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La voce di Darwish risuona ancora sulla collina di Ramallah

Avvenire, 31 agosto 2019

Mahmoud Darwish riposa sulla collina più alta di Ramallah. Bisogna salire fin lassù, in un punto che domina i nuovi quartieri e i luoghi di culto della città palestinese, per confrontarsi con il lascito del poeta che diceva di avere dentro di sé un milione di usignoli per cantare la propria canzone di lotta. Darwish fu sepolto qua nel 2008, con tutti gli onori, e oggi questo è uno dei luoghi più amati da un popolo che considera da sempre la cultura anche uno strumento di riscatto politico. Al bardo nazionale palestinese sono stati dedicati un monumento e un museo celebrativo ma anche un teatro e uno spazio per le arti e la creatività. Colpisce la quantità di giovani che ogni giorno si arrampicano sull’imponente scalinata dell’Al-Birweh park per rendere omaggio al suo mausoleo, due grandi pietre rettangolari circondate da un giardino rigoglioso, ai cui lati si trovano un teatro e un piccolo museo, opera dell’architetto palestinese Jafar Tukan. La mostra permanente all’interno contiene numerosi manoscritti originali del poeta – tra cui spicca la Dichiarazione d’indipendenza che Darwish stesso scrisse nel 1988 – gli oggetti personali, le foto, i documenti. Piccoli frammenti della sua vita che ce lo fanno sentire più vicino, come il biglietto aereo per il suo ultimo viaggio terreno, a Houston, dove si recò per curarsi nell’estate del 2008, e si spense in seguito alle complicazioni post-operatorie di un delicato intervento al cuore. Le pareti del museo sono tappezzate dai suoi versi e dalle copertine dei suoi libri – tradotti in decine di lingue – mentre la sua scrivania vuota, nella penombra della sala, sembra quasi attendere il suo ritorno. I numerosi premi che si aggiudicò durante la carriera sono stati disposti invece al lato della scrivania, in un’installazione realizzata con l’argilla di Al-Birweh, il villaggio della Galilea dove nacque nel 1941. Considerato uno dei più grandi poeti contemporanei in lingua araba, Mahmoud Darwish ha raccontato l’orrore della guerra, dell’occupazione e dell’esilio vissuto dal popolo palestinese riuscendo a trasformare la causa di una nazione in un simbolo universale di lotta per la libertà. Il suo villaggio natale fu raso al suolo durante la guerra del 1948, quando lui era ancora un bambino. Per scampare alle persecuzioni sioniste fuggì in Libano con la famiglia e poté tornare in patria – divenuta nel frattempo terra dello stato d’Israele – solo clandestinamente. La sua condizione di “alieno” e di “ospite illegale” nel suo stesso paese divenne uno dei capisaldi della sua produzione artistica. Nel 1960, all’età di diciannove anni, pubblicò la sua prima raccolta di poesie, Uccelli senza ali. Il governo israeliano lo tenne a lungo sotto stretta sorveglianza, lo arrestò più volte (spesso solo per aver recitato poesie in pubblico) e lo costrinse infine all’esilio, ma non riuscì a impedirgli di scrivere ben ventisei volumi di poesia e undici di prosa. “Potete legarmi mani e piedi / togliermi il quaderno e le sigarette / riempirmi la bocca di terra: – scrisse – la poesia è sangue del mio cuore vivo / sale del mio pane, luce nei miei occhi”. Non avendo il permesso di vivere nella propria patria vagò a lungo, da esule, vivendo e lavorando in Unione Sovietica, in Egitto, in Libano, in Giordania, in Francia. Poté ritornare nel suo paese soltanto nel 1996, dopo ventisei anni di esilio, per trascorrervi gli ultimi anni della sua vita. Tutti i tentativi di inserirlo nei curriculum obbligatori delle scuole israeliane sono falliti miseramente di fronte all’intransigenza della politica. Mahmoud Darwish continua a essere una voce scomoda anche da morto. Tre anni fa una nota emittente radiofonica israeliana mandò in onda un approfondimento sulla sua opera e lesse in diretta una delle sue poesie più famose, scatenando le ire del governo di Israele. Il ministro della difesa, Avigdor Lieberman, non esitò a paragonare i versi del poeta palestinese al Mein Kampf di Adolf Hitler. La poesia incriminata era “Carta d’identità”, uno struggente atto d’amore per la sua terra.
RM

