Archivi categoria: Resistenza

80 ANNI DOPO GUERNICA BOMBE FASCISTE SUL ROJAVA

Gianni Sartori

Con un drammatico appello l’Unione delle Comunità del Kurdistan (KNK) ha informato l’opinione pubblica che l’esercito turco sta attaccando i curdi yezidi e i villaggi del Rojava. Aerei da guerra turchi hanno bombardato Şengal (Sinjar-Iraq/Kurdistan) e Dêrik (Karaçokê-Rojava/Kurdistan). Sarebbero almeno ventisei gli aerei da guerra turchi che hanno attaccato Amûd e Geliyê Kersê di Şengal/Sinjar. In queste ore (tarda serata del 25 aprile) il bombardamento è ancora in corso. Preventivamente, in vista dei bombardamenti, a Dêrik e nelle zone circostanti sono state completamente interrotte le reti di comunicazione. Molti civili e molti combattenti curdi sono rimasti uccisi e altri feriti a causa degli attacchi aerei.
La scorsa notte aerei da guerra turchi avevano bombardato Dengê Rojava Radio e ÇIRA-FM e anche il quartier generale delle YPG a Karaçokê presso la città di Dêrik. Dal comando generale delle YPG era partito un appello all’autodifesa e all’insurrezione rivolto alla popolazione del Rojava.
Riporto testuale:
“Alle 2.00 di martedì, 25 aprile 2017, aerei da guerra turchi hanno lanciato un attacco su larga scala sul quartier generale del Comando Generale delle Unità di Difesa del popolo (YPG) sul monte Karaçokê vicino alla città di Dêrik, dove si trovano anche un media center, una radio locale, il quartier generale della comunicazione e alcune istituzioni militari. Questo vile attacco ha portato la morte e il ferimento di diversi nostri compagni. Ulteriori dettagli sulle loro generalità verranno resi noti più avanti.
E il comunicato prosegue:
“Noi come Unità di Difesa del Popolo ribadiamo che questo vile attacco non scoraggerà la nostra determinazione e la nostra libera volontà di combattere e scontrarci con il terrorismo. Chiediamo anche al nostro popolo nel Rojava con tutte le sue componenti di prendere posizione al fianco delle sue forze legittime a fronte di questa offensiva.”
Per il co-presidente del PYD “questi attacchi aerei vengono eseguiti per dare sostegno a ISIS e per questo le forze della coalizione devono chiarire la loro posizione”. Ha poi specificato che l’aviazione turca sta attaccando “una società che sta combattendo contro il terrorismo. Le forze della coalizione non devono rimanere in silenzio di fronte a questo. Nessuno deve accettare questo attacco.”
Appare evidente che con questi atti irresponsabili (azzardo un’ipotesi: terrorismo di stato?) il governo turco sta tentando di neutralizzare l’operato anti-Isis dei curdi a Raqqa.
Ed è esattamente questa la convinzione espressa dalla Assemblea Siriana Democratica (MSD): Mentre è in corso l’operazione a Raqqa e le nostre forze stanno prendendo il sopravvento su ISIS, aerei da guerra turchi stanno bombardando il nostro quartier generale sia nella zona di Karaçokê che di Şengal. Questi attacchi mostrano che lo Stato turco vuole neutralizzare l’operazione a Raqqa per far prendere fiato a ISIS.
Ma in ogni caso, ribadisce la MSD: “un attacco del genere servirà solo a rafforzare la nostra determinazione contro il terrorismo”.

Spoon River d’Irlanda

Reportage dal cimitero cattolico di Milltown, Belfast, uscito su Avvenire il 10 marzo 2017

