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Mario Rigoni Stern, i libri e la memoria

(di Goffredo Fofi)

Presentando nel 1953 ai lettori “Il sergente nella neve”, il racconto-testimonianza di un reduce dalla sciaguratissima campagna di Russia, Elio Vittorini scrisse in uno dei suoi famosi risvolti per la collana dei Gettoni einaudiani in cui esordirono tanti grandi scrittori, che si trattava di un’opera certamente importante, ma che il suo autore Mario Rigoni Stern non sarebbe andato oltre questo libro, che insomma egli non era un vero scrittore. Fu una delle sue sviste più clamorose, perché Rigoni Stern era un vero scrittore, il suo libro non era affatto un semplice ‘caso’ ed egli lo avrebbe dimostrato nel corso di un cinquantennio. Nel 1962 si ripresentò al pubblico con i racconti di “Il bosco degli urogalli”, cui fecero seguito molte opere di narrazione e di memoria, legate tra loro dalla stessa ispirazione, riconoscibilissima e unica. Continua…

Addio all’eroina del Ghetto di Varsavia

“Avrei potuto fare di più. Questo rimpianto non mi lascia mai”. Nonostante i rammarichi espressi molti anni dopo, Irena Sendlerowa era riuscita a salvare circa 2500 bambini ebrei dal Ghetto di Varsavia, durante l’occupazione nazista del 1943. Catturata dalla Gestapo, resistette alle più atroci torture pur di non fare i nomi delle persone che aveva salvato. Non cedette neanche quando i nazisti le spezzarono entrambe le gambe, e da allora ha vissuto il resto della sua vita su una sedia a rotelle. L’anno prima era entrata nella resistenza nazionale e il suo movimento clandestino, “Zagota”, la incaricò delle operazioni di salvataggio dei bambini ebrei. Fece scappare dal ghetto di Varsavia piccoli ebrei con un’ambulanza; ebbe l’idea di mettere a fianco dell’autista un cane, i cui latrati coprivano i pianti dei piccoli. Con documenti falsi o falsi certificati di malattia, riuscì a entrare e uscire dal Ghetto per portare denaro, medicine, abiti, messaggi, ma soprattutto per ‘contrabbandare’ bambini che poi trasferiva presso famiglie cristiane o conventi. Si assicurò anche che tutti questi atti venissero documentati: scrisse in codice il vero nome del bambino, il nuovo nome e il nome della famiglia o del convento che lo aveva accolto per essere sicura che i bambini potessero tornare alla loro famiglia dopo la guerra o che almeno fosse più facile rintracciarli. Anche dopo la guerra ha continuato a impegnarsi per la giustizia e la libertà, lontana dai riflettori. È morta lunedì scorso in un ospedale polacco, all’età di 98 anni.

Ucciso dai nazisti, 63 anni dopo la liberazione di Mauthausen

Era il 5 maggio 1945 quando fu liberato l’ultimo campo di concentramento e di sterminio nazista: Mauthausen insieme con tutti i suoi sottocampi fra i quali Ebensee e Gusen. Come ci ricorda l’Aned, l’associazione degli ex deportati politici, proprio ieri ricorreva il 63esimo anniversario della liberazione del campo. E’ passato tanto tempo ma purtroppo è ancora possibile morire per mano dei nazifascisti. Ieri ha infatti perso la vita un ragazzo a Verona, Nicola Tommasoli, colpevole solo di essersi rifiutato di dare una sigaretta ad altri 5 ragazzi. Nel leggere questo episodio la mente ci riporta subito all’interno dei lager nazisti nei quali si poteva perdere la vita per niente, magari per aver rivolto lo sguardo ad una SS o magari per essersi rifiutati di dare una sigaretta ad un kapò. L’amico testimone di Nicola, descrive gli aggressori come cinque bestie che si sono accanite sul corpo del ragazzo, ed anche qui ci vengono in mente tutte le volte che i nostri ex deportati hanno definito le SS come bestie. “Purtroppo – dice l’Aned – ancora oggi dopo 63 anni dall’apertura del cancello di Mauthausen si può morire senza motivazione per mano di nazifascisti. Cercheranno di sminuire questo episodio, catalogandolo come di semplice cronaca nera e non di matrice politica, ma questo è un errore che vogliono indurci a fare ma che noi non possiamo tollerare con il silenzio. Possibile che dopo tutti questi anni, dobbiamo ancora raccomandare ai nostri figli di stare attenti ai nazifascisti, e come facciamo a riconoscerli? Come poteva Nicola riconoscerli, non avevano uniforme, non avevano segni evidenti di distinzione, proprio come quei fascisti che 64 anni fa fecero deportare i nostri cari con destinazione Mauthausen, Ebensee, Gusen”.

Un capolavoro dimenticato

E’ “Necropoli” di Boris Pahor, un’opera straordinaria sul mondo concentrazionario, cruda e limpida, scritta da chi l’ha vissuto dall’interno in tutta la sua sistematica follia. Il libro è stato riscoperto e ristampato in italiano dall’editore Fazi 41 anni dopo la sua stesura. Boris Pahor, grande scrittore sloveno residente a Trieste, classe 1913, è stato più volte candidato al Nobel per la letteratura. In gioventù è stato deportato nei campi di concentramento nazisti per aver collaborato con la resistenza antifascista slovena. Come raccontare l’orrore a chi non l’ha vissuto? “Tentando di narrare i fatti – spiega Pahor – con lucidità e senza sentimentalismo e mettendo l’accento sulla capacità di resistenza e di solidarietà dell’uomo”.

