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Žadan: «La cultura è la vera arma dell’Ucraina»

Avvenire, 22.7.2018

“La cultura è un’arma nella guerra ibrida che stiamo combattendo in Ucraina da quattro anni. Ma a differenza della politica è capace di unire il paese senza ricorrere alla propaganda o al populismo”. Serhiy Zhadan non è soltanto il più famoso scrittore ucraino contemporaneo ma è anche una delle icone dell’Ucraina post-Maidan. È quindi naturale che sia diventato proprio lui l’anima della rinascita culturale del suo paese, il poliedrico capofila di una scena intellettuale che lo vede impegnato anche come poeta, compositore e musicista. Nelle prime settimane della rivoluzione arancione fu aggredito e picchiato da un gruppo di manifestanti filo-russi nel centro di Kharkiv, la città dove vive. La sua immagine con il volto insanguinato, scortato da due poliziotti, fece il giro del mondo e divenne uno dei simboli dell’onda democratica che travolse il suo paese. Oggi ha poco più di 40 anni ma ha già all’attivo una ventina di libri, tra romanzi e raccolte di poesia, ed è un intellettuale militante che ha scelto di non abbandonare l’Ucraina al suo destino e di diventare anche un ambasciatore della sua cultura in tutto il mondo. Organizza iniziative umanitarie, tiene conferenze nelle università statunitensi che sfociano spesso nella politica, visita periodicamente i soldati impegnati nei fronti di guerra nel Donbas e ha dato vita a una fondazione benefica che fornisce aiuti umanitari alle città colpite dal conflitto.

Nella foto: Serhiy Zhadan

Lo abbiamo incontrato a Firenze, durante una tappa del tour che l’ha portato in giro per l’Italia a presentare Mesopotamia (edizioni Voland, traduzione di Giovanna Brogi e Mariana Prokopovyč), un romanzo a episodi che racconta con una metafora geografica la città di Kharkiv, anch’essa attraversata da due fiumi, situata a pochi chilometri dal confine con la Russia. Aveva invece descritto il paesaggio industriale dell’Ucraina orientale nel precedente La strada del Donbas, un’opera acclamata dalla critica internazionale come uno dei migliori romanzi dell’era post-sovietica. I personaggi che Zhadan tratteggia con una prosa a un tempo lirica e frenetica sono di solito in lotta alla ricerca della propria identità in ambienti ostili e violenti. Entrambi i romanzi li ha scritti però prima che divampasse il conflitto nella primavera del 2014. “La guerra ha cambiato tutto – ci spiega – non ha stravolto soltanto la vita delle persone ma anche la lingua e la letteratura, che sta cercando una nuova voce per esprimere quanto sta accadendo. Tra la gente è forte la consapevolezza che il nostro paese non tornerà più a essere quello di prima”. Zhadan ha sentito il bisogno di raccontare quella guerra con gli occhi dei civili non combattenti: l’ha fatto con Internat (Orfanotrofio), il suo nuovo romanzo attualmente in corso di traduzione in inglese, in tedesco, in russo e in romeno. Un’opera realistica e crudele che è stata definita una versione ucraina di La strada di Cormac McCarthy, dove il protagonista è Pasha, un giovane insegnante statale che vive in un piccolo paese e non comprende ciò che sta accadendo attorno a lui. Un giorno, uscendo di casa, osserva il passaggio delle truppe e decide di andare a prendere suo nipote, che vive in città, in un orfanotrofio che si trova al di là della linea del fronte. Per tre interminabili giorni si avventura in aree dilaniate dalla guerra, attraversa posti di blocco e incontra persone nascoste negli scantinati e nei rifugi. Riuscirà infine a salvarlo ma con lui dovrà intraprendere una nuova odissea per fare ritorno a casa. “L’ho scritto come se fosse la sceneggiatura di un film, per descrivere i sentimenti della gente comune, che oggi si dividono tra la disperazione e improvvise esplosioni di euforia. Un mese fa ho partecipato a un festival letterario organizzato da un gruppo di giovani vicino a Donetsk, una città che ha subito pesanti bombardamenti. C’erano più di un migliaio di persone e nei loro occhi ho notato la voglia di cambiamento del mio popolo”. La capacità di conciliare violenza e lirismo con un linguaggio crudo e immaginifico è forse la chiave del successo di Zhadan, che nel suo paese è ormai diventato un autore di culto anche nel campo della poesia, tanto da essere soprannominato “il Rimbaud ucraino”. Nel suo paese tiene spesso reading poetici che si trasformano in appuntamenti attesissimi ai quali partecipano migliaia di persone. Due territori linguistici, quelli della prosa e della poesia, nei quali lui sembra trovarsi ugualmente a suo agio. “Non faccio quasi mai distinzione – spiega – perché sono due linguaggi che appartengono al medesimo universo. Di solito preferisco la poesia quando la vita di un personaggio è soltanto abbozzata, credo che sia invece assai più adeguata la forma del romanzo quando l’intera storia si presenta di fronte a me nella sua interezza”. Anche la disputa linguistica tra russo e ucraino, che rappresenta uno dei nodi centrali del conflitto contemporaneo, Zhadan ha deciso di solcarla a modo suo, scrivendo in ucraino sebbene viva a Kharkiv, una città dove il russo continua a essere la lingua più parlata. “D’altra parte – ci spiega – prima della guerra il 70-80% del mercato librario era controllato e condizionato dai russi. Oggi le loro case editrici sono state estromesse dal nostro paese e ne sono nate di nuove, autoctone. Sta inoltre fiorendo finalmente un cinema ucraino [quest’anno uscirà anche il film tratto dal suo romanzo La strada del Donbas, ndr]. Stiamo assistendo a un vero rinascimento culturale. I tanti progetti che sono stati lanciati negli ultimi anni stanno modellando una nuova Ucraina. Per questo nutro un moderato ottimismo nei confronti del futuro”.
RM

