Archivi categoria: Olocausto

Ucraina, il film del genocidio

Avvenire, 9.10.2017

Fino a una ventina d’anni fa, in pochi avevano sentito parlare del cosiddetto Holodomor, il genocidio per fame che sterminò milioni di contadini ucraini causato dalla collettivizzazione forzata decisa da Stalin all’inizio degli anni ’30. Mosca era riuscita a nascondere all’opinione pubblica internazionale un crimine spaventoso anche grazie all’insospettabile complicità di intellettuali prestigiosi. Persino il più famoso accusatore degli orrori del regime staliniano, il premio Nobel russo Alexander Solzhenitsyn, aveva negato che gli ucraini fossero stati vittime di un genocidio, sostenendo che le loro rivendicazioni rappresentavano un atto di revisionismo storico. La congiura del silenzio era proseguita anche con la “destalinizzazione” poiché Kruscev, nell’elencare i crimini di Stalin, si limitò a denunciare le purghe all’interno del partito comunista e non fece menzione del dramma ucraino. Rendere di dominio pubblico la pagina più nera del comunismo sovietico avrebbe seriamente rischiato di compromettere il mito dell’Urss in Occidente. A lungo occultate per interessi politico-nazionali, le dimensioni e le cause di quella gigantesca ecatombe rimasero quindi confuse nei meandri della tragica storia del XX secolo almeno fino al 1991. La verità su quegli anni iniziò a emergere solo con la dichiarazione di indipendenza dell’Ucraina e l’apertura degli archivi sovietici, con la conseguente scoperta dei documenti celati per oltre mezzo secolo dalle autorità di Mosca. Nel 2003 le Nazioni Unite hanno riconosciuto in una dichiarazione congiunta che l’Holodomor uccise tra i sette e i dieci milioni di persone, ma la strenua opposizione della Russia ha finora impedito di riconoscerlo in via ufficiale come genocidio.
Non può quindi sorprendere che il grande cinema internazionale non si fosse finora interessato a quell’immane tragedia che rappresenta il simbolo doloroso dell’identità nazionale ucraina ed è ancora oggi alla radice del risentimento di Kiev nei confronti di Mosca. A colmare finalmente questa lacuna, raccontando per la prima volta la terribile carestia che si verificò tra il 1929 e il 1933, è il film Bitter Harvest del regista canadese di origini ucraine George Mendeluk. I due temi centrali attraverso i quali lo sceneggiatore Richard Bachyncky ha cercato di denunciare l’Holodomor sono l’amore e il potere dell’arte, intesa come tentativo di risvegliare le coscienze. La trama poggia principalmente sulla storia d’amore tra il giovane artista Yuri (interpretato da Max Irons) e Natalka (Samantha Barks), le cui vite finiscono ben presto travolte dal furore staliniano e dalla collettivizzazione dei terreni agricoli che priva i contadini di ogni mezzo di sostentamento, con le truppe bolsceviche che reprimono senza pietà qualsiasi tentativo di ribellione. Uscito alcuni mesi fa negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, il film non ha raccolto grandi consensi da parte della critica, che non ha apprezzato i suoi toni eccessivamente melodrammatici e didascalici. Eppure Bitter Harvest – che arriverà nelle sale italiane entro la fine dell’anno – ha tutte le carte in regola per ottenere quel successo che sarebbe auspicabile per far conoscere al mondo un genocidio la cui portata storica è senz’altro paragonabile a quella del Metz Yeghern, il genocidio armeno. A partire da un cast importante nel quale, oltre ai citati Irons e Barks, figurano anche Terence Stamp, Barry Pepper, Richard Brake e Aneurin Barnard. Da segnalare anche una scenografia suggestiva, capace di far entrare lo spettatore in un’Ucraina quasi fiabesca che fa da contraltare alla tragedia che sta per abbattersi sulla regione. Continua la lettura di Ucraina, il film del genocidio

Aleppo. Dove è morta l’umanità

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di Cecilia Dalla Negra e Fouad Roueiha

Il 13 dicembre, dopo quasi 4 anni e mezzo dalla divisione della città, la parte est di Aleppo si avvia a tornare sotto il controllo del regime di Damasco. Cade l’Aleppo dell’Università della rivoluzione, quella del Consiglio Locale e degli esperimenti di democrazia, quella di emittenti libere come Radio Hara o Nasaem Souria.
Cade l’Aleppo eroica che ad agosto aveva rotto il primo assedio che le era stato imposto grazie ai civili che avevano creato una no fly zone dal basso, prodotta dalla coltre nera di centinaia di pneumatici bruciati per oscurare il cielo ed impedire i bombardamenti.
La battaglia per quella che era la più popolosa città della Siria e una tra le più antiche ancora abitate al mondo, si è conclusa con 4 mesi d’assedio e 3 settimane di martellanti bombardamenti da parte dell’aviazione siriana e russa, mentre sul terreno avanzavano le truppe governative affiancate dal libanese Hezbollah e decine di milizie irregolari siriane, irachene ed altre sostenute dall’Iran. Nessuna arma, a eccezione dell’atomica, è stata risparmiata: dai missili balistici a quelli anti-bunker, dalle armi chimiche a quelle incendiarie e termobariche, fino ai barili bomba e alle munizioni a grappolo. Continua la lettura di Aleppo. Dove è morta l’umanità

