Category Archives: Morti

Quel sorriso che ha cambiato il mondo

I funerali di Nelson Mandela (foto di Lorenzo Moscia)

I funerali di Nelson Mandela
(foto di Lorenzo Moscia)

Bono Vox ha dedicato a Nelson Mandela, di cui era amico oltre che profondo ammiratore, un commosso ricordo sul Time Magazine dal titolo “L’uomo che non poteva piangere”. Sembra una metafora poetica ma era vero: Madiba non aveva più lacrime perché la polvere e il calcare delle cave di Robben Island, la prigione nella quale era stato rinchiuso dal 1963 al 1990, gli avevano causato un danno irreversibile ai dotti lacrimali. Nessuno, neanche le persone a lui più vicine, l’ha dunque mai visto piangere, ma nessuno potrà neanche mai dimenticare il suo sorriso.
Nelson Mandela è stato il più grande rivoluzionario del XX secolo perché è riuscito a comunicare con tutto sé stesso un messaggio di positività capace di deviare il corso della storia, e a fare del mondo un posto migliore. Eppure, ribaltando la tesi centrale di Marshall McLuhan, potremmo dire che per il grande leader sudafricano il mezzo non è mai stato il messaggio. Negli anni cruciali delle sue battaglie contro l’apartheid, Mandela non ha potuto disporre né della rete né dei social network, non aveva faraonici uffici stampa, né plotoni di iperpagati ghost writer. Senza pensare che per oltre un quarto di secolo è stato anche privato della libertà. Fino ai primi anni ’90 l’unica immagine che il mondo conosceva di lui era quella di un uomo malinconicamente rinchiuso dietro le sbarre, oppure era costretto a ricordarlo attraverso le vecchie foto della militanza giovanile nell’African National Congress, o quelle del famoso processo di Rivonia del 1963.
Mandela è stato un grande comunicatore che non ha potuto disporre di grandi mezzi di comunicazione. Un messaggero di pace senza essere un vero pacifista. A pensarci bene non è stato neanche un nonviolento nel senso gandhiano del termine. Negli anni ’80, quando stava ancora marcendo nel carcere di massima sicurezza e il percorso del Sudafrica verso la democrazia era ancora lungo e difficile, Margaret Thatcher non si fece scrupoli a definirlo “un terrorista”. Nel vocabolario colonial-conservatore della Lady di Ferro era una descrizione che non faceva una piega. In gioventù Mandela aveva sostenuto la necessità di combattere il segregazionismo istituzionale bianco facendo uso anche delle armi. Era stato uno dei fondatori e il comandante dell’ala armata del suo partito. Aveva coordinato la campagna di sabotaggio contro l’esercito e gli obiettivi del governo, organizzato campi militari, elaborato piani per una possibile guerriglia che ponesse fine al regime dell’apartheid. Nel giugno 1980 riuscì a far uscire dalla prigione un manifesto d’incitamento ai suoi compagni che recitava: “Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa e il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!”
Cinque anni dopo aveva rifiutato un’offerta di libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata e per questo era rimasto in prigione fino all’11 febbraio 1990. Ma ciò che il mondo non poteva ancora sapere era che quei 27 anni di carcere avevano avuto in lui l’effetto catartico di una risurrezione a nuova vita. Tra le anguste mura e le privazioni di Robben Island Mandela aveva compiuto il suo percorso prima spirituale poi politico, trasformandosi in un leader di statura planetaria, capace di tenere a freno gli istinti vendicativi di un popolo stremato dalle più brutali angherie. Di evitare con una sola parola e un singolo gesto della sua mano un bagno di sangue altrimenti inevitabile. La migliore celebrazione di questo traguardo si ebbe tre anni dopo, quando alla fine di aprile del 1994 si tennero le prime elezioni multietniche del Sudafrica e migliaia di persone si misero in fila per ore, con grande pazienza e compostezza, per poter esercitare questo diritto per la prima volta nella loro vita.
Ma la sua credibilità e la sua autorevolezza non gli derivavano dal Nobel per la pace ottenuto l’anno prima, bensì dal fatto di aver vissuto sulla propria pelle le battaglie per il rispetto, per il perdono, per l’importanza dell’educazione. E per essere riuscito a tradurre questi concetti in azione, in rivoluzione, a costo della propria libertà. Il suo messaggio di pace e di riconciliazione è stato veicolato globalmente nel miglior modo possibile grazie alla sua arma più potente: il sorriso.
Non per caso, subito dopo la sua morte, quello che secondo la classifica di Forbes rappresenta da anni il “brand di maggior valore al mondo”, cioè Apple, gli ha dedicato la homepage del proprio sito, riconoscendolo come simbolo planetario di libertà e dignità umana. Per giorni una semplice immagine in bianco e nero di Mandela – ovviamente sorridente – affiancata dalla sua data di nascita e di morte ha fatto bella mostra di sé nella pagina iniziale del sito della Mela. Un giusto tributo a un uomo che ha combattuto con la forza della felicità, e con questa è riuscito a cambiare il mondo.
RM

