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Padre Reinisch sotto la lama nazista

Avvenire, 21.11.2018

“Prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è né sicura, né conveniente, né popolare; ma bisogna prenderla, perché è giusta”. Molti anni prima che Martin Luther King pronunciasse una delle sue frasi più famose, padre Franz Reinisch trovò la forza di opporsi a Hitler sacrificandosi fino alle estreme conseguenze per non tradire la sua fede in Dio. Sarebbe passato alla storia come l’unico prete cattolico ghigliottinato ai tempi del Terzo Reich. A lungo preso di mira dalla Gestapo per la sua aperta e radicale disapprovazione nei confronti del Fuhrer, padre Reinisch subì prima il divieto di tenere conferenze e di predicare in tutto il territorio del Reich poi ricevette la chiamata dalla Wehrmacht con il conseguente obbligo di prestare il giuramento fedeltà a Hitler. “Sapeva bene che agli obiettori di coscienza erano riservate pene durissime e molti cercarono di fargli cambiare idea, ma lui fu sempre irremovibile nel suo rifiuto. Disse che sarebbe stato disposto a giurare fedeltà al popolo tedesco ma non al Fuhrer”, ci spiega lo scrittore irlandese David Rice, autore di I Will Not Serve: The Priest Who Said No To Hitler, un romanzo biografico appena uscito che racconta la vita di questo martire cattolico.
Franz Reinisch era nato nel 1903 nella città austriaca di Feldkirch, e dopo studi in diritto e filosofia era entrato nel Seminario maggiore di Bressanone. Nel 1928 prese gli ordini ed entrò a far parte della comunità pallottina nel movimento di Schoenstatt, iniziando a prendere posizione pubblicamente contro il nazismo subito dopo l’ascesa al potere di Hitler, che lui definiva “la personificazione dell’Anticristo”. Quando nel 1942 ricevette l’ordine di entrare nelle forze armate – al pari di migliaia di altri esponenti del clero dell’epoca – era ancora all’oscuro dell’esistenza dei campi di sterminio, non poteva sapere che il regime stava attuando la Soluzione finale ma aveva già visto gli ebrei perseguitati per le strade, intere famiglie strappate dalle loro case e sparite nel nulla. Aveva assistito con i propri occhi alle violenze contro i religiosi e alla repressione di qualsiasi forma di dissenso. Per questo si convinse che non avrebbe potuto prestare giuramento di fedeltà a Hitler senza tradire i principi nei quali credeva così fermamente. Nel 1937 papa Pio XI aveva denunciato il nazionalsocialismo con la sua enciclica Mit brennender Sorge, definendolo “l’apostasia orgogliosa da Gesù Cristo, la negazione della sua dottrina e della sua opera redentrice”. Negli anni seguenti migliaia di persone vennero costrette con la violenza a rinunciare alla fede cristiana, e persino professarsi cattolici equivaleva ormai a opporsi al nazismo.
Il libro di Rice racconta in forma romanzata il percorso interiore che condusse padre Reinisch verso un coraggioso rifiuto che sbalordì persino i vertici della Wermacht. “Ci deve pur essere qualcuno che si oppone agli abusi di potere. Io, come cristiano, sento di essere chiamato a esprimere questa protesta”, spiegò durante la consegna delle divise militari nella caserma di Bad Kissingen. Continua la lettura di Padre Reinisch sotto la lama nazista