Genocidio Herero, il mea culpa di Berlino

Avvenire, 5.8.2016

Con oltre cento anni di ritardo il governo tedesco riconoscerà finalmente le sue colpe per quella che molti storici hanno definito l’“Auschwitz africana”, il genocidio perpetrato in Namibia alcuni decenni prima della Shoah. Il ministero degli Esteri tedesco sta lavorando a una dichiarazione congiunta con il governo namibiano che conterrà, per la prima volta, le scuse ufficiali di Berlino per lo sterminio di circa centomila esponenti della tribù Herero e Nama colpevoli di essersi ribellati al dominio tedesco nella regione tra il 1904 e il 1907. La Germania ha però escluso a priori il riconoscimento di alcuna forma di indennizzo ai discendenti delle vittime, spiegando che i torti subiti dalla popolazione sono stati ampiamente ripagati con anni di aiuti economici stanziati a favore della Namibia. Una prima apertura in tal senso c’era già stata una decina d’anni fa, quando l’ex ministro Heidemarie Wieczorek-Zeul si recò in Namibia in occasione del centesimo anniversario della decisiva battaglia di Waterberg. In quell’occasione, per la prima volta un funzionario dello stato tedesco chiese scusa agli africani per i fatti avvenuti all’inizio del XX secolo, parlando chiaramente di ‘genocidio’. Namibia1_300D’altra parte, già nel 1985 il rapporto Whitaker delle Nazioni Unite aveva inserito a pieno titolo lo sterminio delle tribù Herero e Nama tra i primi atti genocidari del ‘900. L’esecutivo guidato da Angela Merkel ha deciso adesso di accelerare sul riconoscimento ufficiale con un tempismo tutt’altro che casuale. Alcune settimane fa il Bundestag, la camera bassa del Parlamento tedesco, ha infatti votato quasi all’unanimità una risoluzione che riconosce il genocidio della popolazione armena da parte delle forze ottomane nel 1915, scatenando la durissima reazione della Turchia, che ha immediatamente richiamato il suo ambasciatore a Berlino. Il presidente turco Erdogan ha accusato i tedeschi di ipocrisia sulle stragi compiute in Namibia alcuni anni prima del Metz Yeghern. Prima di condannare gli altri paesi la Germania dovrebbe fare i conti col proprio passato, ha detto Erdogan, le cui argomentazioni sono apparse per una volta convincenti almeno per gli storici. Da qui la necessità immediata, per Berlino, di cancellare una volta per tutte i fantasmi di un crimine lontano e quasi rimosso, mettendo a tacere le polemiche e ogni possibile parallelismo con il genocidio armeno. Anche perché, se è vero che la fredda contabilità delle due tragedie appare assai diversa, la dinamica e la brutalità con le quali sono state perpetrate appaiono invece drammaticamente speculari.
All’epoca in cui risalgono i fatti la Namibia era il fiore all’occhiello delle colonie tedesche dell’Africa sud-orientale, governata da un regime durissimo che prevedeva lavori forzati, schiavitù, violenze e confische delle terre e del bestiame. Nel gennaio del 1904 scoppiò la rivolta della tribù Herero. Circa duecento coloni tedeschi furono uccisi scatenando la reazione di Berlino, che inviò un nuovo governatore deciso a reprimere la sommossa con qualunque mezzo. Il famigerato generale Lothar Von Trotha lanciò un ultimatum alla popolazione della colonia: ogni esponente della tribù  presente all’interno dei confini tedeschi – a prescindere dall’età e dalla sua partecipazione o meno alla rivolta – sarebbe stato eliminato senza pietà. In poco tempo le truppe di von Trotha, armate di artiglieria e mitragliatrici, annientarono la debole resistenza africana e massacrarono tutti quelli che trovavano sul loro cammino, avvelenando fiumi e torrenti. Nei mesi successivi non si contarono i villaggi rasi al suolo, le impiccagioni di massa, le stragi e le violenze gratuite secondo un copione che sarebbe stato recitato di lì a poco anche dai turchi contro gli armeni e dai nazisti nella Seconda guerra mondiale. In circa tre anni le truppe tedesche sterminarono l’85% della popolazione Herero,  confinando i pochi sopravvissuti in riserve tribali per utilizzarli come schiavi. Centinaia di vittime furono decapitate e i loro teschi spediti in Germania per effettuare ‘ricerche scientifiche’ ed esperimenti per cercare di dimostrare la superiorità della razza ariana. Nel campo di concentramento dell’isola di Shark l’antropologo Eugen Fischer condusse esperimenti medici su cavie umane ai quali contribuì anche l’antropologo italiano Sergio Sergi, autore di uno studio intitolato eloquentemente Craniologia Hererica. Fischer divenne in seguito uno scienziato di spicco dell’eugenetica nazista e un teorico delle leggi razziali, mentre uno dei suoi allievi più promettenti – Josef Mengele – sarebbe passato alla storia come il boia di Auschwitz. Qualche anno più tardi, ben prima che le risoluzioni delle Nazioni Unite chiarissero la natura genocidaria dell’intervento tedesco in Namibia, Hannah Arendt comprese chiaramente che il massacro degli Herero era stato in un certo senso la “premessa” della Shoah. “La distruzione dei popoli coloniali fu una preparazione all’Olocausto – scrisse la grande filosofa nel suo Le origini del totalitarismo del 1951 – i campi di raccolta e le impiccagioni di massa degli Herero, un gigantesco e infernale addestramento ai campi di concentramento nazisti; stessi i cognomi dei protagonisti, identici i metodi; gli africani – prima e durante la Shoah – vittime tra le vittime”. Non a caso, il primo governatore della colonia africana era stato Heinrich Goering, padre di quell’Hermann Goering divenuto poi il braccio destro di Hitler. Nel 1990, dopo decenni di guerre interne, la Namibia ha raggiunto finalmente l’indipendenza e ha oggi un’economia in grande espansione che trae la sua ricchezza dai giacimenti di diamanti, dal turismo e dalle energie rinnovabili. Ancora oggi però, i discendenti degli indigeni cacciati dalle loro terre un secolo fa minacciano periodicamente di riprendersele con la forza. Nel 2001 l’associazione per i risarcimenti al popolo Herero ha intentato una causa davanti ai tribunali americani chiedendo al governo di Berlino e alle imprese tedesche presenti all’epoca in Namibia milioni di dollari che difficilmente riusciranno a ottenere. Il riconoscimento ufficiale del genocidio che inaugurò nel peggiore dei modi il XX secolo contribuirà, almeno in parte, a rendere giustizia alle vittime.
RM