Quella casa a Damasco

Avvenire, 13.6.2018

“Se esiste davvero il Paradiso sulla Terra, questo è senza dubbio a Damasco”. Quanto suonano lontane, oggi, le parole di Ibn Jubayr, grande poeta arabo del XIII secolo. Dopo essere sopravvissuta per secoli a terremoti, incendi e invasioni, la capitale siriana è ormai abbandonata a un triste destino che sta cancellando lentamente quello che fino a pochi anni fa era il centro urbano più antico e meglio conservato di tutto il Medio Oriente. La Vecchia Damasco, circondata da mura romane, non era solo uno dei luoghi più evocativi del Medioriente ma rappresentava anche un ideale nazionale per molti siriani, grazie alla sua diversità etnica e religiosa. Per rivederla in tutto il suo splendore è ormai necessario riavvolgere il nastro della storia recente, affidandosi all’immaginazione o a libri straordinari come La mia casa a Damasco (editore Neri Pozza, traduzione di Massimo Ortelio) della giornalista britannica Diana Darke. Un’opera che è in parte un memoir e in parte un libro di viaggio, basata sull’esperienza personale dell’autrice, una grande esperta di cultura islamica, capace di rievocare con un taglio originalissimo il fascino della vecchia Damasco, raccontandola come una sorta di quiete prima della tempesta. Nel 2005 Darke si trova in Siria per scrivere una guida della città e incontra Bassim, un giovane architetto impegnato nel progetto di restauro della Città Vecchia. Da lui apprende che il governo non ha i fondi necessari per restaurare le antiche dimore di epoca ottomana che costellano il centro di Damasco, e che gli stranieri hanno la possibilità di salvare dalla rovina quei capolavori ricchi di decorazioni e mosaici. Semplicemente acquistandoli. Darke varca la soglia di una casa di epoca ottomana in un quartiere misto sunnita-sciita e si ritrova immersa nella quiete di un cortile ornato da aranci, tralci di vite e rampicanti. Resta folgorata dalla straordinaria bellezza di quel luogo incantato e decide di comprare la casa, per poi sottoporla a tre anni di restauri. Prende avvio così un’avventura che assumerà anche contorni bizzarri, a cominciare dal pagamento, che avviene con la consegna di dieci borse di plastica piene di contanti, in tagli talmente piccoli che serviranno circa sei ore per contarli tutti. Quella casa diventa il pretesto per raccontare la storia pre-rivoluzionaria del paese, la sontuosità della sua architettura e le mille minoranze etniche e religiose a lungo capaci di convivere pacificamente. La sua profonda conoscenza dell’arabo le consente di entrare nei meandri della cultura siriana, esplorandoli nel dettaglio. Purtroppo la pace interiore che è riuscita a trovare nella sua nuova casa viene interrotta bruscamente quando il paese sprofonda nella guerra civile. Darke torna a Damasco per l’ultima volta nella primavera del 2012, proprio nei giorni in cui entra in vigore il piano di pace proposto da Kofi Annan. Ma il cessate il fuoco si rivelerà soltanto una speranza effimera. Da quel momento in poi la sua splendida casa con cortile, al pari di molte altre simili, dovrà ospitare i profughi in fuga da ogni parte del paese. Tra i rimpianti di Diana Darke c’è quello di non aver fatto costruire a suo tempo un hammam – un bagno turco – sotto al cortile della casa perché, spiega, oggi sarebbe un ottimo rifugio anti-aereo. Ma nonostante tutto non ha ancora perso la speranza di poterci ritornare, un giorno.
RM