Linda Brown, una breccia nel segregazionismo

Avvenire, 28.3.2018

“Linda Brown non sei sola”: così si intitola un bellissimo libro per ragazzi uscito alcuni anni fa, che raccoglie poesie, riflessioni e racconti in versi di una delle più grandi scrittrici statunitensi del Novecento, Joyce Carol Oates. È un tributo a quella bambina afroamericana con lo sguardo fiero incorniciato dai capelli raccolti, che uscì da scuola scortata dagli agenti federali diventando uno dei simboli più potenti contro la discriminazione dei neri d’America. Linda Brown aveva nove anni e faceva la terza elementare – proprio come mia figlia – quando dette il via alla rivoluzione. Prima che Rosa Parks salisse sul suo famoso autobus, prima che Martin Luther King iniziasse la sua campagna di disobbedienza civile, questa bimba residente a Topeka, in Texas, innescò il processo che avrebbe abbattuto il muro della segregazione razziale negli Stati Uniti. Era il 1951. Linda si era vista rifiutare l’iscrizione alla Sumner School, un istituto scolastico vicino a casa sua, frequentato da soli bianchi. All’epoca la legge del Kansas autorizzava le città con più di quindicimila abitanti a creare scuole separate e a Topeka questa disposizione era stata applicata proprio nelle scuole elementari. Molti anni dopo, nel 1987, Linda avrebbe raccontato quel giorno in un’intervista al Miami Herald: “era una bella giornata di sole e mi incamminai con mio padre per andare a scuola. Diversamente dal solito non prendemmo l’autobus verso la scuola elementare di Monroe, che era lontana da casa, ma ci dirigemmo alla più vicina Sumner School, dove andavano alcune mie amiche bianche del quartiere. All’ingresso ci bloccarono con le mani e le braccia sul petto, papà si mise a parlare con il direttore, alzarono entrambi la voce. Infine fummo costretti a tornare a casa”. Oliver Brown, il padre di Linda, citò in giudizio l’autorità scolastica iniziando una lunga battaglia legale alla quale si aggiunsero poi altre quattro famiglie. Tre anni dopo la causa arrivò infine alla Corte Suprema e il 17 maggio 1954 il giudice Earl Warren lesse la decisione del tribunale, raggiunta all’unanimità: “Può la segregazione degli alunni nella scuola pubblica, accordata per esclusiva base razziale, deprivare i bambini dei gruppi minoritari di eguali opportunità di istruzione? Noi crediamo di sì… Concludiamo quindi che nel campo dell’istruzione la dottrina del ‘separato ma eguale’ non debba avere nessuno spazio”. Era un verdetto storico che rappresentava una vittoria per la famiglia Brown ma soprattutto segnava uno spartiacque epocale per gli Stati Uniti, poiché da lì iniziò lo smantellamento della segregazione nelle scuole e in altre sfere della vita quotidiana. La giurisprudenza prodotta da quel caso ribaltò una volta per tutte un’altra storica sentenza, quella del processo “Plessy contro Ferguson”, con la quale nel 1896 la stessa Corte Suprema aveva introdotto la dottrina ‘separati ma uguali’, legittimando la segregazione razziale, legalizzando l’apartheid nelle scuole ma anche negli autobus e nei luoghi pubblici. Il percorso verso il cambiamento sarebbe stato ancora lungo e difficile. Ogni singolo stato fece ricorso, alcuni arrivarono persino a disobbedire alle ingiunzioni della Corte Suprema, rifiutando l’accesso agli studenti di colore. Nel 1957 il presidente Eisenhower fu costretto a inviare le truppe federali per scortare i ragazzi in una scuola media di Little Rock, in Arkansas. Alcuni anni dopo il governatore dell’Alabama, George Wallace, andò a picchettare di persona l’università per impedire l’ingresso agli studenti neri. Ma il seme di un diffuso cambiamento di sensibilità era stato gettato, anche se sarebbero stati necessari altri decenni di sofferenze e di lotte per vederlo germogliare.
Quando fu pronunciata la sentenza nel 1954, Linda Brown frequentava ormai la scuola media in un istituto misto. Più tardi si sarebbe iscritta all’università e avrebbe messo su famiglia, iniziando a lavorare come consulente nel settore educativo. Per il resto della sua vita ha continuato a impegnarsi in prima persona contro l’intolleranza e le discriminazioni razziali. Nel 1979, insieme all’American Civil Liberties Union, riaprì persino il caso che aveva segnato la sua infanzia, sostenendo che il lavoro sull’integrazione non era stato completato e che la battaglia contro la segregazione non era ancora finita. Vinse anche in quell’occasione, riuscendo a far costruire tre nuovi edifici scolastici. Domenica scorsa è morta nella sua casa di Topeka, all’età di 76 anni. Se gli Stati Uniti sono diventati un paese migliore è anche merito suo.
RM

