Archivi categoria: Resistenza

Sarajevo, la creatività dell’assedio

Avvenire, 25.1.2017

Ha l’aspetto di una comune guida Michelin ma è forse la più originale guida turistica mai realizzata. Fu redatta a Sarajevo nel 1992, durante il primo anno dell’assedio, da un gruppo di giovani artisti e intellettuali della città e distribuita all’epoca dalla casa editrice Workman di New York. La Survival Guide Sarajevo conteneva informazioni sulla vita quotidiana in una città assediata dal fuoco incessante dei cecchini e dei colpi di mortaio, priva di trasporti, senza cibo, acqua, riscaldamento ed elettricità. Al suo interno c’erano consigli pratici su dove dormire, come riscaldarsi, come depurare l’acqua e istruzioni per preparare pasti e bevande con un vero e proprio ricettario di guerra. All’epoca il Washington Post la definì “la parodia azzeccata di una guida turistica alla moda”. Fu in realtà un progetto estremo di denuncia e documentazione che adesso, a distanza di venticinque anni esatti da quei giorni, esce rivista e tradotta in italiano con il titolo Sopravvivere a Sarajevo. Condizioni urbane estreme e resilienza: testimonianze di cittadini nella Sarajevo assediata (1992-1995) per Bébert edizioni. La guida fa parte in realtà di un progetto più ampio portato avanti nei primi anni ’90 da Fama, una società di produzione indipendente nata poco prima dell’inizio del conflitto nei Balcani. Negli anni della guerra ha raccolto foto, testimonianze e documenti che nel 2013 hanno consentito la creazione del Fama Collection (famacollection.org), un museo virtuale dell’assedio di Sarajevo che si propone di tramandarne la memoria alle generazioni future anche pubblicando libri e materiali audiovisivi di approfondimento sulla guerra.
Tra il 1992 e il 1995, per continuare a vivere in quelle condizioni disperate era indispensabile una grande inventiva: ci fu chi ricavò una stufa da una vecchia lavatrice, chi costruì fornelletti con lattine e pezzi di metallo, chi produsse corrente facendo andare un filatoio. Un abitante racconta di non essersi perso d’animo di fronte al proiettile che aveva forato la conduttura dell’acqua del bagno. “Con i teli di plastica che usavamo al posto dei vetri ho costruito un imbuto che convogliava l’acqua piovana direttamente in bagno. Così, quando pioveva, potevo farmi il bagno anche con due litri d’acqua”. È toccante il ricordo dei giorni di Natale trascorsi in quei quattro anni d’assedio: “non abbiamo mai saltato un Natale in chiesa, mai smesso di fare l’albero, di mettere il vestito della festa e di cantare nel coro”, racconta un altro sarajevese. “Questo significava molto per tutti gli abitanti di Sarajevo, dava loro forza, era segno che la città era attiva”. E quando arrivarono i regali, i bambini credettero che Babbo Natale fosse riuscito ad aprirsi un varco nella città assediata e si convinsero definitivamente della sua esistenza. “Le condizioni estreme a cui è stata sottoposta la città – spiega Suada Kapić, curatrice della guida – hanno dato vita a una società parallela, in cui la creatività era il bene primario. Il bisogno di formulare una strategia di adattamento non lasciava spazio a rassegnazione e disperazione. La resilienza manteneva occupata la mente delle persone, annientava i pensieri che avrebbero potuto distruggere la volontà di andare avanti e resistere”. Ciò che colpisce maggiormente in queste pagine è proprio lo spirito degli abitanti di Sarajevo, che furono capaci di far fronte all’orrore del più lungo assedio della storia contemporanea con fantasia, ingegno e condivisione. Nella guida – che è arricchita da foto, mappe e illustrazioni dell’epoca – sono infatti loro stessi a condividere le strategie adottate non solo per sopravvivere “dentro la guerra” ma anche per provare a studiare, suonare, recitare e ballare scegliendo la cultura come arma di resistenza. Anche dopo lo scempio della biblioteca nazionale, tutti cercavano letture impegnate per dimenticare la guerra, i testi più letti erano quelli di Platone e Hegel. Il gruppo Fama invitava professori da tutto il mondo a tenere lezioni di storia, lingua, arte e letteratura in una sorta di università itinerante all’aria aperta, che aveva sede in un giardino di rose. “I cittadini venivano alle conferenze e gli oratori davano il loro meglio”, spiega la curatrice del libro, “si condivideva il tacito diritto alla resistenza culturale contro la barbarie. Ogni occasione era buona per riscattarci dal ruolo di vittime”. In quei 1395 giorni di assedio costati oltre undicimila morti, a Sarajevo andarono in onda trasmissioni radiofoniche, furono organizzate scuole e attività teatrali negli scantinati. La sede di dieci piani dello storico quotidiano cittadino Oslobodjenje fu abbattuta dai cannoni serbi nei primi mesi dell’assedio ma i suoi giornalisti continuarono a lavorare in una redazione allestita in un rifugio sotterraneo, nella semioscurità, con la sola luce di una lampada a olio, nell’attesa che scendesse la notte e partisse il generatore. Per tutto il corso dell’assedio riuscirono a far uscire un’edizione di due pagine del giornale. “In questo libro – conclude Kapić – riportiamo prove reali di un immenso potenziale umano in grado di vincere l’ignoto, il nuovo, l’oscuro e l’inimmaginabile. Crediamo che le persone che hanno vissuto l’assedio di Sarajevo costituiscano un esempio di speranza per l’umanità”. A distanza di un quarto di secolo, questa guida diventa una straordinaria testimonianza antropologica, un inno alla vita e un monito contro la violenza dei nazionalismi.
RM