La resistenza esistenziale di Etty Hillesum

Avvenire, 22.5.2018

Nella foto: Etty Hillesum

“L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”. Etty Hillesum riuscì a viaggiare in un mondo interiore che le consentì di dominare l’orrore della guerra e di lasciarci una delle testimonianze umane e spirituali più alte del nostro tempo. Qualche anno fa, in occasione del settantesimo anniversario della sua morte ad Auschwitz, furono finalmente pubblicate anche in italiano le edizioni integrali del suo diario e delle sue lettere, che fanno conoscere a fondo una delle figure più significative non solo della letteratura concentrazionaria, ma di tutto il pensiero contemporaneo. La resistenza esistenziale di Etty Hillesum può dare le vertigini: le sue profonde fragilità trasformate in forza attraverso un dialogo intimo e personalissimo con Dio, il suo amore per la vita che cresce proporzionalmente all’odio e alla persecuzione nazista, infine la rinuncia a tutto e la scelta di non salvarsi dalla deportazione, pur avendone l’opportunità, ma di condividere la sorte del suo popolo. Una parabola umana e intellettuale che emerge in tutta la sua attualità nel libro di Edgarda Ferri Un gomitolo aggrovigliato è il mio cuore. Vita di Etty Hillesum, un’opera che non è né un saggio, né una biografia in senso stretto, bensì la raffinata ricostruzione di una vita irrequieta e scandalosa che a partire dall’incontro con lo psicoanalista junghiano Julius Spier intraprende uno straordinario cammino mistico e spirituale. “La studio da tanti anni”, ci spiega Ferri. “Etty è diventata per me un punto di riferimento fin da quando uscì la prima edizione parziale del suo diario, che col tempo mi è capitato spesso di aprire anche soltanto per leggere una pagina. Nel suo pensiero trovavo infatti tanti spunti di riflessione, sulla pace, sulla vita, sul perdono. Poi tre-quattro anni fa ho sentito il bisogno di conoscerla meglio e ho iniziato a fare ricerche, sono stata ad Amsterdam, ho consultato libri su di lei, ho studiato lettere e diari dei suoi contemporanei e amici. Sono partita da un indizio, come faccio sempre, cercando poi di risalire alle fonti”. Già autrice di una lunga serie di biografie di donne famose – da Maria Teresa d’Austria a Giovanna la Pazza, da Caterina da Siena a Matilde di Canossa – Edgarda Ferri ci restituisce l’immagine di una giovane assetata di vita e di amore, che vive passioni intense nella carne e nello spirito, spietatamente sincera e legata a un Dio misterioso al quale arriva a perdonare l’indifferenza verso il dolore del mondo. Ci spiega di essersi avvicinata alla Hillesum con il giusto distacco imposto dalla sua formazione giornalistica, quindi senza immedesimarsi in lei, per non cadere nella tentazione di rappresentarla come una santa o come una martire. “Per fortuna ho avuto bravi maestri, uno era Dino Buzzati, che mi ha insegnato ad ascoltare e a non innamorarmi mai di un personaggio, altrimenti si rischia di farne un santino. A volte mi è sembrato quasi di essere uno scienziato intento a vivisezionare i suoi sentimenti