Leave a Comment

Filed under Diritti, Morti, Resistenza

La morte di Videla e la fine dell’impunità per i dittatori

Videla, Massera, Agosti: la trinità del Demonio, i vertici di un esercito genocida che ha sterminato il proprio popolo. Che non ebbe pietà di donne e bambini, di giovani e vecchi, di laici e religiosi. Tre brutali assassini che guidarono le forze armate argentine nel più grande crimine contro l’umanità mai compiuto recentemente in tempo di pace. La storia identificherà sempre l’immane tragedia dei 30.000 desaparecidos coi loro volti, come la Shoah resterà nella storia con lo sguardo assassino di Adolf Hitler. Jorge Rafael Videla, morto due giorni fa all’età di 87 anni, è l’ultimo dei tre a lasciare questo mondo – Agosti morì nel 1997, Massera appena tre anni fa – ma è anche l’unico a trovare la morte in carcere. “L’inferno è poco”, recitava un eloquente striscione comparso in queste ore nelle strade di Buenos Aires. Di certo questa è la prima volta che un tiranno sanguinario, annoverabile a pieno titolo tra i più grandi criminali della storia del XX secolo, muore in prigione, da ergastolano. Un caso simile, anch’esso legato all’attualità di questi giorni, è quello dell’ex dittatore guatemalteco Efraín Ríos Montt, condannato a ottant’anni di carcere per genocidio: è ancora vivo ma tutto lascia pensare che finirà i suoi giorni in carcere. La morte in carcere di Videla riporta invece alla memoria, non senza rimpianto, il fatto che un assassino della medesima stazza, Augusto Pinochet, sia invece morto a 91 anni nella sua villa di Santiago, agli arresti domiciliari ma circondato dall’affetto della sua famiglia. Il macellaio cileno fu salvato dal carcere anche grazie all’amichevole collaborazione del governo britannico, che negò l’estradizione in Spagna durante il procedimento aperto contro di lui dal giudice Baltazar Garzòn. Già, perché di solito i dittatori cadono di fronte ai plotoni d’esecuzione o al fuoco nemico (basti pensare a Ceausescu, a Saddam Hussein, a Mussolini, a Hitler, ma sempre e comunque in conseguenza di un evento bellico) oppure muoiono nei loro letti (Stalin, Mao, Pol Pot e, appunto, Pinochet). È invece assai raro che muoiano in carcere. La fine di Videla rappresenta in questo senso un’eccezione e un inequivocabile segno dei tempi capace di farci ben sperare perché forse, anche se il Tribunale Penale Internazionale stenta a prendere forma concreta, la Storia ha finalmente smesso di garantire l’impunità ai dittatori.
E ora più che mai risulta indispensabile ricordare, mandare a memoria e far conoscere nelle scuole il volto e il pensiero di Videla, un feroce criminale che non ha mai mostrato il più piccolo rimorso nei confronti del suo operato. Al contrario, ha continuato fino all’ultimo a giustificare la brutalità degli anni della dittatura, defininendola una “guerra giusta”. “Nel 1975 – affermò appena tre anni fa durante l’ultimo processo che lo vide imputato – il paese era immerso nel caos creato da una cospirazione internazionale contro la democrazia. Verso coloro che pretendevano di imporre una tirannia, era necessaria una persecuzione come nei confronti dei ratti, poiché non meritavano di vivere su questo suolo. Non si è trattato di una guerra sporca, ma di una guerra giusta combattuta contro i sovversivi marxisti che, per ordine dell’Unione Sovietica, e di Cuba, la sua succursale latinoamericana, volevano sottoporre il Paese al loro sistema ideologico”.
RM

Leave a Comment

Filed under Argentina, Genocidio, Giustizia, Morti

Pinochet, Neruda e la “Lady di ferro”

Marzo 1999: Thatcher visita Pinochet a Wentworth, nel Regno Unito, dove l’ex dittatore era agli arresti domiciliari.

