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“La figlia del partigiano O’Connor” di M. Marziani

Recensione uscita su Avvenire del 5.1.2018

Pablita O’Connor è una donna d’altri tempi, risoluta ma non priva di incertezze, che racchiude già nel suo nome l’impetuoso fluire del Novecento, un secolo di ideali, speranze, rivoluzioni. E inganni. A sessantacinque anni, rimasta vedova, sente forte il richiamo delle proprie radici e decide di lasciarsi alle spalle una vita trascorsa nelle valli alpine piemontesi per conoscere la leggendaria storia di suo padre, ripercorrendo a ritroso il viaggio che molti anni prima l’aveva portato dall’Irlanda all’Italia, passando per la Spagna. Dal piccolo paesino di Roundstone, nel Connemara, il giovane Malachy O’Connor era partito negli anni ‘30 per andare a Barcellona a difendere la Repubblica contro il fascismo. Era stato un partigiano della Quindicesima brigata internazionale, aveva combattuto nella famosa colonna irlandese intitolata a James Connolly finendo poi confinato a Ventotene. In Italia gli avevano cambiato nome, trasformandolo in Mario Occone, e dopo la guerra aveva deciso di trasferirsi in val d’Ossola – dove sarebbe rimasto fino alla morte – seppellendo la sua prima vita sotto una fitta coltre di oblio. In La figlia del partigiano O’Connor (edizioni Clichy), lo scrittore riminese Michele Marziani riannoda i fili del XX secolo collegando il passato al presente con il filtro potente della letteratura. Lo fa raccontando una piccola vicenda individuale che cresce fino a solcare la grande storia seguendo il pellegrinaggio di Pablita, che parte alla scoperta del suo passato nel tentativo di trovare una risposta alle tante domande che la assillano da una vita. Ispirato da una famosa canzone di Christy Moore (Viva la Quinta Brigada), al quale il libro è dedicato, Marziani lavora sulla lingua e sulle immagini costruendo un personaggio femminile chiamato a ricomporre i frammenti del passato e a fare i conti con una memoria a lungo conservata ma destinata a velarsi di ombre, poco a poco. Descrive con una prosa magnetica lo stupore della protagonista, che ha i capelli rossi, le efelidi e l’aspetto tipicamente irlandese ma in Irlanda non ha mai messo piede. Quel paese l’ha conosciuto soltanto attraverso le descrizioni, i gesti e le abitudini di suo padre e quando lo visita per la prima volta “si sente piccola e sola, spaesata, di fronte a questo paese dalla natura così prorompente, quasi violenta, immensa, grandiosa, avvolgente. Non trova le parole, si sforza ma tutto questo è un paesaggio troppo grande, eccessivo, per una donna sola”. Pablita arriva in Irlanda al termine del suo viaggio, dopo le precedenti tappe a Ventotene e a Barcellona, in un crescendo di scoperte e di incontri inaspettati che alla fine cambieranno il senso della storia, facendole scoprire luoghi e vicende assai diverse da come se l’era immaginate. Quando finalmente riuscirà a completare il ritratto di un padre con il quale era cresciuta senza riuscire a conoscerlo fino in fondo, molte delle sue certezze svaniranno insieme a quegli ideali che non si riveleranno altro che alibi per fuggire di fronte alle proprie responsabilità. “Quell’uomo che ha amato, venerato, difeso, ricordato per tutta la vita all’improvviso non le piace più. Anzi, le fa schifo. Anzi, non lo sa. Perché per dare giudizi bisogna sapere. Altrimenti si rischia di sbagliare. Lei in qualche modo si è sbagliata per tutta la vita”.
RM