Bobby Sands e i martiri dell’indipendenza irlandese dormono su una collina che sovrasta il centro di Belfast, in un luogo che anche col trascorrere delle epoche storiche ha mantenuto intatta tutta la sacralità del suo passato. Nel cuore dell’ex ghetto cattolico di Falls road, il quartiere che fu per decenni il crocevia della lotta dell’IRA, si erge silenzioso e imponente il cimitero di Milltown. L’area che lo circonda è diventata ormai un percorso turistico e talvolta si stenta quasi a riconoscerla. La gigantesca stazione di polizia che ai tempi del conflitto incombeva sull’ingresso della necropoli con il suo massiccio apparato di sistemi di sicurezza è stata demolita alcuni anni fa: tonnellate di cemento e lamiera sono state rimosse per lasciare spazio a una piccola piazza, all’angolo con Springfield road. Sull’altro lato della strada le enormi volumetrie di una catena di supermercati inglesi hanno affiancato impietosamente quell’antologia di lapidi e croci celtiche, e le sue insegne luminose oscurano con irriverenza la prospettiva del cimitero.
Fin dagli anni ’20, le strade circostanti sono state teatro dei brutali pogrom anticattolici che alcuni decenni più tardi avrebbero innescato gli scontri culminati nei cosiddetti Troubles e nella fase moderna del conflitto anglo-irlandese. Milltown non è semplicemente un luogo della memoria, del silenzio e della preghiera, perché nelle sue pietre raccoglie oltre due secoli di storia della causa indipendentista irlandese. Nessun cimitero in tutta l’Irlanda – neanche il monumentale Glasnevin di Dublino – può annoverare al suo interno un numero così grande di caduti per la libertà del paese. Nel 1869 Patrick Dorrian, vescovo di Down e Connor, investì poco più di quattromila sterline per acquisire ventidue ettari di terreno sui quali fece realizzare un cimitero che, contrariamente al vicino City cemetery, doveva essere destinato esclusivamente alla sepoltura dei cattolici. Le tombe che ospita oggi sono circa 200mila, e tra queste soltanto una appartiene a un protestante: James Moore Neeley Hunter, un carpentiere navale morto nel 1954 all’età di 75 anni, sposato con una donna cattolica.

A Milltown si accede varcando il grande arco triangolare in pietra che segna l’ingresso principale, su Falls road, e percorrendo i viali che digradano giù verso l’autostrada e il centro cittadino. Curiosamente, sono poche le tombe risalenti alle due guerre mondiale – in totale centocinquanta – e l’unico monumento di rilievo è quello eretto a ricordo delle vittime non identificate del blitz dell’aviazione nazista che distrusse Belfast nella primavera del 1941. Basta spingersi poche centinaia di metri oltre l’ingresso per ritrovarsi nei cosiddetti poor ground, i prati dove sono state inumate decine di migliaia di vittime dell’influenza spagnola che flagellò l’Europa nel 1918 e solo a Belfast causò la morte di quasi ottantamila persone. I loro corpi giacciono anonimi in una zona che è quasi un’immensa fossa comune. Poco più avanti inizia il pantheon dei martiri della causa repubblicana indipendentista, disseminato in più aree non distanti tra loro. Il primo Republican Plot, dedicato alla memoria del feniano William Harbinson, morto nel 1867, ospita i resti di alcuni dei più noti caduti dell’IRA degli anni ’20, tra i quali spiccano Liam Mellows e Rory O’Connor, fucilati dalle truppe governative irlandesi durante la guerra civile nel 1922. Percorrendo sentieri costellati di lapidi e croci celtiche, ci si imbatte in un grande memoriale nero restaurato di recente che rappresenta un tributo ai caduti repubblicani della Contea di Antrim, dalla rivolta del 1798 ai giorni nostri. Più avanti, una stele nera segnata dal tempo ricorda Winifred Carney, una delle più grandi figure femminili della Rivolta di Pasqua del 1916. Fu la più stretta collaboratrice del leader socialista James Connolly, nonché l’unica donna che combatté con i rivoltosi asserragliati nell’edificio delle Poste Centrali di Dublino. Centinaia di cattolici caduti durante il conflitto e di volontari dell’IRA sono sepolti nelle rispettive tombe di famiglia. Tra questi c’è anche Tom Williams, uno dei più importanti martiri della storia repubblicana, impiccato ad appena diciotto anni nel 1942 per aver preso parte all’attentato contro un poliziotto. I suoi resti sono stati traslati a Milltown soltanto nel 2000, dopo essere rimasti per decenni nel vecchio carcere cittadino di Crumlin road, ormai chiuso. Tra i testimoni illustri della complessità del passato irlandese ci sono religiosi che hanno scritto la storia della comunità cattolica di Belfast dalla fine del XIX secolo. In uno spazio dedicato ai padri redentoristi riposa da tre anni Alec Reid, figura di spicco del processo di pace, che rese il vicino monastero di Clonard uno dei simboli del dialogo negli anni più cupi del conflitto. Bobby Sands è sepolto nel cosiddetto New Republican Plot, un vialetto circoscritto da un piccolo muro e costellato di lapidi ornate da corone di fiori e sormontato da un monumento sul quale sventola il tricolore irlandese. Il suo nome è iscritto su una lapide di marmo nero insieme a quello di Joe McDonnell (il compagno che prese il suo posto nello sciopero della fame del 1981 e morì qualche settimana dopo di lui) e Terence O’Neill. Purtroppo la sua tomba viene periodicamente profanata e sfregiata da attacchi che confermano quanto certe ferite siano ancora aperte e al tempo stesso ne riconoscono, implicitamente, l’importanza storica. Nel 2004 fu addirittura distrutta da un blitz dei fanatici orangisti, mentre l’ultimo oltraggio risale all’estate scorsa, e vide tutta l’area circostante imbrattata con graffiti e slogan neonazisti. Ma il fatto più tragico avvenne il 16 marzo 1988, quando il cimitero divenne teatro di una strage. Durante i funerali di tre volontari dell’IRA uccisi a Gibilterra dalle forze di sicurezza britanniche, Michael Stone, militante del gruppo paramilitare lealista Ulster Defence Association attaccò la folla a colpi di granate e fucilate, a pochi passi dalla tomba di Bobby Sands. Uccise tre persone e ne ferì una quarantina prima di sfuggire al linciaggio grazie all’intervento di una pattuglia della polizia. L’agghiacciante sequenza, ripresa dalle televisioni, è tristemente passata alla storia come uno dei fatti più tragici avvenuti negli ultimi anni del conflitto.
RM