Srebrenica, il calcio cura le ferite

Avvenire, 12.5.2017

C’è qualcosa di unico e di inspiegabile nella storia del FK Guber, la squadra di calcio di Srebrenica. In un’area della Bosnia che circa vent’anni fa è stata teatro del più grande orrore compiuto in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale, in una città ancora paralizzata dai fantasmi del genocidio, per una volta è il pallone a favorire la convivenza, la tolleranza e l’amicizia tra i giovani di tutte le etnie. Come se una misteriosa alchimia avesse reso possibile sul campo da gioco quello che ancora oggi rimane un miraggio nella vita di tutti i giorni. Per cercare di spiegare le ragioni di questo vero e proprio miracolo sportivo è necessario risalire alle sue radici. Ci si imbatte nel piccolo stadio del Guber poco prima di arrivare a Srebrenica, qualche chilometro dopo l’imponente memoriale di Potocari, dedicato agli ottomila bosniaci musulmani massacrati dalle milizie serbe nel 1995. La squadra di calcio fu fondata nel 1924 da un serbo e da un musulmano che donarono i loro appezzamenti di terreno confinanti per consentire la realizzazione del campo e delle piccole tribune. Nella sua storia ormai quasi centenaria, il Guber ha sempre militato nelle serie minori dando spazio a giocatori e dirigenti di tutte le etnie.

Una formazione del FK Guber Srebrenica

Raramente si è affacciato nel calcio che conta, ma i più anziani ricordano ancora la straordinaria impresa compiuta nel 1989 nei sedicesimi di finale della coppa nazionale di Jugoslava, quando i biancazzurri di Srebrenica si concessero il lusso di battere ai rigori una squadra di prima divisione, il Buducnost di Titograd (l’attuale Podgorica). A indossare i panni dell’eroe, quel giorno, ci pensò il portiere Jusuf Malagic, parando il rigore decisivo calciato da un giovane campione, fresco vincitore dei mondiali juniores e pronto a diventare la stella del Partizan Belgrado e poi del Real Madrid: Predrag Mijatovic. Partite e allenamenti sono proseguiti anche durante la prima fase della guerra degli anni ’90, quasi a voler esorcizzare i massacri e le deportazioni attraverso il potere salvifico dello sport. Ma di lì a poco anche quella piccola e fragile utopia sarebbe stata travolta dalla barbarie, molti dei suoi giocatori furono uccisi e finirono nelle fosse comuni disseminate nella campagna, lungo il corso della Drina. La ricostruzione sarebbe arrivata una decina d’anni più tardi, nel 2004. Tra i rifugiati che fecero ritorno in città c’era anche Malagic, il portiere “eroe” del 1989. Fu lui il primo a credere che il Guber potesse rinascere dalle proprie ceneri e tornare a promuovere quei principi che erano stati spazzati via insieme a tante vite umane. A poco a poco, grazie al fondamentale aiuto finanziario di alcune Ong e federazioni calcistiche europee, è stata rimessa in piedi una scuola calcio per i più giovani. All’inizio erano in pochi a credere in un progetto che traeva la propria forza dall’integrazione e dal dialogo interculturale. Ma col tempo la passione è riuscita a prevalere sulla diffidenza e sul pregiudizio, mentre la prima squadra ha cominciato a scalare le classifiche dei campionati dilettantistici. “Alcuni dei nostri ragazzi hanno perso i familiari durante la guerra oppure hanno avuto padri, zii o fratelli maggiori che hanno combattuto gli uni contro gli altri”, spiega l’allenatore Emir Bektic. “Eppure oggi il passato non li divide più e grazie al calcio sono riusciti a diventare amici”. L’anno scorso la squadra è stata promossa nella seconda divisione della Repubblica Srpska, il corrispettivo della Lega Pro per il campionato di calcio italiano. Anche adesso che si trova appena due gradini sotto l’ambitissima Premier League bosniaca, continua ad annoverare nel suo organico giocatori serbi, croati e musulmani. “Riuscire a convivere è la nostra vera vittoria – conclude Bektic – credo che il Guber rappresenti un modello di speranza per il futuro di Srebrenica e di tutta la Bosnia”.
RM