e le sue parole, scandagliandole con la lente di ingrandimento”. Il risultato del suo lavoro è un vivido ritratto per immagini in cui predomina il pensiero della Hillesum ma dove l’attento setaccio delle informazioni biografiche consente di contestualizzare il percorso di un’anima che si sentiva “come un gomitolo aggrovigliato”, in totale balìa di forze contraddittorie. Etty era infatti la ragazza “che non sapeva inginocchiarsi” – come è lei stessa a definirsi nel suo diario – ma poi, nel breve volgere di un paio d’anni, un cortocircuito interiore stravolge la sua esistenza. “Inizialmente è inconsapevole di quello che sta accadendo intorno a lei, frequenta i circoli intellettuali e vive una condizione di privilegio ma poi lo psicoanalista Julius Spier, col quale ha un lungo confronto intellettuale e sentimentale, la convince a mettersi in ginocchio. Da quel momento comincerà a dimenticare sé stessa e a pensare agli altri. Ma più che una vera conversione – prosegue Ferri – lo definirei un cammino graduale e molto personale. Prima Etty si dichiara atea, poi cerca Dio e lo trova in un albero. Infine gli scrive dicendo che perdona la sua indifferenza nei confronti delle tragedie del mondo. Non era però né una fanatica, né una santa, né un’eroina. Era una donna assetata di assoluto, che grazie alla sua straordinaria sensibilità ebbe modo di avvicinarsi al divino umiliandosi, fino a decidere di non dare più alcun peso a sé stessa e alla sua sofferenza”.
Di fronte all’abisso del male, Etty Hillesum si interroga sui motivi della disumanità dell’uomo, prega Dio affinché le dia la forza di comprendere anche i delitti più gravi, arriva persino a perdonare i carnefici, percependone la fragilità. Avrebbe la possibilità di salvarsi, ma forte delle sue convinzioni umane e religiose decide di condividere fino in fondo il destino dei deportati. “Chi sono io – si chiede – per accettare di salvarmi e abbandonare il mio popolo?” Va quindi a lavorare come volontaria nel campo di transito di Westerbork, in Olanda, dove gli ebrei sono ammassati in condizioni disumane prima di partire per Auschwitz. Condivide la sofferenza altrui al punto da rendersi conto che il suo dolore personale non è niente, in confronto al dolore dell’umanità intera. “Sono convinta – conclude Ferri – che quando parla del ‘suo popolo’ non si riferisca soltanto agli ebrei ma alla popolazione umana nella sua interezza, poiché a Westerbork c’erano anche tanti cristiani e atei. Là aiutò soprattutto le donne, facendo di tutto perché conservassero fino alla fine la loro dignità. Potete essere private di qualsiasi cosa, disse loro, ma la dignità non dovete mai farvela portar via”. Etty Hillesum amava profondamente la vita. Al punto che, poco prima di partire per Auschwitz – dove morì il 30 novembre 1943 – scrisse, “abbiamo lasciato il campo cantando”.
RM

Irlanda del Nord, dolore e poesia

Può un conflitto pluridecennale essere declinato in versi? Giganti della poesia come Seamus Heaney, Michael Longley, Paul Muldoon e molti altri cercarono di usare le parole per combattere l’orrore.

