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Irlanda del Nord, dolore e poesia

Può un conflitto pluridecennale essere declinato in versi? Giganti della poesia come Seamus Heaney, Michael Longley, Paul Muldoon e molti altri cercarono di usare le parole per combattere l’orrore.

Avvenire, 8.4.2018

“Nessun trattato/ intravvedo che possa del tutto sanare il tuo corpo/ tracciato di solchi e smagliature, il grande dolore/ che ti lascia ferita, come terra aperta, terreno aperto, ancora.” Mentre l’Irlanda del Nord si avvia a celebrare il ventennale dell’Accordo di pace del 10 aprile 1998, questi versi della poesia Atto di Unione scritta da Seamus Heaney negli anni ‘70, suonano oggi quasi profetici. A lungo il grande bardo d’Irlanda è stato considerato estraneo al contesto politico del suo paese, sebbene i crudi temi della guerra angloirlandese ricorrano con toni evocativi e personali in molti suoi componimenti. Heaney condivise in un certo senso ciò che Picasso affermò dopo la Liberazione (“Non ho dipinto la guerra, ma senza dubbio la guerra è presente nei quadri che ho dipinto allora”). Il conflitto è infatti una delle tematiche centrali della sua raccolta “North” risalente al 1975, con liriche come Punizione, Riti funebri, Smascheramento e la bellissima Qualunque cosa tu dica non dire niente, in cui declama, “C’è una vita prima della morte? È scritto in gesso/ a Ballymurphy. Competenza con dolore/ e miserie coerenti, un morso e un sorso,/ noi abbracciamo ancora il nostro piccolo destino”. Un’altra sua celeberrima raccolta, “Field Work” del 1979, contiene invece Vittima, la straordinaria elegia per un pescatore di anguille che viola il coprifuoco proclamato dalla sua stessa parte e muore con una pinta fra le mani, in un pub dove non avrebbe dovuto essere (“Ma la mia arte esitante/ la sua schiena girata pure osserva:/ fu dilaniato/ mentre era al pub durante un coprifuoco/ rispettato da altri, tre sere/ dopo che avevano ammazzato/ i tredici di Derry./ PARA’ TREDICI, si leggeva sui muri/ BOGSIDE ZERO. Quel mercoledì/ tutti trattennero/ il respiro e tremarono”). Nel suo incessante “scavare”, alla ricerca delle radici del proprio popolo, Heaney fu anche accusato di essere un osservatore di parte, di aver interpretato quel conflitto solo attraverso lo sguardo di un cattolico, ignorando le sofferenze della comunità protestante. Mai accusa fu più ingiusta e infondata, ripensando ad esempio a una poesia appartenente al primo periodo della sua attività – L’altra parte -, nella quale torna al contesto rurale della sua nascita per indagare la differenza tra le due tradizioni religiose e politiche dell’Irlanda. Heaney volle mantenere un’equidistanza persino nel discorso che pronunciò nel 1995 di fronte all’Accademia di Svezia, il giorno del conferimento del Nobel, ricordando i tempi in cui ascoltava la pioggia negli alberi insieme alle notizie della radio, con “le bombe dell’Ira – disse – e quelle dei lealisti del nord”. Secondo alcuni quel premio ebbe anche un significato politico, poiché seguì lo storico cessate il fuoco dell’esercito repubblicano, che l’anno prima aveva finalmente spianato la strada al processo di pace. Proprio com’era accaduto nel 1923 al suo illustre connazionale William Butler Yeats.
In una società squassata da quella guerra e in preda a un prolungato spasmo di paralisi sociale, la reinterpretazione della violenza in forma poetica è stata un effetto collaterale di trent’anni di conflitto. Dalla fine degli anni ‘60 in poi, i poeti irlandesi hanno fatto l’unica cosa che potevano fare per rispondere all’orrore: confezionare parole, mettere in rima sentimenti, costruire elegie per elaborare quei lutti e farsi carico del peso collettivo della memoria. Autori come Michael Longley e Paul Muldoon, solo per citare i più famosi degli ultimi cinquant’anni, hanno considerato la guerra e la politica come un terreno di continua esplorazione letteraria, molto più di quanto abbia fatto Heaney. Non uno strumento per schierarsi o per esprimere giudizi, bensì un modo per trascendere la ragione e – stando a Longley – “annotare le proprie incertezze”. I poeti della loro generazione hanno raccolto il testimone di Yeats e hanno rinverdito una tradizione poetica che risaliva ai tempi precedenti il conflitto in Irlanda del Nord, con autori come John Harold Hewitt e Patrick Kavanagh, Louis MacNeice e Cecil Day Lewis, questi ultimi due tra gli esponenti di spicco del “Circolo” fondato negli anni ‘30 da W.H. Auden.