Alle origini della protesta catalana

Focus Storia n. 134, dicembre 2017

“Ascolta Spagna, la voce di un figlio/ che ti parla in voce non castigliana/ ti parlo nella lingua che mi ha insegnato questa terra aspra/ in questa lingua con cui pochi ti parlano/ Dove sei Spagna? Non riesco a vederti/ Non senti la mia voce tonante?/ Non senti questa lingua che ti parlo?/ Forse hai smesso di capire i tuoi figli?/ Addio, Spagna!”. Nel 1898, questi versi del grande poeta catalano Joan Maragall suonarono come il definitivo atto di sfida nei confronti del centralismo spagnolo. Maragall era uno dei principali esponenti della “Renaixença” (“Rinascimento”), la corrente letteraria nata alla fine del XIX secolo per riscattare la letteratura catalana da una lunga fase di decadenza. Dopo la guerra di successione spagnola (1701-1714), le antiche istituzioni catalane erano state soppresse, causando anche la progressiva decadenza della lingua. Quel movimento letterario fu la scintilla del moderno nazionalismo catalano, che individuò in una data – l’11 settembre 1714 – l’inizio della propria rinascita. Quel giorno la città di Barcellona, dopo quattordici mesi d’assedio, era stata riconquistata dalle truppe spagnole del duca di Berwick, ponendo fine a una lunga guerra di successione che aveva coinvolto anche le grandi potenze del Vecchio continente. Dopo aver sconfitto il pretendente al trono, Carlo d’Asburgo, il nuovo re Filippo V di Borbone dette vita a uno stato centralista simile a quello francese. Per punire i “traditori” catalani – colpevoli di aver appoggiato il nemico – impose i Decreti di Nueva Planta che cancellarono la sovranità politica della Catalogna e posero fine al suo autogoverno di origine medievale. Il catalano, fino a quel momento considerato la lingua ufficiale della regione, fu privato di ogni validità legale e conobbe, da quel momento in poi, un lento e inesorabile declino. I moderni nazionalisti catalani hanno dunque identificato lo spartiacque della loro lotta con la data di un’epocale sconfitta: per ricordare il giorno in cui la Coronela, la milizia incaricata di difendere Barcellona, venne costretta alla resa nel 1714, l’11 settembre di ogni anno in Catalogna si celebra la “Diada” (la festa nazionale catalana) e al minuto 17 delle partite di calcio del Barcellona i tifosi della squadra blaugrana intonano cori per l’indipendenza.
Il termine “Catalonia” è comparso per la prima volta nel XII secolo all’interno del Liber Maiolichinus, una cronaca epica medievale che narrava in latino le gesta di Ramón Berenguer III, considerato il primo eroe catalano della storia. Per secoli il territorio fece parte del Regno d’Aragona, la cui struttura tripartita (Aragona, Catalogna e Valencia) lasciava spazio a una parziale autonomia. I primi contrasti nacquero alla fine del XV secolo, in seguito all’unificazione delle corone di Castiglia e Aragona e alla conclusione della Reconquista nel 1492. Il paese iberico fu unito, ma in condizioni diverse da quelle altamente centralizzate di altri stati contemporanei, a cominciare dalla Francia. La capitale fu stabilita in via definitiva a Madrid soltanto alla metà del secolo successivo: fino ad allora la corte si riunì a Toledo e in altre città, mentre le comunità locali godevano di un ampio grado di autonomia dal quale scaturivano spesso conflitti col potere centrale. Nel 1518, ad esempio, per contrastare il potere mercantile di Barcellona, la Corona di Spagna le vietò di commerciare direttamente con l’America. Ma fu alla metà del XVII secolo che i contadini catalani si sollevarono contro le tasse imposte da Madrid, proclamando l’indipendenza e facendo scoppiare un lungo e cruento conflitto. La rivolta divampò nel giorno del Corpus Domini del 1640, causando la morte del viceré spagnolo e di molti funzionari e giudici; nel gennaio dell’anno successivo il presidente della Generalitat de Catalunya, Pau Claris i Casademunt, proclamò la repubblica catalana indipendente sotto il protettorato della Francia. Da quel momento in poi, la Catalogna divenne il campo di battaglia tra francesi e spagnoli all’interno della Guerra dei trent’anni finché, nel 1652, gli eserciti di Filippo IV di Spagna non prevalsero sulle truppe franco-catalane riconquistando il territorio intorno a Barcellona. Oggi, i sostenitori della separazione dalla Spagna sostengono che già in epoca medievale la Catalogna avesse sperimentato forme di sovranità e indipendenza, ad esempio con le corti catalane create durante l’Impero Carolingio, alle quali fu riconosciuta una sovranità di fatto che durò per secoli e terminò nel fatale 1714. Ma molti storici ritengono che associare l’esperienza delle “contee” di epoca Carolingia al moderno concetto d’indipendenza auspicato dagli indipendentisti rappresenti una forzatura.
