Category Archives: Razzismo

Sacco e Vanzetti, la riscoperta delle lettere anarchiche

Articolo uscito oggi su “Left”

Ottantacinque anni dopo la condanna a morte dei due attivisti italiani, vengono pubblicati i loro scritti dal carcere. Rivelando il percorso che aveva portato i due manovali immigrati in America a maturare una profonda coscienza politica.

«Se non fosse per questi fatti, sarei potuto morire inosservato, sconosciuto, un fallimento. Ora non siamo un fallimento. Mai nella nostra intera vita potevamo sperare di fare così tanto lavoro per la tolleranza, per la giustizia, per la mutua comprensione tra gli uomini, come ora facciamo per accidente. Questa agonia è il nostro trionfo». Così scriveva poco prima di morire Bartolomeo Vanzetti, il cui nome era destinato a diventare – insieme a quello di Nicola Sacco – un simbolo immortale della lotta contro l’ingiustizia del potere, mostrando al mondo il volto più spietato e brutale del capitalismo statunitense. Dopo la fine della Prima guerra mondiale, la crociata lanciata dal presidente Woodrow Wilson contro la “minaccia sovversiva” aveva preso di mira i socialisti, gli anarchici, gli stranieri e chiunque non fosse in qualche modo assimilato alla cultura dominante. Nel gennaio 1920, in soli cinque giorni, furono compiute operazioni di polizia in decine di città statunitensi che portarono all’arresto di circa diecimila attivisti politici. In un clima di caccia alle streghe senza precedenti, tra scioperi, scontri e manifestazioni di protesta, i due anarchici italiani diventarono i capri espiatori perfetti. Arrestati in un primo momento per possesso di armi e materiale di propaganda considerato sovversivo, Sacco e Vanzetti furono poi accusati di rapina e duplice omicidio e sottoposti a un calvario giudiziario lungo sette anni. Il tragico epilogo della loro vicenda – raccontata magistralmente nel 1971 da uno splendido film di Giuliano Montaldo con Gianmaria Volonté – fu scritto dai giudici razzisti e corrotti che li mandarono sulla sedia elettrica nell’agosto 1927, incuranti della totale assenza di prove e di una clamorosa testimonianza che li scagionava. Continue reading

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Peter, colpevole di avere diciott’anni a Belfast nel 1992

Sembra ieri, eppure sono passati due decenni esatti da quel 4 settembre del 1992, quando il diciottenne Peter McBride ebbe la sfortuna di imbattersi con la sua auto in un posto di blocco dell’esercito britannico, a Belfast. I militari gli intimarono l’alt e lui si fermò consegnando i documenti per i controlli di rito, incurante dei toni sprezzanti e vagamente razzisti che uscivano dalle bocche dei soldati del reggimento delle Scots Guards. Era pieno giorno nel quartiere repubblicano di New Lodge, e niente faceva presagire l’ennesima assurda tragedia che stava per compiersi. Prima di rimettere in moto l’auto, Peter si fece perquisire e aspettò che i soldati gli restituissero i documenti, insieme al cenno d’assenso che gli consentiva di ripartire. In quegli anni accadeva quasi ogni giorno di essere fermati ai posti di blocco, in Irlanda del Nord. Il ragazzo non si era scomposto e aveva mantenuto la calma, anche perché tutto si sarebbe aspettato, tranne che di essere freddato alle spalle dopo una perquisizione. James Fisher e Mark Wright, questi i nomi dei due assassini travestiti da Guardie Scozzesi, facevano parte di un contingente militare ufficialmente inviato in Irlanda per mantenere la pace, eppure non si fecero alcuno scrupolo a prendere la mira e a far fuoco sul povero Peter McBride.

Peter McBride

A Belfast nel non lontano 1992 si sparava sui civili disarmati come se fossero volatili, e la stagione della caccia durava tutto l’anno. Da quel 4 settembre di vent’anni fa la famiglia di Peter lotta per ottenere giustizia ma continua a sbattere inesorabilmente sul muro dell’ingiustizia britannica. Fisher e Wright non sono mai stati allontanati dall’esercito, neanche mentre erano in carcere in attesa di processo per omicidio.