La squadra di Assad ai mondiali di calcio?

Venerdì di Repubblica, 28 aprile 2017

Può una squadra di calcio senza tifosi, senza stadio e senza soldi qualificarsi per i mondiali che si disputeranno in Russia nel 2018? La nazionale siriana potrebbe partecipare a una fase finale del campionato del mondo per la prima volta nella sua storia proprio mentre il paese è dilaniato dalla guerra civile. Quello che anche in tempo di pace è sempre stato un sogno proibito è diventato una possibilità concreta qualche settimana fa, grazie a un’inaspettata vittoria casalinga sull’Uzbekistan nel girone di qualificazione. La partita sembrava avviata verso un inutile pareggio, quando a pochi minuti dalla fine il ct Ayman Hakeem ha fatto entrare l’anziano attaccante Firas al-Khatib. Erano cinque anni che il 33enne numero dieci originario di Homs, considerato il più forte giocatore siriano di tutti i tempi, non indossava più la maglia della nazionale. Nel 2012 aveva infatti  abbandonato “la squadra del regime” per motivi politici, non facendo mistero del suo sostegno nei confronti dei ribelli anti-Assad, prima di trasferirsi in Kuwait. Ma poi ha deciso di riprendere il suo posto in squadra affermando che la nazionale è di tutti, e che vale la pena contribuire alla corsa verso il Mondiale. A un minuto dalla fine è stato proprio lui a procurarsi il rigore decisivo che è stato trasformato dal giovane compagno di squadra Omar Kharbin, proiettando la squadra a ridosso del terzo posto nella classifica del girone eliminatorio, che garantirebbe l’accesso ai playoff per Russia 2018. Per ovvi motivi di sicurezza le “aquile di Qassioun” (questo il soprannome dei giocatori siriani, dal nome del monte che sovrasta la capitale) sono costrette da anni a giocare le partite casalinghe fuori casa, anche perché lo stadio Abbasyn di Damasco che era il tempio della nazionale è stato trasformato in una base militare e molti altri sono diventati centri di detenzione. I match interni di qualificazione sono stati disputati prima in Oman, poi in Malesia: alla partita con l’Uzbekistan, giocata allo stadio Hang Jebat di Malacca, hanno assistito appena trecento tifosi. Ma il ritorno di al-Khatib – da molti considerato un traditore della patria – è stato visto come un provvidenziale segno del destino e una speranza per il futuro del paese, come hanno dimostrato le lacrime versate nel dopo partita dal ct Hakeem, che ha dedicato il successo a tutto il popolo siriano. La nazionale è da sempre un potente strumento di propaganda del regime di Bashar al-Assad e negli ultimi anni non è stata immune da tensioni politiche, con giocatori arrestati, costretti a fuggire o addirittura uccisi a causa del loro sostegno ai ribelli. Ma pur priva di tifo al seguito e costretta a convocare giocatori sparsi per il Golfo, la squadra si era già resa protagonista di un’impresa nell’ottobre scorso, quando aveva strappato una clamorosa vittoria in trasferta contro la Cina di Marcello Lippi, al Coca Cola Stadium della provincia di Shaanxi. In quell’occasione l’orgoglio siriano aveva prevalso su una squadra ricca e sostenuta da circa cinquantamila tifosi locali. Adesso, tra giugno e settembre, restano da giocare tre partite contro Qatar, Iran e Cina, e il terzo posto appare ancora alla portata dell’undici siriano, il cui segreto è lo spirito con il quale i giocatori scendono in campo. “Non importa se uno di noi è cristiano, musulmano o di qualsiasi altra confessione”, ha dichiarato al Guardian il capitano Abdulrazak al Hussein. “Siamo una squadra e giochiamo per il nostro paese”.
RM

