Archivi categoria: Olocausto

Bubelè. Il bambino nell’ombra

“Ci proiettarono un film di Charlot, Il monello. Ero affascinato. Toccato dalla sua grazia. Avevo assistito ad una proiezione anamorfica della mia vita. […] Quanto fui felice di vivere il momento in cui alla fine la madre ritrovò suo figlio e Charlot fu verosimilmente adottato come padre! Avevamo riso. Avevamo pianto. Tutto mi fu restituito. E niente mi fu reso”. Scampato da bambino alla Shoah, Adolphe Nysenholc, figlio di ebrei polacchi, sarebbe diventato un semiologo tra i massimi esperti europei del cinema di Charlie Chaplin. Quando aveva appena tre anni, nell’agosto del 1942, i suoi genitori lo portarono in un sobborgo di Bruxelles per affidarlo momentaneamente ai generosi coniugi Van Halden, salvandolo così dalla persecuzione razziale. Sua madre e suo padre sarebbero tornati a prenderlo dopo la guerra, se non fossero stati arrestati dalla Gestapo e condannati a morire nel campo di concentramento di Auschwitz. Il piccolo Adolphe fu quindi costretto a trascorrere il resto della sua infanzia come un “bambino nell’ombra”, nascondendo la propria identità e continuando a sperare in un ritorno dei suoi genitori. In un bel libro autobiografico pubblicato in Francia una decina d’anni fa e uscito adesso anche in italiano (Bubelè. Il bambino nell’ombra, edizioni Il Pozzo di Giacobbe, traduzione di Silvia Cerulli), Nysenholc ricostruisce l’esperienza della sua infanzia con un commovente memoir narrativo incentrato sulla questione dell’identità.

 “Bubelè” – come spiega Moni Ovadia nella prefazione – è un vezzeggiativo yiddish che incarna tutto l’amore struggente e superfluente per i propri piccini esposti nell’esilio a così tanti pericoli”. La sua storia è un paradigma della tragedia vissuta dai tanti bambini rimasti orfani durante l’Olocausto. Con il trascorrere degli anni il piccolo Adolphe comprende ciò che accade intorno a lui ma il nucleo centrale della narrazione non è la Shoah, bensì le sue vicende familiari successive. Bubelè cresce circondato dall’affetto della sua famiglia adottiva, in una quotidianità fatta di rassicuranti abitudini domestiche, ma continuando anche a vivere nella costante e illusoria attesa dei suoi genitori, finché uno zio sopravvissuto allo sterminio non verrà a reclamarne la tutela. Abraham, fratello di suo padre, non dispone dei mezzi per crescerlo eppure vuole a tutti i costi sottrarlo ai Van Halden per introdurlo ai principi dell’ebraismo, facendolo peregrinare a lungo tra orfanotrofi e istituti. La narrazione assume a tratti la forma di una fiaba, descrivendo un mondo visto con gli occhi di un bambino che pur non riuscendo a elaborare l’abbandono da parte dei genitori imparerà con il tempo a conviverci, alternando improvvisi sbalzi di umore, tra entusiasmi isterici e struggenti nostalgie. Costretto prima a fuggire dai nazisti, poi a fare i conti con un’identità che non sente sua, Nysenholc ripercorre dolorosamente gli anni della sua adolescenza, descrivendone il senso di smarrimento e l’incessante ricerca di un equilibrio interiore. Per uscire dall’ombra, Bubelè dovrà infine identificarsi con una comunità, optando per quella circoncisione rituale alla quale non era stato sottoposto da bambino, e che gli aveva consentito di nascondere le sue origini.
RM