Suor Maura, martire sulla strada di Romero

Avvenire, 28.1.2017

      C’è un episodio finora rimasto ignoto che è in grado di descrivere tutto il coraggio e la statura religiosa, morale e politica di suor Maura Clarke. Accadde in Nicaragua, alla fine degli anni ’70, quando questa piccola donna con gli occhiali afferrò per un braccio un alto ufficiale della Guardia Nazionale. “Perché avete arrestato queste persone? – gli chiese – stanno solo protestando per la mancanza di acqua potabile, è un loro diritto”. Il soldato, vedendo che ad affrontarlo era una religiosa, perlopiù straniera, le rispose con tono sprezzante. “Sorella, se ne torni al suo convento”. Allora Sister Maura perse la pazienza e iniziò a gridare, indicando la strada polverosa e piena di bisognosi: “questo è il mio convento! Questo è il mio convento!”. Qualche anno dopo, la sua storia avrebbe conosciuto un tragico epilogo in un altro dei disastrati paesi dell’America Centrale, il Salvador. Il 2 dicembre 1980, pochi mesi dopo il brutale assassinio dell’arcivescovo Oscar Romero, vennero ritrovati in una fossa i cadaveri di Maura Clarke e altre due religiose (Dorothy Kasel e Ita Ford), oltre a quello di una missionaria laica, Jean Donovan. Le quattro donne erano state torturate, violentate e barbaramente uccise dagli squadroni della morte del regime. Il colpo di stato militare dell’anno prima aveva rotto definitivamente gli argini della legalità nel piccolo, poverissimo paese centroamericano reduce da una lunga stagione di guerre civili e uccisioni indiscriminate. Il potere nelle mani delle forze armate e l’uso generalizzato della tortura e dell’assassinio contro gli oppositori – veri o presunti – avevano gettato il Salvador in un abisso di orrori senza fine. Gli omicidi, le stragi e le brutalità erano all’ordine del giorno: solo nel 1980 furono ammazzati circa ottomila uomini, donne e bambini ma l’assassinio delle quattro donne statunitensi segnò un punto di non ritorno destinato a passare alla storia. Continua la lettura di Suor Maura, martire sulla strada di Romero

Parigi, la morte ingiusta di Malik Oussekine

Gli avvenimenti di questi giorni in Francia hanno riportato sui giornali i nomi di Zyed Benna e Bouma Traoré. La loro morte, il 27 ottobre 2005, fu la miccia per la grande rivolta delle banlieue in novembre. Ma il ricordo corre anche a un’altra “mort indigne”, quella di Malik Oussekine.