Avvenire, 8.4.2018

“Nessun trattato/ intravvedo che possa del tutto sanare il tuo corpo/ tracciato di solchi e smagliature, il grande dolore/ che ti lascia ferita, come terra aperta, terreno aperto, ancora.” Mentre l’Irlanda del Nord si avvia a celebrare il ventennale dell’Accordo di pace del 10 aprile 1998, questi versi della poesia Atto di Unione scritta da Seamus Heaney negli anni ‘70, suonano oggi quasi profetici. A lungo il grande bardo d’Irlanda è stato considerato estraneo al contesto politico del suo paese, sebbene i crudi temi della guerra angloirlandese ricorrano con toni evocativi e personali in molti suoi componimenti. Heaney condivise in un certo senso ciò che Picasso affermò dopo la Liberazione (“Non ho dipinto la guerra, ma senza dubbio la guerra è presente nei quadri che ho dipinto allora”). Il conflitto è infatti una delle tematiche centrali della sua raccolta “North” risalente al 1975, con liriche come Punizione, Riti funebri, Smascheramento e la bellissima Qualunque cosa tu dica non dire niente, in cui declama, “C’è una vita prima della morte? È scritto in gesso/ a Ballymurphy. Competenza con dolore/ e miserie coerenti, un morso e un sorso,/ noi abbracciamo ancora il nostro piccolo destino”. Un’altra sua celeberrima raccolta, “Field Work” del 1979, contiene invece Vittima, la straordinaria elegia per un pescatore di anguille che viola il coprifuoco proclamato dalla sua stessa parte e muore con una pinta fra le mani, in un pub dove non avrebbe dovuto essere (“Ma la mia arte esitante/ la sua schiena girata pure osserva:/ fu dilaniato/ mentre era al pub durante un coprifuoco/ rispettato da altri, tre sere/ dopo che avevano ammazzato/ i tredici di Derry./ PARA’ TREDICI, si leggeva sui muri/ BOGSIDE ZERO. Quel mercoledì/ tutti trattennero/ il respiro e tremarono”). Nel suo incessante “scavare”, alla ricerca delle radici del proprio popolo, Heaney fu anche accusato di essere un osservatore di parte, di aver interpretato quel conflitto solo attraverso lo sguardo di un cattolico, ignorando le sofferenze della comunità protestante. Mai accusa fu più ingiusta e infondata, ripensando ad esempio a una poesia appartenente al primo periodo della sua attività – L’altra parte -, nella quale torna al contesto rurale della sua nascita per indagare la differenza tra le due tradizioni religiose e politiche dell’Irlanda. Heaney volle mantenere un’equidistanza persino nel discorso che pronunciò nel 1995 di fronte all’Accademia di Svezia, il giorno del conferimento del Nobel, ricordando i tempi in cui ascoltava la pioggia negli alberi insieme alle notizie della radio, con “le bombe dell’Ira – disse – e quelle dei lealisti del nord”. Secondo alcuni quel premio ebbe anche un significato politico, poiché seguì lo storico cessate il fuoco dell’esercito repubblicano, che l’anno prima aveva finalmente spianato la strada al processo di pace. Proprio com’era accaduto nel 1923 al suo illustre connazionale William Butler Yeats.
In una società squassata da quella guerra e in preda a un prolungato spasmo di paralisi sociale, la reinterpretazione della violenza in forma poetica è stata un effetto collaterale di trent’anni di conflitto. Dalla fine degli anni ‘60 in poi, i poeti irlandesi hanno fatto l’unica cosa che potevano fare per rispondere all’orrore: confezionare parole, mettere in rima sentimenti, costruire elegie per elaborare quei lutti e farsi carico del peso collettivo della memoria. Autori come Michael Longley e Paul Muldoon, solo per citare i più famosi degli ultimi cinquant’anni, hanno considerato la guerra e la politica