Mark Wright e James Fisher

In prigione sono rimasti appena tre anni e mai è arrivata da parte loro o del reggimento di cui facevano parte una parola di pentimento o di condanna nei confronti del loro gesto.
RM

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Così muore un italiano

(di Enrico Terrinoni)

Scocca la mezzanotte, è il 23 agosto. Nella prigione di Charlestown, a Boston, cala due volte la corrente. Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti sono stati giustiziati. Ricordo di un processo che infiammò le coscienze, divise gli Usa e convinse il governatore Dukakis, cinquant’anni dopo, a chiedere scusa.

È da poco scoccata la mezzanotte. Il luogo è la prigione di Charlestown, a Boston, in America. La data è il 23 di agosto del 1927. Prima che passino trenta minuti, il braccio della morte del penitenziario avrà già visto, per ben due volte, i segni di un forte calo di corrente. Mezzanotte e mezza. I corpi dei due anarchici internazionalisti, Nicola Sacco – nativo del foggiano – e Bartolomeo Vanzetti – nato e cresciuto nel cuneese – vengono portati via dopo esser stati giustiziati sulla sedia elettrica. Prima di loro era stato allontanato dalla stessa stanza, il cadavere di Celestino Madeiros, un prigioniero, immigrato portoghese, che un anno e mezzo prima li aveva, inascoltato, scagionati.
Per comprendere perché il boia abbia ricevuto l’ordine di mandarli a morire in quella notte di agosto, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. Bisogna tornare alla sera del 15 aprile del 1920, quando un altro italiano, Alessandro Berardinelli, insieme ad un americano, Frederick Parmenter, erano stati freddati da una banda di ladri all’uscita della fabbrica di scarpe Slater e Morrill, a South Braintree, sempre nel Massachusetts. Due colpi per uno, e le cassette con le paghe degli operai rubate. Cos’è che, tra l’aprile del 1920 e l’agosto del 1927, porterà all’esecuzione dei due famosi anarchici italiani?
Gli Stati Uniti, negli anni dopo la prima guerra mondiale vivono in un clima di caccia alle streghe che non ha precedenti. Gli obiettivi sono sempre «gli altri», i non assimilati, gli stranieri, i socialisti, gli anarchici. Tra il 1919 e il 1920, sessantamila attivisti vengono schedati, e tra il 2 e il 6 di gennaio del 1920, circa diecimila sospetti saranno arrestati, in raid condotti in trentacinque città americane. Solo nel New England – dove vivono Sacco e Vanzetti – i fermi sono ottocento, in quei giorni. La chiamano red scare, la prima «paura rossa».
Venti giorni dopo l’assassinio di South Braintree, è la volta di Sacco e Vanzetti, portati alla stazione di polizia mentre erano di ritorno insieme da Brockton. Li trovano in possesso di pistole e materiale sospetto. Un volantino che Vanzetti aveva in tasca incitava ad una manifestazione di protesta per l’uccisione di Andrea Salsedo – altro anarchico volato giù, questa volta a New York, dagli uffici dell’Fbi, al quattordicesimo piano del Park Row Building, il 3 maggio del 1920.
Gli Stati Uniti ospitavano allora corpose colonie di anarchici. Nel New Jersey, a Paterson, viveva il famoso Luigi Galleani di Cronaca sovversiva, rivista su cui Vanzetti scrisse più d’una accorata difesa dei diritti delle classi lavoratrici. Sempre a Paterson aveva risieduto Gaetano Bresci. Più massiccio e spavaldo, accanto all’anarchismo, era il fronte del sindacalismo internazionalista (Iww – Industrial Workers of the World), e un qualche peso doveva avere anche il Partito Socialista Americano, se è vero che nel 1912 vide eletti, tra elezioni locali, regionali, e nazionali, milleduecento membri del proprio partito.
