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Addio a Theresa, unica donna dei “sei di Sharpeville”

di Gianni Sartori

Theresa Machabane Ramashamole, la donna dei Sei di Sharpeville, non è più con noi. Ancora ragazza, aveva partecipato alla manifestazioni di Soweto (rimanendo  ferita) contro l’insegnamento obbligatorio dell’Afrikaans, la lingua dei coloni e colonialisti boeri. Il primo studente ammazzato dalla poliTheresa-Ramashamole-cropzia si chiamava Hector Peterson e la foto di lui  moribondo in braccio al fratello che cerca di portarlo in salvo è ancora un simbolo. Era il 1976 e a quel tempo Theresa si era trasferita da una zia per poter studiare. Indirettamente aveva partecipato anche alla manifestazione di Sharpeville contro i pass, quella del 21 marzo 1960, tragicamente passata alla storia. Vi prese parte sua madre, incinta di lei di cinque mesi. Ufficialmente i morti (“colpiti alla schiena, mentre scappavano”) furono una settantina “ma tutti sanno che in realtà furono molti di più”, raccontava. “Mia madre era riuscita a fuggire anche se con il pancione correva più piano degli altri”. Teresa era nata quattro mesi dopo, già segnata dal destino.
Nella sua vita era destinata a conoscere sia la resistenza all’apartheid che il carcere e la tortura (botte, scariche elettriche…). E stava per concludersi con una condanna a morte per impiccagione emessa il 15 marzo 1988. Insieme ad altri cinque compagni era stata arrestata nel settembre 1984 per una manifestazione contro il rincaro degli affitti nel corso della quale un nero collaborazionista, il console Dlamini, era stato ucciso. Contro di loro non c’era nessuna prova, ma servivano dei capri espiatori. All’epoca in Sudafrica i neri venivano ammazzati per molto meno.
Inaspettatamente l’esecuzione venne sospesa la sera prima della data stabilita (18 marzo 1988), quando erano già stati “pesati e misurati ed era stata provata la corda attorno al collo”. Nuove prove erano emerse, grazie all’impegno instancabile del loro avvocato Prakash Diar e la pena venne commutata in venti anni.
Alla fine, quando l’apartheid era ormai diventato improponibile di fronte all’opinione pubblica mondiale (o forse non garantiva più i sostanziosi profitti delle multinazionali) vennero liberati. Alla spicciolata, senza clamore. Duma e Oupa il 10 luglio 1991, Reid e Theresa il 13 dicembre sempre del 1991, Ja Ja e Fransis il 26 settembre del 1992. Le sofferenze patite in carcere avevano minato la salute di Theresa in maniera irreparabile. Tra l’altro a causa delle torture subite non aveva potuto avere figli. Ricordava che prima di svenire completamente, le sembrava di sognare un bambino. E quella fu “l’ultima volta che sognai un bambino”. Dopo la liberazione trovò lavoro come segretaria presso la sede dell’African national Congress di Vereeniging.
Anche la sua morte è stata in qualche modo uno strascico dell’apartheid. Così come quella di un altro dei sei, Duma Khumalo, torturato durante la detenzione e morto nel 2006 mentre teneva un conferenza a Cape Town. Con l’associazione Khulumani aveva contribuito moltissimo nel dare aiuto e sostegno alle tante persone travolte e distrutte dall’apartheid.
Ora dei Sei di Sharpeville, passati loro malgrado alla Storia, solo due rimangono in vita: Reginald Ja Ja Sefatsa e Reid Malebo Mokoena, entrambi tornati alle loro vite di proletari, vite in parte naufragate anche a livello personale a causa della lunga detenzione.
Oupa Moses Diniso era morto in un incidente nel 2005 mentre Fransis Don, il calciatore, era già deceduto per un infarto poco tempo dopo essere uscito di prigione. Tutti dicono che Kabelo, il nipotino che non ha potuto conoscere, gli somiglia moltissimo.
Con la morte di Theresa, tornano fatalmente alla memoria i nomi delle innumerevoli vittime del regime dell’apartheid. Alcuni sono comunque passati alla Storia: Steve Biko (militante della SASO, morto sotto tortura), Victoria Mxenge (avvocato dell’UDF, uccisa da una squadra della morte), Joe Gquabi (oppositore, assassinato dai servizi segreti), Ruth First e Janette Curtis (entrambe uccise con un pacco-bomba dei servizi segreti di Pretoria), Benjamin Moloise (poeta, impiccato), Neil Aggett e Andreis Radtsela (sindacalisti, morti sotto tortura), Dulcie Septembre (esponete dell’ANC, uccisa in Francia dai servizi segreti). Ma per un gran numero di assassinati il rischio è di essere definitivamente dimenticati. Chi si ricorda ancora di Saoul Mkhize, Samson Maseako, Taflhedo Korotsoane, Elias Lengoasa, Sonny Boy Mokoena, Mvulane, Bhekie…?
Per ognuno, una piccola storia di sofferenze e umiliazioni ancora da raccontare.
Un commiato affettuoso anche per le tante persone conosciute all’epoca del maggiore impegno per “strappare le radici dell’ingiustizia” (come nella grande manifestazione all’Arena di Verona) e che nel frattempo ci hanno lasciato: Benny Nato, Beyers Naudé, Alberto Tridente, Edgardo Pellegrini, Luciano Ceretta… Un esempio per chi li ha conosciuti e per chi non ha avuto questo onore.
A Theresa Machabane Ramashamole e a tutte le vittime dell’apartheid vada la nostra gratitudine. Così come quella odierna dei curdi, anche la loro è stata una lotta per l’umanità.

