Sopravvissuti alla follia di Ceausescu

Avvenire, 9 ottobre 2022

“Folle provenienti da tutto il mondo non smettono di stupirsi di quanto sia stato facile abbattere migliaia di case, una ventina di chiese ortodosse, una decina tra scuole e ospedali per mettere al loro posto un palazzo ispirato alla forma della Luna”. Non molto tempo fa – erano gli anni ‘80 – Nicolae Ceausescu fece costruire la cosiddetta Casa del Popolo di Bucarest per celebrare la sua avidità e la sua megalomania. Quello che secondo i deliri di onnipotenza del satrapo rumeno sarebbe dovuto diventare il lussuoso Pantheon del regime comunista è oggi una banale attrazione turistica, il monumento triste e assai kitsch a un trauma collettivo che i rumeni vorrebbero poter dimenticare. Proprio come i faraoni ai tempi delle piramidi, Ceausescu volle vederlo crescere all’inverosimile, fino a farlo diventare il più grande edificio amministrativo del mondo, secondo per dimensioni soltanto al Pentagono. Con Bucarest. Polvere e sangue (ed. Keller, traduzione di Marco Vanchetti, pp. 304, euro 18,50), la reporter polacca Margo Rejmer traccia il ritratto caleidoscopico di una città e di un Paese che conservano ancora ben visibili i segni materiali e le ferite interiori del totalitarismo. Bucarest è una capitale che ha sofferto la fame, il freddo e gli indicibili orrori di un comunismo feudale e personalistico, dove le chiese venivano demolite di notte e la gente spariva all’improvviso. Un sistema dominato dalla paranoia e dal terrore indotti dall’auto-nominato Padre della Nazione che ridusse i suoi cittadini in sudditi – anzi, in “formiche” – prima di finire fucilato dal suo stesso popolo, il giorno di Natale del 1989. Situata a un crocevia tra Oriente e Occidente, la Romania è un’isola latina circondata da un mare di paesi slavi che dall’Impero Romano alla capitolazione del Patto di Varsavia è stata saccheggiata, divisa, ricostruita, rasa al suolo e depredata. Un luogo dove gli ideali di un tempo e le illusioni della rivoluzione si sono trasformate in disincanto e rassegnazione. Per raccontare il territorio, la storia e la quotidianità di una nazione martoriata e risorta, in lotta da secoli per la propria sopravvivenza, Rejmer alterna l’analisi storico-sociale alle testimonianze, immergendosi nelle vite della gente comune della Romania post-comunista. Mettendosi letteralmente in ascolto di un popolo, con uno stile narrativo e un’empatia che ricordano il premio Nobel Svetlana Alexievich. Dà voce alle persone sopravvissute a un’epoca macchiata di sangue in cui ogni aspetto della vita era controllato dallo Stato, in cui dittatori, informatori della Securitate e politici corrotti hanno privato il Paese della sua linfa vitale. E scopre che, per poter andare avanti e immaginare un futuro, molti di essi hanno dovuto rimuovere gli eventi più traumatici del passato, a cominciare dalle donne che hanno subito per anni l’atrocità degli aborti di massa illegali. Le molteplici contraddizioni di Bucarest – la sua ricchezza mischiata alla miseria, l’identità urbana che convive con quella rurale – offrono un materiale letterario che la giovane giornalista polacca declina con una prosa scorrevole e molto accurata, a tratti arricchita da giochi estetici e retorici come l’uso del diario, la ricreazione di leggende o l’uso del monologo interiore. Margo Rejmer sarà in Italia, al Salone dell’editoria sociale di Roma, il 15 ottobre con Goffredo Fofi.

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