Vanzetti, che ancora nel 1923 si descrive come un «comunista anarchico», era un autodidatta. Negli Stati Uniti, racconta, «lessi il Capitale di Marx, i lavori di Leone, di Labriola, il Testamento politico di Carlo Pisacane, i Doveri dell’uomo di Mazzini… mi schierai dalla parte dei deboli, dei poveri, degli oppressi, dei semplici e dei perseguitati… compresi che i monti, i mari, i fiumi chiamati confini naturali, si sono formati antecedentemente all’uomo, per un complesso di processi fisici e chimici, e non per dividere i popoli».
Sacco lascia il mondo raccomandando al figlio Dante – in inglese – di aiutare «i deboli che gridano aiuto, aiuta i perseguitati e le vittime, perché sono loro i tuoi migliori amici; sono loro i compagni che lottano e cadono, proprio come tuo padre e Bartolo hanno lottato e sono caduti, ieri, per conquistare la gioia della libertà di tutti, e per i poveri lavoratori».
Gli anni che dividono l’arresto di Sacco e Vanzetti e la loro fine sulla sedia elettrica sono scanditi dalle udienze di due processi ridicoli. Sono gli anni, dopo la condanna, dei quattro appelli negati alla difesa dal reazionario giudice Thyler – che al suo club descriveva i due italiani come «anarchist bastards». Sono gli anni della finta commissione indipendente nominata dal governatore Fuller, e dell’ignavia dei membri della corte suprema Brandeis e Holmes. Sono gli anni dei testimoni prezzolati Splaine, Pelser, e Goodridge (Corning), spinti dal procuratore Katzman a presentare alla giuria prove inventate – ma poi credute – della loro colpevolezza. Tutti nomi su cui cade la vergogna della storia. Ma sono anche gli anni degli amici e dei compagni di Sacco e Vanzetti, i quali al processo ne tracciarono ritratti insuperabili per umanità, solidarietà e delicatezza d’animo. Sono queste, qualità e valori di cui la poesia «L’usignolo» – oggi sepolta in un faldone di una remota biblioteca americana, e qui tradotta in italiano – è un chiaro esempio.
La storia si conclude esattamente cinquanta anni dopo quell’esecuzione avvenuta nel 1927, quando il governatore del Massachusetts in carica, Michael S. Dukakis, proclama ufficialmente il 23 agosto il «Nicola Sacco and Bartolomeo Vanzetti Memorial day», facendo pubblica ammenda per la negazione, nei confronti dei due giustiziati, di un processo «giusto e imparziale». Qualche tempo dopo il Senato condannò tale proclamazione, dichiarandola illegale. Impossibile, allora, non tornare con la mente alle parole di Nicola Sacco, dedicate ai suoi amici e ai suoi compagni, diciannove giorni prima di morire: «La classe capitalista è spietata, senza alcuna compassione per i bravi soldati della rivoluzione. Siamo orgogliosi di morire e di cadere come cadono tutti gli anarchici». Gli fa eco Vanzetti, che scrive alla sorella, «persuaditi una buona volta per sempre di questa irrefutabile verità. La protesta e la rivolta sono sempre fecondi di bene; è la codardia, l’ignoranza, la sottomissione, che sono fatali».

(da “Il Manifesto, 24 agosto 2010)

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Il “bianco Natale” della Lega

Istigatori sempre più efficaci degli istinti primordiali degli italiani, gli esponenti del partito di Umberto Bossi non finiranno mai di stupirci. L’ultima ‘trovata’ è opera della vis comunicativa del sindaco di Coccaglio, un piccolo comune del bresciano, che ha deciso di mandare i vigili urbani a controllare i permessi di soggiorno degli immigrati per favorirne l’espulsione. Obiettivo dell’operazione: fare repulisti in tempi rapidi, entro il 25 dicembre. Non a caso l’iniziativa è stata battezzata ”White Christmas”, senza nascondere una certa vena d’ironia. Ma più che alla canzone di Bing Crosby fa pensare al colore dei cappucci del Ku Klux Klan.

