Katyn e la coscienza sporca dei sovietici

katynUn’elaborazione del lutto lunga quasi 70 anni per la Polonia e per Andrzej Wajda. Nella primavera del 1940, quattromilacinquecento tra ufficiali e soldati dello sconfitto esercito di Varsavia venivano eliminati con un colpo alla nuca dagli scherani del Nkvd su inequivocabili direttive del Politburo. Seppelliti in fosse comuni nella foresta di Katyn, i cadaveri vennero riportati alla luce nel 1943 dai nazisti accendendo una feroce campagna propagandistica che cambierà bruscamente di segno quando i vincitori sovietici poseranno nuovamente il tallone di ferro sulla Polonia che già avevano invaso quando erano alleati di Berlino. Da allora sino all’ammissione di colpa da parte di Mosca nel 1990 la verità ufficiale, sponsorizzata anche attraverso la solerte accondiscendenza dei partiti comunisti occidentali, fu che l’ordine della strage era stato firmato non da Giuseppe Stalin ma da Adolf Hitler. Una menzogna a miccia lunga, ma pur sempre una menzogna. Uno dei massacri di un secolo di scatenati mostri al lavoro come il Novecento è diventato un film, “Katyn”, da oggi anche nelle sale italiane, che il suo autore, Andrzej Wajda, ha dedicato alla memoria del padre, uno dei trucidati fra quegli alberi maledetti. Un’opera solenne, ieratica, toccante e austera che mette in scena la disperazione, lo spaesamento e il cocciuto coraggio di madri, mogli e figli. Con gli occhi delle donne, Wajda allestisce un’evocazione che non risparmia nulla, compresa l’emarginazione postbellica per gli orfani degli assassinati, ma che non coniuga l’odio bensì il culto della memoria e dell’identità per un olocausto il cui vergognoso opificio ha continuato a macinare vittime e disinformazione. Con uno stile secco e impietoso, uno dei grandi vecchi del cinema europeo, dopo aver condotto il melodramma privato e storico davanti alle pagine del diario di un condannato, incide sullo schermo la magistrale e terribile sequenza delle esecuzioni, prima in una squallida cella poi nel bosco: sangue lavato a secchiate e calpestato da stivaloni, morti trascinati su uno scivolo e ammassati su camion, ancora preghiere, ancora urla soffocate, una corda che stringe il collo e i polsi, il proiettile in testa, la caduta tra i corpi che saranno coperti dalla terra smossa dalla ruspa preceduta dall’aguzzino del colpo di grazia inferto con la baionetta, mentre tra le zolle spunta una mano che stringe un rosario. Questo l’epilogo di una ricostruzione che si era aperta con un’altra sequenza ad alta definizione ed emozione su un ponte nel settembre del 1939: migliaia di sfollati cercano di fuggire da una parte all’invasione dell’Armata Rossa e dall’altra a quella della Wermacht scambiandosi grida di pericolo nella vicendevole recriminazione sull’assurdità senza scampo della scelta. Una tragedia coniugata dalla metrica della superba sofferenza creativa trapunta di simboli, ora cristologici ora di tremenda metafora come la bandiera polacca smembrata: con il rosso assurto a vessillo dei torturatori e il bianco svilito a improvvisato copriscarpe della soldataglia bolscevica.
(da Il Secolo XIX)

2 commenti su “Katyn e la coscienza sporca dei sovietici”

  1. Come mai i proiettili rinvenuti in tutti i corpi erano tedeschi (tutti freddati con un proiettile alla nuca tipico dell’esercito tedesco)? Come mai al processo di Norimberga venne fuori che furono i tedeschi ad orchestrare il tutto per mettere in difficoltà L’URSS nei confronti degli alleati? E perché la scoperta 3 anni dopo l’invasione tedesca? E guarda caso in coincidenza della sconfitta di Stalingrado? Inoltre ritengo che le prove di colpevolezza dette da un uomo che fece di tutto per affossare l’URSS abbiano poco valore (soprattutto nella fase ormai avanzata del declino sovietico, un po’ come sparare sulla croce rossa, cosa vuoi che con il comunismo che crolla si mettano a discutere di Katyn?). E comunque sono in attesa ancora di vedere le prove di Medved (non quelle elettroniche che come tutti sappiamo possono essere falsificate in ogni modo oppure omesse, tanto chi verifica più l’autenticità). E’ una vicende che lascia molti, anzi moltissimi dubbi e finché non vi saranno prove contrarie, soprattutto logiche su tale eccidio, rimarrò dell’idea che furono proprio i nazisti a perpetrare tale eccidio.

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