La ricerca di simboli appropriati per descrivere l’orrore ha dato vita a un immaginario in parte ripreso dai classici che ha ispirato una moltitudine di componimenti, a partire da uno dei capolavori di Longley, nonché quella che è forse la poesia più nota sul conflitto irlandese, Tregua. Pubblicata nel 1994 subito dopo l’annuncio del cessate il fuoco dell’IRA, è un sonetto in quattordici versi ispirato all’Iliade di Omero, nel quale il re Priamo bacia la mano di Achille che ha ucciso suo figlio Ettore. Una metafora del perdono alla quale lo stesso Longley farà seguire, quattro anni più tardi, At Poll Salach, una poesia composta due giorni dopo la firma dell’Accordo del Venerdì Santo che è un’allegoria della pace e della speranza. Ma prima delle metafore di riconciliazione, delle immagini di crescita e di fioritura, c’erano stati gli scenari raffiguranti l’assenza, la morte e il gelo invernale. Risale ad esempio all’inizio del conflitto la splendida Canti dei bambini morti, una citazione dall’omonima opera di Gustav Mahler, che Longley scrisse ispirandosi al primo bambino ucciso durante il conflitto, il piccolo Patrick Rooney di nove anni, ammazzato a Belfast nell’agosto 1969 dall’esercito britannico. Anche Paul Muldoon ha sempre sentito un bisogno quasi ossessivo di scrivere sui cosiddetti “Troubles”, regalandoci opere memorabili come Raccogliendo funghi e il lungo componimento Più un uomo ha e più vuole. Altri poeti del Nord Irlanda hanno scritto sulla guerra veri e propri capolavori: Derek Mahon con Un capanno abbandonato nella contea di Wexford, Sinéad Morrissey con Pensieri in un taxi nero o Medbh McGuckian con la struggente Disegnando ballerine, composta per commemorare una ragazza uccisa da una bomba dell’IRA, il cui corpo violato risorge come un’icona di spazio e di biancore. Edna Longley, professore emerito alla Queen’s University di Belfast e tra le più autorevoli voci del panorama culturale irlandese, sostenne anni fa che la dimensione trascendente era stata indispensabile per costruire la pace, la quale “non si alimenta solo del pragmatismo dei negoziati e dello smantellamento dell’attitudine mentale alla conflitto. Poiché la pace, proprio come la poesia, deve essere prima di tutto anche immaginata”.
Oggi, a distanza di vent’anni da quell’accordo che sancì ufficialmente la fine del conflitto, la tradizione poetica dell’Irlanda del Nord appare sempre più vitale perché è alimentata dal basso, in luoghi come i pub, uno su tutti il rinomato Sunflower di Belfast, teatro di affollatissime sessioni di reading poetici che vedono protagonisti autori di successo ma anche semplici appassionati. Ed è sempre più un punto di riferimento per la letteratura in lingua inglese, come dimostrano i prestigiosi riconoscimenti ottenuti l’anno scorso proprio da Michael Longley – vincitore del PEN Pinter Prize – e da Paul Muldoon, che ha ricevuto la medaglia d’oro alla poesia conferita ogni anno dalla regina d’Inghilterra.
RM

La famiglia “desaparecida”

Avvenire, 13.3.2018

Non era mai successo, neanche nei giorni più bui della dittatura argentina, che la barbarie dei militari golpisti inghiottisse un’intera famiglia. “Arrivarono a casa nostra il 15 luglio del 1976, fecero saltare la porta d’ingresso con una bomba e portarono via i miei genitori, mio fratello, mia cognata e mia sorella di soli quindici anni. Io riuscii a salvarmi solo per caso, perché ero nascosto in casa di amici e neanche i miei sapevano dove fossi”.