Ecco il commento di Alessandro Portelli uscito ieri su “Il Manifesto” Continue reading

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La faccia feroce dell’Italia

(di Miriam Mafai)

La Camera affossa la legge contro l’omofobia. Una buona notizia per chi va a caccia di chi giudica “diverso” in un paese incattivito.

Ecco una buona notizia per coloro che, in un’Italia che si è fatta sempre più incattivita e feroce, si muovono ogni notte, come cani da caccia, alla ricerca di una vittima da insultare, picchiare, trascinare per terra, sputacchiare, calpestare. Una vittima colpevole di una sua presunta “diversità”. Una buona notizia, insomma per quanti hanno imparato e hanno in serbo gli insulti più volgari da buttare in faccia a coloro che, uomini o donne, hanno abitudini e tendenze sessuali diverse da quanti si definiscono “normali”. Questi presunti “normali” si appostano nelle strade frequentate da gay o lesbiche, li aspettano all’uscita dei locali da loro abitualmente frequentati, li inseguono, li insultano, li picchiano, abbandonandoli poi sanguinanti per terra. In questi ultimi giorni è accaduto più di una volta, in molte nostre città. È successo ancora a Roma, nella notte tra lunedì e martedì, in pieno centro, dove due presunti “diversi” sono stati lasciati a terra, sanguinanti, da un gruppo di teppisti “normali”. Ecco dunque per questi presunti “normali” una buona notizia. Alla Camera ieri è stato affossata una legge contro l’omofobia che, prima firmataria Paola Concia del Pd, inseriva tra le aggravanti dei reati, “fatti commessi per finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa”. Era una buona legge. Flavia Perina, del Pdl, me ne aveva parlato recentemente, come di una legge che avrebbe dimostrato la possibilità di operare insieme, maggioranza e opposizione, per affrontare e risolvere problemi condivisi, superando il clima di feroce contrapposizione che caratterizza ormai da tempo la nostra vita politica. Continue reading

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Superiorità etnica, guerra civile

(di Federico Rampini)

Al terzo giorno di scontri nella capitale dello Xinjiang, Urumqi, oggi la novità è la mobilitazione della popolazione locale di etnìa Han, il ceppo maggioritario in Cina. La manifestazione di centinaia di cinesi Han armati di mazze e decisi a farsi giustizia contro gli uiguri può innescare una ulteriore escalation nella violenza, fino a forme di giustizia sommaria e di guerra civile. A Urumqi i rapporti numerici sono già in favore degli Han: grazie alla massiccia immigrazione degli ultimi anni ormai l’etnìa locale di religione islamica rappresenta solo il 30% della popolazione nella capitale provinciale (che in tutto ha 2,5 milioni di abitanti). E’ proprio questa del resto una ragione dell’esasperazione degli uiguri: la sensazione che il loro destino è segnato, che non sono più padroni in casa propria, perché attraverso l’immigrazione la Repubblica Popolare li diluisce fino a renderli sempre più minoritari nella loro terra.
La situazione è analoga in Tibet: anche a Lhasa ormai i cinesi stanno superando i tibetani. E tuttavia nel marzo del 2008 dopo la rivolta tibetana gli Han non scesero in piazza, lasciarono che a riprendere il controllo della città fossero i professionisti della repressione: esercito, corpi paramilitari e polizia antisommossa. La risposta degli Han a Urumqi può avere diverse spiegazioni: il carattere ancora più radicale della contrapposizione con i musulmani, che non hanno un leader pacifista e fautore della non violenza come il Dalai Lama; la superiorità numerica ancora più schiacciante degli Han. Sicuramente però il governo di Pechino ha svolto un ruolo. In particolare attraverso l’uso selettivo delle immagini della rivolta da parte dei mass media di Stato. L’anno scorso sui moti di Lhasa all’inizio ci fu più censura e più discrezione, solo lentamente filtrarono notizie sulle tragiche morti di alcuni Han. A Urumqi invece la politica dell’informazione ha cambiato segno: immediatamente la tv di Stato Cctv ha diffuso immagini terribili e unilaterali, tutte di Han coperti di sangue. Un modo per istigare nella maggioranza cinese una voglia di vendetta. E’ uno scenario che può avere sviluppi perfino più gravi che in Tibet. Se Pechino decide di mettere in campo non solo la sua temibile forza repressiva ma anche la superiorità etnica, la “resa dei conti” con le minoranze riottose rischia di diventare ancora più selvaggia.