80 anni dopo Guernica bombe fasciste sul Rojava

Gianni Sartori

Con un drammatico appello l’Unione delle Comunità del Kurdistan (KNK) ha informato l’opinione pubblica che l’esercito turco sta attaccando i curdi yezidi e i villaggi del Rojava. Aerei da guerra turchi hanno bombardato Şengal (Sinjar-Iraq/Kurdistan) e Dêrik (Karaçokê-Rojava/Kurdistan). Sarebbero almeno ventisei gli aerei da guerra turchi che hanno attaccato Amûd e Geliyê Kersê di Şengal/Sinjar. In queste ore (tarda serata del 25 aprile) il bombardamento è ancora in corso. Preventivamente, in vista dei bombardamenti, a Dêrik e nelle zone circostanti sono state completamente interrotte le reti di comunicazione. Molti civili e molti combattenti curdi sono rimasti uccisi e altri feriti a causa degli attacchi aerei.
La scorsa notte aerei da guerra turchi avevano bombardato Dengê Rojava Radio e ÇIRA-FM e anche il quartier generale delle YPG a Karaçokê presso la città di Dêrik. Dal comando generale delle YPG era partito un appello all’autodifesa e all’insurrezione rivolto alla popolazione del Rojava.
Riporto testuale:
“Alle 2.00 di martedì, 25 aprile 2017, aerei da guerra turchi hanno lanciato un attacco su larga scala sul quartier generale del Comando Generale delle Unità di Difesa del popolo (YPG) sul monte Karaçokê vicino alla città di Dêrik, dove si trovano anche un media center, una radio locale, il quartier generale della comunicazione e alcune istituzioni militari. Questo vile attacco ha portato la morte e il ferimento di diversi nostri compagni. Ulteriori dettagli sulle loro generalità verranno resi noti più avanti.
E il comunicato prosegue:
“Noi come Unità di Difesa del Popolo ribadiamo che questo vile attacco non scoraggerà la nostra determinazione e la nostra libera volontà di combattere e scontrarci con il terrorismo. Chiediamo anche al nostro popolo nel Rojava con tutte le sue componenti di prendere posizione al fianco delle sue forze legittime a fronte di questa offensiva.”
Per il co-presidente del PYD “questi attacchi aerei vengono eseguiti per dare sostegno a ISIS e per questo le forze della coalizione devono chiarire la loro posizione”. Ha poi specificato che l’aviazione turca sta attaccando “una società che sta combattendo contro il terrorismo. Le forze della coalizione non devono rimanere in silenzio di fronte a questo. Nessuno deve accettare questo attacco.”
Appare evidente che con questi atti irresponsabili (azzardo un’ipotesi: terrorismo di stato?) il governo turco sta tentando di neutralizzare l’operato anti-Isis dei curdi a Raqqa.
Ed è esattamente questa la convinzione espressa dalla Assemblea Siriana Democratica (MSD): Mentre è in corso l’operazione a Raqqa e le nostre forze stanno prendendo il sopravvento su ISIS, aerei da guerra turchi stanno bombardando il nostro quartier generale sia nella zona di Karaçokê che di Şengal. Questi attacchi mostrano che lo Stato turco vuole neutralizzare l’operazione a Raqqa per far prendere fiato a ISIS.
Ma in ogni caso, ribadisce la MSD: “un attacco del genere servirà solo a rafforzare la nostra determinazione contro il terrorismo”.

Spoon River d’Irlanda

Reportage dal cimitero cattolico di Milltown, Belfast, uscito su Avvenire il 10 marzo 2017