Marzo 1999: Thatcher visita Pinochet a Wentworth, nel Regno Unito, dove l’ex dittatore si trovava agli arresti domiciliari.

“È curioso”, scrive Jon Lee Anderson sul New Yorker, “che Margaret Thatcher sia morta lo stesso giorno in cui in Cile è stata riesumata la salma del grande poeta Pablo Neruda. Autore di Venti poesie d’amore e una canzone disperata e vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1971, Neruda morì il 23 settembre 1973, dodici giorni dopo il colpo di stato con cui l’esercito cileno spodestò il presidente socialista Salvador Allende e portò il generale Augusto Pinochet al potere”. Neruda era un amico intimo e sostenitore di Allende. Era malato, ma nei giorni dopo il colpo di stato stava pensando di trasferirsi in Messico. Ai suoi funerali, migliaia di cileni sfilarono per le strade di Santiago, e al cimitero i presenti intonatarono l’Internazionale, nell’unico gesto pubblico di dissenso possibile dopo il colpo di stato. Nel frattempo, gli uomini del regime andavano in giro per la città a bruciare i libri di autori non graditi e a cercare, per uccidere o torturare, i sospetti dissidenti politici.
Un paio d’anni fa l’ex autista di Neruda ha espresso dei sospetti sulla morte del poeta: l’uomo ha raccontato che i dottori avevano fatto un’iniezione a Neruda, in seguito alla quale le sue condizioni di salute erano drasticamente peggiorate. Ci sono anche altri indizi che fanno pensare che il poeta possa essere stato avvelenato, ma bisognerà aspettare i risultati dei medici legali per sapere di più.
Ma cosa c’entra Margaret Thatcher con questa storia? L’8 aprile Barack Obama ha omaggiato l’ex premier britannica definendola “un esempio di libertà”. A dire la verità, non lo è stata affatto. Nel 1980, un anno dopo essere andata al potere, Thatcher ha eliminato l’embargo per la fornitura di armi al regime cileno che era stato deciso in precedenza dal governo britannico. Nel 1982, durante la guerra delle Falkland, Pinochet ha aiutato il governo britannico fornendo informazioni di intelligence sull’Argentina. Da quel momento in poi, la relazione tra i due politici è diventata una vera e propria amicizia: ogni anno la famiglia Pinochet si recava a Londra, e il generale e la premier si incontravano spesso per pranzare insieme o bere un bicchierino di whisky. Jon Lee Anderson racconta anche che nel 1998, quando Pinochet è stato arrestato per ordine del giudice spagnolo Baltasar Garzón, Thatcher ha mostrato la sua solidarietà andandolo a trovare. In quell’occasione, di fronte alle telecamere della tv britannica, ha detto: “So quanto siamo in debito con te, per il tuo aiuto durante la guerra delle Falkland”. Poi ha concluso: “Sei stato tu che hai portato la democrazia in Cile”. Pinochet è morto nel 2006, agli arresti domiciliari e con più di trecento capi d’accusa sulle spalle, dalla violazione di diritti umani alla frode. Fino alla fine, la sua unica difesa è stata un’umiliante dichiarazione di incapacità di intendere e di volere.
Negli anni della transizione alla democrazia, il Cile non ha fatto molto per esorcizzare i suoi demoni, e Pinochet ha continuato a esercitare una forte influenza sul paese. “Anche per questo è importante”, scrive Jon Lee Anderson, “sapere la verità su Neruda. Anche se si accertasse che il poeta è effettivamente morto di cancro, è importante per riaffermare un messaggio agli autocrati di tutto il mondo: le parole di un poeta sopravvivono alle loro, e sopravvivono anche agli elogi ciechi dei loro amici potenti”.