da Repubblica.it

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E dopo 150 anni l’America si scusa coi neri

(di Vittorio Zucconi)

Se chiedere scusa per le proprie colpe storiche, oggi divenuta attività molto praticata, potesse davvero cancellare il passato, il lungo orrore dello schiavismo negli Stati Uniti si sarebbe dissolto ieri, quando il Senato americano ha approvato all’unanimità l’atto di contrizione e di pentimento per la «peculiare istituzione», come fu chiamata la schiavitù. Ultima nazione ad abolirla, con Abramo Lincoln nel 1865 dopo il reciproco massacro di 600 mila fratelli del Nord e del Sud, e ancora aggrappata alla coda velenosa della discriminazione razziale di legge per un altro secolo fino agli ‘60 del XX, l’America, che ha oggi alla propria guida un uomo di sangue europeo e africano, ha avvertito, senza particolare fretta, l’urgenza di chiedere scusa anche ai propri cittadini neri. Continue reading

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Helen, che lottò sola contro l’apartheid

Helen Suzman odiava i soprusi e amava la giustizia. Per questo l’ex deputata sudafricana morta qualche giorno fa a 91 anni fu a lungo l’unico membro del parlamento ad opporsi al regime dell’apartheid. Due volte candidata al Nobel per la pace, molto vicina a Nelson Mandela, Helen fu l’unico esponente politico, da quando il parlamento sudafricano fu istituito nel 1910, ad essere eletta in una circoscrizione bianca sulla base di un programma contro la discriminazione razziale. E dal 1961 al 1974 fu l’unica rappresentante del partito progressista in parlamento a non sostenere il regime segregazionista. I suoi ripetuti attacchi contro il sistema le valsero il soprannome di “gattina cattiva” da parte dell’allora premier PW Botha, e la sua vicinanza a Nelson Mandela ne suscitò l’ira.
Oggi sono proprio le immagini con Mandela a mettere in luce il lato più umano della Suzman accanto a quello più noto della pasionaria anti-apartheid che combatte imperterrita, anche in tempi in cui sembrava fosse una lotta contro i mulini a vento. Dovette guadagnarsi tutto con la tenacia, anche il rispetto dei connazionali neri, gli stessi ai quali dedicò la sua vita politica. La guardavano con sospetto, fino a quando non cominciò a visitare regolarmente in prigione Nelson Mandela, che scontava una condanna all’ergastolo. Ricordando la prima visita della Suzman alla sezione B della prigione di Robben Island nel ’67, Mandela ha detto: ”Era strano e meraviglioso allo stesso tempo vedere questa donna coraggiosa fare capolino nelle nostre celle e aggirarsi nel cortile”. Quasi tre decenni più tardi, nel 1994, Mandela, eletto primo presidente nero del Sudafrica, all’ex deputata conferì la medaglia d’oro al merito. Helen Suzman si era a quel punto ritirata dalla politica attiva ma con Mandela strinse un lungo e importante rapporto di amicizia durato fino alla morte, avvenuta nella sua casa di Johannesburg. Vincitrice di numerosi riconoscimenti nel campo della difesa dei diritti umani, Helen Suzman ha contribuito a cambiare il suo Paese, oggi tuttavia ancora piagato dalla povertà di molti, dal crimine, dall’Aids.
RM