La resistenza esistenziale di Etty Hillesum

Avvenire, 22.5.2018

Nella foto: Etty Hillesum

“L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”. Etty Hillesum riuscì a viaggiare in un mondo interiore che le consentì di dominare l’orrore della guerra e di lasciarci una delle testimonianze umane e spirituali più alte del nostro tempo. Qualche anno fa, in occasione del settantesimo anniversario della sua morte ad Auschwitz, furono finalmente pubblicate anche in italiano le edizioni integrali del suo diario e delle sue lettere, che fanno conoscere a fondo una delle figure più significative non solo della letteratura concentrazionaria, ma di tutto il pensiero contemporaneo. La resistenza esistenziale di Etty Hillesum può dare le vertigini: le sue profonde fragilità trasformate in forza attraverso un dialogo intimo e personalissimo con Dio, il suo amore per la vita che cresce proporzionalmente all’odio e alla persecuzione nazista, infine la rinuncia a tutto e la scelta di non salvarsi dalla deportazione, pur avendone l’opportunità, ma di condividere la sorte del suo popolo. Una parabola umana e intellettuale che emerge in tutta la sua attualità nel libro di Edgarda Ferri Un gomitolo aggrovigliato è il mio cuore. Vita di Etty Hillesum, un’opera che non è né un saggio, né una biografia in senso stretto, bensì la raffinata ricostruzione di una vita irrequieta e scandalosa che a partire dall’incontro con lo psicoanalista junghiano Julius Spier intraprende uno straordinario cammino mistico e spirituale. “La studio da tanti anni”, ci spiega Ferri. “Etty è diventata per me un punto di riferimento fin da quando uscì la prima edizione parziale del suo diario, che col tempo mi è capitato spesso di aprire anche soltanto per leggere una pagina. Nel suo pensiero trovavo infatti tanti spunti di riflessione, sulla pace, sulla vita, sul perdono. Poi tre-quattro anni fa ho sentito il bisogno di conoscerla meglio e ho iniziato a fare ricerche, sono stata ad Amsterdam, ho consultato libri su di lei, ho studiato lettere e diari dei suoi contemporanei e amici. Sono partita da un indizio, come faccio sempre, cercando poi di risalire alle fonti”. Già autrice di una lunga serie di biografie di donne famose – da Maria Teresa d’Austria a Giovanna la Pazza, da Caterina da Siena a Matilde di Canossa – Edgarda Ferri ci restituisce l’immagine di una giovane assetata di vita e di amore, che vive passioni intense nella carne e nello spirito, spietatamente sincera e legata a un Dio misterioso al quale arriva a perdonare l’indifferenza verso il dolore del mondo. Ci spiega di essersi avvicinata alla Hillesum con il giusto distacco imposto dalla sua formazione giornalistica, quindi senza immedesimarsi in lei, per non cadere nella tentazione di rappresentarla come una santa o come una martire. “Per fortuna ho avuto bravi maestri, uno era Dino Buzzati, che mi ha insegnato ad ascoltare e a non innamorarmi mai di un personaggio, altrimenti si rischia di farne un santino. A volte mi è sembrato quasi di essere uno scienziato intento a vivisezionare i suoi sentimenti e le sue parole, scandagliandole con la lente di ingrandimento”. Il risultato del suo lavoro è un vivido ritratto per immagini in cui predomina il pensiero della Hillesum ma dove l’attento setaccio delle informazioni biografiche consente di contestualizzare il percorso di un’anima che si sentiva “come un gomitolo aggrovigliato”, in totale balìa di forze contraddittorie. Etty era infatti la ragazza “che non sapeva inginocchiarsi” – come è lei stessa a definirsi nel suo diario – ma poi, nel breve volgere di un paio d’anni, un cortocircuito interiore stravolge la sua esistenza. “Inizialmente è inconsapevole di quello che sta accadendo intorno a lei, frequenta i circoli intellettuali e vive una condizione di privilegio ma poi lo psicoanalista Julius Spier, col quale ha un lungo confronto intellettuale e sentimentale, la convince a mettersi in ginocchio. Da quel momento comincerà a dimenticare sé stessa e a pensare agli altri. Ma più che una vera conversione – prosegue Ferri – lo definirei un cammino graduale e molto personale. Prima Etty si dichiara atea, poi cerca Dio e lo trova in un albero. Infine gli scrive dicendo che perdona la sua indifferenza nei confronti delle tragedie del mondo. Non era però né una fanatica, né una santa, né un’eroina. Era una donna assetata di assoluto, che grazie alla sua straordinaria sensibilità ebbe modo di avvicinarsi al divino umiliandosi, fino a decidere di non dare più alcun peso a sé stessa e alla sua sofferenza”.
Di fronte all’abisso del male, Etty Hillesum si interroga sui motivi della disumanità dell’uomo, prega Dio affinché le dia la forza di comprendere anche i delitti più gravi, arriva persino a perdonare i carnefici, percependone la fragilità. Avrebbe la possibilità di salvarsi, ma forte delle sue convinzioni umane e religiose decide di condividere fino in fondo il destino dei deportati. “Chi sono io – si chiede – per accettare di salvarmi e abbandonare il mio popolo?” Va quindi a lavorare come volontaria nel campo di transito di Westerbork, in Olanda, dove gli ebrei sono ammassati in condizioni disumane prima di partire per Auschwitz. Condivide la sofferenza altrui al punto da rendersi conto che il suo dolore personale non è niente, in confronto al dolore dell’umanità intera. “Sono convinta – conclude Ferri – che quando parla del ‘suo popolo’ non si riferisca soltanto agli ebrei ma alla popolazione umana nella sua interezza, poiché a Westerbork c’erano anche tanti cristiani e atei. Là aiutò soprattutto le donne, facendo di tutto perché conservassero fino alla fine la loro dignità. Potete essere private di qualsiasi cosa, disse loro, ma la dignità non dovete mai farvela portar via”. Etty Hillesum amava profondamente la vita. Al punto che, poco prima di partire per Auschwitz – dove morì il 30 novembre 1943 – scrisse, “abbiamo lasciato il campo cantando”.
RM