Leave a Comment

Filed under Cile, Giustizia, Morti

Il mondo alla rovescia di Margaret Thatcher

Il politico dallo sguardo di Caligola, la donna che frantumò da sola uno dei più potenti sindacati del mondo, si è portata nella tomba tutti i fantasmi della sua monumentale e controversa carriera politica. Dai minatori in sciopero alla tragedia delle Falklands, dalla morte in carcere di Bobby Sands alla scabrosa amicizia con il dittatore Pinochet. Un gigante dei nostri tempi, questo è stato Margaret Thatcher, il leader mondiale che trova già un posto di spicco nei libri di storia. Ma che non potrà non essere ricordato soprattutto per il ruolo dispotico, violento e distruttivo col quale ha portato avanti tutte le sue battaglie.
thatcherIl suo paese era già da tempo diviso tra chi la ama e chi la odia, eppure quasi tutti gli osservatori concordano nel ritenere che il momento cruciale dei suoi 15 anni di leadership del partito conservatore – quasi tutti trascorsi a Downing street – sia stato ai primi anni ’80, al tempo della guerra con l’Argentina per le isole Falklands. Affrontò quella crisi con un coraggio e una determinazione che le valse non solo la vittoria in quella breve guerra, ma anche la spinta decisiva per scagliarsi contro i sindacati dei minatori. E infatti riuscì a distruggerli con la stessa spietatezza con la quale diede l’ordine di affondare il Belgrano, l’incrociatore argentino che si trovava al largo delle isole contese, e il cui equipaggio fu massacrato senza pietà da un sottomarino nucleare britannico. All’epoca le politiche economiche della Lady di ferro avevano già causato un fiume di disoccupati in Gran Bretagna e i suoi consensi erano in picchiata. Con le elezioni all’orizzonte nel 1983, lo sbarco delle truppe argentine alle Falklands furono quindi una sorta di manna politica per lei e per il partito conservatore. Equiparò l’esercito argentino invasore ai sindacati delle miniere di carbone, definendoli “nemici interni”, sostenendo che erano più difficili da combattere e assai più pericolosi per la libertà. Non tutti colsero fin da subito la gravità delle sue parole: le donne e gli uomini che lavoravano duramente nelle miniere di carbone per una paga da fame erano ‘i nemici interni’ e ad accusarli di tradimento era il loro stesso primo ministro. Thatcher non è vissuta nell’era della comunicazione globale ma è stata una comunicatrice ante litteram, facendo uso di una gestualità e di una retorica comune soltanto ai grandi leader del passato, quelli allergici alla democrazia e alla libertà. I dittatori. E fu proprio con piglio dittatoriale che non si fece alcuno scrupolo a definire “criminale” Bobby Sands, il leader delle eroiche lotte carcerarie irlandesi, neanche quando il 27enne di Belfast si lasciò morire di sciopero della fame per ottenere quello status di prigioniero politico che lei gli aveva negato con tutte le sue forze, mostrandosi inflessibile di fronte alle richieste del mondo intero.

10999_521023814611181_1576656460_n

Richieste che furono accordate solo dopo la morte di altri nove giovani irlandesi, che fecero la stessa fine di Sands, perché ritenevano la libertà un valore più alto della loro stessa vita. Bobby Sands era un criminale, secondo la visione del mondo della Thatcher, eppure alle elezioni politiche cui aveva preso parte mentre si trovava morente in carcere ottenne oltre 10.000 voti più della stessa Lady di ferro. Risultò eletto, divenne Member of Parliament, ma non ebbe mai modo di mettere piede a Westminster. Bobby Sands un criminale, Augusto Pinochet un eroe: questo era il mondo alla rovescia di Margaret Thatcher, che nel 1998 fece tutto quello che era nel suo potere (da anni non era più al governo) per evitarne l’estradizione in Spagna richiesta dal giudice Garzòn, durante una visita del sanguinario dittatore in Gran Bretagna. Thatcher era da tempo una grande amica del generale cileno, tanto che in più occasioni manifestò pubblicamente la sua gratitudine per l’aiuto logistico che le aveva fornito durante la crisi delle Falklands e, anche se sembra una tragica barzelletta, per aver riportato la democrazia in Cile.
RM