(di Gianni Sartori)

Sabato 6 dicembre 1986. La mezzanotte è passata da venti minuti.
Nel garage della Prèfecture de Paris 43 poliziotti del Peloton de voltigeurs motoportés, (cagoule – passamontagna – nero e casco bianco, muniti di matraque – manganello – di legno lungo un metro) ricevono l’ordine atteso per oltre dieci ore: “PMV, en place!”.
Un’ora e mezza più tardi Malik Oussekine incrocerà la strada di questi vigilantes di Stato motorizzati. Non ne uscirà vivo. Nell’estate del 1986 il sindacato studentesco UNEF-ID lanciava una grande mobilitazione contro il progetto di riforma della scuola superiore proposto dal secrétaire d’Etat aux Universités, Alain Devaqut. Il 22 novembre vengono convocati gli états généraux étudiants alla Sorbonne. Da qui partirà l’indicazione di uno sciopero generale e di una grande manifestazione per il 27 novembre. Intanto, rispondendo all’appello della Féderation de l’Education nationale, il 23 novembre duecentomila persone scendono in piazza contro la politica educativa del governo. Non è che l’inizio: due giorni dopo, il 25 novembre, sono già una cinquantina (su 78) le università in sciopero. Migliaia di studenti medi organizzano manifestazioni spontanee a Parigi. Il 27 saranno oltre 500mila  in tutte le grandi città francesi. Continua la lettura di Parigi, la morte ingiusta di Malik Oussekine

Il comandante bosniaco che preferì restare umano

Venerdì di Repubblica, 10.1.2017

“Non chiamatemi eroe, sono soltanto un uomo”: Amir Reko continua a ripeterlo tutte le volte che viene chiamato a raccontare la sua storia, tragica ed esemplare, accaduta esattamente venticinque anni fa, agli albori della guerra di Bosnia. Eppure questo ex militare dallo sguardo triste, oggi poco più che cinquantenne, è riuscito con un solo gesto a contraddire tutti i luoghi comuni sul rancore cieco e vendicativo del conflitto nei Balcani. Era diventato da poco comandante della 43esima Brigata di difesa territoriale bosniaca, in quella maledetta estate del 1992, quando venne informato che le milizie serbe avevano attaccato il villaggio di Gudelj, a poco più di cento chilometri da Sarajevo, massacrando la popolazione. Nella lista dei civili bruciati vivi nelle loro case c’erano sua madre, suo nonno e altri cinque componenti della sua famiglia. Un paio di giorni dopo il Comando bosniaco ordinò alla sua divisione di attaccare il vicino villaggio di Bucje, a maggioranza serba, perché rappresentava una possibile minaccia. Il destino gli stava offrendo la possibilità immediata di vendicarsi, di sfogare la sua rabbia e la sua disperazione su altri civili innocenti e inermi come i suoi familiari. Ma la sua coscienza si ribellò di fronte all’orrore e gli impedì di diventare a sua volta un carnefice. “Non condividevo il modo in cui ci ordinavano di attaccare il villaggio, sapevo che avrebbe avuto conseguenze fatali per donne, vecchi e bambini – spiega oggi – così rassicurai gli abitanti dicendo che non avremmo torto loro un capello, e feci in modo che si mettessero al sicuro”. Alcuni dei suoi uomini avevano perso i propri cari per mano dei serbi e non condivisero la sua decisione. Qualcuno lo accusò di essere un debole, un codardo, e gli disse che il suo gesto non avrebbe evitato l’ennesima pulizia etnica nell’area. Invece i quarantacinque abitanti di Bucje si salvarono tutti e oggi riconoscono di essere vivi soltanto grazie a lui. La sua vicenda è rimasta a lungo nell’oblio anche perché in Bosnia c’è ancora una certa reticenza a raccontare storie simili, per timore di essere accusati di tradimento dalla propria comunità. A renderla pubblica è stata un documentario prodotto dall’Institute for War and Peace Reporting di Londra, nel quale Reko pronuncia parole che suonano come un inno alla convivenza e alla tolleranza. “Mia nonna fu salvata da un serbo durante la Seconda guerra mondiale, io stesso nel 1992 sono stato salvato da un commilitone serbo che mi aiutò a oltrepassare le linee nemiche per raggiungere la città Gorazde, mia madre ha sempre convissuto con i serbi, prima di essere uccisa, e quindi non posso condannare l’intero popolo serbo per quello che è successo alla mia famiglia”. Dopo la guerra Reko ha lasciato il suo paese per trasferirsi in Danimarca, dove si è costruito una nuova vita diventando un uomo d’affari. La sua azienda produce piatti da cucina in legno che vengono venduti nei supermercati dei paesi scandinavi e da poco ha aperto anche una filiale in Bosnia. Nel frattempo sono state lanciate iniziative per proporre la sua candidatura al Nobel per la pace e per raccontare la sua storia in un film. Di fronte a quel che resta della sua casa bruciata, l’ex comandante Reko ha fatto costruire un monumento alla memoria di sua madre e della sua famiglia. “È difficile restare umani durante una guerra come quella, ma niente può giustificare certi crimini – spiega -. Non credo di essere un eroe, ho fatto solo quello che chiunque avrebbe dovuto fare in una situazione simile”.
RM