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Addio Guantanamo

(Antonio Cassese, da “Repubblica” di ieri)

Perché Guantanamo rimarrà per sempre un buco nero nella democrazia statunitense, una macchia infamante per la grandi tradizioni di quel paese? Per tre ragioni principali. Anzitutto, gli Usa, pur sapendo che in guerra non esistono che i “combattenti” (che possono essere uccisi e, in caso di cattura, vanno trattati come prigionieri di guerra) e i “civili”(che vanno risparmiati) hanno inventato una terza categoria: quella dei “combattenti illegali nemici” un categoria in cui hanno ficcato tutti i presunti terroristi o combattenti che hanno arrestato in Afghanistan, in Iraq o in Pakistan (compreso l´autista di Bin Laden e tutti coloro che avevano solo partecipato ad addestramenti militari in campi pachistani o afghani, senza poi partecipare ad alcun combattimento). Questi “combattenti illegali” non hanno né i diritti dei civili (perché possono essere oggetto di attacchi armati, ed uccisi o feriti) né i diritti dei membri delle forze armate, perché in caso di cattura non godono del trattamento dei prigionieri di guerra. Il campo di Guantánamo, nella base militare statunitense a Cuba, è stato utilizzato per detenere tutti costoro. Continua…

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Impronte ai bimbi rom? Luzzatto: “Timbrati ed esclusi come noi ebrei”

Amos Luzzatto, ex presidente dell’Ucei (Unione delle comunità ebraiche italiane) ha rilasciato un’interessante intervista due giorni fa a “Repubblica”, commentando l’aberrante proposta del ministro Maroni di schedare e prendere le impronte digitali ai bambini rom. Ne riportiamo alcuni stralci.

Sono stato bambino e non potevo andare a scuola con gli altri. Ricordo che mi indicavano con il dito: “Mamma, guarda, quello è un giudeo!”. Sono cose successe 70 anni fa, cose che mi hanno segnato la carne e la memoria. Cose che non dimenticherò mai per quel che ancora mi resta da vivere. Prendere le impronte ai bambini Rom, come vorrebbe Maroni, significa compiere una schedatura etnica. E questo è totalmente inaccettabile.

Luzzatto, che cosa sta succedendo al nostro Paese? Anni fa sarebbe venuta in mente ad un governo una proposta del genere?

C´è un razzismo latente nella cultura italiana, dovuto purtroppo ad un´insufficienza culturale. Ciclicamente si manifesta. Ricordo di essere stato a Palazzo Chigi quando, durante un precedente governo Berlusconi, venne fuori l´idea di schedare tutti gli immigrati. Ero presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche e dissi che, se le prendevano a loro, avrebbero dovuto prenderle anche a noi. Mi spiegarono che non era un’iniziativa mirata ma solo l’inizio di un processo di identificazione generalizzato. Forse fiutarono l’aria. Alla fine, non ne fecero nulla. Io sono rimasto a quell’episodio. Adesso non sembra che ci sia alcun imbarazzo. Si evoca esplicitamente la schedatura di bambini. «Infatti quest’ipotesi è di gran lunga peggiore. Prendere i polpastrelli dei piccoli di un certo gruppo etnico significa considerarli ladri congeniti, prevedere che diventeranno dei delinquenti e commetteranno dei reati. È evidente e inaccettabile il segno razziale di questa iniziativa. Mi ricorda il mio essere bambino, bollato, timbrato, come giudeo di cui non fidarsi.

Dove porta la strada della schedatura ai piccoli rom?

Si comincia così e poi si va avanti con l’allontanamento dalle scuole, le classi differenziate, le discriminazioni diffuse. Questo pesa terribilmente sul vissuto di un bambino che si sente trattato diversamente dai suoi coetanei, vive come un appestato, carico di ossessioni e nevrosi. È una ferita che dura una vita.

Com’è quest’Italia?

Un Paese che ha perso la memoria.

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