Hitler: umano troppo umano

hitler-xlarge_trans++LJITaACxRb6RmwZ6WleaDeffBTAY9rC9dzAM4z28kdoAvvenire, 19.5.2016

Nel 1934 un solerte funzionario del Ministero delle Finanze tedesco fu rimproverato duramente per aver scoperto che il nuovo Cancelliere aveva un debito di oltre 400.000 marchi nei confronti dell’Erario. Da quel momento in poi, una legge avrebbe esentato Adolf Hitler dal pagamento delle imposte. Quello che si era presentato al popolo come un leader umile, dal 1937 avrebbe cominciato a percepire anche una percentuale sulla vendita dei francobolli stampati con la sua effigie. Fin dai primi anni al potere era stato un amante del lusso che possedeva i più costosi modelli di Mercedes e spendeva l’equivalente odierno di migliaia di euro in camere d’albergo. Intorno a un caleidoscopio di piccoli e apparentemente banali particolari sulla sua vita privata si intesse la trama della nuova monumentale biografia del Fuhrer, Hitler: A Biography – Volume One: Ascent 1889-1939 scritta dallo storico tedesco Volker Ullrich. È il primo ritratto di Hitler scritto da uno studioso tedesco dopo il classico di Joachim Fest del 1973, ed è assai rilevante perché per la prima volta si concentra sull’“uomo” Hitler respingendo con forza la tesi degli studiosi che l’hanno definito uno psicopatico e un essere fuori dall’ordinario. Ullrich, già autore di apprezzatissime biografie su Napoleone e Bismarck, basa la sua narrazione sul materiale desecretato dagli archivi negli ultimi quarant’anni e sui racconti di persone vicine a Hitler ai tempi dell’adolescenza per delinearne i tratti caratteriali del tutto umani, senza che questo rischi di relativizzare i suoi crimini. Al contrario: ritiene che sia impossibile comprenderli appieno senza analizzare a fondo la sua complessa personalità. A lungo, dal Dopoguerra a oggi, Hitler è stato visto dagli storici come una sorta di alieno sceso sulla Terra per creare catastrofi. Un elemento che ha accomunato i lavori pionieristici del giornalista bavarese Konrad Heiden – l’inventore dell’epiteto “nazista” – e dello storico Alan Bullock, ma anche il più recente lavoro del britannico Ian Kershaw oltre alla già citata biografia di Joachim Fest, ancora oggi considerata da molti il miglior ritratto psicologico e caratteriale del dittatore nazista. Ma nel libro di Fest traspare la ripugnanza dell’autore nei confronti di Hitler, considerato un malato di mente sulla base dell’assunto che nessuna considerazione umana e nessuna riflessione legata a ragioni morali gli apparteneva. Kershaw era invece interessato in primo luogo alle strutture sociali che resero possibile il “fenomeno” Hitler, e per questo antepose i rapporti di potere alle persone attraverso un approccio storico-sociologo. Ullrich mette invece in primo piano l’uomo, descrivendo il terribile fascino che suscitava nelle masse, un fascino però artefatto, teatrale, al pari dei suoi proverbiali scoppi d’ira, costruiti ad arte per generare terrore in primo luogo nei suoi uomini. Seguendo un filo rigorosamente cronologico, Ullrich mostra il futuro Fuhrer, appena ventenne e senza un futuro davanti, che alloggia in un rifugio per senza fissa dimora a Vienna, nel 1909, e che appena trent’anni dopo sarà diventato il più potente leader politico sulla faccia della Terra, alla guida di un impero di dimensioni mostruose. Ma quell’uomo piccolo, ipocrita, la cui sincerità traspare soltanto in rarissime circostanze, sarebbe rimasto ai margini della società se non fosse stato per le drammatiche conseguenze sociali della Prima guerra mondiale, le riparazioni imposte alla Germania, la crisi economica e identitaria che travolse il suo paese in quegli anni. Ullrich respinge con decisione l’ipotesi formulata da alcuni studiosi circa la sua presunta omosessualità, lo descrive come un uomo senza una vita privata, un lettore compulsivo di libri su arte, architettura, filosofia, ed esclude che sia stato un fervente antisemita fin dagli anni giovanili a Vienna. Rivela infatti che in gioventù Hitler conviveva nei pensionati con compagni di stanza ebrei e mostrava grande rispetto per un anziano dottore di famiglia ebreo. L’odio viscerale, ai confini della nevrosi, nei confronti degli ebrei si sarebbe manifestato soltanto in seguito, negli anni trascorsi a Monaco dopo la fine della Grande guerra. Già diventato un best seller in Germania e adesso tradotto in inglese, il primo volume di questa biografia si conclude nel 1939, al cinquantesimo compleanno del Fuhrer, con l’Olocausto alle porte. Il secondo uscirà in Germania nel 2017.
RM