Beirut, Antigone ferma la guerra

Avvenire, 19.1.2017

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Sfidare la guerra, la violenza, la morte con la forza politica dirompente dell’arte e del teatro. Forse non può esistere un’utopia più grande di quella immaginata dallo scrittore francese Sorj Chalandon nel suo ultimo romanzo tradotto in italiano, La quarta parete (Keller editore, traduzione di Silvia Turato, pp. 288). Ambientato nei primi anni ’80 in una Beirut dilaniata dalla guerra, il libro racconta la storia di un giovane francese che cerca in tutti i modi di mantenere la promessa fatta a un amico, compagno di ideali e di lotte universitarie: mettere in scena l’Antigone di Jean Anouilh in una zona di guerra, offrendo un ruolo a ciascuno dei belligeranti, portando la pace tra casa e casa, mischiando ex oppressori ed ex oppressi per una sola, breve rappresentazione. Chalandon è stato per trent’anni inviato del quotidiano francese Libération sui fronti di guerra di tutto il mondo, prima di iniziare a dedicarsi con successo all’attività di romanziere. Memorabili i suoi precedenti libri tradotti in italiano, Il mio traditore (Mondadori, 2009) e soprattutto Chiederò perdono ai sogni (Keller, 2014), entrambi ambientati ai tempi della guerra in Irlanda del Nord.

Sorj Chalandon
Sorj Chalandon

Dal 1981 al 1987 ha seguito il conflitto in Libano, innescato in quegli anni dal corto circuito che aveva fatto saltare il fragile equilibrio tra le comunità cristiane, perlopiù maronite, e quelle musulmane, sciite e druse. Anche stavolta, come nei due romanzi precedenti, l’universo narrativo di Chalandon è ispirato a una realtà ben precisa che lascia ben poco spazio alla finzione. La quarta parete è un libro sull’assurda quotidianità della guerra, sull’implosione dei rapporti umani e sulla perdita dei valori morali e ideologici di fronte agli orrori del mondo. Ma è anche un romanzo fortemente autobiografico, dove l’autore è trasfigurato nei panni di Georges, il protagonista, un giovane appartenente a una generazione idealista e disillusa. “Georges è una parte di me – ci spiega Chalandon – ed esprime tutti i fantasmi che ho accumulato in quell’epoca, rappresenta tutto ciò che non mi piace di me stesso. Ho scritto questo libro anche per uccidere una parte del mio passato”. Continua la lettura di Beirut, Antigone ferma la guerra