Il cinese che salvò gli ebrei di Vienna

Avvenire, 4.4.2018

Ho Feng Shan (1901-1997)

“Il male che l’uomo fa vive oltre di lui. Il bene, sovente, rimane sepolto con le sue ossa”: ciò che Shakespeare faceva dire a Marco Aurelio nell’orazione funebre di Giulio Cesare pare non essersi verificato nel caso di Ho Feng Shan, “lo Schindler cinese”, il cui eroismo fu rivelato alcuni anni dopo la sua morte consentendo finalmente al memoriale di Yad Vashem di inserirlo nell’elenco dei Giusti tra le Nazioni. Console cinese a Vienna durante la Seconda guerra mondiale, Ho Feng Shan fu uno dei primi diplomatici a impegnarsi per salvare gli ebrei in fuga dal Terzo Reich, fornendo loro passaporti cinesi per sfuggire alle deportazioni. Era arrivato nella capitale austriaca nella primavera del 1937, pochi mesi prima dell’Anschluss di Hitler, in una città che all’epoca ospitava la terza comunità di ebrei più grande d’Europa. Ma con l’annessione del paese alla Germania nazista tutte le ambasciate straniere in Austria vennero chiuse e circa 185mila ebrei iniziarono a vivere nel terrore. La rappresentanza diplomatica di Pechino fu sostituita con un consolato generale cinese guidato dallo stesso Ho Feng Shan che in quei mesi cruciali, mentre l’indifferenza generale amplificava la crudeltà delle persecuzioni, si trovò di fronte a un bivio. Mentre il ministero degli esteri cinese gli chiedeva di mostrarsi accondiscendente verso le richieste degli ebrei, l’ambasciatore cinese a Berlino faceva pressioni su di lui affinché assecondasse la politica tedesca, per il bene delle relazioni tra Cina e Germania. Costretto a scegliere tra gli interessi della propria nazione e la salvezza degli ebrei, Ho preferì obbedire alla propria coscienza e commise, proprio come Antigone, quello che nella tragedia di Sofocle veniva definito un “santo crimine”: ‘crimine’ rispetto alla legge, ‘santo’ rispetto alla giustizia che esprimeva. Fece rilasciare un numero imprecisato – ma elevatissimo – di visti per il suo paese, pur sapendo che la maggior parte degli ebrei, una volta usciti dall’Austria, non avrebbero intrapreso un viaggio verso la Cina. Ci riuscì usando uno stratagemma: spiegò al suo collega in Germania che si sarebbe adeguato alle nuove istruzioni non appena avesse ricevuto una chiara direttiva, ma nel frattempo incaricò il suo vice di proseguire con il rilascio dei visti. È impossibile stabilire con esattezza quante persone abbia salvato nell’Austria occupata dai nazisti tra il 1938 e il 1939, anche perché molti non hanno neanche mai saputo di dovergli la vita. Secondo i calcoli più attendibili sarebbero state almeno tremila. Continua la lettura di Il cinese che salvò gli ebrei di Vienna