A Firenze la memoria dei deportati italiani

Avvenire, 2.2.2016

Sarà necessario attendere circa altri tre anni prima che il Memoriale italiano di Auschwitz possa tornare a essere finalmente visitabile dal pubblico, stavolta in Italia, nella sua nuova collocazione fiorentina. L’opera d’arte che ricorda gli italiani uccisi nei campi di concentramento nazisti e rappresenta un monito contro tutte le dittature è arrivata in questi giorni nel centro espositivo Ex 3 di Firenze dopo essere stata sfrattata dalla sua sede storica all’interno del Blocco 21 del campo di sterminio polacco, perché giudicata ormai inadatta dalla direzione del Museo di Auschwitz. Nelle prossime settimane si insedierà un comitato scientifico cui prenderà parte anche l’Aned, l’Associazione Nazionale Ex Deportati dai campi nazisti – proprietaria dell’opera – che dovrà stabilire nel dettaglio il progetto futuro per l’allestimento del Memoriale e dell’intera struttura. I tempi di realizzazione si annunciano però lunghi, poiché servirà almeno un anno soltanto per completare i lavori di restauro dell’opera (da tempo in stato d’abbandono) e si dovrà poi procedere all’adeguamento degli spazi del centro espositivo, per una spesa complessiva quantificata intorno ai tre milioni di euro, interamente a carico delle istituzioni locali. “Abbiamo fatto di tutto per mantenere l’opera ad Auschwitz”, ha detto il presidente dell’Aned Dario Venegoni, durante la piccola cerimonia che ha suggellato il trasferimento. “Non essendo stato possibile, abbiamo accolto con favore l’ospitalità di Firenze e della Toscana, che hanno consentito all’opera di non andare perduta per sempre”.
memoriale_auschwitz_bigRealizzato alla fine degli anni ’70 grazie alle sottoscrizioni dei parenti dei deportati e alla collaborazione di alcuni dei più importanti intellettuali italiani del XX secolo, il “Memoriale italiano ad Auschwitz” fu aperto nel 1980 al primo piano del Blocco 21 di Auschwitz. Il progetto architettonico era stato ideato da un’ex deportato, Ludovico Belgiojoso, e aveva l’obiettivo di ricreare l’atmosfera da incubo vissuta nei campi attraverso uno spazio ossessivo, un grande tunnel a forma di spirale al cui interno il visitatore camminava lungo una passerella in legno ascoltando una voce narrante che leggeva un testo di Primo Levi sulle note di “Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz” di Luigi Nono. Le pareti erano state rivestite con le tele decorate dal pittore Mario Samonà che riproducevano il nero del fascismo, il rosso del socialismo, il bianco del movimento cattolico e il giallo del mondo ebraico. Il tutto con la regia di Nelo Risi. Rimasta visitabile ad Auschwitz fino al 2011, negli ultimi anni l’opera è stata sottoposta a un processo di revisione che ha interessato tutti i memoriali dei singoli paesi. Per le istituzioni polacche era diventato inopportuno ricordare in quella sede lo sterminio dei prigionieri politici comunisti, degli omosessuali, dei rom e dei disabili. La direzione del museo aveva quindi imposto all’Aned di smontare ‘la spirale’ e di realizzare al suo posto un nuovo memoriale illustrativo che sostituisse l’opera di Belgiojoso, definita ormai “fine a sé stessa e priva di valore educativo”. Ma l’Aned non si è rassegnata all’idea di distruggere un patrimonio culturale che appartiene a tutta la nazione e, anche grazie alla mobilitazione del mondo artistico e accademico, ha fatto pressione sui governi italiani che si sono succeduti negli anni affinché fosse individuata una nuova collocazione per l’opera. Dopo anni di polemiche, recepita la disponibilità della Regione Toscana e del Comune di Firenze, il Ministero dei Beni culturali ha autorizzato i tecnici dell’Istituto centrale del Restauro e dell’Opificio delle Pietre Dure di smontare l’opera per trasferirla in un’area semiperiferica di Firenze, all’interno dello spazio Ex3, un luogo che le istituzioni toscane intendono adesso trasformare in un percorso museale all’avanguardia dedicato alla memoria. Tenendo sempre presenti le parole di Primo Levi, secondo il quale, “se Auschwitz sarà svuotato di un contenuto politico non riuscirà a spiegare niente alle nuove generazioni e diventerà un luogo tragicamente inutile”.
RM

L’interprete di Auschwitz

Avvenire, 24.1.2016

“Siete arrivati a un campo di lavoro. I giovani forti andranno a lavorare, le persone anziane andranno nel campo di riposo, le donne se sono giovani e non hanno figli andranno anche loro a lavorare, le donne con bambini vanno nel campo di riposo”. Con queste parole il comandante nazista Rudolf Hess accolse ad Auschwitz il convoglio degli ebrei italiani rastrellati Ghetto di Roma. Tra i deportati, l’unico che allora conosceva il tedesco era il giovane Arminio Wachsberger: a lui spettò il compito di tradurre in italiano quei tragici eufemismi e i successivi ordini che da quel momento in poi avrebbero scandito l’orrore della vita quotidiana nel campo di sterminio. Tutti quelli che al loro arrivo non vennero ‘selezionati’ e mandati a morte avrebbero imparato a conoscere le mostruose consuetudini ma anche il brutale lessico del lager, che in seguito sarebbe servito anche per raccontare l’indicibile a chi non l’aveva vissuto, a chi dubitava e a chi, pur in buona fede, non riusciva a credere che un tale orrore fosse stato possibile.