La famiglia Tarnopolsky al completo (Daniel è il secondo da sinistra)

Quel giorno maledetto, Daniel Tarnopolsky aveva appena diciott’anni e all’improvviso si ritrovò solo, costretto a fare i conti con l’esilio e con un vuoto incolmabile. Trovò rifugio prima in Israele, poi in Francia, potendo contare soltanto su una nonna materna distrutta dal dolore e su una rete di amici di famiglia che lo aiutò a ricostruirsi una vita lontano dall’Argentina. “Quando di colpo niente esiste più perché te l’hanno strappato”, spiega, “ciò che resta è un buco impossibile da riempire, con ferite sanguinanti incurabili che per anni continuano a farti male”. Col trascorrere dei mesi le ricerche dei familiari si rivelano inutili, seguendo il triste copione di migliaia di altri desaparecidos, e al dolore, alla paura, all’incertezza e al senso di smarrimento si unisce l’impossibilità di comprendere le ragioni della loro scomparsa. I Tarnopolsky erano una famiglia ebrea di idee progressiste ma soltanto Sergio, il primogenito, era politicamente impegnato. I genitori di Daniel erano due professionisti: il padre, Hugo, era un chimico, la madre Blanca lavorava in ospedale come psicopedagoga, e il loro rapimento era apparentemente inspiegabile anche in quel periodo terribile. Solo molti anni dopo, grazie alle testimonianze di alcuni sopravvissuti, emerse che Sergio aveva provato a piazzare una bomba all’interno della Esma, la famigerata Scuola di meccanica della Marina, ma era stato scoperto. Dopo averla disinnescata, i militari avevano deciso di vendicarsi di lui accanendosi contro la sua famiglia. “Peraltro eravamo ebrei, e nella logica deviata dall’antisemitismo dei militari, questo costituiva un’aggravante”, spiega Daniel, che ha trascorso il resto della sua vita cercando di dare un senso a quel vuoto. Alcuni anni fa ha scritto un libro che è stato appena tradotto anche in italiano (Betina sin aparecer. La storia intima del caso Tarnopolsky, qudulibri, traduzione di Antonella Cancellier), nel quale ricostruisce la sua esperienza di sopravvissuto e la sua ricerca incessante di una giustizia terrena per quei crimini che cancellarono la sua famiglia. Nel 2004, dopo una coraggiosa battaglia legale, è riuscito a far condannare uno dei massimi esponenti della giunta militare golpista, l’ammiraglio Eduardo Massera. Già punito con l’ergastolo in precedenza per crimini contro l’umanità, Massera fu costretto a pagare un cospicuo risarcimento economico che Daniel ha interamente devoluto alle Abuelas de Plaza del Mayo, le nonne impegnate nella ricerca dei nipoti sottratti ai tempi della dittatura. Quello stesso anno il presidente Kirchner trasformò l’Esma, uno dei più orribili luoghi di tortura e di morte, dal quale passarono anche i suoi familiari, in un museo per la memoria di quei crimini. È in quel momento che Daniel decide di raccontare la sua storia di superstite rielaborando i tentativi di ricostruzione della sua vita che aveva compiuto fino ad allora. Quando tutto sprofondò intorno a lui, aveva sentito il bisogno di stabilire un legame tra la vita e la morte che lo aiutasse a sostenere le assenze eterne e prive di risposta dei suoi cari. Aveva trovato conforto nella mistica e nella religione. “Fin dai primi tempi, poiché non c’era alcun modo di conoscere la sorte dei miei familiari, dove si trovavano, se erano ancora vivi, iniziai a cercare informazioni anche con l’aiuto di veggenti e di medium. Tanti familiari di desaparecidos lo facevano, pur senza ammetterlo, per paura di essere giudicati”. Continua la lettura di La famiglia “desaparecida”