Sarajevo, la rinascita è salita in funivia

Avvenire, 26.10.2018

Da lassù, Sarajevo sembra un’astronave sospesa tra le nuvole. È una vista che toglie il fiato, circondata da una natura rigogliosa e selvaggia. Sulle pendici del monte Trebević sono ormai tornati anche gli uccelli. Erano stati i primi a scappare, nell’aprile del 1992, quando l’armata serbo-bosniaca cominciò ad assediare la città da queste alture. Da pochi mesi anche gli abitanti si sono finalmente riappropriati della montagna sacra che venne trasformata in parco naturale dal Maresciallo Tito, che ospitò alcuni impianti delle Olimpiadi invernali del 1984 e poi divenne un simbolo di morte poiché da lì, per oltre quattro anni, piovvero le granate e i colpi dei cecchini. Prima che si scatenasse l’inferno, la salita al monte Trebević con la Žičara, la funivia che partiva dal centro cittadino, era la gita fuori porta preferita dai sarajevesi, un luogo di incontro amato dalle famiglie, un filo teso verso il cielo che consentiva di volare a 1200 metri sopra il livello del mare. Finché la guerra non cambiò tutto, trasformando la montagna sacra in un luogo maledetto popolato dai fantasmi. Mentre preparavano l’assedio della città, le truppe di Ratko Mladić distrussero la Žičara e uccisero senza pietà Ramo Biber, il giovane guardiano dell’impianto, destinato a passare alla storia come una delle prime vittime del conflitto. Poi le milizie serbo-bosniache occuparono la montagna e di lì a poco su quel territorio impervio e fitto di vegetazione fu insediata la prima linea del fronte, che in alcuni punti arrivava a ridosso delle case della città. La strada che risaliva il Trebević venne interrotta dai check-point dell’armata bosniaca e da quelli serbi, che impedivano persino il passaggio dei convogli umanitari diretti alla popolazione assediata. Finito il conflitto nel 1995, la priorità fu data alla ricostruzione di ospedali, scuole, edifici pubblici e luoghi di culto. Ma ciò non basta a spiegare un ritardo di oltre vent’anni per veder tornare in funzione la funivia. Più dei soldi è mancata a lungo la volontà politica di ricostruire un simbolo dell’unità cittadina, un tracciato che segna la linea di confine fra le due entità che compongono la Bosnia nata dagli accordi di pace di Dayton. Da un lato la Federazione di Bosnia-Erzegovina, dall’altro la Republika Srpska, l’area serbo-bosniaca in cui si trova la montagna. Sulle pendici del Trebević si trova anche la fossa comune di Kazani, dove i paramilitari bosniaci gettarono decine di civili, in gran parte serbi. Nel 2008 un’associazione di Belgrado cercò a tutti i costi di issare sulla cima del monte una gigantesca croce ortodossa alta ventisei metri. Doveva essere visibile da qualsiasi punto di Sarajevo, come quella eretta dai croati sul monte Hum, che sovrasta la città di Mostar. Il progetto suscitò forti proteste e venne infine accantonato in seguito all’intervento dell’Alto Rappresentante della comunità internazionale.
Ci sono voluti ventisei anni esatti dall’inizio della guerra, per rivedere finalmente la Žičara nel cielo di Sarajevo. Se dalla primavera scorsa è finalmente possibile tornare in cima al Trebević in pochi minuti gran parte del merito è di Edmond Offermann, un fisico nucleare olandese sposato con una donna di Sarajevo che ha donato quattro milioni di euro per contribuire alla ricostruzione dell’impianto. La nuovissima e luccicante funivia è stata progettata dall’architetto Mufid Garibija e realizzata dall’azienda altoatesina Leitner, ha trentatré cabine con dieci posti ciascuna che consentono di risalire la montagna dal centro città in appena sette minuti. Alla stazione di partenza è stata collocata una delle vecchie cabine dell’epoca, un monumento alla memoria di un recente passato che tutti qua ricordano con nostalgia. È rossa, ha ancora i simboli olimpici sui lati e colpisce per le sue piccole dimensioni. La salita è spettacolare, e per apprezzarla fino in fondo è necessario dare le spalle alla montagna. Appena partiti, volgendo lo sguardo di là dal fiume, si scorge l’inconfondibile profilo moresco color giallo-ocra della biblioteca nazionale, la Vijećnica, che fu bruciata durante la guerra e nel 2014 è stata riaperta per ospitare l’amministrazione cittadina. Poi la città si allontana assumendo contorni rarefatti e sfumati dalla fitta coltre di nebbia che la avvolge intorno al calar del sole. La stazione di arrivo è intitolata a Ramo Biber, come ricorda una targa alla sua memoria. La discesa dalla funivia è un brusco ritorno alla realtà, perché tutto intorno non c’è quasi niente. Per affacciarsi sulla città e scattare una foto ricordo c’è al momento solo una grande spianata di cemento grezzo. Gli anziani sarajevesi raccontano che in un tempo non troppo lontano lassù c’era il Vidikovac (Belvedere), un ristorante che prima della guerra era considerato ancora tra i migliori del paese. D’estate si cenava in terrazza all’aria aperta, contemplando le luci della città che sembravano stelle cadute dal cielo. Imboccando il sentiero che scende a valle ci si addentra velocemente nel bosco, dove sono ancora visibili i segni delle trincee e dei bunker antiaerei scavati un quarto di secolo fa. Le massicce operazioni di sminamento compiute in anni recenti consentono ormai di attraversare senza patemi quello che durante la guerra era stato trasformato in un gigantesco campo minato. Non lontano dai piloni della funivia, nascosti in mezzo agli alberi, spuntano quasi all’improvviso i resti della vecchia pista da bob usata durante le Olimpiadi del 1984. È un grigio binario di cemento ravvivato dai graffiti degli artisti di strada che oggi viene a volte usato dagli skaters. In alcuni punti si notano ancora i fori praticati ad altezza d’uomo, dai quali durante la guerra venivano fatte passare le canne delle mitragliatrici. Ma dall’altro lato della montagna è possibile imbattersi anche nelle piste da sci della Jahorina, tuttora funzionanti. Il trascorrere del tempo sta aiutando Sarajevo a lasciarsi alle spalle i ricordi terribili, e mentre gli abitanti riprendono confidenza con il loro immenso parco, a valle aprono caffetterie e ristoranti, le case sono ormai quasi tutte ricostruite, sono comparsi nuovissimi campi da tennis. Nell’opinione di molti, la riapertura della Žičara rappresenta il passo decisivo verso la rinascita della città.
RM