Arminio Wachsberger
Arminio Wachsberger

Il destino ha voluto che Arminio Wachsberger sia stato uno dei pochi sopravvissuti tra i numerosissimi ebrei italiani deportati ad Auschwitz nel 1943, e che sia vissuto abbastanza a lungo per poter tradurre in un linguaggio comprensibile gli abissi di sofferenza che l’uomo ha saputo scavare durante la Seconda guerra mondiale. I suoi racconti sono stati indispensabili per testimoniare un’esperienza ai limiti dell’immaginazione umana. Con il suo impegno, Wachsberger ha avuto un ruolo fondamentale per combattere la tentazione dell’oblio che ha coinvolto anche molti ex deportati i quali, spinti dal desiderio di ricominciare al più presto una vita normale, scelsero il silenzio. La sua esemplare storia di dolore, ma anche di rinascita, è stata ricostruita da Gabriele Rigano, ricercatore dell’Università per Stranieri di Perugia, in un volume appena uscito (L’interprete di Auschwitz. Arminio Wachsberger un testimone d’eccezione della deportazione degli ebrei di Roma, Guerini e associati) che parte dal presupposto della necessità di superare una volta per tutte la contrapposizione tra i testimoni e gli storici. Poiché senza l’apporto della memoria – spiega lo stesso Rigano – la storia rischia di perdere la capacità di penetrare i sentimenti e gli stati d’animo.
Il libro, oltre che su fonti d’archivio, è basato principalmente sulle numerose interviste rilasciate dal protagonista a partire dal 1955, tra le quali spicca quella realizzata nel 1998 dalla Spielberg Survivors of the Shoah Visual History Foundation. Wachsberger fu uno degli oltre mille ebrei rastrellati dai nazisti durante il tragico “sabato nero” del Ghetto di Roma. Nelle prime ore di quel maledetto 16 ottobre 1943, le SS si presentarono anche a casa sua, in Lungotevere Ripa, per deportarlo ad Auschwitz insieme a tutta la sua famiglia. Arminio riuscì a salvare solo il suo nipotino Vittorio, di appena due anni, affidandolo alla portiera di un palazzo che lo salvò dalla deportazione e dalla morte. All’arrivo nel campo di sterminio si offrì come interprete, cercando le parole per spiegare agli altri prigionieri quello che stava accadendo intorno a loro. Fu un atto di generosità compiuto per cercare di alleviare le sofferenze di chi non capiva gli ordini dei nazisti, e che lo mise in più occasioni a stretto contatto con Rudolf Hess e con il famigerato dottor Mengele, tristemente noto per i suoi esperimenti su cavie umane. È straziante il racconto di quando proprio quest’ultimo gli rivelò la sorte della sua famiglia. “Noi abbiamo bisogno solo di bestie da lavoro – gli disse Mengele, impassibile – quindi quelli che non possono lavorare vengono eliminati. La bambina di cinque anni [sua figlia Clara] non ci serve quindi la eliminiamo e anche la madre, sapendo che la propria figlia è stata ammazzata, non può più lavorare”.
Fin dalla liberazione, contrariamente a molti altri superstiti, Wachsberger iniziò a raccontare le indicibili sofferenze subite nei campi di sterminio, a raccogliere notizie e testimonianze e a impegnarsi, con coraggio e profonda sensibilità, nella ricostruzione degli elenchi dei deportati e dei dispersi italiani. Venne poi chiamato in più occasioni a testimoniare nei processi che si svolsero a Dachau contro le SS e i militari addetti al campo. “Ne abbiamo riconosciuti diversi e al Tribunale abbiamo narrato in quale maniera bestiale questa gente si è comportata con noi”, ha raccontato. Ma negli anni ebbe modo anche di testimoniare in difesa di quei tedeschi che, ricoprendo posti di responsabilità nel sistema concentrazionario, avevano invece aiutato i prigionieri dei campi. Fu proprio la partecipazione ai processi di Dachau a convincerlo di quanto la memoria della sua esperienza fosse importante sia a livello giudiziario che civile. Dovremo sempre essere grati ad Arminio Wachsberger per aver saputo trovare le parole per descrivere ciò che l’uomo ha saputo fare all’uomo. Quel tragico passato lo tormentò per tutta la vita. Una delle sue figlie ha raccontato che nel 2002, poche ore prima di morire, sussurrò: “forse noi adulti dovevamo essere puniti per peccati che senz’altro avremo commesso, ma…i bambini, perché? Perché i bambini?”
RM