Majorana, un mistero lungo 80 anni

Focus Storia, marzo 2018

Il 27 marzo del 1938 spariva per sempre il grande fisico siciliano Ettore Majorana. Il suo corpo non fu mai ritrovato e il mistero della sua scomparsa ha alimentato ipotesi, congetture e teorie complottiste.

È stato il più grande fisico teorico del Novecento, un genio del calibro di Galileo e di Newton ma la sua morte, a ottant’anni esatti di distanza, resta uno dei più grandi gialli irrisolti della recente storia italiana. Ettore Majorana scomparve per sempre in una notte d’inverno del 1938, su un piroscafo che viaggiava da Palermo a Napoli, dopo aver inviato alcune lettere alla famiglia e all’amico e collega Antonio Carrelli, che fecero subito pensare al suicidio. “Non vestitevi di nero”, aveva scritto ai familiari, “se volete portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi”. Lo scienziato, che aveva con sé un’ingente somma di denaro avendo prelevato gli stipendi arretrati dell’università, spedì un’ultima missiva all’amico, nella quale c’era scritto “Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani”. Era il 26 marzo 1938 e poco più di un anno dopo sarebbe scoppiata la Seconda guerra mondiale. Qualcuno sostenne di averlo visto a Napoli nei giorni successivi alla scomparsa ma da quel momento in poi, di Majorana si persero le tracce. Mussolini offrì persino una cospicua ricompensa per chi avesse fornito dettagli utili al suo ritrovamento: ben trentamila lire, una cifra enorme per l’epoca. Ma non ci fu niente da fare. Suicidio a parte, le prime ipotesi sostenevano che il grande fisico, depositario di “segreti atomici” che facevano gola sia ai nazisti che agli americani, si fosse recato in Germania per mettere le sue conoscenze a disposizione del Terzo Reich, oppure fosse stato rapito dagli uomini di Hitler. Fu immaginato un’intrigo internazionale dalle molteplici varianti, tra cui l’eventualità che fosse rimasto vittima di un omicidio politico compiuto da qualche servizio segreto o che dopo la guerra fosse emigrato in Argentina insieme agli ex gerarchi nazisti. Alcuni, tra cui Leonardo Sciascia, ipotizzarono invece che alla base della sua scomparsa ci fosse un dramma personale che lo spinse a sparire dopo aver intuito gli utilizzi distruttivi dell’energia atomica. Nel 1975 il grande scrittore siciliano pubblicò un famoso saggio-inchiesta dal titolo “La scomparsa di Majorana” nel quale spiegava che il giovane scienziato, forse preoccupato dalle responsabilità della fisica nucleare nell’imminenza del conflitto mondiale, avesse inscenato il proprio suicidio e si fosse poi rinchiuso volontariamente in un monastero per impedire che la sua ricerca contribuisse agli esiti bellici. Come un personaggio di Pirandello in un film di Hitchcock. Non a caso la sua vicenda ha ispirato decine di romanzi e sceneggiature.
Nato a Catania nel 1906, quando sparì Ettore Majorana non aveva ancora compiuto trentadue anni, ma era già di gran lunga l’elemento più geniale nel gruppo dei “ragazzi di via Panisperna”, la straordinaria squadra di fisici teorici guidata da Enrico Fermi, che proprio nel 1938 vinse il premio Nobel per la fisica. Majorana si occupò di sperimentazione nucleare e di meccanica quantistica relativistica, con particolari applicazioni nella teoria dei neutrini, fu uno dei primi scienziati a intuire le reazioni nucleari, fondamentali per la realizzazione della bomba atomica. Nel 1937, un anno prima di sparire, aveva accettato la cattedra di fisica teorica all’università di Napoli dopo aver rifiutato quelle di Cambridge e Yale. Ma era anche un uomo schivo, introverso, problematico, forse costretto a nascondere un’omosessualità che all’epoca era ancora socialmente inaccettabile. Ciò ha contribuito negli anni ad alimentare teorie secondo le quali le ragioni della scomparsa andrebbero ricercate all’interno della sua sfera privata. Nel 1988 lavorò al caso persino il giudice antimafia Paolo Borsellino, all’epoca procuratore di Marsala, smentendo l’ipotesi che Majorana fosse stato in Sicilia negli anni ‘70, nei panni di un vagabondo che si aggirava per le strade di Mazara del Vallo. Un mistero che ha continuato a infittirsi anche in anni recenti, quando la sua scomparsa si è arricchita di nuovi, clamorosi sviluppi. Nel 2008, durante la trasmissione tv Chi l’ha visto?, un’italiano emigrato in Venezuela negli anni ‘50 sostenne di aver conosciuto un uomo che, a suo dire, era Majorana, e a sostegno della sua testimonianza portò una fotografia scattata nel 1955 che lo ritraeva con lui. La Procura di Roma acquisì l’immagine e affidò ulteriori verifiche ai carabinieri del Ris, fino ad accertare la veridicità della pista venezuelana. Una tesi che sembrerebbe confermata anche dal libro inchiesta La seconda vita di Ettore Majorana uscito nel 2016, nel quale gli autori, i giornalisti Giuseppe Borello, Lorenzo Giroffi e Andrea Sceresini hanno indagato sulla presunta vita clandestina del fisico in Sud America, avvalendosi di nuovi documenti e testimonianze. Ma nel frattempo un saggio firmato da Stefano Roncoroni, pronipote dello scienziato, e basato su documenti familiari privati, ha affermato che il fisico catanese morì in Italia poco dopo la scomparsa, ipotizzando che dietro il suo allontanamento volontario ci fossero stati dissidi con la famiglia legati alla sua omosessualità. Di fatto, il numero incalcolabile di libri, inchieste, documentari, dibattiti e trasmissioni televisive che sono stati prodotti in questi ottant’anni non sono riusciti a risolvere un mistero che già Pier Paolo Pasolini aveva definito “una vicenda che non si potrà mai chiarire”. E mentre continuano ad arrivare conferme scientifiche del geniale talento di Majorana – che ha consentito sviluppi rivoluzionari nel campo delle telecomunicazioni e nell’elaborazione dei dati -, le modalità della sua scomparsa appaiono sempre più coerenti con certi elementi singolari dei suoi studi sulla meccanica quantistica, dove la certezza assoluta è sostituita da molteplici probabilità che lasciano il caso perfettamente insoluto.
RM