Flores contesta Pansa. “Per riscrivere la Resistenza servono prove”

di Massimo Rebotti

Lo storico Marcello Flores è direttore scientifico degli Istituti per la storia della Resistenza. Quella storia che secondo Giampaolo Pansa, intervistato da Aldo Cazzullo sul Corriere, andrebbe «riscritta» perché «falsa». Flores ha letto immediatamente l’ultimo libro di Pansa, Uccidete il comandante bianco, sulla morte di Aldo Gastaldi, l’unico comandante partigiano non comunista in Liguria.
Cosa ne pensa?
«È un libro disonesto dal punto di vista storico, non vengono indicate le fonti. Pansa stesso scrive che “molti passaggi sono ideati da me”. Questo lo rende più simile a un romanzo».
L’autore ha accusato voi storici di avere mentito. Si è sentito punto sul vivo?
«Come si può dire a un’intera categoria di persone che mente? È come se io dicessi che tutti i giornalisti mentono. Pansa è stato un grande giornalista, anni fa lo avevo anche invitato a confrontarci pubblicamente. Non volle».
Lo rifarebbe?
«Se si parla di storia, sono pronto. In questo libro, per esempio, scrive che il comandante “venne assassinato da un complotto politico”. Poi spiega di non avere elementi, che si tratta di una sua convinzione, che “c’erano delle voci”. Non si fa storia così. Io ho studiato i gulag, le vittime vere del comunismo. Le “voci” sono ipotesi di lavoro, poi si cercano i riscontri».
Ma vittime «vere» i comunisti italiani nel Dopoguerra ne hanno fatte.
«Certo. Pansa parla di 800 morti a Genova dopo la Liberazione. Finora risulta, anche da fonti dei fascisti di allora, che furono 2-300. Un numero enorme, intendiamoci, ma perché dire 800? Enfatizzare è da narratori, non da storici».
Pansa pone anche un tema generale: la storia della Resistenza va riscritta.
«In generale riscrivere la storia è importante per ogni generazione. Ma il suo obiettivo polemico non esiste più da decenni. Ha in mente la narrazione che facevano i comunisti negli anni 50-60, ma sono ormai 40 anni che la storia della Resistenza viene “riscritta”».
Sostiene che «il mito» non ci sia più?
«Mi sono laureato nel 1970 proprio in polemica con quella narrazione comunista. Ma l’idea da cui muove Pansa, che i comunisti nel Dopoguerra fossero pronti a un colpo di Stato, è fondata sul nulla dal punto di vista storiografico».
Sul nulla?
«Sì. Avrebbero dovuto disobbedire a Stalin che disse chiaramente al Pci — ci sono fior di studi in merito — di non fare come in Grecia. Anche nelle reazioni dopo l’attentato a Togliatti non c’era niente di organizzato. Qualche comunista, certo, auspicava una presa del potere violenta, ma nessuno dei dirigenti pensava che si dovesse o si potesse fare».
Difende la storia per come è stata «scritta» finora?
«Questa idea che la Resistenza non è mai come ce la raccontano, che è stata una guerra tra italiani, buoni e cattivi in entrambi gli schieramenti, con la maggioranza interessata solo a farsi gli affari suoi, ecco, questa idea di Pansa è profondamente pessimista sulla coscienza civile degli italiani: una sorta di disfattismo morale. Il contrario di ciò che la Resistenza fu».

(da Corriere.it)

Uniamo l’Irlanda senza ira

Intervista esclusiva a Gerry Adams
(Il Venerdì di Repubblica, 16.2.2018)