Quei bambini nello Spiegelgrund

Avvenire, 7.3.2018

È il marzo del 1997 quando in uno scantinato chiuso a chiave dell’ospedale viennese di Steinhof vengono ritrovati centinaia di barattoli di vetro accuratamente catalogati e numerati. Al loro interno, conservati in una densa soluzione di formalina, galleggiano i resti di parti anatomiche appartenenti a quasi ottocento bambini. Quella macabra scoperta dà la svolta decisiva al processo a carico del dottor Heinrich Gross, un ex criminale nazista che fino ad allora era sempre riuscito a scampare alla giustizia, facendo definitivamente riemergere dall’oblio una delle vicende più tragiche accadute in Austria durante la Seconda guerra mondiale. Prima che fosse abbattuto, l’ospedale viennese di Spiegelgrund, aveva funzionato come parte del programma di igiene razziale nazista. Al suo interno si applicava l’eutanasia a bambini disabili, orfani e “degenerati razziali”. Per eliminare tutti gli Ausmerzen, ovvero gli individui non in grado di affrontare la marcia nello sforzo bellico tedesco, nel 1936 i nazisti avevano varato la famigerata operazione Aktion T4, imponendo il ricovero di adulti e bambini affetti da determinate patologie in apposite strutture per la “purificazione della razza”. Molte famiglie furono convinte dai medici a far internare i loro cari per essere curati, ignorando che sarebbero stati invece sottoposti a terribili sofferenze e a esperimenti criminali, prima di essere uccisi. In molti casi i genitori affidarono in buona fede i propri figli a quei medici e, quando si recavano in ospedale per riprenderli, scoprivano che erano morti in circostanze misteriose. Le stime più attendibili parlano di circa duecentomila persone morte a causa dell’Aktion T4, che Hitler decise ufficialmente di sospendere nel 1941 in seguito alle reiterate proteste della popolazione, e ai coraggiosi sermoni del vescovo Clemens Von Galen. Ma il terrificante programma di eutanasia nazista non si fermò mai del tutto, e l’uccisione di disabili di qualunque età proseguì, sebbene in modo meno sistematico, fino al termine del conflitto. Proprio nel 1941 la clinica viennese di Spiegelgrund viene trasformata in un campo di internamento per bambini con presunti handicap mentali. La loro “idoneità alla vita” è messa alla prova: vengono misurati, catalogati, picchiati, torturati e infine uccisi. Vengono falsificate le cartelle cliniche e i certificati di morte. Si calunniano i genitori, ingannandoli e dichiarando che avevano abbandonato i loro figli. Oggi sappiamo che i teorici dell’igiene della razza avevano programmato l’epurazione di almeno il quindici per cento dell’intera popolazione di Vienna. Soltanto in pochi riuscirono a sfuggire in quel diabolico istituto. Per decenni, i sopravvissuti hanno testimoniato sui fatti accaduti a Spiegelgrund denunciando, inascoltati, i torturatori e gli assassini, alcuni dei quali nel frattempo avevano continuato a esercitare indisturbati la professione.
Questa vicenda a lungo dimenticata è stata ricostruita nel dettaglio dallo scrittore svedese Steve Sem-Sandberg nel suo ultimo romanzo, I prescelti (Marsilio, traduzione di Alessandra Albertari), che dà voce a due personaggi contrapposti: Adrian Ziegler, uno dei bambini che quasi per miracolo riuscì a scampare all’eutanasia, e l’infermiera Anna Katschenka, che nel 1948 venne poi processata per quei crimini. Continua la lettura di Quei bambini nello Spiegelgrund