La distopia del dissidente ucraino

Avvenire, 15.1.2017

Kaharlyk British coverL’ambientazione è cupa e drammatica: un’Ucraina invasa dalla Russia nel 2114, cento anni esatti dopo le proteste di piazza Maidan. La storia è quella di un ucraino che ha perso la memoria perché l’esercito russo ha “saccheggiato” il suo cervello per controllare i satelliti. I riferimenti indiretti ci rimandano ad Alice nel paese delle meraviglie, a I viaggi di Gulliver e persino all’Odissea di Omero. Il romanzo del giornalista ucraino Oleg Shynkarenko, Kaharlyk, è stato definito un libro di fantascienza dissidente favorito dalle nuove tecnologie, un’opera distopica sul conflitto russo-ucraino che usa l’utopia negativa come strumento di protesta nei confronti della Russia. Ma l’autore cerca di correggere il tiro, almeno in parte: “più che una distopia sulla guerra con i russi – ci spiega – è un tentativo di rappresentare l’identità ucraina in modo insolito, anche con tratti umoristici e surreali”. La genesi di questo romanzo, di cui a giorni uscirà l’edizione inglese per Kalyna Language Press, è stata però una cosa molto seria e sofferta: la prima bozza, pubblicata sul blog personale di Shynkarenko, è stata infatti censurata e cancellata dai servizi segreti ucraini. “Trovarono su internet la mia satira sull’uccisione del presidente Yanukovitch e non gradirono affatto. Mandarono tre energumeni a prelevarmi e mi interrogarono a lungo per capire se ero la mente di una rete internazionale che voleva uccidere il presidente. Mi fecero firmare una serie di testimonianze e poi cancellarono il mio blog acquisendo la piattaforma statunitense sulla quale scrivevo”.
Com’è accaduto per le Primavere arabe del 2011, anche in Ucraina i social media hanno giocato un ruolo determinante durante i fatti di piazza Maidan. Ed è proprio in quel contesto, nei giorni di quella straordinaria stagione di proteste contro la corruzione, l’abuso di potere e la violazione dei diritti umani che Shynkarenko ricostruì il suo romanzo e iniziò a pubblicarlo giornalmente su Facebook sotto forma di piccoli estratti di cento caratteri ciascuno, integrandolo con contenuti audio, musica e registrazioni raccolte per strada. Continua la lettura di La distopia del dissidente ucraino