Se Trieste getta cloroformio sui crimini del fascismo

di Paolo Rumiz

C’era da aspettarselo, date le premesse. Trieste va a ricordare l’abominio delle leggi razziali con un aborto di manifestazione. Un ritrovo di pochi intimi accanto a una lapide ben nascosta nel sottopasso del Municipio che i triestini conoscono come “el pisadòr”, leggi pisciatoio. Così, tra una festa della sardella e una Barcolana. Conclusione: con l’eccezione della Curia, della parte meno tremebonda della comunità ebraica, di qualche solitario liberale e di pochi uomini d’onore, la città che in una piazza osannante (sette ovazioni oceaniche) ha visto la proclamazione del razzismo come legge di Stato, calerà le braghe di fronte a una giunta che non gradisce la memoria.Il putiferio è nato da un manifesto, quello del liceo Petrarca, che chiama le cose col loro nome. Ma cosa c’è di forte, di duro, di estremo nella verità storica, e cioè che dei triestini furono complici attivi dei nazisti nell’espulsione e poi nella schedatura degli ebrei in vista dell’annientamento, e non pagarono mai il conto con la scusa dell’italianità da difendere contro gli slavo-comunisti alle frontiere? Meglio non ricordare che una parte della città ha tratto durevoli vantaggi economici e di carriera dal provvedimento fascista. Qualcuno magari potrebbe azzardare un nesso tra le ronde di oggi e le squadracce di ieri. Non sia mai. Il fatto è che quel nesso è svelato non dal manifesto, ma dalla reazione della giunta. Se non ci fosse un legame, non si sarebbe mostrata tanta coda di paglia e si sarebbe commemorato senza problemi l’infausto settembre che ci ha portati alla guerra, alla sconfitta e alla dannazione. Il sindaco si illude di poter tenere a bada i più estremi dei suoi compagni di coalizione. Beato lui. Anche mio zio Giorgio Pitacco, irredentista della prima ora e poi podestà di Trieste nel Ventennio, si illuse di controllare l’avanguardismo del manganello e dell’olio di ricino. Fu sconfitto. Sappia anche Dipiazza che i suoi galletti in giunta non hanno niente a che fare con la Destra occidentale, schierata a difesa dello stato di diritto e dei valori democratici. È gente per cui il potere mondiale è ancora “in mano a ebrei e massoni” (parole pronunciate sei anni fa a un comizio leghista dal vicesindaco Polidori, che però in questa occasione ha preso le distanze dal sindaco, definendo quelle inserite nel manifesto contestato delle «semplici foto che testimoniano un momento storico»). È un movimento illiberale, amico di Putin, vicino a post-comunisti come Orbàn. Non italianissimo, ma balcanico nell’anima. So di rappresentare una minoranza. Vedo già le critiche sul web: il razzista sono io, perché il mio è un discorso che divide, eccetera. Non me ne frega niente. Su temi come questo è sacrosanto fare parte per se stessi e scavare un fossato visibile tra chi è per la libertà e chi è contro. Basta con questa melassa che proclama “vogliamoci bene”, se poi il 3 novembre si accolgono i portatori di odio in piazza per ricordare la fine della Grande Guerra. Non voglio avere nulla a che fare con chi – fosse anche la metà degli italiani – ritiene che blindare i porti sia cosa giusta. Tra le sparate sui porti chiusi e il cloroformio sulla memoria del fascismo esiste un nesso trasparente.