Irlanda 1975, la strage dei musicisti

Intervista a Stephen Travers, sopravvissuto al massacro della
Miami Showband (Avvenire, 7.12.2017)

“Uccisero i miei compagni senza alcuna pietà, perché all’epoca eravamo giovani, famosi e la nostra musica rappresentava una speranza di pace e di riconciliazione per il nostro paese”. Nel 1975 Stephen Travers era il bassista più famoso di tutta l’Irlanda e faceva parte della Miami Showband, il gruppo rock più amato di tutta l’isola, un quintetto di musicisti straordinari nel quale spiccava la stella del cantante Fran O’Toole. Ogni sera migliaia di persone si assiepavano nei locali per assistere ai loro concerti, e grazie alle loro canzoni riuscivano a evadere dalla violenza quotidiana del conflitto che stava insanguinando l’Irlanda del Nord. Almeno un paio di volte a settimana, la Miami Showband attraversava il confine che divideva in due il paese “riunificandolo” idealmente con i suoi affollatissimi spettacoli. Fino a quella notte maledetta del 31 luglio 1975. Di ritorno da un concerto a Banbridge, nei pressi del confine con la Repubblica d’Irlanda, e diretti a Dublino, i musicisti furono fermati a un posto di blocco in aperta campagna. “Pensavamo che fosse un normale controllo di routine, d’altra parte in quegli anni ci accadeva spesso di imbatterci nei militari”, ci spiega Travers. “Non appena ci riconoscevano ci stringevano la mano lasciandoci passare subito, magari dicendo che apprezzavano i nostri dischi”. Ma quella sera furono fermati da uomini del gruppo paramilitare lealista Ulster Volunteer Force e della controversa milizia britannica denominata Ulster Defence Regiment. Li fecero scendere dal furgone e allineare poco più avanti, sul bordo di un fossato. Poi due di loro iniziarono a rovistare dentro al veicolo. All’improvviso una terribile esplosione ridusse il furgone in mille pezzi, e uccise sul colpo i due paramilitari. Oggi Stephen Travers vive a Cork, nell’Irlanda meridionale, dove l’abbiamo incontrato per questa intervista, e a oltre quarant’anni di distanza da quella notte rivede ancora quegli istanti al rallentatore. “La potenza dell’esplosione ci gettò nel campo oltre il fossato, feriti ma ancora vivi. Poi gli altri membri del posto di blocco iniziarono a sparare all’impazzata contro di noi. Io fui colpito a un’anca e rimasi a terra, sanguinante. Finsi di essere morto, per questo sono riuscito a salvarmi. I miei compagni furono invece massacrati senza pietà”.
Per l’Irlanda, che pure in quegli anni era tristemente abituata al susseguirsi di gravi fatti di cronaca, fu uno choc terribile, aggravato dalla dinamica dell’attentato, che emerse qualche giorno più tardi. Si capì che non volevano semplicemente spegnere per sempre il messaggio di pace di un gruppo di musicisti, ma avevano ordito un piano diabolico per sigillare definitivamente il confine che divideva il paese. “Le inchieste – ci spiega Travers – hanno dimostrato inequivocabilmente che i due paramilitari saltati in aria stavano piazzando una bomba sotto al nostro furgone.