Resta il fatto che da quell’11 settembre di tre secoli fa, incastrare la “nazione” catalana all’interno della Spagna è sempre stato molto difficile e i problemi sono aumentati nella seconda metà del XIX secolo, ai tempi dell’industrializzazione, con la nascita del moderno nazionalismo catalano. “Essere catalano è la maggior fortuna di fronte all’avvenire”, sosteneva uno dei più famosi figli di Catalogna di sempre, il grande pittore surrealista Salvador Dalì. Nel 1931 fu fondato quello che è ancora oggi il più antico partito indipendentista catalano in attività, l’Esquerra Republicana de Catalunya (Sinistra repubblicana di Catalogna) il cui primo leader, Lluis Companys, è stato anche l’ultimo presidente del governo autonomo che proclamò l’indipendenza dello stato catalano. “In nome del popolo e del parlamento – dichiarò la sera del 6 ottobre 1934 – il governo che presiedo si assume tutte le cariche del potere e, serrando i ranghi di coloro che sono uniti nella comune protesta contro il fascismo, li invita a sostenere il governo provvisorio della repubblica catalana”. L’indipendenza durò in realtà soltanto poche ore: la mattina dopo le truppe spagnole fecero irruzione nel palazzo del governo catalano e scatenarono una dura repressione che portò in carcere circa tremila persone. Barcellona sarebbe diventata una roccaforte repubblicana nella guerra civile che scoppiò di lì a poco, e Companys fu costretto a rifugiarsi in Francia. Nel 1940 venne catturato dalla Gestapo hitleriana e consegnato ai franchisti, che lo fucilarono all’interno della fortezza di Montjuic, a Barcellona, dichiarando la Catalogna “una regione nemica”.
Durante il successivo regime del generale Francisco Franco (1939-1975), la repressione di tutte autonomie locali spagnole raggiunse livelli parossistici: l’autogoverno catalano fu abolito e tutti i simboli della Catalogna furono soppressi a cominciare dalla lingua, il cui uso divenne illegale, con dure pene carcerarie per chi la parlava in pubblico. Lo statuto d’autonomia fu ripristinato soltanto nel 1979, dopo la morte di Franco e la fine della dittatura. È rimasto in vigore fino al 2006, quando i catalani hanno approvato con un referendum un nuovo statuto che garantisce alla “nazione” catalana maggiori poteri, soprattutto in campo finanziario. Ma quattro anni dopo, la Corte Costituzionale spagnola ha dichiarato l’incostituzionalità di diversi articoli del nuovo statuto, affermando che il diritto internazionale prevede l’autodeterminazione soltanto in caso di dominio coloniale o di occupazione straniera. Il governo autonomo ha respinto la decisione del tribunale, accusando i giudici di essere al servizio dell’esecutivo di Madrid e l’11 settembre 2012, in occasione della tradizionale festa della “Diada”, circa due milioni di persone sono scese in piazza a Barcellona dietro allo striscione “Catalogna, nuovo stato d’Europa”, in quella che è considerata la più grande manifestazione indipendentista dalla fine del franchismo. Due anni più tardi le rivendicazioni catalane hanno trovato sfogo nel primo referendum per l’autodeterminazione che, pur anch’esso dichiarato illegittimo dal tribunale costituzionale spagnolo, vide la partecipazione di circa il 36% degli elettori, circa l’81% dei quali si espresse a favore di un’indipendenza che intreccia elementi storici, culturali, economici e politici. Da allora si sono susseguite le mobilitazioni ma è mancato fatalmente il dialogo politico, da entrambe le parti, con le conseguenze che abbiamo visto nelle ultime settimane.
RM