(da Il Piccolo del 15 settembre 2018)

Vukovar, memoria di un urbicidio

Avvenire, 25.8.2018

“L’immagine di Vukovar al termine dell’ottantasettesimo giorno di assedio rimarrà per sempre nella memoria dei testimoni di questi tempi. È uno spettacolo spaventoso. Si sente forte l’odore di bruciato, si cammina sui corpi, sulle macerie e sui detriti in un silenzio raccapricciante. Speriamo solo che i tormenti della città siano finiti”. Il 18 novembre 1991, giorno della definitiva caduta della città croata sotto i colpi incessanti dell’artiglieria serba, andò in onda l’ultima, disperata corrispondenza radiofonica di Siniša Glavašević, prima che il coraggioso giornalista trentunenne di Radio Vukovar sparisse per sempre, come inghiottito nel vuoto. La sua voce trasmessa nell’etere e i suoi resoconti quotidiani avevano offerto un conforto e una speranza di salvezza alla popolazione per l’intera durata dell’assedio e col tempo erano divenuti familiari anche al di fuori della città. La verità sulla tragica fine di Glavašević si sarebbe conosciuta soltanto molti anni più tardi, a conflitto ormai concluso, trasfigurando il giovane reporter nel simbolo di uno dei più terrificanti massacri compiuti in Croazia dopo la dichiarazione di indipendenza del 1991.
Quello che si stava consumando in quei giorni, nella graziosa cittadina affacciata sulle rive del Danubio, era il primo drammatico atto delle guerre che avrebbero devastato i Balcani negli anni ‘90. Dopo un assedio durato tre mesi, Vukovar cadde nelle mani dell’esercito e dei paramilitari serbi che si resero protagonisti di indicibili atrocità a danno della popolazione civile. Il 19 novembre i soldati serbi entrarono nell’ospedale cittadino dove avevano trovato rifugio centinaia di persone, nella speranza di poter procedere a un’evacuazione controllata dalla comunità internazionale. Circa trecento persone furono prelevate e trasportate in autobus fino a una fattoria nei pressi di Ovčara, a una decina di chilometri a sud-est della città. Dopo ore di pestaggi e torture, i prigionieri furono infine trasferiti in un campo vicino, dove vennero uccisi e sepolti in una fossa comune in aperta campagna. L’evocativo memoriale di Ovčara, aperto nel 2006, si trova nel punto esatto dove sorgeva quella fattoria. Tra i numerosissimi visitatori che arrivano qui ogni giorno spiccano le comitive di studenti delle scuole croate, perché i programmi scolastici ministeriali varati a Zagabria l’hanno reso una tappa obbligatoria del percorso educativo nazionale. Varcato il grande portone di legno, si notano i bossoli delle mitragliatrici incastonati nel pavimento. Non sono originali dell’epoca ma fanno anch’essi parte di un’allestimento che è stato studiato nei minimi dettagli. La luce all’interno non viene mai accesa perché tutti i prigionieri furono uccisi durante la notte. Sul soffitto brillano oltre duecento stelle in memoria delle vittime, i cui volti in bianco e nero si accendono a intermittenza sulle pareti. C’è anche quello di Glavašević, i cui resti sono stati rinvenuti nel 1997 in una fossa comune nei campi, a poche centinaia di metri di distanza da qua. Una teca di vetro lungo il muro perimetrale conserva invece gli effetti personali ritrovati insieme ai corpi delle vittime: carte d’identità, quaderni, occhiali, chiavi, pacchetti di sigarette, altre immagini. Piccoli brandelli di vita cancellati dall’odio cieco di quella guerra. “I corpi riesumati finora sono duecento. Ne mancano all’appello altri sessanta, che non sono mai stati ritrovati e quelle persone risultano tuttora scomparse”, spiega il direttore del memoriale, Zdravko Komsic. “Le ricerche di nuove fosse comuni proseguono, anche se purtroppo il numero verde anonimo che il governo croato ha messo a disposizione da tempo non ha avuto finora alcun esito. Nessun serbo della zona si è deciso a fornire informazioni utili per individuare i resti delle altre vittime. Eppure siamo certi che c’è chi sa dove si trovano”, conclude Komsic. Nel 2010 il memoriale di Ovčara è stato visitato per la prima volta dai vertici dello stato serbo. In quell’occasione l’allora presidente Boris Tadic ha reso omaggio alle vittime chiedendo perdono per il massacro a nome di Belgrado. Fu un momento decisivo per la normalizzazione delle relazioni serbo-croate ma non è bastato per chiudere definitivamente una delle pagine più nere della recente storia europea.