Stephen Travers durante l’intervista

L’ordigno sarebbe dovuto esplodere circa un’ora più tardi, uccidendoci mentre eravamo in viaggio. Volevano far credere che fossimo corrieri dell’IRA, che i nostri concerti erano solo una copertura e che in realtà stavamo trasportando armi ed esplosivi da una parte all’altra del confine. Per fortuna almeno il piano fallì altrimenti, oltre a ucciderci, avrebbero anche infangato la nostra memoria per sempre”. Il terribile movente della strage sarebbe stato scoperto tanti anni dopo. Far passare per terroristi i più famosi e rispettati pendolari che attraversavano regolarmente quel confine doveva servire a mettere pressione sul governo irlandese, costringendolo a chiudere la frontiera. “Adesso – prosegue l’ex bassista – sappiamo per certo che quella strage non fu né casuale, né opera soltanto dei paramilitari lealisti, ma venne pianificata dalla squadra politica della polizia e dai servizi segreti britannici MI5”. Per questo, Travers continua a lottare non solo per conservare la memoria dei suoi compagni uccisi ma anche per ottenere giustizia, e insieme ai familiari delle vittime ha intentato un’azione legale nei confronti del Ministero della Difesa britannico e della polizia dell’Irlanda del Nord. Il suo libro-testimonianza The Miami Showband Massacre. A Survivor’s Search for the Truth, da poco ristampato in edizione aggiornata, ha spinto proprio nelle scorse settimane l’Alta Corte di Belfast a chiedere la declassificazione di decine di documenti riservati in vista di una riapertura del caso. Continua la lettura di Irlanda 1975, la strage dei musicisti