In Irlanda è finita un’era. Gerry Adams ha concluso il suo mandato quasi “cubano” alla presidenza dello Sinn Féin, il partito che ha guidato ininterrottamente dal 1983, quando in Italia Berlinguer era ancora segretario del Pci. È uno degli ultimi grandi leader politici mondiali rimasti in attività, e in questa intervista esclusiva rilasciata al Venerdì di Repubblica precisa di non essere uscito di scena. “Ho dato le dimissioni dal vertice del partito, non dalla politica”.
Per molti, a Belfast e dintorni, resta un’icona vivente. L’incarnazione di quegli ideali che hanno consentito al popolo irlandese di resistere per decenni a un potente invasore. Il leader che col suo carisma ha traghettato il paese fuori dal più lungo conflitto europeo del dopoguerra e ha trasformato il suo partito da braccio politico dell’IRA in una macchina elettorale capace di macinare consensi in tutta l’isola. Anni fa Edna O’Brien, la più famosa scrittrice irlandese contemporanea, lo paragonò a uno di quei monaci dell’Alto Medioevo intenti a trascrivere i Vangeli in gaelico, un uomo venerato come un santo dai suoi fedeli e al tempo stesso capace di attrarre l’odio viscerale di un’altrettanto vasta schiera di detrattori. Originario dei ghetti repubblicani di West Belfast, Adams è sposato da una vita con Colette, ha un figlio che fa l’allenatore di calcio gaelico e si è sempre tenuto lontano dalla politica, e quattro nipoti. A lungo è stato costretto a vivere in clandestinità: braccato dagli inglesi, preso di mira dai lealisti protestanti che nel 1984 lo ferirono gravemente sparando alla sua auto nel centro di Belfast, negli anni ‘70 fu internato senza processo nel carcere di massima sicurezza di Long Kesh, insieme a Bobby Sands e tanti altri compagni di lotta. Poi l’interminabile processo di pace, durante il quale ha trovato anche il tempo di scrivere una decina di libri.
Da sempre considerato un maestro assoluto della distinzione tra tattica e strategia, Adams ha tenuto fede all’annuncio fatto un paio di mesi fa, e proprio alla vigilia del ventesimo anniversario di quell’accordo di pace di cui fu protagonista, ha lasciato la presidenza dello Sinn Féin alla sua vice Mary Lou McDonald, che nel 1998 non era ancora iscritta al partito. Può sembrare un azzardo, proprio adesso che l’Irlanda è attesa da una fase politica complicatissima, con lo stallo delle istituzioni nel Nord, le conseguenze della Brexit e l’ipotesi di un referendum per la riunificazione dell’isola. In realtà è l’unico modo per affrancare definitivamente il partito dall’eredità della lotta armata fino a farlo diventare forza di governo a Dublino. Quanto a lui, a 69 anni appena compiuti, è inverosimile che raggiunga Blair e Clinton nel gruppo dei conferenzieri d’oro, o che si ritiri nella sua casa di campagna del Donegal per portare a spasso il cane. Anche se adesso non rischierebbe che i soldati inglesi glielo rapiscano, come accadde nel 1972 a Shane, il suo lupo alsaziano. Molti credono che punti a diventare il prossimo presidente della Repubblica d’Irlanda, candidandosi alle elezioni in programma alla fine dell’anno. Un’ipotesi che finora lui ha sempre respinto, ribadendolo anche in questa intervista. Ma in Irlanda e in Gran Bretagna si scommette sulla politica e, stando alle quote dei bookmakers, una sua candidatura alla presidenza irlandese appare sempre più probabile. In fondo le sue ambiguità sono sempre state funzionali alla sua strategia politica. Per tutta la vita ha negato strenuamente di aver fatto parte dell’IRA mentre gli storici, i giornalisti e persino alcuni suoi ex compagni sostengono da sempre il contrario, affermando che per anni fece parte del Consiglio dell’esercito, l’organismo al vertice della struttura operativa dell’IRA.
Qual è il suo bilancio dei due decenni trascorsi dalla firma dell’Accordo di pace?
Avrei voluto vedere progressi più rapidi ma non è stato possibile, per colpa dei governi di Londra e di Dublino e dei partiti unionisti, che si sono sempre opposti al cambiamento, ritardando tali progressi. Adesso una grave crisi politica che dura ormai da un anno ha bloccato le istituzioni di Belfast. Ma nonostante tutte le difficoltà, resta il fatto che oggi ci sono centinaia di persone ancora in vita per merito di un processo di pace che è riuscito a porre fine a decenni di violenza. Finalmente abbiamo strumenti democratici per risolvere le differenze e per raggiungere i nostri obiettivi politici. I piccoli gruppi dissidenti che continuano a compiere azioni armate, talvolta anche a uccidere, non hanno alcun sostegno da parte della popolazione e alcuni di essi sono già stati convinti a cessare le proprie attività.
Crede ancora che la Brexit potrà portare a un referendum sui confini nel prossimo futuro?