La lista di Diana

Avvenire, 12.11.2017

Un nome, un volto di donna su una foto ingiallita dal tempo, le pagine consunte di un vecchio diario. Non ci resta molto di più, oggi, di una delle più grandi operazioni umanitarie compiute in Europa durante la Seconda guerra mondiale. Quella donna si chiamava Diana Budisavljević e rischiò la vita per salvare migliaia di bambini dallo sterminio nazista ma il suo eroismo è rimasto sepolto nell’oblio fino a poco tempo fa, vittima di un corto circuito della storia innescato da veti e convenienze politiche. Secondo i calcoli più attendibili, in circa tre anni e mezzo, mentre la popolazione civile serba dello stato indipendente croato fu sottoposta allo sterminio di massa dal regime ustascia alleato con Hitler, l’Aktion, l’organizzazione fondata a Zagabria da questa donna di origini austriache, sottrasse circa dodicimila bambini ai campi di concentramento. Purtroppo non tutti riuscirono a salvarsi, poiché in molti casi morirono non appena prelevati, durante il trasporto o nei luoghi in cui vennero accolti ma la sua preoccupazione quasi ossessiva per i bambini, soprattutto per i neonati, rappresentò la salvezza per migliaia di loro. Il diario di Diana, che copre il periodo dal 1941 al 1947, è stato ritrovato solo in tempi recenti da sua nipote, Silvija Szabo. Finalmente pubblicato in Croazia nel 2003 ha consentito, dopo un’attenta ricerca sulle fonti documentarie, di ricostruire la straordinaria vicenda della sua “Azione” ma non è riuscito a rendere finalmente giustizia alla sua memoria. È quanto si propone di fare Wilhelm Kuehs, scrittore austriaco che ha appena pubblicato Dianas Liste (“La lista di Diana”), un romanzo biografico ispirato alla sua storia sullo stile di quanto fece molti anni fa l’australiano Thomas Keneally sulla vicenda di Oskar Schindler, che poi avrebbe ottenuto fama planetaria grazie al film di Steven Spielberg.
Anche la vicenda della Budisavljević potrebbe prestarsi molto bene a un adattamento cinematografico. In uno dei primi passaggi del suo diario, Diana racconta che un giorno la sua sarta di religione ebraica le parlò del campo di concentramento allestito a Loborgrad, in un’antico castello a poca distanza dalla capitale croata, dov’erano rinchiusi soprattutto bambini e donne serbe ed ebree, e dove le condizioni igieniche e sanitarie erano già al collasso. Decise allora di creare un comitato clandestino per l’organizzazione degli aiuti, iniziando a raccogliere denaro, abiti, scarpe e materassi, a cucire cappotti, coperte, lenzuola, nascondendo tutto nel garage di casa. In poco tempo riuscì a mobilitare decine di donatori e a consegnare i primi pacchi di aiuti alla comunità ebraica. Ma fu solo l’inizio. Ben presto riuscì a ottenere dalle autorità croate il permesso di recarsi nel campo per rendersi conto di persona delle condizioni delle internate e dei loro figli. Facendo leva sulla sua nazionalità austriaca, sulle sue amicizie e sulla fama del marito – all’epoca considerato uno dei migliori chirurghi del paese -, cominciò a fare pressione sulle autorità politiche e religiose, e all’inizio del 1942 ottenne dalla polizia il primo permesso scritto che le concedeva di raccogliere e inviare cibo e vestiti agli internati di fede ortodossa. Quando le autorità ustascia decisero di istituire per scopi propagandistici una serie di “orfanotrofi” per i piccoli profughi, l’“Azione” iniziò a occuparsi dei primi bambini rilasciati dai campi di Loborgrad e Gornja Rijeka che non avevano dove andare poiché le loro madri erano state trasferite ai lavori forzati in Germania. Prima convinse il governo croato a regolamentare il trasferimento dei bambini presso famiglie disposte ad accoglierli, poi organizzò i trasporti, a condizione che dopo la guerra sarebbero stati fatti tornare alle loro famiglie. Fu una corsa contro il tempo, per cercare di salvarli dalla fame, dalle malattie e dalle camere a gas. La consapevolezza dei gravissimi rischi che correva non impedì alla Budisavljevic di entrare più volte nel campo di sterminio di Jasenovac affrontando a viso aperto il suo comandante, Vjekoslav Luburic, considerato uno dei più crudeli criminali di guerra ustascia. In un altro significativo passaggio del suo diario racconta proprio la sua visita al più famigerato lager dei Balcani per prelevare i bambini: “le scene dolorose che ho visto sono indescrivibili. Quanto coraggio in quelle donne. Alcuni bambini piccoli non si volevano separare dalle loro madri, e allora loro disperate dicevano ai loro adorati: ‘Ti piacerà, non aver paura, presto verrò a prenderti’. E poi la solita domanda fatta a bassa voce – se avrebbero mai rivisto i loro figli”. In appena due giorni riuscì a farne uscire dal campo oltre un migliaio. L’affidamento alle famiglie adottive sarebbe stato soltanto una sistemazione temporanea: l’obiettivo era infatti quello di restituire i bambini ai loro parenti subito dopo la guerra. A questo scopo, a partire dalla seconda metà del 1942 l’“Azione” organizzò un dettagliatissimo schedario con i dati e le fotografie di tutti i bambini per consentire il ricongiungimento a guerra finita. Ma pochi giorni dopo la liberazione, avvenuta l’8 maggio 1945, la “lista di Diana” fu sequestrata dal nuovo governo comunista jugoslavo che – pur riuscendo a individuare molti genitori dei bambini salvati – si appropriò letteralmente del suo operato oscurando la grande operazione di salvataggio che aveva messa in atto, per raccontarla come un trionfo delle forze partigiane di Zagabria. Diana Budisavljević non vide mai riconosciuto il suo ruolo perché dopo la guerra non volle avere niente a che fare con il regime jugoslavo, che non tollerava la sua neutralità politica. Sarebbe rimasta in disparte per il resto della sua vita, continuando a vivere a Zagabria con il marito fino al 1972, quando fece ritorno a Innsbruck, sua città natale, dove morì nel 1978, all’età di 87 anni. Il suo eroismo è stato riconosciuto dalle autorità serbe soltanto nel 2012, quando il presidente della Repubblica Boris Tadic le ha conferito la medaglia d’oro alla memoria. A oggi nessun riconoscimento ufficiale è arrivato invece dalla Croazia, che per ora si è limitata a intitolarle un parco cittadino a Zagabria.
RM