come un terreno di continua esplorazione letteraria, molto più di quanto abbia fatto Heaney. Non uno strumento per schierarsi o per esprimere giudizi, bensì un modo per trascendere la ragione e – stando a Longley – “annotare le proprie incertezze”. I poeti della loro generazione hanno raccolto il testimone di Yeats e hanno rinverdito una tradizione poetica che risaliva ai tempi precedenti il conflitto in Irlanda del Nord, con autori come John Harold Hewitt e Patrick Kavanagh, Louis MacNeice e Cecil Day Lewis, questi ultimi due tra gli esponenti di spicco del “Circolo” fondato negli anni ‘30 da W.H. Auden.
La ricerca di simboli appropriati per descrivere l’orrore ha dato vita a un immaginario in parte ripreso dai classici che ha ispirato una moltitudine di componimenti, a partire da uno dei capolavori di Longley, nonché quella che è forse la poesia più nota sul conflitto irlandese, Tregua. Pubblicata nel 1994 subito dopo l’annuncio del cessate il fuoco dell’IRA, è un sonetto in quattordici versi ispirato all’Iliade di Omero, nel quale il re Priamo bacia la mano di Achille che ha ucciso suo figlio Ettore. Una metafora del perdono alla quale lo stesso Longley farà seguire, quattro anni più tardi, At Poll Salach, una poesia composta due giorni dopo la firma dell’Accordo del Venerdì Santo che è un’allegoria della pace e della speranza. Ma prima delle metafore di riconciliazione, delle immagini di crescita e di fioritura, c’erano stati gli scenari raffiguranti l’assenza, la morte e il gelo invernale. Risale ad esempio all’inizio del conflitto la splendida Canti dei bambini morti, una citazione dall’omonima opera di Gustav Mahler, che Longley scrisse ispirandosi al primo bambino ucciso durante il conflitto, il piccolo Patrick Rooney di nove anni, ammazzato a Belfast nell’agosto 1969 dall’esercito britannico. Anche Paul Muldoon ha sempre sentito un bisogno quasi ossessivo di scrivere sui cosiddetti “Troubles”, regalandoci opere memorabili come Raccogliendo funghi e il lungo componimento Più un uomo ha e più vuole. Altri poeti del Nord Irlanda hanno scritto sulla guerra veri e propri capolavori: Derek Mahon con Un capanno abbandonato nella contea di Wexford, Sinéad Morrissey con Pensieri in un taxi nero o Medbh McGuckian con la struggente Disegnando ballerine, composta per commemorare una ragazza uccisa da una bomba dell’IRA, il cui corpo violato risorge come un’icona di spazio e di biancore. Edna Longley, professore emerito alla Queen’s University di Belfast e tra le più autorevoli voci del panorama culturale irlandese, sostenne anni fa che la dimensione trascendente era stata indispensabile per costruire la pace, la quale “non si alimenta solo del pragmatismo dei negoziati e dello smantellamento dell’attitudine mentale alla conflitto. Poiché la pace, proprio come la poesia, deve essere prima di tutto anche immaginata”.
Oggi, a distanza di vent’anni da quell’accordo che sancì ufficialmente la fine del conflitto, la tradizione poetica dell’Irlanda del Nord appare sempre più vitale perché è alimentata dal basso, in luoghi come i pub, uno su tutti il rinomato Sunflower di Belfast, teatro di affollatissime sessioni di reading poetici che vedono protagonisti autori di successo ma anche semplici appassionati. Ed è sempre più un punto di riferimento per la letteratura in lingua inglese, come dimostrano i prestigiosi riconoscimenti ottenuti l’anno scorso proprio da Michael Longley – vincitore del PEN Pinter Prize – e da Paul Muldoon, che ha ricevuto la medaglia d’oro alla poesia conferita ogni anno dalla regina d’Inghilterra.
RM