Il primo punto da sottolineare è che la maggioranza dei cittadini del Nord Irlanda hanno votato per restare nell’Unione europea. La Brexit rappresenta una grave minaccia all’economia dell’intera isola d’Irlanda, in particolare alle comunità che vivono sul confine, le quali saranno le prime a soffrire le conseguenze di un’uscita della Gran Bretagna dal mercato unico e dall’unione doganale che porterà al ripristino di un confine fisico tra le due parti dell’Irlanda. Numerosi studi pubblicati negli ultimi mesi hanno evidenziato i pericoli per il commercio, per il mondo del lavoro e per gli investimenti. Sinn Féin ritiene che l’unica alternativa ragionevole a tutto ciò sia che al Nord venga garantito uno status speciale all’interno dell’UE che di fatto veda l’intera isola restare parte dell’Unione. Questa è una soluzione molto pratica e ricalca gli accordi speciali che Bruxelles ha già stipulato con altri stati. La minaccia della Brexit ha prodotto molte ipotesi circa la possibilità di un referendum sulla riunificazione dell’Irlanda che è consentito ai termini dell’Accordo di pace. Noi abbiamo chiesto che questa consultazione venga svolta entro i prossimi cinque anni e crediamo che i cambiamenti politici, economici e demografici in corso lo rendano un obiettivo assai verosimile.
Prova qualche rimorso o rimpianto pensando al passato?
Faccio politica da oltre cinquant’anni e se guardo alle mie spalle mi stupisco ancora di quanto tempo è stato necessario per realizzare il processo di pace. Ho cominciato a parlarne nella metà degli anni ‘70 ma purtroppo all’epoca il governo britannico era convinto di poter vincere la guerra con le armi e non era interessato al dialogo. Quando venni eletto a Westminster per la prima volta, nel 1982, il governo Thatcher mi vietò di viaggiare in Gran Bretagna. Poi alle radio e alle televisioni fu proibito di mandare in onda la mia voce e quella di altri rappresentanti eletti del mio partito. Oltre una ventina di esponenti dello Sinn Féin e loro familiari sono stati uccisi dagli squadroni della morte lealisti collusi con i rappresentanti dello stato britannico e le forze di polizia dell’Irlanda del Nord. Ci sono voluti anni di perseveranza e il coraggio di figure come John Hume, l’ex premier irlandese Albert Reynolds e l’ex presidente Usa Bill Clinton per far sì che un processo di pace concreto potesse finalmente mettere radici.
Qual è stato il momento più difficile della sua vita?
Ce ne sono stati molti. Penso ai parenti e agli amici uccisi. All’attentato contro la casa della mia famiglia, a Belfast. Ai tanti momenti di esasperazione mentre cercavamo di persuadere Londra a impegnarsi sul serio in un dialogo. Poi ci sono state molte occasioni in cui i ministri e i funzionari britannici hanno messo in crisi il processo di pace cercando di usarlo per sconfiggerci.
Cosa prova ripensando ai suoi compagni morti?
Mi mancano loro e tutte le persone che conoscevo e che sono state uccise durante il conflitto. Ma tutti hanno sofferto. Il dolore e il senso di vuoto che provo io è lo stesso che provano tanti, da entrambe le parti. Per questo dobbiamo impegnarci per far in modo che nessun altro usi mai più la violenza per reprimere una popolazione o per opporsi a quella repressione. La nostra priorità è far prevalere sempre le armi della politica.
Che effetto le ha fatto lasciare la presidenza del partito dopo tutti questi anni?
Quando entrai, alla metà degli anni ‘60, era ancora un’organizzazione messa al bando. Oggi oltre mezzo milione di persone vota per noi in tutta l’Irlanda, siamo il secondo partito al Nord e il terzo a Dublino. Negli ultimi tre decenni abbiamo fatto molta strada: adesso c’è una nuova generazione di leader pronti ad assumerne la guida. Oltre alla nuova presidente McDonald e alla sua vice, Michelle O’Neill, abbiamo un gruppo dirigente capace ed esperto. Ho grande fiducia in loro e credo che riusciranno finalmente a raggiungere il nostro obiettivo politico, la riunificazione dell’Irlanda.
Correrà alle prossime elezioni presidenziali per la Repubblica?
Non sono interessato a candidarmi ad altre cariche elettive.
Qual è oggi il suo sogno più grande?
Anche se ho lasciato la presidenza dello Sinn Féin resto un attivista politico e continuerò a servire il partito in qualunque modo lo riterrà opportuno. Rimarrò sempre dell’idea che il governo britannico non abbia alcun diritto di intromettersi nelle questioni che riguardano il popolo irlandese. Questa ingerenza è alla radice del conflitto e delle divisioni della nostra società. Il mio obiettivo – e non è un sogno – è quello di vederla finalmente cessare consentendo alla nostra gente di costruire un paese nuovo, nel rispetto del principio dell’uguaglianza per tutti.
Come immagina la sua vita senza la politica?
Ho dato le dimissioni dal vertice del partito, non dalla vita politica. Continuerò a essere un membro del Senato irlandese fino alle prossime elezioni e intendo restare attivo in politica per aiutare la causa repubblicana. E poi avrò anche molto più tempo per scrivere, per cucinare, per leggere, per curare il mio giardino e per godermi i miei nipoti. Ho un sacco di cose da fare.
Riccardo Michelucci

