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Gli incontri che la vita dona. Ricordo di Alex Langer

Nel 17° anniversario della morte del grande Alex Langer riproponiamo questo suo testo autobiografico scritto nel 1986 per la rubrica Minima personalia della rivista Belfagor.

«Perché papà non va mai in chiesa?».
Crescendo a Sterzing (950 m, 4000 abitanti), in una famiglia democratica e borghese, che a casa parla in lingua (tedesca) invece che in dialetto tirolese e nella quale si respira un clima molto rispettoso e tollerante, mi inquieta molto il fatto che mio padre non vada mai in chiesa.
Un giorno, approfittando del mio compleanno, oso chiedere alla mamma il perché. Me ne sento un po’ in colpa, come anche per il fatto di non parlare in dialetto. «Il papà, stando in ospedale tutto il giorno e tutti i giorni (era l’unico medico chirurgo del circondario) serve Dio in altri modi – te lo potrà confermare il cappellano che va bene così.» Il cappellano, un prete cecoslovacco in esilio, conferma.
Più tardi mia madre mi spiega anche che mio padre è di origine ebraica e che non conta tanto in che cosa si crede ma come si vive. Lei, in quegli anni, fa parte del consiglio comunale, come indipendente eletta sulla lista «tedesca» della Svp, ma ne esce presto, quando il clima peggiora e la richiesta di avere antifascisti in lista non è più così forte.
Nella mia cittadina, che amo molto, sento una certa estraneità che mi rende facile il passaggio precoce alla scuola media, a Bolzano, dai francescani. Faccio il pendolare settimanale con Bolzano, per la scuola (a Vipiteno, paradossalmente, solo gli italiani hanno le scuole superiori: un quarto della popolazione, ma con i figli degli ufficiali). Chiedere il biglietto o un’informazione in tedesco è impensabile. In città ci si sente proprio in minoranza, da tirolesi. Sul mio autobus (linea 3 di Bolzano) siamo solo due bambini di lingua tedesca. I fascisti fanno cortei per l’Ungheria e per «Magnago a morte». Me ne sento minacciato anch’io e comincio a sentire il fascino della resistenza etnica.
Ogni sabato leggo la terza pagina del Dolomiten che riporta capisaldi della storia sudtirolese, informa sui soprusi degli italiani, delle promesse non mantenute dallo Stato, di come si viveva sotto il fascismo. Il processo contro i «ragazzi di Pfunders» (accusati -credo ingiustamente- di avere ucciso un finanziere, in seguito ad una lite d’osteria, e duramente condannati) mi emoziona e mi indigna. Quando una mattina, passando in treno da Waidbruck (Ponte Gardena), vedo che il «duce di alluminio» è stato fatto saltare di notte, ne sono contento. Fanfani prometterà poi di ripristinare quella statua equestre al «genio italico» che rappresentava Mussolini a cavallo, ma non succederà mai.

«Perché noi non odiamo gli italiani?».
Percepisco che il clima in casa è diverso da quello fuori, anche nella seconda metà degli anni ’50, quando si va verso gli attentati dell’autonomismo ed irredentismo tirolese. So già abbastanza bene l’italiano: i genitori ci tengono che a scuola io lo studi bene, e mi avevano persino mandato all’asilo italiano. Insieme ai fratelli registro la differenza etno-linguistica tra la gente come un gioco: per strada ci mettiamo a indovinare chi è «tedesco» e chi «italiano», e verifichiamo col saluto. Non ci si sbaglia quasi mai.
Dopo i primi attentati avverto una certa differenza di tono tra mia madre (più solidale con le ragioni tirolesi) e mio padre (più preoccupato dei possibili rigurgiti nazisti). Più marcata è la differenza di toni in famiglia e fuori. Mi sento un po’ insicuro se un «ciao» italiano -usato in famiglia- possa essere un tradimento, una dissociazione.
A mia madre chiedo: «perché noi non odiamo gli italiani?». Continua la lettura di Gli incontri che la vita dona. Ricordo di Alex Langer