2 Comments

Filed under Irlanda, Morti

“Presto sentirete parlare di me, perché mi ammazzeranno”

Oggi, nel silenzio assoluto, cade il 30° anniversario dell’assassinio di Marianela Garcia Villas, avvocata salvadoregna impegnata nella difesa dei diritti umani durante la brutale guerra civile che insanguinò il piccolo paese centroamericano tra gli anni ’70 e ’80. Marianela è una delle dieci donne martiri raccontate in “L’eredità di Antigone”.

marianela garcia villas (3)

“Presto sentirete parlare di me, perché mi ammazzeranno”. Marianela Garcia Villas era una donna troppo saggia e intelligente per non aver capito in anticipo quale sarebbe stata, alla fine, la ricompensa per le sue temerarie battaglie in difesa dei diritti del popolo salvadoregno. Quando Marianela disse quelle parole al senatore del Pci Gianfilippo Benedetti, a margine di un incontro internazionale che si tenne nel settembre 1982, le restava ben poco da vivere. L’arcivescovo Oscar Romero, col quale aveva a lungo collaborato, era già stato abbattuto due anni prima dai sicari del regime, mentre celebrava la messa. La tragica profezia della donna si sarebbe avverata pochi mesi dopo, il 13 marzo 1983.
La comunità internazionale si era mostrata ancora una volta sorda di fronte alle sue disperate grida d’allarme, ma lei non aveva esitato a tornare in Salvador per raccogliere prove sull’ultima terrificante ondata di repressione, con l’uso di armi chimiche durante le operazioni anti-guerriglia. Gli aerei dell’esercito stavano sganciando bombe al fosforo sui villaggi e sui campi profughi, sterminando la popolazione civile e bruciando i contadini che reclamavano i propri diritti. Marianela aveva lanciato ripetuti appelli alle Nazioni Unite affinché inviassero osservatori per verificare la situazione di persona, ma le sue richieste erano cadute nel vuoto, così aveva deciso di rientrare in Salvador, pur consapevole degli enormi rischi, e di raccogliere personalmente informazioni e prove da sottoporre alla Commissione Onu di Ginevra. Aveva appena 34 anni e quella sarebbe stata la sua ultima missione.
Rimase ferita in modo lieve mentre stava cercando di mettere in salvo le vittime di un bombardamento aereo, perlopiù donne e bambini. I soldati del regime la catturarono e la portarono con un elicottero alla Scuola militare di San Salvador, dove la torturarono per ore, prima di ucciderla. Il suo corpo martoriato dai proiettili esplosivi di grosso calibro sarebbe stato rinvenuto poco dopo all’obitorio della capitale, lo stesso luogo dove tante volte si era recata per svolgere il suo lavoro di avvocato e di difensore dei diritti umani. Molte furono le voci di  condanna che si levarono all’estero, soprattutto in Italia, dove venne organizzata una commemorazione solenne a Roma, cui partecipò anche il presidente della Repubblica Sandro Pertini. Alla fine del 1982, mentre si avvicinava l’inesorabile epilogo di una vita spesa per aiutare gli altri, Marianela aveva consegnato il suo testamento ideale in un ultimo, toccante intervento che fu pubblicato sul quotidiano spagnolo El Pais:

Non ci importa se ci chiamano sovversivi, traditori della patria; non ci importano gli arresti e le vessazioni che abbiamo patito per difendere i prigionieri politici; non ci importano le distruzioni con le bombe delle nostre sedi e delle nostre case. Continuiamo a lottare con la voce e con la penna, e con il pensiero certo angosciante che possa arrivare la morte.

Leave a Comment

Filed under Diritti, Libri, memoria, Morti

Mairéad, uccisa a sangue freddo 25 anni fa

mairead2Il 6 marzo 1988, a Gibilterra, le teste di cuoio britanniche del SAS spararono  senza preavviso uccidendo tre giovani volontari dell’I.R.A. disarmati. Tra le vittime c’era anche Mairéad Farrell, senz’altro la figura femminile più rappresentativa tra i repubblicani irlandesi. Mairéad è una delle dieci donne martiri per la libertà raccontate ne “L’eredità di Antigone”, Ecco un estratto dal libro:

[...] La prima pallottola la raggiunse al volto e la fece cadere a terra. Poi altri colpi la raggiunsero alla schiena, finendola. Mancavano venti minuti alle quattro e Gibilterra era illuminata da un timido sole di marzo. Una donna del posto aveva assistito involontariamente all’esecuzione. Qualche tempo dopo, scovata e intervistata da una troupe televisiva, raccontò: “quelli (gli uomini delle forze di sicurezza) non hanno fatto nient’altro che avvicinarsi e sparare. Non hanno detto niente, non hanno gridato, non hanno intimato a quelle persone di arrendersi. E loro, quando si sono voltati per vedere cosa stava succedendo, hanno capito di non avere più scampo”. Mairéad Farrell fu massacrata con otto proiettili, tutti andati a segno alla testa e alla schiena, a poco più di un metro di distanza. A terra accanto a lei, nella piazzola del benzinaio diventata un mattatoio, rimasero anche i corpi crivellati di proiettili dei suoi compagni Daniel McCann e Sean Savage. Erano tutti e tre disarmati e potevano essere arrestati facilmente. Invece furono finiti mentre si trovavano a terra, indifesi e feriti, con altri proiettili sparati a distanza ravvicinata. Il governo britannico aveva inviato a Gibilterra le teste di cuoio del SAS col chiaro intento di uccidere e di dare una lezione memorabile all’I.R.A., l’esercito repubblicano irlandese. [...]

Il nuovo murale realizzato a Belfast per commemorare il 25° anniversario dei caduti di Gibilterra

Il nuovo murale realizzato a Belfast per commemorare il 25° anniversario dei caduti di Gibilterra

Leave a Comment

Filed under Irlanda, Libri, memoria, Morti, Resistenza

Dolours Price 1951-2013 (divisi anche di fronte alla morte)

Dolours Price era una donna coraggiosa. Voleva un’Irlanda unita e libera dal giogo inglese e in gioventù non si era fermata di fronte a niente pur di vedere realizzati i suoi ideali. In carcere non aveva avuto paura né dell’isolamento, né della tortura. Non aveva esitato a intraprendere la più estrema delle proteste carcerarie: lo sciopero della fame. Aveva rifiutato il cibo a più riprese ed era stata alimentata con la forza, proprio come le suffragette d’inizio ‘900. Un tubo in bocca e quella poltiglia che ti scende in gola rischiando di soffocarti. Un vero e proprio strumento di tortura che le autorità britanniche non esitavano a usare cinicamente quando ritenevano controproducente la morte di un prigioniero in carcere. L’8 marzo 1973, insieme a sua sorella Marian, a Gerry Kelly, a Hugh Feeney e ad altri sei volontari della Belfast Brigade dell’I.R.A., Dolours si rese protagonista di uno degli episodi più spettacolari della guerra anglo-irlandese: l’attentato contro il tribunale di Londra, nel cuore della City. Lunedì scorso padre Raymond Murray, storico parroco del carcere femminile di Armagh, ha pronunciato una toccante omelia durante i suoi funerali, sottolineando le sue qualità umane, la sua spiccata sensibilità artistica e la sua vocazione nei confronti del proprio popolo, per il quale aveva sognato un’emancipazione che ancora stenta ad arrivare. Il processo di pace l’aveva allontanata dalla politica, l’aveva resa sempre più critica nei confronti della leadership del Sinn Féin, il partito che aveva incarnato a lungo le battaglie della sua vita. Negli ultimi anni si era sentita sconfitta, aveva iniziato ad abusare di alcol e droghe, fino al tragico epilogo di qualche giorno fa, che l’ha vista morire prematuramente a soli 62 anni.
Chi l’ha conosciuta racconta che la sua bellezza e il suo carisma avevano illuminato a lungo i ghetti nazionalisti di Belfast ovest. Continue reading

Leave a Comment

Filed under Irlanda, Morti

Ruth First, 30 anni dopo

Il 17 agosto 1982 i servizi segreti sudafricani eliminano con un micidiale pacco-bomba l’autrice di “Un mondo a parte”, una delle oppositrici più irriducibili del regime dell’apartheid. Il mio articolo uscito sul Manifesto