De Chirico e l’arte cancellata dal fascismo

Avvenire, 15.2.2018

Prima che le leggi razziali scavassero un solco incolmabile nelle vite di tanti ebrei italiani, il potere salvifico dell’arte cominciò a prendere forma sulle pareti di una splendida casa fiorentina che oggi ospita il museo Casa Siviero. Il ritratto che Giorgio de Chirico fece a Matilde Forti nel 1921 si trova ancora là, appeso nel salotto. Lo sguardo malinconico della donna, fissato sulla tela dal maestro della pittura metafisica italiana, sembra quasi prefigurare ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. Quel quadro è una delle poche opere rimaste della più grande collezione privata di opere di de Chirico, ma è anche il simbolo di una stagione artistica che è stata spazzata via per sempre dal fascismo e dalle leggi razziali varate ottant’anni fa.

“Ritratto di Matilde Forti” di Giorgio de Chirico

In quel villino affacciato sull’Arno, nel centro di Firenze, visse Giorgio Castelfranco, lo storico dell’arte che negli anni ‘20 scoprì de Chirico quand’era ancora un artista poco noto, ospitandolo a lungo in casa sua e cominciando raccogliere quella che sarebbe diventata la più ricca collezione al mondo delle sue opere. Nel 1938, prima di finire travolto come tanti altri intellettuali dell’epoca dalle conseguenze della legislazione razziale, Castelfranco era il direttore dei musei di Palazzo Pitti, a Firenze, nonché una delle personalità di maggior spicco nel mondo dell’arte italiana. La sua storia rivive nelle memorie di sua nipote, Sonia Obersdorfer (La tela di Sonia. Affetti, famiglia e arte nelle memorie di una maestra ebrea, edizioni Giuntina), che offrono una prospettiva intima e in parte inedita su quegli anni. Seguendo i ricordi di Sonia è possibile ricostruire, stanza per stanza, la collocazione delle opere nelle varie sale del villino. I dipinti si trovavano nelle stanze che danno sul giardino: la sala da pranzo, il salotto, la sala decorata, la camera da letto di Giorgio Castelfranco e Matilde Forti, infine lo studio di Castelfranco, dove campeggiava tra gli altri il capolavoro di De Chirico, Le muse inquietanti. Quella casa dove il grande pittore lavorava spesso “immusonito e cupo” era un luogo – racconta l’autrice – “dove si respirava la cultura, il generale veniva anteposto al particolare, venivano affrontati nella conversazione problemi estetici, morali, sociali, religiosi. L’‘era fascista’ veniva giudicata e se ne vedevano le grosse crepe”. Fino alla metà degli anni ‘30 il salotto della casa ospitò decine di visitatori illustri, da Ottone Rosai a Giovanni Papini, da Alberto Savinio al futuro “007 dell’arte” Rodolfo Siviero, che nei suoi diari ricorda così quegli anni: “i quadri che decoravano la casa dell’ospite davano quasi l’impressione di una mostra retrospettiva di de Chirico. Le famose nature morte, le anguille e i peperoni, i manichini e le muse inquietanti sembravano rivivere nelle spiegazioni e nei commenti dell’autore”. Ma