Cummings, la Belfast del dialogo

Avvenire, 6.1.2016

Era il 1942 e la guerra stava devastando l’Europa, quando padre Daniel Cummings decise di lasciare  il suo incarico al seminario redentorista di Galway per unirsi all’esercito britannico in qualità di cappellano militare. Avrebbe trascorso il resto del conflitto insieme al Terzo Battaglione delle Guardie irlandesi, in mezzo a suoi connazionali di ogni estrazione e credo politico, contadini cattolici e membri dell’aristocrazia anglo-irlandese di religione protestante. Vide uomini che provenivano da contesti sociali differenti, spesso ostili tra loro, imparare a fidarsi gli uni degli altri, e lottare fianco a fianco per cercare di sopravvivere. La memoria di quegli anni terribili fece maturare in lui il profondo desiderio di portare quell’esperienza di tolleranza e aiuto reciproco anche nel suo paese. Nel 1947 fu uno dei fondatori della prima missione “per non cattolici” che aprì presso il monastero redentorista di Clonard, in uno dei quartieri più derelitti di Belfast. È così che venne gettato il primo, pionieristico seme di un grande movimento ecumenico che nei decenni successivi avrebbe avuto un ruolo decisivo anche nel lungo processo di pace dell’Irlanda del Nord. Quella di padre Daniel Cummings è una storia straordinaria che riemerge con forza dalle nebbie di un passato ormai lontano, attraverso la sua autobiografia postuma da poco data alle stampe: Rest and Be Thankful. Autobiography of a Belfast Missionary. Una vicenda che è stato finalmente possibile riscoprire grazie a Rosemary Doherty, la nipote di Cummings, che ha lavorato a lungo al vecchio manoscritto e agli appunti lasciati dallo zio – morto nel 1977 –, facendo infine arrivare il volume in libreria. Fu lui a chiederle espressamente di non rendere pubblica l’opera fino a quando la situazione politica non si fosse definitivamente stabilizzata. Oggi, a quarant’anni di distanza, il libro rappresenta uno straordinario documento storico sul nostro recente passato. Cresciuto in un’area di Belfast a maggioranza protestante, Daniel Cummings era ancora un bambino quando i violenti scontri settari in corso in città costrinsero la sua famiglia ad abbandonare la propria casa e a trasferirsi in un quartiere a maggioranza cattolica, nei pressi del monastero di Clonard. Erano i primi anni ’20, e la divisione artificiale dell’Irlanda decisa dagli inglesi contro il volere della popolazione locale innescò una delle prime forme di pulizia etnica in Europa. Cummings si avvicinò giovanissimo ai redentoristi, entrando in seminario all’età di 15 anni. Si spostò prima a Limerick, poi a Galway, finché non fu inviato come missionario nelle Filippine. Quando scoppia la guerra ha già fatto ritorno in Irlanda, e si sta dedicando allo studio e all’insegnamento. Lascia tutto per unirsi all’esercito, come cappellano militare. I racconti della vita quotidiana dei soldati e dei civili durante gli anni del secondo conflitto mondiale occupano una parte consistente della sua autobiografia. Il 6 giugno 1944 prende parte allo sbarco degli Alleati in Normandia, poi entra a Bruxelles al seguito dell’esercito britannico nei giorni in cui la città viene liberata dai nazisti. In quei mesi trascorre gran parte del suo tempo negli ospedali, prendendosi cura dei feriti e confessando i prigionieri, grazie alla sua conoscenza del tedesco. Per oltre un anno, dopo la fine della guerra, porta conforto agli uomini liberati dal campo di concentramento di Bergen-Belsen. Tra i reduci del lager incontra anche un confratello redentorista tedesco che gli dona una splendida scultura in legno che lui stesso aveva realizzato. È una statua alta circa un metro, che ritrae San Gerardo Maiella con una croce e un rosario in mano ed è ancora oggi conservata all’interno del monastero di Clonard.

Daniel Cummings
Daniel Cummings

Di ritorno nella sua Belfast, padre Daniel trova una città trasformata radicalmente dalla guerra: cattolici e protestanti avevano combattuto gli uni accanto agli altri e molti di loro, durante i raid aerei nazisti, si erano rifugiati insieme nella cripta di Clonard. Il Dopoguerra, dal suo punto di vista, porta speranze di riconciliazione che vanno ben oltre la semplice ricostruzione materiale, e che lo spingono a impegnarsi nella coraggiosa impresa della “missione per non cattolici” di Clonard, al fianco del rettore dell’epoca, padre Gerry Reynolds. Un lavoro che già nelle domeniche di Quaresima del 1948 gli fa incontrare per la prima volta un giovane ministro presbiteriano di nome Ian Paisley, che nei decenni seguenti dominerà la scena politica irlandese facendosi conoscere come un predicatore fanatico dal linguaggio incendiario, ferocemente anti-cattolico e nemico di ogni compromesso. Cummings racconta che fin dai primi anni il reverendo Paisley mostrò grande interesse per l’attività svolta a Clonard, e in più occasioni fece intervenire i suoi seguaci agli incontri che si tenevano nel monastero di Belfast. In pubblico rivolgeva violenti attacchi all’iniziativa dei redentoristi, eppure padre Daniel ebbe comunque modo di percepire una forma di stima e di rispetto nei suoi confronti. Molti anni dopo, al crepuscolo della sua vita, Paisley si sarebbe infine convertito da leader intransigente a statista aperto al dialogo. Fu una svolta decisiva che – considerato il suo grande peso politico – sbloccò definitivamente la pace in Irlanda del Nord. Cummings ne aveva già colto le prime avvisaglie all’inizio degli anni ’70.
RM