Bobby Sands e i martiri dell’indipendenza irlandese dormono su una collina che sovrasta il centro di Belfast, in un luogo che anche col trascorrere delle epoche storiche ha mantenuto intatta tutta la sacralità del suo passato. Nel cuore dell’ex ghetto cattolico di Falls road, il quartiere che fu per decenni il crocevia della lotta dell’IRA, si erge silenzioso e imponente il cimitero di Milltown. L’area che lo circonda è diventata ormai un percorso turistico e talvolta si stenta quasi a riconoscerla. La gigantesca stazione di polizia che ai tempi del conflitto incombeva sull’ingresso della necropoli con il suo massiccio apparato di sistemi di sicurezza è stata demolita alcuni anni fa: tonnellate di cemento e lamiera sono state rimosse per lasciare spazio a una piccola piazza, all’angolo con Springfield road. Sull’altro lato della strada le enormi volumetrie di una catena di supermercati inglesi hanno affiancato impietosamente quell’antologia di lapidi e croci celtiche, e le sue insegne luminose oscurano con irriverenza la prospettiva del cimitero.
Fin dagli anni ’20, le strade circostanti sono state teatro dei brutali pogrom anticattolici che alcuni decenni più tardi avrebbero innescato gli scontri culminati nei cosiddetti Troubles e nella fase moderna del conflitto anglo-irlandese. Milltown non è semplicemente un luogo della memoria, del silenzio e della preghiera, perché nelle sue pietre raccoglie oltre due secoli di storia della causa indipendentista irlandese. Nessun cimitero in tutta l’Irlanda – neanche il monumentale Glasnevin di Dublino – può annoverare al suo interno un numero così grande di caduti per la libertà del paese. Nel 1869 Patrick Dorrian, vescovo di Down e Connor, investì poco più di quattromila sterline per acquisire ventidue ettari di terreno sui quali fece realizzare un cimitero che, contrariamente al vicino City cemetery, doveva essere destinato esclusivamente alla sepoltura dei cattolici. Le tombe che ospita oggi sono circa 200mila, e tra queste soltanto una appartiene a un protestante: James Moore Neeley Hunter, un carpentiere navale morto nel 1954 all’età di 75 anni, sposato con una donna cattolica.

A Milltown si accede varcando il grande arco triangolare in pietra che segna l’ingresso principale, su Falls road, e percorrendo i viali che digradano giù verso l’autostrada e il centro cittadino. Curiosamente, sono poche le tombe risalenti alle due guerre mondiale – in totale centocinquanta – e l’unico monumento di rilievo è quello eretto a ricordo delle vittime non identificate del blitz dell’aviazione nazista che distrusse Belfast nella primavera del 1941. Basta spingersi poche centinaia di metri oltre l’ingresso per ritrovarsi nei cosiddetti poor ground, i prati dove sono state inumate decine di migliaia di vittime dell’influenza spagnola che flagellò l’Europa nel 1918 e solo a Belfast causò la morte di quasi ottantamila persone. I loro corpi giacciono anonimi in una zona che è quasi un’immensa fossa comune. Poco più avanti inizia il pantheon dei martiri della causa repubblicana indipendentista, disseminato in più aree non distanti tra loro. Il primo Republican Plot, dedicato alla memoria del feniano William Harbinson, morto nel 1867, ospita i resti di alcuni dei più noti caduti dell’IRA degli anni ’20, tra i quali spiccano Liam Mellows e Rory O’Connor, fucilati dalle truppe governative irlandesi durante la guerra civile nel 1922. Percorrendo sentieri costellati di lapidi e croci celtiche, ci si imbatte in un grande memoriale nero restaurato di recente che rappresenta un tributo ai caduti repubblicani della Contea di Antrim, dalla rivolta del 1798 ai giorni nostri. Più avanti, una stele nera segnata dal tempo ricorda Winifred Carney, una delle più grandi figure femminili della Rivolta di Pasqua del 1916. Fu la più stretta collaboratrice del leader socialista James Connolly, nonché l’unica donna che combatté con i rivoltosi asserragliati nell’edificio delle Poste Centrali di Dublino. Centinaia di cattolici caduti durante il conflitto e di volontari dell’IRA sono sepolti nelle rispettive tombe di famiglia. Tra questi c’è anche Tom Williams, uno dei più importanti martiri della storia repubblicana, impiccato ad appena diciotto anni nel 1942 per aver preso parte all’attentato contro un poliziotto. I suoi resti sono stati traslati a Milltown soltanto nel 2000, dopo essere rimasti per decenni nel vecchio carcere cittadino di Crumlin road, ormai chiuso. Tra i testimoni illustri della complessità del passato irlandese ci sono religiosi che hanno scritto la storia della comunità cattolica di Belfast dalla fine del XIX secolo. In uno spazio dedicato ai padri redentoristi riposa da tre anni Alec Reid, figura di spicco del processo di pace, che rese il vicino monastero di Clonard uno dei simboli del dialogo negli anni più cupi del conflitto. Bobby Sands è sepolto nel cosiddetto New Republican Plot, un vialetto circoscritto da un piccolo muro e costellato di lapidi ornate da corone di fiori e sormontato da un monumento sul quale sventola il tricolore irlandese. Il suo nome è iscritto su una lapide di marmo nero insieme a quello di Joe McDonnell (il compagno che prese il suo posto nello sciopero della fame del 1981 e morì qualche settimana dopo di lui) e Terence O’Neill. Purtroppo la sua tomba viene periodicamente profanata e sfregiata da attacchi che confermano quanto certe ferite siano ancora aperte e al tempo stesso ne riconoscono, implicitamente, l’importanza storica. Nel 2004 fu addirittura distrutta da un blitz dei fanatici orangisti, mentre l’ultimo oltraggio risale all’estate scorsa, e vide tutta l’area circostante imbrattata con graffiti e slogan neonazisti. Ma il fatto più tragico avvenne il 16 marzo 1988, quando il cimitero divenne teatro di una strage. Durante i funerali di tre volontari dell’IRA uccisi a Gibilterra dalle forze di sicurezza britanniche, Michael Stone, militante del gruppo paramilitare lealista Ulster Defence Association attaccò la folla a colpi di granate e fucilate, a pochi passi dalla tomba di Bobby Sands. Uccise tre persone e ne ferì una quarantina prima di sfuggire al linciaggio grazie all’intervento di una pattuglia della polizia. L’agghiacciante sequenza, ripresa dalle televisioni, è tristemente passata alla storia come uno dei fatti più tragici avvenuti negli ultimi anni del conflitto.
RM