Famiglie cacciate di casa a Belfast est

Avvenire, 8.10.2017

Sembra di essere tornati tristemente indietro nel tempo a Belfast, dove nei giorni scorsi un gruppo di famiglie cattoliche dell’area di Ravenhill, alla periferia meridionale della città, è stato costretto ad abbandonare le proprie abitazioni nel cuore della notte a causa delle intimidazioni ricevute dai paramilitari lealisti dell’Ulster Volunteer Force. “Ci minacciano perché siamo cattolici”, ha spiegato uno dei residenti, “ci hanno detto che se non avessimo lasciato le nostre case, ce ne saremmo pentiti amaramente”. La polizia dell’Irlanda del Nord ha confermato di essere a conoscenza del rischio di un possibile attacco nei loro confronti ma ha anche ribadito di non essere in grado di identificare gli autori delle minacce. Un paio di giorni dopo, le quattro giovani famiglie cattoliche hanno potuto fare ritorno nelle loro case, scortate dagli agenti, ma soltanto per raccogliere le proprie cose. Da circa un anno vivevano in questa nuova zona residenziale mista che era stata realizzata appositamente per permettere a cattolici e protestanti di convivere in base a un progetto dell’esecutivo di Stormont, che è bloccato dall’inizio dell’anno da uno stallo politico apparentemente irrisolvibile. Durante l’estate, sui lampioni di Cantrell Close – la strada dove vivevano le quattro famiglie – erano state esposte le bandiere lealiste dei paramilitari dell’UVF, col chiaro intento di intimidire i residenti cattolici. Una provocazione che aveva peraltro ottenuto il via libera della parlamentare Emma Little-Pengelly, neoeletta nelle file del partito unionista protestante del DUP, che ha cercato di minimizzare l’accaduto. “All’inizio dell’estate ho parlato con decine di famiglie della zona – ha spiegato Little-Pengelly, che è anche figlia di un ex leader dei paramilitari lealisti – e molte persone mi hanno detto di essere favorevoli alla presenza dei vessilli dell’Ulster Volunteer Force perché li sentono parte delle loro tradizioni”. Ma giorni fa un portavoce dell’ente per l’assegnazione degli alloggi popolari ha confermato la gravità della crisi, raccontando che molte famiglie dell’area si presentano nei loro uffici per denunciare minacce e chiedere di essere trasferite. Quanto accaduto a Cantrell Close ha suscitato una reazione unanime da parte dei leader politici di tutti i partiti nordirlandesi, che hanno firmato una dichiarazione congiunta di condanna. “Non possiamo permettere che qualcuno riporti l’orologio indietro al 1969”, ha commentato Máirtin Ó Muilleoir, deputato del Sinn Féin ed ex sindaco di Belfast. “L’UVF dovrebbe aver cessato le proprie attività in seguito all’accordo di pace, eppure la polizia stessa ritiene che sia ancora in attività”. Ieri le bandiere sono state rimosse dalla strada, tra le proteste di alcuni residenti, uno dei quali, intervistato dal Belfast Telegraph, ha detto: “non capisco perché vogliono costringere cattolici e protestanti a vivere insieme, non funzionerà mai”.
RM