La memoria lunga di Boris Pahor

da “Avvenire” di oggi

DSC_9024_1_48998192_300Ormai giunto sulla soglia dei 103 anni, Boris Pahor ha ancora la forza per scrivere, per tenere conferenze, per incontrare i giovani. E la voglia d’indignarsi. Sloveno di cittadinanza italiana, nato a Trieste quando la città faceva ancora parte dell’Impero asburgico, Pahor ha vissuto in prima persona i più grandi orrori del passato recente: la repressione fascista della Venezia Giulia, i due conflitti mondiali, l’esperienza nei campi di concentramento nazisti, infine il duro ostracismo comunista subito ai tempi di Tito. È autore di decine di opere tradotte in ogni parte del mondo, tutte di contenuto sociale, molte delle quali legate a esperienze di vita vissuta, ed è stato più volte candidato al Nobel. Come scrittore ha ottenuto un successo tardivo in parte ripagato da una straordinaria longevità, che l’ha reso ormai l’ultima memoria letteraria del Secolo breve. Anche per questo sente il dovere morale di denunciare la deriva etica dei nostri tempi, mettendo in guardia soprattutto le giovani generazioni. È quanto ha fatto, in modo esemplare, con Quello che ho da dirvi, un libro edito dalla casa editrice Nuova Dimensione che raccoglie i dialoghi di questo grande testimone della Storia con sei studenti diciottenni. In Slovenia, dove ha trascorso il passaggio al nuovo anno, ci ha concesso un’intervista nella quale non nasconde il suo stupore e il suo rammarico per una gioventù “che conferma di essere sempre più ignara della barbarie del XX secolo e delle tragiche rimozioni della storia che hanno condizionato la questione del confine orientale, e non solo”. Ma non è soltanto questo il motivo per cui esprime profonda preoccupazione per il futuro. “Di questo passo, andremo definitivamente verso la rovina”, ammonisce. “Mi riferisco ai bombardamenti decisi dai governi francese, inglese e statunitense per reprimere il fondamentalismo islamico. Purtroppo l’11 settembre non ci ha insegnato niente. Le parole di Noam Chomsky, che nel 2001 fu uno dei primi a denunciare la necessità per l’Occidente di fare un serio esame di coscienza, sono rimaste inascoltate e nessuno si preoccupa di comprendere le cause di quanto sta accadendo”. “Cercando di distruggere il terrorismo in questo modo non faremo altro che radicalizzare i terroristi sempre di più”. Per rispondere alla minaccia del sedicente stato islamico, sostiene, “dovremo fare qualcosa di simile a quanto è stato fatto con il clima. Vorrei vedere tutti i governanti della Terra riuniti in una specie di congresso mondiale, per fare in modo che nel XXI secolo non esistano più le enormi disuguaglianze che purtroppo vediamo ancora oggi. Non è concepibile che una larga parte dell’umanità continui a soffrire la fame, la povertà, le malattie”.
Tra i giovani Pahor vuole gettare semi per un futuro migliore, lasciando dietro di sé un messaggio che vada oltre i suoi libri. È questo il senso profondo della lunga conversazione che ha intrapreso con questi ragazzi sull’identità e la lingua, la storia e la cultura. Ma anche su Dio e sulla fede. Temi sui quali, richiamando Spinoza e Einstein, afferma di avere un’anima panteista, di essere cioè religioso ma non credente e di essere diventato ateo durante gli anni del lager, come rivelò qualche anno fa. “Di fronte all’infinitezza dell’universo mi inchino e capisco di non essere nessuno, di non contare niente. E sull’idea della divinità, penso che l’uomo sia stato creato libero e come essere libero sia responsabile di quello che fa”. Eppure, gli anni cruciali della sua giovinezza, quelli in cui i fascisti cercarono di annientare l’identità culturale degli sloveni triestini – un tema che ricorre in quasi tutte le sue opere – videro persino una lunga esperienza in seminario e studi di teologia portati avanti fino all’età di 25 anni. “Ma non ho mai voluto diventare sacerdote”, precisa. Di lì a poco, Pahor fu deportato dai nazisti per aver collaborato con la resistenza antifascista slovena. La distruzione dell’identità del suo popolo avrebbe avuto su di lui un effetto indiretto anche in seguito, quando non riuscì in alcun modo a trovare un editore italiano disposto a pubblicare il suo capolavoro, Necropoli. “Lo mandai all’Espresso, all’attenzione di Primo Levi, ma anni dopo venni a sapere che non gli fu mai sottoposto, semplicemente perché un autore tradotto dallo sloveno all’italiano non poteva avere un editore”. L’opera, un doloroso viaggio nella memoria dei suoi giorni nel lager di Natzweiler-Struthof, uscì per la prima volta in Slovenia nel 1967 ma dovette aspettare oltre quarant’anni dalla sua prima stesura per essere scoperta da un editore italiano (Fazi). Nel frattempo, a partire dagli anni ’70, Pahor era stato bandito anche dalla Jugoslavia socialista per le sue critiche nei confronti del regime di Tito. Proprio in Necropoli, scrisse che dopo tutto il male che aveva attraversato il XX secolo non sarebbero bastati cento, forse duecento anni per ristabilire una vita normale. “Oggi servirerebbe un governatore mondiale – ci dice – qualcuno che possa gestire tutta la Terra, una sorta di padre che cerchi di stabilire una democrazia senza il dominio di nessuno. Era anche un’idea di Dante: l’imperatore come guida per tutti e il papa per il dominio spirituale”. In questo senso, Pahor sostiene d’aver apprezzato moltissimo l’anatema di papa Francesco contro tutte le guerre e il suo recente viaggio apostolico in Africa: “la mia speranza è che Bergoglio riesca ad agire concretamente per promuovere la giustizia sociale e la riduzione delle disuguaglianze”.
RM