Suor Maura, martire sulla strada di Romero

Avvenire, 28.1.2017

      C’è un episodio finora rimasto ignoto che è in grado di descrivere tutto il coraggio e la statura religiosa, morale e politica di suor Maura Clarke. Accadde in Nicaragua, alla fine degli anni ’70, quando questa piccola donna con gli occhiali afferrò per un braccio un alto ufficiale della Guardia Nazionale. “Perché avete arrestato queste persone? – gli chiese – stanno solo protestando per la mancanza di acqua potabile, è un loro diritto”. Il soldato, vedendo che ad affrontarlo era una religiosa, perlopiù straniera, le rispose con tono sprezzante. “Sorella, se ne torni al suo convento”. Allora Sister Maura perse la pazienza e iniziò a gridare, indicando la strada polverosa e piena di bisognosi: “questo è il mio convento! Questo è il mio convento!”. Qualche anno dopo, la sua storia avrebbe conosciuto un tragico epilogo in un altro dei disastrati paesi dell’America Centrale, il Salvador. Il 2 dicembre 1980, pochi mesi dopo il brutale assassinio dell’arcivescovo Oscar Romero, vennero ritrovati in una fossa i cadaveri di Maura Clarke e altre due religiose (Dorothy Kasel e Ita Ford), oltre a quello di una missionaria laica, Jean Donovan. Le quattro donne erano state torturate, violentate e barbaramente uccise dagli squadroni della morte del regime. Il colpo di stato militare dell’anno prima aveva rotto definitivamente gli argini della legalità nel piccolo, poverissimo paese centroamericano reduce da una lunga stagione di guerre civili e uccisioni indiscriminate. Il potere nelle mani delle forze armate e l’uso generalizzato della tortura e dell’assassinio contro gli oppositori – veri o presunti – avevano gettato il Salvador in un abisso di orrori senza fine. Gli omicidi, le stragi e le brutalità erano all’ordine del giorno: solo nel 1980 furono ammazzati circa ottomila uomini, donne e bambini ma l’assassinio delle quattro donne statunitensi segnò un punto di non ritorno destinato a passare alla storia. Continua la lettura di Suor Maura, martire sulla strada di Romero

Parigi, la morte ingiusta di Malik Oussekine

Gli avvenimenti di questi giorni in Francia hanno riportato sui giornali i nomi di Zyed Benna e Bouma Traoré. La loro morte, il 27 ottobre 2005, fu la miccia per la grande rivolta delle banlieue in novembre. Ma il ricordo corre anche a un’altra “mort indigne”, quella di Malik Oussekine.

(di Gianni Sartori)

Sabato 6 dicembre 1986. La mezzanotte è passata da venti minuti.
Nel garage della Prèfecture de Paris 43 poliziotti del Peloton de voltigeurs motoportés, (cagoule – passamontagna – nero e casco bianco, muniti di matraque – manganello – di legno lungo un metro) ricevono l’ordine atteso per oltre dieci ore: “PMV, en place!”.
Un’ora e mezza più tardi Malik Oussekine incrocerà la strada di questi vigilantes di Stato motorizzati. Non ne uscirà vivo. Nell’estate del 1986 il sindacato studentesco UNEF-ID lanciava una grande mobilitazione contro il progetto di riforma della scuola superiore proposto dal secrétaire d’Etat aux Universités, Alain Devaqut. Il 22 novembre vengono convocati gli états généraux étudiants alla Sorbonne. Da qui partirà l’indicazione di uno sciopero generale e di una grande manifestazione per il 27 novembre. Intanto, rispondendo all’appello della Féderation de l’Education nationale, il 23 novembre duecentomila persone scendono in piazza contro la politica educativa del governo. Non è che l’inizio: due giorni dopo, il 25 novembre, sono già una cinquantina (su 78) le università in sciopero. Migliaia di studenti medi organizzano manifestazioni spontanee a Parigi. Il 27 saranno oltre 500mila  in tutte le grandi città francesi. Continua la lettura di Parigi, la morte ingiusta di Malik Oussekine