Aleppo, un dramma a colori

Avvenire, 8.1.2017

“Non c’è più colore ad Aleppo. Tutto è grigio, anche noi. Lo scontro inaspettato tra il grigio e l’arancione mostra le buie conseguenze di una guerra, ma riflette anche un sottile filo di speranza. Il blu notte intorno alle pupille mi parla, mi dice degli orrori che ha visto. Ci manca un colore più chiaro: il bianco. Il cielo dovrebbe essere dipinto di bianco per prendersi gioco della presunta fine della guerra e mostrare l’ingenuità che resta”. Il dramma della Siria prende forma sotto i nostri occhi attraverso la voce innocente e lo sguardo disincantato di Adam, un ragazzino siriano di quattordici anni affetto dalla sindrome di Asperger, che cerca di dare un senso alle proprie emozioni attraverso la pittura. I colori gli servono per descrivere la gente e l’orrore che lo circonda, per cercare di comprendere gli effetti devastanti della guerra sulla vita della sua famiglia e delle persone che gli stanno attorno. Dopo aver ottenuto il plauso della critica inglese, Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, immaginifico romanzo d’esordio della giovane scrittrice anglo-siriana Sumia Sukkar, viene adesso proposto anche in italiano dalla casa editrice Il Sirente, specializzata in letteratura araba, con la traduzione di Barbara Benini. aleppo-siriaCon un lungo e ininterrotto flusso di coscienza Adam esprime un misto di incredulità e paura, di tenerezza e innocenza. Dipinge la guerra perché “offre infinite possibilità pittoriche” e la sua piccola arte finisce per trasfigurarsi in un estremo atto di resistenza, ma contrariamente alle apparenze il romanzo non è una favola e quindi non ci risparmia orrori e crudezze. È piuttosto un originale reportage intimista, il tentativo di spiegare le conseguenze della guerra sulla mente di un bambino la cui leggera forma di autismo lo porta a una forte relazionalità affettiva con gli altri, soprattutto con la sorella Yasmine, il suo principale punto di riferimento dopo la morte della mamma. Ogni capitolo ha il nome di un colore, persino ai personaggi sono assegnate tonalità e sfumature diverse a seconda della vibrazione delle loro emozioni: Adam vede le persone avvolte da un’aurea colorata percependo i loro stati d’animo e i loro sentimenti, mentre la guerra è grigia e copre tutto come uno spesso strato di polvere che rischia di soffocare la nostra umanità. La necessità di comprendere quello che accade attorno a lui lo trasfigura poi nel ruolo di testimone: “un giorno, quando sarà finita la guerra, avrò i miei quadri per mostrare alla gente cosa stava realmente succedendo. I miei quadri non mentono”.
L’autrice, Sumia Sukkar, afferma di essersi ispirata ai racconti di prima mano ascoltati dai suoi familiari siriani e dagli amici che tuttora vivono in Siria. “In questi casi ci può essere la tentazione di edulcorare quello che sta accadendo – spiega – ma io ho scelto al contrario di raccontare i fatti in tutta la loro drammaticità. Quello che volevo trasmettere era l’oscenità e la crudezza della situazione nella quale si trova attualmente la Siria”. Durante la stesura del romanzo Sukkar è stata costantemente in contatto su Skype con una zia che vive a Damasco, e le storie terribili che le ha raccontato sono state poi in parte riversate nel romanzo. “Ho bisogno di dipingere e posso già figurarmi il quadro nella testa – dice Adam – . Due ragazzi giovani sdraiati nell’acqua a gambe e braccia divaricate, liberi, ma con il viso sfigurato, bruciato. Si riesce anche a distinguere dove erano veramente gli occhi e il naso. Sarebbe un dipinto in bianco e nero, con il viso a spettro cromatico. Sarà orribile e meraviglioso allo stesso tempo”. Il libro deve gran parte della sua originalità proprio alla voce narrante, quella di un quattordicenne che a causa della sindrome di Asperger è dotato di una sensibilità fuori dall’ordinario e dell’intelligenza di un bambino più piccolo della sua età. La sua tenera ingenuità diventa un monito contro l’assurdità di tutte le guerre, come quando sente una folla che acclama Assad e si chiede “se stanno dalla parte del presidente, perché allora uccidono la gente del suo paese?”, oppure quando si affaccia alla finestra di casa sua e gli uomini che vede in strada gli sembrano un dipinto, qualcosa che Salvador Dalì dipingerebbe nel suo famoso quadro Volto della guerra.
La giovane scrittrice (aveva appena ventidue anni quando il libro è uscito in Inghilterra) spiega che la scelta si è resa necessaria per rendere più intenso ed efficace l’impatto narrativo della storia. È quasi inevitabile tracciare un paragone con il romanzo best seller di Mark Haddon uscito una decina d’anni fa, Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte. Anche in quel caso il protagonista era Christopher, un quindicenne affetto dal medesimo disturbo pervasivo dello sviluppo, costretto ad affrontare fatti tragici con un’emotività al di fuori dell’ordinario. Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra ha però il grande pregio di rappresentare con uno sguardo inedito e sorprendente una delle più terribili crisi umanitarie del nostro tempo, di dimostrare come la fantasia e l’immaginazione possano proteggerci dagli orrori del mondo, e di individuare una speranza per il popolo siriano nella sua fede incrollabile in Dio e nella forza degli affetti. In Gran Bretagna è stato adattato sotto forma di documentario radiofonico passando nel prestigioso “Saturday Drama” della Bbc e sono già stati acquistati i diritti per la realizzazione di un film tratto dal libro.
RM

Aleppo. Dove è morta l’umanità

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di Cecilia Dalla Negra e Fouad Roueiha