La complessità del male

eichmannUn gerarca nazista mosso da furore ideologico oppure un freddo burocrate che si limitò a eseguire il più mostruoso degli ordini? Da quando finì impiccato in un carcere israeliano nel 1962, Adolf Eichmann non ha mai smesso di suscitare l’interesse degli studiosi, che a lungo si sono divisi sul ruolo svolto dall’“architetto dell’Olocausto” nella Soluzione finale. Sfuggito al processo di Norimberga e giudicato da un tribunale israeliano solo molti anni più tardi, Eichmann divenne oggetto di studio per Hannah Arendt, che raccontò il processo di Gerusalemme sul New Yorker e fece poi confluire il suo lavoro nel famoso libro La banalità del male. La filosofa tedesca fu la prima a sostenere che il male assoluto potesse non essere radicale, affermando che Eichmann non era né uno psicopatico né un fervente antisemita, ma solo un uomo mediocre, “incapace di pensare” e intenzionato a fare carriera a qualsiasi costo. La controversa tesi della Arendt, risalente ormai a oltre 50 anni fa, è stata più volte messa in discussione dagli studiosi, a partire dal suo contemporaneo Gershom Sholem – che definì la banalità del male “uno slogan” – fino a Deborah Lipstadt, la storica statunitense che in un recente libro ha accusato la Arendt di aver voluto assolvere la cultura europea dalla colpa di antisemitismo.
Una disputa intellettuale che potrebbe concludersi definitivamente grazie al lavoro di un’altra filosofa tedesca, Bettina Stangneth, che in un libro da poco uscito anche negli Stati Uniti – Eichmann Before Jerusalem. The Unexamined Life of a Mass Murderer – ricostruisce la personalità del gerarca SS utilizzando molti documenti, lettere e testimonianze inedite. Arrivando alla conclusione che sia la Arendt che molti storici sono stati in realtà ingannati dal comportamento di Eichmann al processo, la cui analisi è di per sé insufficiente a far comprendere la sua vera natura: non un grigio e taciturno criminale di guerra in fuga, bensì un lucido ideologo che odiava profondamente gli ebrei e fu un convinto e fanatico esecutore dello sterminio. La chiave di lettura della Stangneth è incentrata sull’analisi dettagliata dei movimenti di Eichmann dopo la guerra, dalla sua fuga dalla Germania fino all’arresto da parte del Mossad nel 1960. Anni che trascorse in Argentina, senza curarsi neanche di nascondere la sua vera identità, dicendosi orgoglioso di quanto aveva fatto durante la Seconda guerra mondiale. Nel libro, che le è costato una decina d’anni di ricerche negli archivi di tutto il mondo, Stangneth esamina migliaia di documenti, memorie manoscritte e trascrizioni di interviste segrete rilasciate dallo stesso Eichmann. Emergono particolari clamorosi, come la lettera che scrisse nel 1956 al cancelliere Adenauer proponendogli un suo ritorno in Germania per farsi processare da un tribunale tedesco, ma niente è più rivelatore delle registrazioni audio che precedettero la sua cattura. “Non mi pento di nulla, e il pensiero di aver ucciso milioni di ebrei mi dà molta soddisfazione”, affermò l’ex gerarca. Il male che rappresentò fu tutt’altro che banale.
RM

La guerra segreta di Hitler alle donne

La storia dimenticata del campo di concentramento femminile di Ravensbruck, progettato dai nazisti con l’obiettivo specifico di eliminare le donne “non conformi”. Dal maggio del 1939 al 30 aprile del ’45, sono passate da qui 130mila donne, provenienti da 20 nazioni diverse. 50mila sono morte.

2521031016_5bbcbfc99fUn campo di concentramento femminile. L’unico fatto progettare da Hitler con l’obiettivo specifico di eliminare le donne “non conformi”: prigioniere politiche, lesbiche, rom, prostitute, disabili e donne semplicemente giudicate “inutili” dal regime. La terribile vicenda di Ravensbrück, è tra quelle che ricorrono meno tra le storie dei sopravvissuti, eppure da questo campo di concentramento, 90 chilometri a nord di Berlino, dal maggio del 1939 al 30 aprile del ’45, sono passate 130 mila donne, provenienti da 20 nazioni diverse, 50mila delle quali qui sono morte. Solo il 10% delle quali erano ebree.
Una storia nascosta, quella raccontata da Sara Helm, giornalista e autrice del libro, dal titolo evocativo dell’opera di Primo Levi, Ravensbrück: If this is a woman, “Se questa è una donna”, appunto.
Secondo Helm, le ragioni per cui Ravensbrück è rimasto ai margini della storia, sono diverse. Il campo era relativamente piccolo e non rientrava nella narrativa dominante dell’Olocausto, molti documenti poi sono stati distrutti, inotre il lager è stato per anni nascosto dietro la cortina di ferro. Anche la riluttanza delle vittime a parlare ha giocato un ruolo decisivo nel portare con grande ritardo la storia di Ravensbrück all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. “Chi è riuscita a tornare a casa – ha spiegato Sara Helm – spesso si vergognava per quello che aveva subito, come se fosse stata colpa sua. Parlando con diverse donne francesi, mi è stato detto che l’unica domanda che veniva rivolta loro, era se fossero state stuprate. Altre mi hanno raccontato che, quando si decisero a parlare nessuno credette a quelle storie orribili.” In Unione Sovietica le sopravvissute rimasero zitte per paura. Secondo Stalin i russi dovevano combattere fino alla morte, quelli che erano stati catturati potevano essere accusati di tradimento, indagati e spediti in altri campi di detenzione, questa volta in Siberia.
Eppure nulla spiega davvero l’anonimato di questo campo. I nazisti hanno commesso atrocità nei confronti delle donne, in molti altri posti. Più della metà degli ebrei uccisi nei campi di concentramento, erano donne. Ma mentre Auschwitz era la capitale dei crimini contro gli ebrei, Ravensbrück era la capitale dei crimini contro le donne. Le violenze atroci perpetrate nel lager erano infatti specifici crimini di genere, tra i più comuni, come sterilizzazioni, aborti forzati e stupri.
“Forse gli storici semplicemente non si sono interessati nello specifico a cosa accadesse alle donne. Eppure ignorare Ravensbrück significa ignorare una fase cruciale nella storia del nazismo. I crimini commessi qui non erano solo crimini contro l’umanità, ma crimini contro le donne.”
Negli ultimi mesi della guerra, nell’autunno del 1944, dopo che Himmler aveva ordinato la sospensione delle camere a gas, Ravensbrück ricevette un ordine diverso. Qui, in una baracca vicino al forno crematorio, venne costruita una camera a gas provvisoria, utilizzando componenti provenienti anche da Auschwitz.
6 mila donne vennero uccise, asfissiate. “Fu l’ultimo sterminio di massa del regime nazista”, scrive Helm. “Eppure è stato ignorato dalla storia per un lunghissimo periodo”.