Il comandante bosniaco che preferì restare umano

Venerdì di Repubblica, 10.1.2017

“Non chiamatemi eroe, sono soltanto un uomo”: Amir Reko continua a ripeterlo tutte le volte che viene chiamato a raccontare la sua storia, tragica ed esemplare, accaduta esattamente venticinque anni fa, agli albori della guerra di Bosnia. Eppure questo ex militare dallo sguardo triste, oggi poco più che cinquantenne, è riuscito con un solo gesto a contraddire tutti i luoghi comuni sul rancore cieco e vendicativo del conflitto nei Balcani. Era diventato da poco comandante della 43esima Brigata di difesa territoriale bosniaca, in quella maledetta estate del 1992, quando venne informato che le milizie serbe avevano attaccato il villaggio di Gudelj, a poco più di cento chilometri da Sarajevo, massacrando la popolazione. Nella lista dei civili bruciati vivi nelle loro case c’erano sua madre, suo nonno e altri cinque componenti della sua famiglia. Un paio di giorni dopo il Comando bosniaco ordinò alla sua divisione di attaccare il vicino villaggio di Bucje, a maggioranza serba, perché rappresentava una possibile minaccia. Il destino gli stava offrendo la possibilità immediata di vendicarsi, di sfogare la sua rabbia e la sua disperazione su altri civili innocenti e inermi come i suoi familiari. Ma la sua coscienza si ribellò di fronte all’orrore e gli impedì di diventare a sua volta un carnefice. “Non condividevo il modo in cui ci ordinavano di attaccare il villaggio, sapevo che avrebbe avuto conseguenze fatali per donne, vecchi e bambini – spiega oggi – così rassicurai gli abitanti dicendo che non avremmo torto loro un capello, e feci in modo che si mettessero al sicuro”. Alcuni dei suoi uomini avevano perso i propri cari per mano dei serbi e non condivisero la sua decisione. Qualcuno lo accusò di essere un debole, un codardo, e gli disse che il suo gesto non avrebbe evitato l’ennesima pulizia etnica nell’area. Invece i quarantacinque abitanti di Bucje si salvarono tutti e oggi riconoscono di essere vivi soltanto grazie a lui. La sua vicenda è rimasta a lungo nell’oblio anche perché in Bosnia c’è ancora una certa reticenza a raccontare storie simili, per timore di essere accusati di tradimento dalla propria comunità. A renderla pubblica è stata un documentario prodotto dall’Institute for War and Peace Reporting di Londra, nel quale Reko pronuncia parole che suonano come un inno alla convivenza e alla tolleranza. “Mia nonna fu salvata da un serbo durante la Seconda guerra mondiale, io stesso nel 1992 sono stato salvato da un commilitone serbo che mi aiutò a oltrepassare le linee nemiche per raggiungere la città Gorazde, mia madre ha sempre convissuto con i serbi, prima di essere uccisa, e quindi non posso condannare l’intero popolo serbo per quello che è successo alla mia famiglia”. Dopo la guerra Reko ha lasciato il suo paese per trasferirsi in Danimarca, dove si è costruito una nuova vita diventando un uomo d’affari. La sua azienda produce piatti da cucina in legno che vengono venduti nei supermercati dei paesi scandinavi e da poco ha aperto anche una filiale in Bosnia. Nel frattempo sono state lanciate iniziative per proporre la sua candidatura al Nobel per la pace e per raccontare la sua storia in un film. Di fronte a quel che resta della sua casa bruciata, l’ex comandante Reko ha fatto costruire un monumento alla memoria di sua madre e della sua famiglia. “È difficile restare umani durante una guerra come quella, ma niente può giustificare certi crimini – spiega -. Non credo di essere un eroe, ho fatto solo quello che chiunque avrebbe dovuto fare in una situazione simile”.
RM