Missione compiuta. Quella sera di trent’anni fa, i macellai del regime brindarono con un fiume di birra e brandy in un bar di Pretoria, tra risate e pacche sulle spalle, complimentandosi a vicenda per aver inferto un colpo mortale al nemico. La gioia di quegli uomini non lasciava spazio al dubbio, né tantomeno al rimorso, perché all’epoca in Sudafrica erano loro a rappresentare la legge e l’ordine. Combattevano per salvare il paese, per difendere la civiltà liberandolo dai terroristi, dai sovversivi, dai comunisti. O almeno così credevano. Col boccale di birra in mano, Craig Williamson sembrava uno studente universitario fuoricorso, non la superspia che a poco più di trent’anni poteva già vantare una lunga esperienza di operazioni sotto copertura, infiltrazioni di gruppi di sinistra, rapimenti e omicidi. Al suo fianco quella sera, ubriaco di alcol e di felicità, c’era Piet Goosen, il brigadiere che guidava la famigerata Sezione A della polizia politica di Pretoria, quella incaricata delle operazioni coperte all’estero, l’uomo che cinque anni prima aveva interrogato e torturato Steve Biko nella stazione di Port Elizabeth. Era stato proprio lui a dare l’ordine di confezionare il fatale ordigno esploso in pieno giorno all’università di Maputo, in Mozambico.

Qualunque mezzo era lecito
Williamson, Goosen e gli altri erano uomini dello Stato, eppure non avevano avuto nessuno scrupolo a far esondare la spirale d’odio e violenza oltre i confini sudafricani. Qualunque mezzo era considerato lecito per raggiungere i loro sacri obiettivi. Anche far saltare in aria una donna inerme che lottava solo con la forza delle proprie idee. Il piano che aveva portato alla morte di Ruth First era stato concepito nelle stanze della stazione di Vlakplaas, sede delle unità controinsurrezionali segrete del governo di Pretoria. Un esperto di esplosivi era stato incaricato di assemblare la micidiale lettera bomba, seguendo un copione già sperimentato con successo dalla polizia segreta portoghese, che anni prima aveva ucciso in quel modo barbaro e vigliacco il leader della resistenza mozambicana, Eduardo Mondlane.
Continue reading

Leave a Comment

Filed under Comunismo, Diritti, Giustizia, Morti

Quella strage di ragazzi bosniaci che ricorda Brindisi

Era il 25 maggio 1995, una splendida giornata di sole che pareva anticipare l’estate. I giovani di Tuzla si erano dati appuntamento nella piazza centrale della cittadina bosniaca per festeggiare la fine dell’incubo. Dopo tre anni di indicibili orrori, la guerra stava per essere finalmente consegnata alla storia. Era una serata speciale perché si celebrava la “festa della gioventù”, una ricorrenza che non piaceva ai nazionalisti, e i ragazzi e le ragazze di Tuzla, piccola città multietnica e tollerante, parevano uscire da una lunga apnea che non aveva intaccato la loro straordinaria voglia di vivere, e di sognare un futuro di pace. Parlavano, scherzavano, bevevano, ascoltavano musica. Finché una granata vigliacca, lanciata dalle montagne vicine, non piombò in mezzo alla folla, bruciando i loro sogni in un attimo. La “strage dei ragazzi” di Tuzla fece 71 morti e oltre 200 feriti, la maggior parte dei quali aveva tra i 18 e 25 anni. I morti di Tuzla erano ragazzi musulmani, cristiani ortodossi, cattolici e laici. Provarono a dividerli anche da morti, cercando di seppellirli nei rispettivi cimiteri confessionali. Furono i genitori e gli amici a opporsi, chiedendo e ottenendo l’appoggio del sindaco. Innescare una bomba e lanciarla su una folla di giovani inermi. Talvolta è difficile credere che possano esistere esseri umani capaci di concepire e realizzare un simile atto di barbarie. Invece l’attentato alla scuola di Brindisi di qualche giorno fa ci ha confermato che è possibile, anche al di fuori di un contesto bellico.
RM

Leave a Comment

Filed under Bosnia, memoria, Morti

Quello di Long Kesh fu un martirio inutile?