Il memoriale di Ovcara

Ancora oggi, a Vukovar, il peso della memoria è soffocante. Quella che fino al 1991 era stata una tranquilla città di confine dove la popolazione mista croata e serba conviveva pacificamente, si ritrovò al centro di un territorio conteso durante la guerra. Nei tre mesi di assedio finì completamente distrutta, guadagnandosi il triste appellativo di “piccola Stalingrado sul Danubio”. Nel 1995 tornò a far parte della Croazia in seguito alla cosiddetta “Operazione Tempesta”, con la quale l’esercito croato riconquistò definitivamente il territorio della Krajina. Da allora in poi è diventata il luogo simbolo della resistenza croata, tanto che ancora oggi la prima cosa che si nota entrando in città dalla strada principale è la gigantesca torre di cemento e mattoni dell’acquedotto cittadino. A suo tempo crivellata dai colpi delle granate serbe, è stata lasciata in rovina fino ai giorni nostri come memento perpetuo dei giorni della guerra. Anche l’ospedale cittadino – che in quei mesi non cessò mai le sue attività – è stato trasformato in un luogo della memoria. Nel seminterrato è stato costruito uno spazio museale con oggetti d’epoca che riproducono la vita quotidiana dei feriti, dei medici e degli infermieri durante l’assedio. Le pareti dei corridoi descrivono cronologicamente quei giorni in base alle testimonianze e ai ricordi dei sopravvissuti. Una stanza è stata riservata alla meditazione. Ogni anno, in occasione dell’anniversario della fine dell’assedio, migliaia di persone partecipano alla tradizionale “via crucis” cittadina marciando dall’ospedale fino al memoriale delle vittime della guerra.

Sinisa Glavasevic

Una strada e una scuola elementare di Vukovar sono state intitolate alla memoria di Siniša Glavašević.
RM

Žadan: «La cultura è la vera arma dell’Ucraina»

Avvenire, 22.7.2018

“La cultura è un’arma nella guerra ibrida che stiamo combattendo in Ucraina da quattro anni. Ma a differenza della politica è capace di unire il paese senza ricorrere alla propaganda o al populismo”. Serhiy Zhadan non è soltanto il più famoso scrittore ucraino contemporaneo ma è anche una delle icone dell’Ucraina post-Maidan. È quindi naturale che sia diventato proprio lui l’anima della rinascita culturale del suo paese, il poliedrico capofila di una scena intellettuale che lo vede impegnato anche come poeta, compositore e musicista. Nelle prime settimane della rivoluzione arancione fu aggredito e picchiato da un gruppo di manifestanti filo-russi nel centro di Kharkiv, la città dove vive. La sua immagine con il volto insanguinato, scortato da due poliziotti, fece il giro del mondo e divenne uno dei simboli dell’onda democratica che travolse il suo paese. Oggi ha poco più di 40 anni ma ha già all’attivo una ventina di libri, tra romanzi e raccolte di poesia, ed è un intellettuale militante che ha scelto di non abbandonare l’Ucraina al suo destino e di diventare anche un ambasciatore della sua cultura in tutto il mondo. Organizza iniziative umanitarie, tiene conferenze nelle università statunitensi che sfociano spesso nella politica, visita periodicamente i soldati impegnati nei fronti di guerra nel Donbas e ha dato vita a una fondazione benefica che fornisce aiuti umanitari alle città colpite dal conflitto.