La famiglia “desaparecida”

Avvenire, 13.3.2018

Non era mai successo, neanche nei giorni più bui della dittatura argentina, che la barbarie dei militari golpisti inghiottisse un’intera famiglia. “Arrivarono a casa nostra il 15 luglio del 1976, fecero saltare la porta d’ingresso con una bomba e portarono via i miei genitori, mio fratello, mia cognata e mia sorella di soli quindici anni. Io riuscii a salvarmi solo per caso, perché ero nascosto in casa di amici e neanche i miei sapevano dove fossi”.

La famiglia Tarnopolsky al completo (Daniel è il secondo da sinistra)

Quel giorno maledetto, Daniel Tarnopolsky aveva appena diciott’anni e all’improvviso si ritrovò solo, costretto a fare i conti con l’esilio e con un vuoto incolmabile. Trovò rifugio prima in Israele, poi in Francia, potendo contare soltanto su una nonna materna distrutta dal dolore e su una rete di amici di famiglia che lo aiutò a ricostruirsi una vita lontano dall’Argentina. “Quando di colpo niente esiste più perché te l’hanno strappato”, spiega, “ciò che resta è un buco impossibile da riempire, con ferite sanguinanti incurabili che per anni continuano a farti male”. Col trascorrere dei mesi le ricerche dei familiari si rivelano inutili, seguendo il triste copione di migliaia di altri desaparecidos, e al dolore, alla paura, all’incertezza e al senso di smarrimento si unisce l’impossibilità di comprendere le ragioni della loro scomparsa. I Tarnopolsky erano una famiglia ebrea di idee progressiste ma soltanto Sergio, il primogenito, era politicamente impegnato. I genitori di Daniel erano due professionisti: il padre, Hugo, era un chimico, la madre Blanca lavorava in ospedale come psicopedagoga, e il loro rapimento era apparentemente inspiegabile anche in quel periodo terribile. Solo molti anni dopo, grazie alle testimonianze di alcuni sopravvissuti, emerse che Sergio aveva provato a piazzare una bomba all’interno della Esma, la famigerata Scuola di meccanica della Marina, ma era stato scoperto. Dopo averla disinnescata, i militari avevano deciso di vendicarsi di lui accanendosi contro la sua famiglia. “Peraltro eravamo ebrei, e nella logica deviata dall’antisemitismo dei militari, questo costituiva un’aggravante”, spiega Daniel, che ha trascorso il resto della sua vita cercando di dare un senso a quel vuoto. Alcuni anni fa ha scritto un libro che è stato appena tradotto anche in italiano (Betina sin aparecer. La storia intima del caso Tarnopolsky, qudulibri, traduzione di Antonella Cancellier), nel quale ricostruisce la sua esperienza di sopravvissuto e la sua ricerca incessante di una giustizia terrena per quei crimini che cancellarono la sua famiglia. Nel 2004, dopo una coraggiosa battaglia legale, è riuscito a far condannare uno dei massimi esponenti della giunta militare golpista, l’ammiraglio Eduardo Massera. Già punito con l’ergastolo in precedenza per crimini contro l’umanità, Massera fu costretto a pagare un cospicuo risarcimento economico che Daniel ha interamente devoluto alle Abuelas de Plaza del Mayo, le nonne impegnate nella ricerca dei nipoti sottratti ai tempi della dittatura. Quello stesso anno il presidente Kirchner trasformò l’Esma, uno dei più orribili luoghi di tortura e di morte, dal quale passarono anche i suoi familiari, in un museo per la memoria di quei crimini. È in quel momento che Daniel decide di raccontare la sua storia di superstite rielaborando i tentativi di ricostruzione della sua vita che aveva compiuto fino ad allora. Quando tutto sprofondò intorno a lui, aveva sentito il bisogno di stabilire un legame tra la vita e la morte che lo aiutasse a sostenere le assenze eterne e prive di risposta dei suoi cari. Aveva trovato conforto nella mistica e nella religione. “Fin dai primi tempi, poiché non c’era alcun modo di conoscere la sorte dei miei familiari, dove si trovavano, se erano ancora vivi, iniziai a cercare informazioni anche con l’aiuto di veggenti e di medium. Tanti familiari di desaparecidos lo facevano, pur senza ammetterlo, per paura di essere giudicati”. Continua la lettura di La famiglia “desaparecida”