“Mio padre è stato lasciato morire per niente”

La figlia di Mickey Devine accusa il Sinn Fein

La 35enne Louise Devine ha trascorso tutta la sua vita senza suo padre, dopo averlo visto morire di fame in carcere quando era solo una bambina piccola. È cresciuta forte e temprata dal dolore, convinta che suo padre è stato un eroe e che il suo sacrificio sovrumano è servito a dare la libertà agli irlandesi scrivendo la storia di uno dei momenti-chiave del conflitto con Londra. Nella primavera- estate del 1981 dieci giovani prigionieri rinchiusi nel carcere di Long Kesh cominciarono uno sciopero della fame che li avrebbe portati alla morte in rapida successione. Il primo era Bobby Sands, l’ultimo sarebbe stato Mickey Devine, il papà di Louise. Una manciata di anni fa la giovane donna ha visto incrinarsi tutte le tragiche ma confortanti certezze nelle quali aveva fino ad allora avvolto il suo incubo personale.

I martiri di Long Kesh. Mickey Devine è l'ultimo a destra, nella seconda fila

I capisaldi della sua vita hanno cominciato a sprofondare lentamente leggendo le pagine del libro Blanketmen, nel quale l’autore Richard O’Rawe – anch’egli reduce da quella tragica esperienza carceraria di trent’anni fa – ha raccontato l’esistenza di un accordo segreto formulato dal governo britannico che avrebbe potuto salvare la vita agli ultimi sei irlandesi in sciopero della fame. Un accordo che la leadership del partito Sinn Féin avrebbe rifiutato senza sottoporlo alle famiglie dei prigionieri in sciopero, perché voleva ottenere il massimo beneficio in termini elettorali dallo scontro carcerario. Se quell’accordo fosse stato accettato si sarebbero salvati in sei, tra questi c’era anche “Red Mickey”, il ragazzo di Derry con i capelli rossi, padre di due figli e militante del gruppo di estrema sinistra INLA. E’ certo che un libro – anche se contiene rivelazioni clamorose e molto documentate – non può bastare da solo a riscrivere la storia di un martirio contemporaneo, svalutandone l’utilità concreta oltre al significato epico. Ma da quando Blanketmen è apparso sugli scaffali delle librerie sono accadute molte cose che hanno purtroppo confermato la tesi del suo autore, che due anni fa è uscito con un altro volume – Afterlives – che arricchisce la vicenda di ulteriori particolari. Liam Clarke, uno dei veterani del giornalismo irlandese, ha poi scovato l’accordo originale consegnato in carcere da un emissario del governo di Londra. E a confermare tutto, alcune settimane fa, è giunta anche la pubblicazione di una serie di documenti declassificati dagli archivi di Stato britannici allo scadere della regola dei trent’anni. Ecco perché oggi Louise Devine si sente crollare la terra sotto i piedi e lancia un pesante atto d’accusa contro la dirigenza del Sinn Féin. “Esiste ormai una montagna di prove sull’esistenza di un’offerta degli inglesi, che fu accettata dalla direzione carceraria dell’IRA, ma venne respinta dalla dirigenza esterna – ha affermato la ragazza in un’intervista al quotidiano Sunday World – se papà avesse saputo di quella proposta, avrebbe terminato il suo sciopero. Era un uomo giovane con due figli che adorava e meno di due anni ancora da scontare in prigione. Aveva tutte le ragioni per continuare a vivere. Invece ha trascorso sessanta giorni d’agonia ed è morto per niente, perché gli inglesi erano già disposti a soddisfare quasi tutte le richieste dei prigionieri”. Louise ha detto di essere disgustata dai vertici partito repubblicano e ha chiesto un incontro urgente con Gerry Adams, Martin McGuinness e altri personaggi-chiave che 30 anni fa gestirono da fuori dal carcere quella fase drammatica. “Voglio delle risposte. Avevo solo cinque anni quando ho visto mio padre agonizzare e poi morire in quel campo di concentramento che era la prigione di Long Kesh. Mi sono seduta sul suo letto e lui non riusciva neanche a vedere me e mio fratello perché era cieco. Mi ricordo le lacrime che gli colavano sul viso quando l’abbiamo lasciato per l’ultima volta”. I Devine sono la prima famiglia di una vittima dello sciopero del 1981 che si scaglia frontalmente contro la leadership del Sinn Féin in seguito alle recenti rivelazioni.
RM

Leave a Comment

Filed under Giustizia, Irlanda, Morti