Il 13 dicembre, dopo quasi 4 anni e mezzo dalla divisione della città, la parte est di Aleppo si avvia a tornare sotto il controllo del regime di Damasco. Cade l’Aleppo dell’Università della rivoluzione, quella del Consiglio Locale e degli esperimenti di democrazia, quella di emittenti libere come Radio Hara o Nasaem Souria.
Cade l’Aleppo eroica che ad agosto aveva rotto il primo assedio che le era stato imposto grazie ai civili che avevano creato una no fly zone dal basso, prodotta dalla coltre nera di centinaia di pneumatici bruciati per oscurare il cielo ed impedire i bombardamenti.
La battaglia per quella che era la più popolosa città della Siria e una tra le più antiche ancora abitate al mondo, si è conclusa con 4 mesi d’assedio e 3 settimane di martellanti bombardamenti da parte dell’aviazione siriana e russa, mentre sul terreno avanzavano le truppe governative affiancate dal libanese Hezbollah e decine di milizie irregolari siriane, irachene ed altre sostenute dall’Iran. Nessuna arma, a eccezione dell’atomica, è stata risparmiata: dai missili balistici a quelli anti-bunker, dalle armi chimiche a quelle incendiarie e termobariche, fino ai barili bomba e alle munizioni a grappolo. Continua la lettura di Aleppo. Dove è morta l’umanità

L’ultimo testimone di Treuenbrietzen

Avvenire, 25.9.2016

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Antonio Ceseri (foto di R.Michelucci)

Un silenzio lungo quasi mezzo secolo ha avvolto la storia dell’ultimo sopravvissuto della strage nazista di Treuenbrietzen. Il 23 aprile 1945, nel lager poco distante da Berlino dove il Terzo Reich produceva munizioni, gli uomini della Wehrmacht fucilarono 130 soldati italiani. “Ci fecero camminare a lungo per scappare dai russi che erano arrivati al campo due giorni prima, poi ci costrinsero a scendere in una cava di sabbia che era già piena di cadaveri, e ci spararono addosso”. Mentre ci racconta la sua storia, lo sguardo di Antonio Ceseri si vela di commozione, ancora una volta. Fiorentino, classe 1924, dunque all’epoca poco più che ventenne, Ceseri rimase miracolosamente illeso perché i corpi dei suoi compagni gli fecero da scudo e lui, con la sua corporatura minuta, restò sepolto da quei corpi sanguinanti per tutta la notte, senza che i tedeschi se ne accorgessero. Dei tre superstiti di quella barbara e immotivata esecuzione è l’unico tuttora rimasto in vita ma la sua storia terribile è rimasta sepolta dentro di lui per lungo tempo. Sono dovuti passare esattamente 45 anni, prima che decidesse che era arrivato il momento di raccontarla. Da allora ha iniziato a portare nelle scuole la sua incredibile testimonianza, che è stata ricostruita anche nel libro In silenzio di Mario Cristiani, recentemente uscito per Giunti. Ceseri è uno degli oltre seicentomila internati militari italiani – i cosiddetti Imi -, quei soldati che dopo l’armistizio del 8 settembre 1943 dissero “no” ai tedeschi e ai fascisti e furono per questo deportati nei campi di lavoro forzato in Germania. Almeno 50mila di loro non avrebbero più fatto ritorno a casa. Ma la memoria collettiva italiana ha tardato a fare i conti con questa tragedia, riconoscendola con grave ritardo appena una decina d’anni fa, con una medaglia conferita dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. A lungo gli Imi sono stati considerati dei traditori, degli “imboscati” – così riporta testualmente anche il foglio matricolare di Ceseri -, senza che nessuno riconoscesse il valore del loro rifiuto e le sofferenze patite nei campi di lavoro dove furono privati dello status di prigionieri di guerra, torturati, deportati, uccisi. “Ci chiesero se volevamo tornare in Italia per combattere per la Repubblica Sociale e io mi rifiutai, come la maggior parte dei miei compagni. Non volevamo combattere dalla parte dei tedeschi. E lo rifarei ancora oggi”, assicura Ceseri, che nonostante l’età ha conservato uno spirito straordinario e una memoria di ferro che gli consente di ricordare ogni singolo dettaglio della sua incredibile vicenda. Continua la lettura di L’ultimo testimone di Treuenbrietzen