco. Forse i reperti più consistenti (entrambi gelosamente conservati dal sottoscritto) sono una bandiera rossa con A cerchiata nera (non proprio ortodossa, ma ha sventolato ai funerali del Borela, ardito del popolo di Schio) e un pacco di volantini di cui credo non esistano altre copie. Sono quelli distribuiti nel corso di un paio d’anni (1971-1972), regolarmente, almeno uno ogni 15 giorni, davanti al locale manicomio (così era chiamato, senza eufemismi) in epoca pre-Basaglia; quasi una lotta d’avanguardia per chi aveva letto, se non “La maggioranza deviante”, almeno”Morire di classe”. Denunciavamo le violenze, i ricoveri coatti (una sorta di TSO di massa) nei confronti di soggetti scomodi (“disadattati” secondo l’ideologia dominante) improduttivi, sostanzialmente non addomesticati. Dall’interno c’era chi ci sosteneva, informava, guidava: il compianto medico Sergio Caneva, fedele alla sua giovinezza partigiana, destinato a morire proprio mentre teneva una conferenza sulla Resistenza.
    Il lavoro del MAV era stato apprezzato dai compagni del Germinal di Carrara
    (da non confondere con l’omonimo gruppo anarchico -e giornale- di Trieste con cui comunque si era in contatto) dove avevamo mandato copia dei volantini e degli articoli comparsi sulla stampa locale. Alfonso Failla, per anni direttore di Umanità Nova e Umberto Marzocchi (volontario in Spagna nelle Brigate Internazionali con Camillo Berneri; toccò a lui nel maggio 1937 riconoscerne il corpo dopo che era stato assassinato dagli stalinisti) ci invitarono per prendere contatti ed eventualmente allargare il discorso contro le istituzioni totali. Partimmo in quattro nel novembre del 1972. Oltre a me e Guido (l’unico con la patente e l’auto, gli altri tre eravamo tutti motociclisti) facevano parte della delegazione Stefano Crestanello e Mario Seganfredo (detto Mario cavejo per evidenti motivi) che quattro anni dopo perì in un incidente stradale. Dopo aver deciso di cogliere l’occasione per visitare anche altri gruppi lungo la strada, ci stipammo nell’auto di Guido. Prima tappa Reggio Emilia (o era Parma?) dove, nella biblioteca del locale gruppo anarchico, ci accolse un incredibile compagno ottantenne. Aveva fatto tutto: l’ardito del popolo, la Spagna, la Resistenza, l’USI…
    Conservo il ricordo di un intenso abbraccio tra lui e Guido, quasi un passaggio di testimone. Alla notte, dopo aver fatto la conta, Guido e Mario dormirono in macchina (dove c’era posto per due), io e Stefano all’addiaccio nel sacco a pelo. In seguito ci demmo il cambio, credo.
    Il giorno dopo, sosta in un bar sulla sommità di un passo appenninico dove percepii una sensazione da “confine del mondo”. Ricordo delle rocce rossastre, color ruggine (erano forse le Metallifere del mistico ribelle Lazzareti?) e Mario suonò un pezzo rock (suscitando qualche sguardo perplesso negli avventori, peraltro cordiali) sul vecchio pianoforte che completava l’arredo. Poi Carrara: due giorni a parlare, discutere, nella mitica sede del Germinal con Failla e Marzocchi, combattenti inesausti.
    Alla parete la risoluzione di Kronstadt (quella del 1921) e un’immagine di Rosa Luxemburg.
    Dopo una discussione, amichevole ma tesa, su CHE Guevara (che io comunque difendevo a spada tratta, con spirito ecumenico), Marzocchi mi regalò un libro su Malatesta. A Genova pernottammo da un amico di Guido, un musicista. Dopo Milano Mario scese nel cuore della notte proseguendo per Bologna, dove aveva una morosa, in autostop. La nostra scorribanda si concluse a Peschiera. Giungemmo in tempo per partecipare alla manifestazione davanti al carcere militare che in quel periodo ospitava soprattutto obiettori totali, in maggioranza testimoni di geova e anarchici (tra cui un nostro compagno vicentino, Alberto P.). Ci fu anche una carica dei carabinieri. Da Carrara portammo a Vicenza un pacco di manifesti (poi denunciati e sequestrati) per Franco Serantini, il compagno assassinato a Pisa qualche mese prima (maggio 1972). Scoprii al ritorno che lo stato si era premunito di avvisare la mia famiglia del fatto che mi trovavo a Carrara in un covo di sovversivi (il Germinal) e non, come avevo elegantemente detto, a Padova per ragioni di studio (all’epoca alternavo periodi di facchinaggio con la militanza e improbabili percorsi universitari). Gentile da parte sua, lo stato intendo.
    Che altro dire di Guido? Forse di quella volta che lo incontrai in corso Palladio con un paio di bastoni diretto al liceo dove il giorno prima i fascisti avevano sprangato alcuni compagni (in particolare, il futuro storico Emilio Franzina e Alberto Gallo, figlio del noto avvocato, figura di spicco della Resistenza vicentina). Mi invitò a partecipare alla sua “spedizione punitiva” e sinceramente non me la sentii di lasciarlo andare da solo “incontro al nemico”, ma in cuor mio sperai ardentemente che quel giorno i fasci si fossero presi un giorno di ferie (anche perché qualche giorno prima era toccato anche a me di partecipare ad uno scontro dove me la ero cavata con qualche legnata, in parte restituita). Ma se penso a Guido lo rivedo in piedi, in tuta da imbianchino, barba e capelli lunghi, aspettare la figlioletta all’uscita dalla scuola elementare di via Riello. Immancabilmente, ogni giorno. Proletario, ribelle e rivoluzionario, senza mai perdere la tenerezza.
    Ci mancherà.

    Gianni Sartori

  5. Una breve precisazione. Come mi ha fatto notare Franco Pianalto (vecchio militante operaio degli anni sessanta, passato dal PCI ai marxisti-leninisti e in seguito anche per Lotta comunista; oltre che amico di Bertacco) nell’articolo su Guido avevo dimenticato il ruolo fondamentale nel lavoro di controinformazione sul manicomio di Vicenza di un altro CANEVA, Sante (quasi omonimo del medico Sergio Caneva, ma non parente). Provenivano direttamente da lui gran parte delle informazioni sulla vergognosa situazione in cui versavano i reclusi e per il suo impegno subì angherie e vere e proprie persecuzioni che contribuirono, nel corso degli anni successivi, ad avvelenargli non poco la vita. Ancora negli anni sessanta, in collaborazione con un altro sindacalista e socialista, un Sartori, aveva denunciato l’assurda situazione per cui i reclusi vennero in pratica costretti per quasi due anni a “mangiare con le mani” in quanto i due medici che dirigevano il lager, pardon il manicomio, non trovavano un accordo sui cucchiai. Mentre per uno dovevano essere di legno, per l’altro di stagno. Non è una barzelletta; perfino il Giornale di Vicenza dovette occuparsene con un articolo carico di, per quanto moderata, indignazione. Questa era la realtà delle istituzioni totali prima del tanto vituperato “68”! A entrambi i due Caneva (Sante e Sergio) rendiamo quindi il dovuto onore.
    GS

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