Nella foto: Serhiy Zhadan

Lo abbiamo incontrato a Firenze, durante una tappa del tour che l’ha portato in giro per l’Italia a presentare Mesopotamia (edizioni Voland, traduzione di Giovanna Brogi e Mariana Prokopovyč), un romanzo a episodi che racconta con una metafora geografica la città di Kharkiv, anch’essa attraversata da due fiumi, situata a pochi chilometri dal confine con la Russia. Aveva invece descritto il paesaggio industriale dell’Ucraina orientale nel precedente La strada del Donbas, un’opera acclamata dalla critica internazionale come uno dei migliori romanzi dell’era post-sovietica. I personaggi che Zhadan tratteggia con una prosa a un tempo lirica e frenetica sono di solito in lotta alla ricerca della propria identità in ambienti ostili e violenti. Entrambi i romanzi li ha scritti però prima che divampasse il conflitto nella primavera del 2014. “La guerra ha cambiato tutto – ci spiega – non ha stravolto soltanto la vita delle persone ma anche la lingua e la letteratura, che sta cercando una nuova voce per esprimere quanto sta accadendo. Tra la gente è forte la consapevolezza che il nostro paese non tornerà più a essere quello di prima”. Zhadan ha sentito il bisogno di raccontare quella guerra con gli occhi dei civili non combattenti: l’ha fatto con Internat (Orfanotrofio), il suo nuovo romanzo attualmente in corso di traduzione in inglese, in tedesco, in russo e in romeno. Un’opera realistica e crudele che è stata definita una versione ucraina di La strada di Cormac McCarthy, dove il protagonista è Pasha, un giovane insegnante statale che vive in un piccolo paese e non comprende ciò che sta accadendo attorno a lui. Un giorno, uscendo di casa, osserva il passaggio delle truppe e decide di andare a prendere suo nipote, che vive in città, in un orfanotrofio che si trova al di là della linea del fronte. Per tre interminabili giorni si avventura in aree dilaniate dalla guerra, attraversa posti di blocco e incontra persone nascoste negli scantinati e nei rifugi. Riuscirà infine a salvarlo ma con lui dovrà intraprendere una nuova odissea per fare ritorno a casa. “L’ho scritto come se fosse la sceneggiatura di un film, per descrivere i sentimenti della gente comune, che oggi si dividono tra la disperazione e improvvise esplosioni di euforia. Un mese fa ho partecipato a un festival letterario organizzato da un gruppo di giovani vicino a Donetsk, una città che ha subito pesanti bombardamenti. C’erano più di un migliaio di persone e nei loro occhi ho notato la voglia di cambiamento del mio popolo”. La capacità di conciliare violenza e lirismo con un linguaggio crudo e immaginifico è forse la chiave del successo di Zhadan, che nel suo paese è ormai diventato un autore di culto anche nel campo della poesia, tanto da essere soprannominato “il Rimbaud ucraino”. Nel suo paese tiene spesso reading poetici che si trasformano in appuntamenti attesissimi ai quali partecipano migliaia di persone. Due territori linguistici, quelli della prosa e della poesia, nei quali lui sembra trovarsi ugualmente a suo agio. “Non faccio quasi mai distinzione – spiega – perché sono due linguaggi che appartengono al medesimo universo. Di solito preferisco la poesia quando la vita di un personaggio è soltanto abbozzata, credo che sia invece assai più adeguata la forma del romanzo quando l’intera storia si presenta di fronte a me nella sua interezza”. Anche la disputa linguistica tra russo e ucraino, che rappresenta uno dei nodi centrali del conflitto contemporaneo, Zhadan ha deciso di solcarla a modo suo, scrivendo in ucraino sebbene viva a Kharkiv, una città dove il russo continua a essere la lingua più parlata. “D’altra parte – ci spiega – prima della guerra il 70-80% del mercato librario era controllato e condizionato dai russi. Oggi le loro case editrici sono state estromesse dal nostro paese e ne sono nate di nuove, autoctone. Sta inoltre fiorendo finalmente un cinema ucraino [quest’anno uscirà anche il film tratto dal suo romanzo La strada del Donbas, ndr]. Stiamo assistendo a un vero rinascimento culturale. I tanti progetti che sono stati lanciati negli ultimi anni stanno modellando una nuova Ucraina. Per questo nutro un moderato ottimismo nei confronti del futuro”.
RM