nei suoi ricordi di bambina, Sonia rievoca anche quell’estate del 1938 in cui lo zio Castelfranco preconizzò quello che stava per accadere: “notammo il suo viso più pensieroso del solito. Alla sera ci parlava delle nubi che andavano addensandosi sull’Europa, della guerra che sembrava inevitabile, della condizione degli ebrei nei paesi nazisti e della probabilità che in Italia il fascismo assumesse lo stesso atteggiamento nei loro confronti. Io lo consideravo una specie di Cassandra e non volevo credere alle sue parole”. Sonia non ebbe neanche il tempo di ricredersi, perché il 5 settembre di quell’anno un regio decreto dispose l’espulsione immediata di tutti gli studenti ebrei dalle scuole italiane, la sospensione dal servizio di tutti i docenti ebrei, nonché del personale scolastico. Due settimane più tardi, davanti alla folla riunita in piazza dell’Unità a Trieste, Mussolini pronunciò il famoso discorso nel quale annunciava le leggi razziali e attaccava anche papa Pio XI, che aveva definito “inammissibile” l’antisemitismo. Di lì a poco centinaia di studiosi, accademici, docenti e studenti di ogni ordine e grado furono cacciati dalle scuole e dalle università, costretti all’esilio forzato in un cammino senza ritorno che avrebbe relegato la comunità ebraica italiana ai margini della vita sociale e produttiva del paese. Sonia e la sorella Lea furono licenziate dalla scuola dove insegnavano, loro padre venne cacciato dalle ferrovie, lo zio dalla direzione di Palazzo Pitti. L’epurazione di Castelfranco avvenne peraltro in uno dei periodi più critici per il patrimonio artistico italiano, proprio nei mesi in cui la sua straordinaria competenza sarebbe stata preziosa per favorire la messa in sicurezza e l’esodo delle opere d’arte in vista della guerra. Sia i Castelfranco che gli Oberdorfer sarebbero stati costretti a lasciare Firenze per sfuggire alle deportazioni, come tante altre famiglie ebree. Giorgio Castelfranco riuscì a sopravvivere e a mettere in salvo i propri figli mandandoli negli Stati Uniti solo grazie alla vendita della sua straordinaria collezione di de Chirico, mentre il suo villino sul lungarno fu messo a disposizione di Rodolfo Siviero e della sua squadra di “monuments men” impegnati nel salvataggio delle opere d’arte trafugate dai nazisti. Subito dopo l’Armistizio lo storico dell’arte fece ritorno a Firenze e partecipò alla missione italiana per il recupero delle opere d’arte in Germania, guidata dallo stesso Siviero. Curato dalle storiche Marta Baiardi, Alessia Cecconi e Silvia Sorri, La tela di Sonia racconta la cesura esistenziale insanabile che sgretolò nuclei familiari in fuga dai rastrellamenti nazisti, ma anche la rinascita che fu possibile grazie ai rapporti umani e alla potenza dell’arte. Il dipinto di Matilde Forti, simbolo di quella rinascita, si salvò perché la moglie di Castelfranco volle regalarlo a Siviero, in segno di stima e di riconoscenza per l’aiuto offerto in quegli anni.
RM