Grande guerra, le lapidi rivivono su Twitter

Avvenire, 26.9.2017

“Vittima della menzogna/ che la guerra possa fermare la guerra”; “Quante speranze sono sepolte qua/ con il nostro unico figlio”; “Riposa nel Signore e attendi pazientemente la sua venuta”; “I tuoi passi lontani risuonano nel corridoio del tempo”. Centinaia di epitaffi per i caduti della Grande guerra, pubblicati uno al giorno per oltre quattro anni. Iscrizioni cariche di sofferenza e amore, di disperazione e orgoglio, alcune con riferimenti alla Bibbia e ai classici della letteratura, altre che raccontano un particolare della vita di un soldato o di un’infermiera morta negli anni del conflitto. È Twitter a far rivivere la memoria dei caduti britannici della Prima guerra mondiale con l’ambizioso progetto Great War Inscriptions ideato dalla storica inglese Sarah Wearne. Tre anni fa la studiosa ha iniziato a pubblicare giornalmente le iscrizioni tratte dalle tombe dei cimiteri di guerra sul profilo @WWInscriptions con l’intenzione di proseguire fino all’11 novembre 2018, solcando così il centenario dell’armistizio che pose fine alla brutale mattanza d’inizio ‘900. Ciascun tweet rimanda a una pagina del sito epitaphsofthegreatwar.com che indica il nome, l’età, la data di morte, il corpo di appartenenza e il cimitero dove si trova la lapide. Nella stessa pagina la storica spiega ogni singolo epitaffio citando gli eventuali riferimenti letterari – alcuni tratti da Orazio, Shakespeare, Kipling e Tennyson – e riporta, laddove possibile, anche una breve biografia del caduto. La fase di ricerca del progetto (che ha già superato ampiamente il migliaio di tweet) è durata molti anni, durante i quali Wearne ha studiato negli archivi e ha visitato i più remoti cimiteri di guerra europei riuscendo a riportare in vita le iscrizioni scelte all’epoca dai genitori o dalle mogli dei caduti. Frasi che non ricordano soltanto il sacrificio dei soldati ma anche l’eroismo delle infermiere che seguendo le orme di Florence Nightingale persero la vita nelle trincee, sui campi di battaglia o negli ospedali. Le lapidi riportano epitaffi in più lingue che rispecchiano la patria d’origine del caduto, dal gallese al gaelico scozzese, dall’Afrikaans al Maori. Alcuni di questi sono stati raccolti in due libri dedicati ai momenti cruciali del primo conflitto mondiale: la battaglia della Somme del 1916 e quella di Ypres dell’anno successivo (Epitaphs of the Great War: The Somme e Epitaphs of the Great War: Passchendaele). Ma il cuore del progetto resta la rievocazione quotidiana delle iscrizioni attraverso Twitter, dove il limite dei 140 caratteri appare persino ampio, considerando che all’epoca ai familiari ne furono concessi meno della metà – appena 66 – per ricordare i loro cari. Oggi la geografia di quella memoria bellica lontana un secolo è parte del nostro paesaggio e i cimiteri della Prima guerra mondiale, sparsi per l’Europa, sono ammirati per la loro silenziosa e sobria dignità, ma all’epoca le regole imposte dal governo britannico innescarono non poche controversie. Nel 1915, al culmine del conflitto, Londra proibì infatti il rimpatrio delle salme dalle zone di guerra ignorando le richieste delle famiglie, che non volevano vedere le spoglie dei loro cari inumate in un remoto angolo di un paese straniero. Molti si illusero che sarebbe stato sufficiente attendere la fine delle ostilità per poter dare una degna sepoltura ai propri cari ma il divieto sarebbe rimasto in vigore anche in seguito. A nessuno, neanche a chi aveva i mezzi per farlo, fu consentito di riportare a casa i resti dei propri cari, per evitare che nei cimiteri di guerra restassero soltanto le tombe dei più poveri. “Contrariamente a quanto si può pensare – ha spiegato Wearne – i cimiteri non intendevano riflettere l’uguaglianza dei morti di fronte a Dio, bensì di fronte all’Impero. Che arrivassero dall’Inghilterra, dal Canada o dall’Australia, i soldati dovevano essere tutti sepolti insieme”. Un’apposita commissione governativa stabilì poi che le lapidi dovevano essere uniformate e quindi le famiglie, quale che fosse il grado del soldato caduto, non ebbero neanche la possibilità di sceglierne la forma o le dimensioni. Fu la Chiesa cattolica a far notare che poiché non vi era stata quasi mai la possibilità di amministrare gli ultimi riti, sarebbe stato indispensabile dedicare una preghiera a ciascun morto per favorire il passaggio dell’anima nell’aldilà. Ma in presenza di caduti appartenenti a diverse confessioni religiose fu necessario trovare un compromesso. La commissione concesse che su ciascuna lapide fosse apposta una breve iscrizione lunga non più di 66 caratteri, fissando un costo di 3 pence e mezzo per ciascuna lettera. Una decisione che scatenò non poche proteste, considerando che nel Dopoguerra non tutti potevano permettersi una spesa del genere e furono costretti a rinunciare a quello che di fatto era rimasto l’unico modo per ricordare i propri cari. Ecco perché soltanto sul quaranta per cento di quelle lapidi è stata apposta un’iscrizione. Per tutti gli altri, per i quali l’assenza di un’epigrafe ha inevitabilmente favorito l’oblio, può valere quanto scrisse Rudyard Kipling sotto forma di poesia, pensando a suo figlio John, arruolatosi volontario e ucciso a pochi mesi dall’inizio della Grande guerra: “se qualcuno domanda perché siamo morti, ditegli perché i nostri padri hanno mentito”.
RM