Così l’Irlanda trasformò il teologo puritano

Avvenire, 30.1.2018

Dublino, 14 agosto 1649. Una folla entusiasta accoglie il comandante inglese Oliver Cromwell al suo sbarco in Irlanda con ventimila soldati al seguito. Il futuro Lord protettore del Commonwealth annuncia di essere stato incaricato dalla Divina Provvidenza di portare a termine la repressione dei “selvaggi irlandesi” che alcuni anni prima avevano osato rivoltarsi contro i coloni anglo-scozzesi. Pochi giorni prima del suo arrivo, le forze parlamentariste britanniche di stanza nell’isola avevano vinto la decisiva battaglia di Rathmines ed erano riuscite a cacciare tutti i cattolici da quella che era all’epoca la seconda città dell’Impero. Dublino era ormai una roccaforte protestante, mentre il resto del paese risultava ancora lacerato da anni di rivolte e tumulti. In appena nove mesi, la feroce campagna militare dell’esercito cromwelliano sarebbe riuscita a sottomettere l’isola al potere inglese estendendo la religione protestante in tutta l’Irlanda. Oliver Cromwell era un calvinista ortodosso, visceralmente anticattolico, e col pretesto di schiacciare una volta per tutte la ribellione degli irlandesi, cancellò in breve tempo tutti i negoziati che in passato avevano garantito qualche forma di tolleranza nei confronti del cattolicesimo, ne vietò il culto e infine bandì sacerdoti e vescovi dall’isola sotto la minaccia della pena capitale. Dette il via a una vera e propria pulizia etnica che ridusse di circa un terzo la popolazione autoctona e sottrasse ai cattolici gran parte delle loro terre, suggellando il dominio dei nuovi coloni protestanti. Quella ridistribuzione fondiaria ottenuta con il terrore e la devastazione dette vita a una classe di proprietari terrieri fedeli alla chiesa anglicana che avrebbe garantito lealtà duratura all’Inghilterra. Ancora oggi, in Irlanda, la memoria popolare ricorda la straordinaria crudeltà delle truppe di Cromwell e associa il suo nome a una delle fasi più cruente della conquista coloniale inglese. Le cronache dell’epoca raccontano che il suo esercito, il cosiddetto New Model Army, combatteva “in preda a un furore omicida”. I suoi uomini, fanaticamente ostili al cattolicesimo, consideravano la propria opera una sorta di missione religiosa tesa a estirpare con ogni mezzo la Chiesa di Roma dall’Irlanda. Prima di salpare dall’Inghilterra erano stati indottrinati dalle prediche di John Owen, un teologo puritano che li incitò a vendicare senza pietà i protestanti dell’Ulster morti nella rivolta cattolica del 1641.

Il teologo John Owen

Definito il “Calvino d’Inghilterra”, Owen aveva studiato a Oxford finché non era stato costretto a lasciare gli studi teologici a causa della sua opposizione agli statuti dell’arcivescovo Laud. Durante la guerra civile inglese si era schierato dalla parte del parlamento fino a diventare il consigliere di Cromwell nelle questioni religiose, accompagnandolo in qualità di cappellano nella campagna contro i cattolici irlandesi. Proprio quei mesi che trascorse in Irlanda sono stati analizzati sotto una luce inedita da un recente saggio di Crawford Gibben (John Owen and English Puritanism: Experiences of Defeat, Oxford University Press), che ricostruisce nel dettaglio una delle figure più importanti del puritanesimo inglese del Seicento. L’esperienza di Owen al seguito di quella brutale invasione si sarebbe rivelata talmente scioccante da spingerlo a mettere in discussione le sue stesse convinzioni, portandolo infine a rigettare ogni giustificazione religiosa della guerra. Quei mesi – racconta Gibben, che è docente di storia alla Queen’s University di Belfast – non furono uno spartiacque solo per le vittime ma anche per lui: la sua coscienza gli impedì di restare indifferente di fronte alle devastazioni, ai massacri, al caos. Nei suoi resoconti descrive “i poveri orfani dediti all’accattonaggio che soffrivano la fame in mezzo ai rifiuti nelle strade, gli uomini e le donne alla disperata ricerca di un pezzo di pane”. Mentre i soldati di Cromwell marciavano alla conquista delle città di Drogheda, di Wexford e di altri obiettivi strategici sottoponendo le popolazioni civili a terrificanti assedi, Owen cominciò a occuparsi dei sopravvissuti, nel tentativo di offrir loro una speranza nel futuro, predicò nelle chiese e scrisse trattati teologici dal taglio completamente diverso rispetto a quelli redatti anni prima. Quello che vide lo portò a riconsiderare anche il linguaggio con il quale un tempo aveva incoraggiato quella campagna. E mentre Cromwell, in preda a una sorta di delirio mistico, affermava che anche le azioni più efferate erano uno strumento della giustizia divina, Owen iniziò a domandarsi quale fosse il modo migliore per tener fede al Vangelo di Giovanni, secondo il quale “Dio non ha mandato il proprio Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma affinché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. Fino a presentarsi davanti al parlamento di Westminster chiedere eloquentemente, “perché Gesù Cristo è in Irlanda soltanto come un leone dagli indumenti macchiati con il sangue dei propri nemici e non come un agnello cosparso con il sangue dei suoi amici?”. Sopraffatto dall’orrore di fronte a ciò che vide in Irlanda, John Owen cadde in disgrazia agli occhi di Cromwell, ma a partire dalla seconda metà del ‘600 sarebbe diventato uno dei principali teorici della tolleranza religiosa.
RM