1961, l’inizio della fine del regime comunista

Eretto esattament cinquant’anni fa, il Muro di Berlino divise due mondi in conflitto tra loro, e segnò il lento, inesorabile fallimento del blocco sovietico.

Quel giorno di metà agosto del 1961 John Fitzgerald Kennedy tirò un sospiro di sollievo. In una sola notte, i sovietici erano riusciti a erigere una barriera intorno a Berlino, isolando la parte occidentale della città e dividendo strade, case e intere famiglie. In poche ore issarono decine di chilometri di filo spinato che furono presto sostituiti da blocchi di cemento e lamiera, e dettero vita al simbolo più tetro della Guerra Fredda. “Non è certo una soluzione soddisfacente, ma è sempre meglio un muro di una guerra”, confidò il presidente degli Stati Uniti d’America, in carica da pochi mesi, ai suoi più stretti collaboratori. Eppure, poche settimane prima, il leader della Ddr Walter Ulbricht aveva assicurato che nessuno era intenzionato a costruire una barriera per fermare l’esodo della popolazione della Germania Est. La decisione, presa repentinamente con la benedizione di Mosca, concludeva di fatto un annus horribilis per il giovane inquilino della Casa Bianca, che in aprile aveva già mandato in frantumi il mito dell’invincibilità statunitense con la fallita invasione della Baia dei Porci. Questi fatti avvantaggiarono inevitabilmente il suo rivale, l’anziano e irascibile Nikita Kruscev, che sembrò volgere la partita a suo favore. Ma la storia di eventi così complessi non può essere analizzata attraverso i singoli episodi e dunque stupisce che oggi, a cinquant’anni esatti di distanza, l’operato di Kennedy in quella crisi sia messo in discussione nel nuovo saggio di Frederick Kempe, “Berlin 1961. Kennedy, Khrushchev, and the Most Dangerous Place on Earth”. Giornalista e scrittore, per lunghi anni corrispondente da Berlino del Wall Street Journal, Kempe ha ricostruito nel dettaglio i mesi che portarono alla nascita del Muro consultando archivi statunitensi, tedeschi e sovietici, e raccogliendo un’imponente mole di testimonianze. Il suo ponderoso volume (circa seicento pagine ricche di illustrazioni) parte dall’analisi del profilo psicologico dei protagonisti della crisi più drammatica della Guerra Fredda e afferma che all’epoca Kennedy non fece niente per fermare l’ascesa del comunismo in Europa, e che proprio la sua arrendevolezza su Berlino incoraggiò Kruscev a installare i missili atomici a Cuba, l’anno dopo.
In un primo momento il confronto tra i due sembrò impari, tanto che un esperto diplomatico statunitense descrisse il loro primo (e unico) faccia a faccia che si svolse a Vienna un paio di mesi prima della nascita del Muro, come “l’incontro tra il ragazzino e Al Capone”. Kempe ricorda che in quell’occasione il leader sovietico aveva toccato con mano le debolezze e le indecisioni del suo interlocutore e non lesina critiche nei confronti dell’inerzia di Kennedy a Berlino, sostenendo che la città fu abbandonata al suo destino, facendo guadagnare altro terreno all’Unione Sovietica. La sua ricostruzione dei fatti è precisa e arricchita dal racconto di alcuni episodi curiosi, talvolta grotteschi, che segnarono la diplomazia internazionale in quei giorni. Ad esempio i particolari della riunione tra Mao e Kruscev che si tenne all’interno di una piscina. Il leader cinese era un appassionato nuotatore e quel giorno si mise a fare vasche su vasche per impressionare il suo ospite, che sapeva galleggiare a malapena su un salvagente. Ma i veri protagonisti della trentennale tragedia del Muro furono i berlinesi, ‘prigionieri’ nella loro stessa città. Nel libro c’è spazio anche per alcune significative storie di vita quotidiana, come quella di chi decise di scappare all’Ovest il 14 agosto ma non ci riuscì perché proprio la sera prima fu eretta la famigerata barriera di filo spinato. O di chi il muro se lo trovò dentro la propria casa, come l’anziana donna che scappò calandosi dalla finestra perché il confine artificiale aveva diviso anche la sua abitazione: la porta a est, la finestra sul retro a ovest. Il lavoro di Kempe è dunque estremamente interessante ma le sue critiche a Kennedy appaiono ingenerose, sia perché appena un anno dopo sarebbe uscito vincitore da un’altra grave crisi – quella dei missili a Cuba – e sia perché di fatto nessun presidente americano mise mai in discussione la leadership sovietica nell’Europa orientale: né Eisenhower ai tempi della rivolta ungherese del 1956, né Johnson durante la primavera di Praga, dodici anni dopo. D’altra parte, due milioni di persone erano già scappate da Berlino Est e Kennedy sapeva che quell’emorragia era una minaccia per la stabilità dell’intero blocco orientale. Tutti, eccetto i berlinesi, ebbero qualcosa da guadagnare dal Muro nel breve periodo, anche gli Stati Uniti, che riuscirono così ad allontanare il rischio di una guerra nucleare. Ma Kennedy intuì anche che il Muro stesso era il paradigma perfetto del fallimento del sistema comunista e lo spiegò con chiarezza il 26 giugno 1963, durante la sua storica visita a Berlino Ovest. Un paese che deve rinchiudere i propri cittadini minacciando di sparare per impedir loro di fuggire – spiegò – è inevitabilmente destinato alla sconfitta. Fu necessario attendere quasi tre decenni, ma alla fine la Storia gli dette ragione.
RM

Questo articolo è uscito su Avvenire il 13 agosto

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