Una guerra da 50 milioni al mese

Da Peacereporter.it

E’ iniziato alla Camera l’esame del disegno di legge di conversione del decreto governativo che rifinanzia, tra le altre cose, la missione militare italiana che partecipa alla guerra in Afghanistan. 308 milioni per sei mesi di guerra. Per i primi sei mesi del 2010 sono stati stanziati 308 milioni di euro (51 milioni al mese) che serviranno per mantenere operativi sul fronte afgano 3.300 soldati, 750 mezzi terrestri (tra carri armati, blindati, camion e ruspe) e 30 velivoli (4 caccia-bombardieri, 8 elicotteri da attacco, 4 da sostegno al combattimento, 10 da trasporto truppe e 4 droni). Il decreto in discussione stanzia fino al 31 giugno altri 4,3 milioni di euro per altre spese di carattere militare (2 milioni a sostegno dell’esercito afgano, altrettanti per l’addestramento della polizia afgana, e 367 mila euro per il personale militare della Croce Rossa Italiana che assiste le nostre truppe). La cifra di 308 milioni non copre il preannunciato invio in Afghanistan di altri 700-1.000 soldati, che avverrà dopo l’estate e che riguarderà quindi il rifinanziamento del secondo semestre 2010. L’escalation finanziaria della missione. Alla fine dell’anno la partecipazione delle nostre forze armate alla guerra di occupazione in Afghanistan ci costerà almeno 600 milioni di euro. Nel 2009 ne avevamo spesi 540. Si conferma quindi l’inarrestabile aumento del costo di questa campagna militare, che corre parallelo alla progressiva escalation del conflitto. Finora, compreso il rifinanziamento per il primo trimestre 2010, la missione bellica afgana ha risucchiato dalle casse dello Stato circa 2,3 miliardi di euro. Merita ripercorrere la progressione annuale del costo di questa guerra: 70 milioni di euro nel 2002, 68 milioni nel 2003, 109 milioni nel 2004, 204 milioni nel 2005, 279 milioni nel 2006, 336 milioni nel 2007, 349 milioni nel 2008, 540 milioni nel 2009. Una guerra senza opposizione. Quanti altri miliardi dovranno essere buttati via così dai nostri governanti di ogni colore, sottraendo tra l’altro preziose risorse a spese ben più utili alla collettività, prima che qualcuno dica basta? Che fine ha fatto il movimento contro la guerra? Chi è rimasto a denunciare la violazione dell’articolo 11 della nostra Costituzione repubblicana che “ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”? E che consente “limitazioni di sovranità” per l’adesione a organizzazioni internazionali “in condizione di parità con gli altri Stati”(non di sudditanza), per evitare la guerra, non per farla. Per “assicurare la pace e la giustizia tra le nazioni”, non per partecipare a una rappresaglia militare collettiva e all’occupazione di un paese straniero (che non ci ha attaccati) costata già 40 mila morti (almeno un quarto civili) e decine di migliaia profughi e mutilati.
Enrico Piovesana

Martin Luther King è ancora vivo

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A quarant’anni esatti dalla sua morte, Martin Luther King  viene ricordato in centinaia di manifestazioni negli Stati Uniti. La cerimonia più importante si è svolta al Congresso, a Washington: fu proprio lì che il 28 agosto 1963 MLK pronunciò il più celebre dei suoi discorsi, “I have a dream…” (qui sotto è possibile rivedere un estratto).
Oggi il dibattito sulla questione razziale è tornato ad attraversare l’America, rilanciato dal discorso tenuto in campagna elettorale dal senatore nero dell’Illinois, Barack Obama. Tra le centinaia di manifestazioni organizzate per ricordare Martin Luther King, è prevista una marcia proprio a Memphis, in Tennessee, dove il pastore battista fu ucciso. Una commemorazione, stasera, anche a Roma.

Un estratto video del famoso discorso “I have a dream”:

[youtube= http://www.youtube.com/v/iEMXaTktUfA&hl=en]