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Mandela, “così ho vinto il mio carcere”

Avvenire, 30.7.2017

Nelson Mandela è una di quelle figure monumentali del Novecento sulle quali si ritiene di sapere ormai già tutto, data la quantità di libri, saggi e studi che sono stati scritti da e su di lui, a cominciare dall’imprescindibile autobiografia Lungo cammino verso la libertà, uscita per la prima volta in edizione italiana nel 1995. Eppure, la raccolta di lettere inedite dalla prigione che uscirà in contemporanea in tutto il mondo il 18 luglio 2018, in occasione del centenario della sua nascita, svelerà molti particolari finora ignoti sulla sua vita e la sua straordinaria lotta politica.

L’opera, annunciata nei giorni scorsi dalla Fondazione Nelson Mandela, sarà composta da 250 lettere quasi tutte inedite, che il padre del Sudafrica post-apartheid scrisse durante i lunghi anni di prigionia, dal 1962 al 1990. Organizzate cronologicamente e divise in quattro sezioni, ciascuna per ogni carcere che lo ospitò in quegli anni (Pretoria, Robben Island, Pollsmoor e infine il Victor Verster di Paarl, nei pressi di Città del Capo, dal quale fu liberato l’11 febbraio 1990), arrivano tutte dagli archivi Mandela, dalle collezioni private della famiglia e dagli archivi governativi, le cui restrizioni sono state ridotte col trascorrere degli anni. Decine e decine di lettere che il più famoso prigioniero politico del Novecento scrisse ai familiari, ai sostenitori, ai funzionari del governo e alle autorità carcerarie, il cui contenuto spazia dalle questioni familiari agli argomenti strettamente politici, fino alla vita quotidiana in prigione. Da quanto è emerso finora, si sa che contribuiranno a delineare un ritratto intimo dell'”uomo” Mandela, che troppo spesso è rimasto schiacciato dalla sua figura di leader politico. Alcuni estratti delle lettere sono stati anticipati dal New York Times. In uno di questi, Mandela si rivolge alla moglie Winnie chiedendole informazioni sulle sue precarie condizioni di salute. In una missiva inviata dalla prigione di Robben Island, il futuro premio Nobel si dice felice di sapere che la sua amata consorte, affetta da gravi problemi di cuore, verrà curata da ottimi specialisti. In alcune altre ribadisce invece che soltanto il coraggio e la determinazione possono far superare ostacoli apparentemente insormontabili, preparando il terreno per la vittoria finale. Altre ancora raccontano invece nel dettaglio alcune fasi strazianti della sua vita, come quando gli venne negato il permesso per partecipare ai funerali della madre e poi anche a quelli del figlio, che morì in un incidente d’auto nel 1969. Sarà quindi la sua stessa voce a regalarci un nuovo profilo autobiografico del grande leader sudafricano, a raccontarci come sia riuscito a mantenere intatto il suo spirito durante i lunghi periodi in isolamento, a dialogare col mondo esterno che a poco a poco iniziava a mobilitari per la sua liberazione e a solidarizzare con la lotta del suo popolo.
La raccolta è stata curata e annotata da Sahm Venter, uno dei più autorevoli giornalisti sudafricani da alcuni anni impegnato come ricercatore della fondazione. “Queste lettere – ha spiegato – ci ricordano le terribili pressioni alle quali Mandela fu sottoposto per sopravvivere a un regime che intendeva cancellarlo dalla coscienza del paese e farlo morire in carcere”. Il leader e futuro presidente scrisse gran parte di esse con la consapevolezza che forse non sarebbe mai tornato in libertà. Il regime segregazionista lo considerava un “detenuto di sicurezza”, classificato nella categoria D, e per questo gli riservò il trattamento più duro: poteva ricevere una visita e una lettera ogni sei mesi e tutte le sue comunicazioni dovevano essere scritre in inglese per poter essere controllate dalla censura. Quando nel 1964 entrò nel famigerato carcere di Robben Island, al largo di Città del Capo, dopo essere stato condannato all’ergastolo con l’accusa di aver compiuto decine di azioni di sabotaggio, un gruppo di guardie afrikaans lo accolse gridandogli “morirai su quest’isola”. In quel carcere privo di luce e acqua, dove il cibo era scarso, pessimo e sempre uguale, i prigionieri politici trascorrevano le giornate spaccando le pietre sotto il sole oppure scavando in una cava di calce. In breve tempo, gli spazi angusti della sua cella divennero un luogo di introspezione, di elaborazione politica e di dialogo a distanza con i suoi cari. La scrittura, alla quale Mandela poté dedicarsi nei pochi momenti di riposo, diventò uno strumento di lotta, un’indispensabile medicina per sopravvivere che contribuì a fare di lui un simbolo mondiale di coraggio e perseveranza.
La Fondazione Mandela ha ceduto i diritti per la pubblicazione negli Stati Uniti alla Liveright Publishing, un marchio prestigioso dell’editoria a stelle e strisce noto per aver stampato per primo le opere di Hemingway, Faulkner e Freud, e rinato alcuni anni fa, dopo la bancarotta, sotto l’egida della casa editrice W.W. Norton. All’opera che uscirà l’anno prossimo – con la prefazione della nipote dell’ex presidente, Zamaswazi Dlamini-Mandela – farà seguito poi un secondo volume più articolato e rivolto a un pubblico di studiosi e specialisti, la cui uscita è prevista per il 2019. Anche l’edizione italiana arriverà nelle librerie nel luglio 2018, grazie alla casa editrice Il Saggiatore che si è aggiudicata i diritti per il nostro paese.
RM

Il futuro del Sudafrica si decide ai funerali

Venerdì di Repubblica, 26.5.2017

I leader politici di successo, in Sudafrica, devono saper parlare anche ai morti. Nel dicembre prossimo l’African National Congress, il partito che governa il paese dalla fine dell’apartheid, terrà il suo congresso per eleggere il successore di Jacob Zuma, presidente dal 2007, ma se le regole interne non saranno cambiate in corsa, i candidati non potranno svolgere campagna elettorale usando i metodi tradizionali. Nello statuto del partito che fu di Nelson Mandela vige infatti ancora una regola risalente ai tempi lontani in cui l’Anc era un movimento di resistenza clandestino, e che vieta ai suoi leader la partecipazione a comizi e manifestazioni politiche. Per aggirare una norma del tutto anacronistica, che fu varata per motivi di sicurezza e dovrebbe essere presto abolita, i candidati hanno però studiato un metodo ingegnoso. Partecipano con assiduità alle funzioni religiose, alle cerimonie funebri e alle tumulazioni, trasformandole in opportunità per fare proseliti, con il ricordo del ‘caro estinto’ che sfocia spesso in un vero e proprio intervento politico dal pulpito, senza dare troppo nell’occhio. La campagna elettorale al cimitero è infatti un’arte raffinata: bisogna saper lanciare un messaggio conciso ed efficace ma senza farlo apparire un comizio, per non incorrere nelle sanzioni disciplinari previste dal regolamento del partito. La “star” di questo modo alternativo di fare propaganda elettorale è Nkosazana Dlamini, una delle mogli dell’attuale presidente Zuma, che pare anche intenzionata a succedergli alle presidenziali del 2019.

Nkosazana Dlamini

Ma il suo rivale più accreditato alla presidenza dell’Anc, l’attuale vicepresidente Cyril Ramaphosa, non è da meno: qualche settimana fa ha aperto la sua campagna elettorale ‘sotto copertura’ pronunciando un accorato discorso politico durante una conferenza in memoria di Chris Hani, un leader della lotta anti-apartheid assassinato nel 1993.
RM