Su “Necropoli” è uscito questo bell’articolo di Paolo Rumiz su “Repubblica”

Claudio Magris ha invece scritto l’introduzione al volume (leggi)

La derubricazione del fascismo

In un articolo comparso alcuni giorni fa su “La Stampa”, lo storico Giovanni De Luna  ripropone il problema della cosiddetta “memoria per legge”. Con la conversione in legge del “decreto milleproroghe”, il governo italiano ha affidato agli ebrei il restauro del padiglione italiano di Auschwitz, dimenticando di fatto i deportati politici. Ecco l’intervento (come sempre lucido e condivisibile) di De Luna: memorial.jpg

Ad allestire il padiglione italiano del Museo di Auschwitz (inaugurato nel 1980) furono chiamati Primo Levi per i testi, Luigi Nono per la colonna sonora, Ludovico di Belgioioso per l’architettura, Mario Samonà per l’affresco che decora le pareti. Si tratta quindi di un monumento di grande valore artistico. Il problema è capire oggi se quella rappresentazione della storia della deportazione sia ancora in grado di trasmettere conoscenza storica, se i criteri validi negli anni ‘70, quando l’opera fu concepita, possano resistere validamente alle rotture e alle discontinuità del post-Novecento. Una cosa è un’opera d’arte, un’altra è la sua ricezione nel tempo, che cambia così come cambiano gli sguardi delle generazioni e i significati che le si attribuiscono. Il Memorial italiano fu allora fortemente voluto dall’Aned, l’associazione degli ex deportati politici; ed è oggi fieramente difeso nella sua integrità dalla stessa Aned che ha reagito con asprezza alle critiche di chi – come me – ritiene del tutto inadeguata quella forma di allestimento espositivo. In una lettera aperta, il suo presidente, l’avvocato Gianfranco Maris, critica con toni allarmanti l’iniziativa della Presidenza del Consiglio («un attacco alla democrazia»), esprimendo il timore che si tratti del tentativo di sostituire «una memoria civile della deportazione politica e della lotta antifascista della resistenza» con «una memoria tematica e didattica sul genocidio ebraico». È un fatto che quel provvedimento ha modificato i termini di un confronto che fin qui si era svolto su un terreno storiografico e culturale. L’Aned, che pure resta la proprietaria del blocco 21, non solo non è stata coinvolta nell’elaborazione, ma non viene neanche invitata a far parte della Commissione che deve avviare il restauro del padiglione. Il progetto del governo sembra invece rivolgersi direttamente a organizzazioni ebraiche come il CDEC e l’UCEI, lasciando affiorare un conflitto di memoria che ha già coinvolto molti paesi europei, specialmente la Francia. Se da un lato, per decenni la memoria della Resistenza, dell’antifascismo e della deportazione politica era così straripante da annettersi anche quella della Shoah, oggi la situazione si è capovolta e nel segno della Shoah a rischiare di sparire dal discorso pubblico e dalla nostra memoria collettiva è proprio l’antifascismo. Quella che si definisce memoria collettiva non è affatto il risultato di un ricordo ma di un patto per cui ci si accorda su ciò che è importante trasmettere alle generazioni future. I confini storici e culturali che circoscrivono questo patto sono fluidi, dinamici, cambiano a seconda delle fasi che scandiscono il corso politico degli eventi; in Italia, quelli su cui si fondava la memoria della Shoah, ad esempio, all’inizio erano circoscritti ai sopravvissuti e alle loro famiglie: poi si sono estesi fino ad abbracciare per intero lo schieramento politico di sinistra. Anzi, negli anni Settanta, la memoria della Shoah poteva essere considerata un elemento costitutivo dell’identità della sinistra, uno di quegli ambiti in cui era possibile distinguerla senza esitazioni dalla «destra». Oggi quei confini sono amplissimi e hanno inglobato, anche Gianfranco Fini e il suo partito. Con effetti paradossali. Per prendere le distanze dal fascismo basta condannare l’infamia delle leggi razziali del 1938, quasi che quelle leggi esaurissero per intero la dimensione totalitaria del regime e possano oggi costituire un ottimo pretesto per chi vuole dimenticare che il fascismo prima uccise la libertà e la democrazia e poi perseguitò gli ebrei.Una memoria collettiva diventa ufficiale quando a stabilire i confini del patto su cui si fonda interviene la sanzione dello Stato, quando, cioè, la Memoria si incontra con la Politica. Oggi la Shoah rischia di essere imbalsamata in una elefantiaca dimensione istituzionale: le celebrazioni per la «giornata della memoria», gli sforzi per diffondere nella scuole una specifica «didattica della Shoah», l’intervento della Presidenza del Consiglio su un «luogo» come il Memorial, adombrano una monumentalizzazione che avrebbe effetti devastanti proprio sui delicati meccanismi della trasmissione della memoria alle nuove generazioni: una storia sovraccarica di «ufficialità» favorisce più l’oblio che il ricordo.
(Giovanni De Luna, da “La Stampa”, 28 febbraio 2008)