DDR, quando la poesia divenne un’arma contro l’Occidente

Avvenire, 15 aprile 2022

Berlino est, 1982. Un gruppo di uomini inizia a ritrovarsi una volta al mese all’ora del tè per discutere di poesia e letteratura. Studiano il pentametro giambico utilizzato da Shakespeare, le rime incrociate, i sonetti di Petrarca. Si cimentano nella scrittura di versi e poi li leggono a voce alta. Non sono dissidenti del regime comunista o intellettuali amanti della libertà bensì spie, ex agenti, giovani reclute e veterani della Seconda guerra mondiale. La stanza che li accoglie è infatti tappezzata di ritratti di Lenin e di Erich Honecker, leader della Germania orientale, e si trova all’interno del Ministero per la sicurezza dello Stato nel quartiere di Adlershof, un luogo così segreto da non essere nemmeno presente nelle mappe della città. Da un regime orwelliano come fu quello della DDR tutto sarebbe stato lecito immaginarsi tranne che l’amore per la poesia, perlomeno non nel senso del “traboccare spontaneo di potenti sensazioni”, come lo definì William Wordworth. Eppure, negli anni che precedettero la caduta del Muro, l’isteria di un sistema ormai vicino al collasso portò persino all’illusione di poter battere l’Occidente attraverso le rime e i sonetti, istruendo le spie a usare i versi come arma ideologica. A guidare questo insolito cenacolo letterario fu Uwe Berger, un uomo magro, con gli occhiali spessi e l’aria professorale, secondo il quale “la poesia doveva aumentare la fame di vittoria nella guerra di classe”. E con buona pace di Wordworth o di Shakespeare il suo gruppo prese il nome di “Circolo di lavoro degli scrittori cekisti” (un riferimento alla Čeka, la temibile polizia segreta bolscevica antenata del Kgb).
Quella raccontata dal giornalista britannico Philip Oltermann in Il circolo di poesia della Stasi. Una strana storia di spie e sonetti nel pieno della guerra fredda (Utet, traduzione di Teresa Ciuffoletti, pagg. 272, euro 18) è una storia incredibile, che mostra fino a che punto arrivò l’ossessione comunista per la letteratura in Germania orientale. Fin dalla sua nascita nel 1949, la Repubblica Democratica tedesca si considerò una società letteraria colta e cercò di contrapporsi anche attraverso la cultura a un Occidente considerato ignorante, filisteo e dedito esclusivamente al consumismo. Non a caso uno dei fondatori dello Stato tedesco-orientale era lo scrittore comunista Johannes R. Becher, che da ministro della cultura contribuì a creare nuove istituzioni letterarie, ritenendo che la DDR dovesse essere una Literaturgesellschaft, ovvero una “società della letteratura”. Lo stesso Erich Honecker, leader del regime dell’est dal 1971 fino alla sua definitiva caduta nel 1989, si vantava che il suo fosse un “paese di lettori” mentre la Germania occidentale era soltanto un “paese di bestseller”. “Nella seconda metà degli anni ‘70 – spiega Oltermann – la censura dei libri fu rafforzata sulla scia delle proteste contro il trattamento riservato dallo Stato al popolare cantautore e poeta Wolf Biermann, che nel 1976 fu sottoposto all’espatrio coatto per aver criticato la DDR durante un concerto”. “All’inizio degli anni ‘80 il dipartimento di sicurezza dello Stato incaricato di occuparsi delle attività culturali arrivò a contare 170 dipendenti a tempo pieno mentre le principali fabbriche della Germania est furono obbligate per decreto a dotarsi di grandi biblioteche con testi scelti dal regime”.
La letteratura era un’arma e lo Stato doveva assicurarsi che fosse maneggiata dalle persone giuste. Oltermann ha intervistato molti di coloro che frequentarono i seminari in cui Uwe Berger – morto nel 2014 – leggeva ad alta voce le sue poesie noiose e prosaiche. In una di esse arrivò a declamare i meriti l’Unione Sovietica definendola “il luogo dove prevale la saggezza”. Scriveva regolarmente per la Stasi recensioni e rapporti su opere pubblicate in Occidente, stroncando senza pietà grandi scrittori tedeschi del Novecento come Wolfgang Hilbig, accusato di essere portatore di “una visione nichilista della vita”. Tra i compiti di Berger c’era anche quello di stroncare sul nascere qualsiasi talento poetico. Come quello di Alexander Ruika, un soldato 19enne le cui aspirazioni letterarie furono spente sul nascere per trasformarlo in un informatore della Stasi. Il giovane venne incaricato di raccogliere informazioni sul poeta Gert Neumann, definito da Berger “uno psicopatico illuso”, i cui “pensieri confusi” e “proverbi incomprensibili” rifiutavano la vita nella repubblica socialista propagandando “un irrazionalismo religioso”. Neumann era una celebrità letteraria anche al di là del Muro e il ministero ingaggiò tre critici letterari per decodificare la sua scrittura. “Non venne ufficialmente censurato ma i suoi manoscritti rimasero bloccati nell’ufficio della censura statale perché anche le menti più intelligenti del ministero della Cultura non sono riuscite a capire cosa aveva effettivamente detto”. La giovane Annegret Gollin fu invece arrestata per aver scritto una poesia sugli effetti distruttivi sull’anima della vita in un palazzo di cemento. Venne interrogata decine di volte sul significato di quei versi e infine condannata a venti mesi di prigione. “Il circolo poetico della Stasi fu addestrato per entrare nella testa dei poeti dissidenti. Un documento del Ministero per la sicurezza di Stato risalente al 1980 affermò che l’arte e la cultura erano particolarmente soggette ad ‘aggressioni subliminali’, perché gli scrittori utilizzavano tecniche segrete come allegorie, metafore, favole ed effetti dell’alienazione”, prosegue Oltermann, il cui libro è diviso in dodici sezioni, ciascuna delle quali fa riferimento a una figura retorica o a un tipo di poesia. Per anni ha scandagliato gli archivi della DDR a Berlino scoprendo cartelle piene di dattiloscritti in poesia – distici in rima ma anche versi liberi -, ha ripescato volumi dimenticati e ha rintracciato chi prese parte a uno degli esperimenti più bizzarri della Repubblica democratica tedesca. Scoprendo che furono infine gli stessi agenti a mettere in discussione l’ideologia dello Stato poiché lo studio della poesia, invece di radicalizzare la loro fede incrollabile nel partito, portò alcuni di loro a maturare gli stessi dubbi di molti cittadini al di fuori della macchina burocratica. L’incredibile storia del circolo di poesia della Stasi fa comprendere anche perché, nei regimi fondati sul fanatismo ideologico, i migliori scrittori sono inevitabilmente dissidenti.

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