Beirut, Antigone ferma la guerra

Avvenire, 19.1.2017

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Sfidare la guerra, la violenza, la morte con la forza politica dirompente dell’arte e del teatro. Forse non può esistere un’utopia più grande di quella immaginata dallo scrittore francese Sorj Chalandon nel suo ultimo romanzo tradotto in italiano, La quarta parete (Keller editore, traduzione di Silvia Turato, pp. 288). Ambientato nei primi anni ’80 in una Beirut dilaniata dalla guerra, il libro racconta la storia di un giovane francese che cerca in tutti i modi di mantenere la promessa fatta a un amico, compagno di ideali e di lotte universitarie: mettere in scena l’Antigone di Jean Anouilh in una zona di guerra, offrendo un ruolo a ciascuno dei belligeranti, portando la pace tra casa e casa, mischiando ex oppressori ed ex oppressi per una sola, breve rappresentazione. Chalandon è stato per trent’anni inviato del quotidiano francese Libération sui fronti di guerra di tutto il mondo, prima di iniziare a dedicarsi con successo all’attività di romanziere. Memorabili i suoi precedenti libri tradotti in italiano, Il mio traditore (Mondadori, 2009) e soprattutto Chiederò perdono ai sogni (Keller, 2014), entrambi ambientati ai tempi della guerra in Irlanda del Nord.

Sorj Chalandon
Sorj Chalandon

Dal 1981 al 1987 ha seguito il conflitto in Libano, innescato in quegli anni dal corto circuito che aveva fatto saltare il fragile equilibrio tra le comunità cristiane, perlopiù maronite, e quelle musulmane, sciite e druse. Anche stavolta, come nei due romanzi precedenti, l’universo narrativo di Chalandon è ispirato a una realtà ben precisa che lascia ben poco spazio alla finzione. La quarta parete è un libro sull’assurda quotidianità della guerra, sull’implosione dei rapporti umani e sulla perdita dei valori morali e ideologici di fronte agli orrori del mondo. Ma è anche un romanzo fortemente autobiografico, dove l’autore è trasfigurato nei panni di Georges, il protagonista, un giovane appartenente a una generazione idealista e disillusa. “Georges è una parte di me – ci spiega Chalandon – ed esprime tutti i fantasmi che ho accumulato in quell’epoca, rappresenta tutto ciò che non mi piace di me stesso. Ho scritto questo libro anche per uccidere una parte del mio passato”. Continua la lettura di Beirut, Antigone ferma la guerra

La distopia del dissidente ucraino

Avvenire, 15.1.2017

Kaharlyk British coverL’ambientazione è cupa e drammatica: un’Ucraina invasa dalla Russia nel 2114, cento anni esatti dopo le proteste di piazza Maidan. La storia è quella di un ucraino che ha perso la memoria perché l’esercito russo ha “saccheggiato” il suo cervello per controllare i satelliti. I riferimenti indiretti ci rimandano ad Alice nel paese delle meraviglie, a I viaggi di Gulliver e persino all’Odissea di Omero. Il romanzo del giornalista ucraino Oleg Shynkarenko, Kaharlyk, è stato definito un libro di fantascienza dissidente favorito dalle nuove tecnologie, un’opera distopica sul conflitto russo-ucraino che usa l’utopia negativa come strumento di protesta nei confronti della Russia. Ma l’autore cerca di correggere il tiro, almeno in parte: “più che una distopia sulla guerra con i russi – ci spiega – è un tentativo di rappresentare l’identità ucraina in modo insolito, anche con tratti umoristici e surreali”. La genesi di questo romanzo, di cui a giorni uscirà l’edizione inglese per Kalyna Language Press, è stata però una cosa molto seria e sofferta: la prima bozza, pubblicata sul blog personale di Shynkarenko, è stata infatti censurata e cancellata dai servizi segreti ucraini. “Trovarono su internet la mia satira sull’uccisione del presidente Yanukovitch e non gradirono affatto. Mandarono tre energumeni a prelevarmi e mi interrogarono a lungo per capire se ero la mente di una rete internazionale che voleva uccidere il presidente. Mi fecero firmare una serie di testimonianze e poi cancellarono il mio blog acquisendo la piattaforma statunitense sulla quale scrivevo”.
Com’è accaduto per le Primavere arabe del 2011, anche in Ucraina i social media hanno giocato un ruolo determinante durante i fatti di piazza Maidan. Ed è proprio in quel contesto, nei giorni di quella straordinaria stagione di proteste contro la corruzione, l’abuso di potere e la violazione dei diritti umani che Shynkarenko ricostruì il suo romanzo e iniziò a pubblicarlo giornalmente su Facebook sotto forma di piccoli estratti di cento caratteri ciascuno, integrandolo con contenuti audio, musica e registrazioni raccolte per strada. Continua la lettura di La distopia del dissidente ucraino