Robert Ford, il criminale di guerra morto da eroe

La vita gli ha riservato le massime onorificenze civili e militari ma la storia, presto o tardi, non potrà che esprimere un giudizio di condanna nei confronti del generale Robert Ford, morto il 24 novembre scorso all’età di 91 anni, da uomo libero. Oltre quarant’anni fa era stato il comandante in capo delle forze militari britanniche di stanza in Irlanda del Nord che il 30 gennaio del 1972 si macchiarono della terrificante mattanza di civili nota come “Bloody Sunday”. La strage di Derry (13 uomini uccisi, un quattordicesimo che morì poco dopo a causa delle ferite riportate) fu un  brutale atto punitivo che il governo britannico intese perpetrare per stroncare la resistenza messa in atto dalla città, dove nei quartieri cattolici erano state erette barricate a difesa della popolazione. In più occasioni, anche dopo quella fatale domenica che incendiò definitivamente la regione facendo del 1972 l’anno più sanguinoso del conflitto, Ford non esitò a prendere le parti degli estremisti protestanti. Anche quando questi attaccarono i quartieri cattolici lanciando veri e propri pogrom.

A sinistra: Robert Ford

A sinistra: Robert Ford

In anni recenti, il generale dalle mani insanguinate ha testimoniato più volte nell’ambito dell’inchiesta-fiume del giudice Saville sui fatti della domenica di Derry, il cui rapporto conclusivo (pubblicato nel 2010) ha stabilito che non esistono prove a suo carico. Ovvero che non fu lui a consentire ai suoi uomini di ammazzare i manifestanti nelle strade di Derry. Una conclusione che appare quantomeno curiosa, se si pensa che appena tre settimane prima della “Bloody Sunday”, Ford scrisse una nota confidenziale al suo diretto superiore, il luogotenente generale Sir Harry Tuzo, affermando che per ristabilire la legge e l’ordine sarebbe stato necessario eliminare almeno i principali capibanda tra i “giovani teppisti” – sue testuali parole – di Derry. E fu infatti proprio lui a stabilire che quel giorno, per reprimere una pacifica manifestazione di protesta, sarebbero intervenuti i paracadutisti armati di fucili da guerra carichi di proiettili calibro 22. Il loro compito era quello di forzare l’accesso al quartiere “liberato” di Bogside, a qualunque costo. “Le decisioni di Ford risultano criticabili – ha concluso il rapporto Saville – ma il generale non poteva sapere che ciò avrebbe portato i paracadutisti ad aprire il fuoco in modo ingiustificato”. Un conclusione a dir poco incredibile, dal momento che i parà non sono unità militari addestrate per fronteggiare civili inermi in un contesto urbano. Ma nella periferia dell’Impero britannico, negli anni ’70, tutto era consentito e per gli assassini l’impunità era sempre garantita. La prestigiosa carriera militare di Robert Ford si è conclusa nel 1981. Per elencare le medaglie e le cariche che ha ottenuto durante la sua vita non basterebbe un intero libro. E se la giustizia ha fallito, la speranza è che almeno la storia, prima o poi, stabilisca davvero cos’è stato: un criminale di guerra.
RM

NELLA FOTO: Il generale Robert Ford con la regina Elisabetta, nel 1982

NELLA FOTO: Il generale Robert Ford con la regina Elisabetta, nel 1982

In memoria di Peggy O’Hara

di Gianni Sartori

Avevo conosciuto Peggy e Jim O’Hara, la madre e il padre di Patsy O’Hara (il quarto tra i dieci prigionieri politici repubblicani irlandesi che nel 1981 si erano lasciati morire di fame a Long Kesh), nella sua casa di Hardfoyle, a Derry, nel 1985. L’avevo poi rivista in occasione di altri viaggi in Irlanda e nel 1986 l’avevo intervistata sulla tragica vicenda del figlio, morto il 21 maggio 1981 dopo 60 giorni di sciopero della fame. Patsy, militante dell’INLA (Esercito Irlandese di Liberazione Nazionale, considerato il braccio armato dell’IRSP), ebbe un ruolo fondamentale nell’organizzare e gestire la protesta del 1981, in perfetta coerenza con l’impegno fino ad allora dimostrato all’interno delle lotte del quartiere dove viveva. Il padre, Jim, ricordava come Patsy avesse “combattuto con la parola prima ancora che con le armi contro l’occupazione inglese, nella strada, nel quartiere, ovunque…” sottolineando anche la portata della sua volontà di lottare, la sua preparazione politica, ideologica e culturale.

Patsy O'Hara (1957-1981)

Patsy O’Hara (1957-1981)

Una conferma mi venne data nel 1994 dallo scrittore Ronan Bennet che per circa un anno condivise con Patsy la cella N.14 a Long Kesh nel 1975. “Quando uno arrivava in carcere – mi raccontò – per prima cosa gli si chiedeva che cosa avesse detto alla polizia. Non aveva dato altro che il suo nome. Questo, dati i metodi usati abitualmente dalle forze di repressione (percosse, tortura…), era abbastanza raro e venne considerato un segno di forza, di determinazione. Questa impressione venne poi confermata dal comportamento tenuto in carcere da Patsy. Era un leader nato, anche se non in modo ostentato, era sempre molto calmo, non alzava mai la voce. Nonostante fosse molto giovane, si capiva che era molto preparato politicamente. In cella abbiamo parlato a lungo di come ognuno di noi fosse arrivato alle sue convinzioni politiche. Sostanzialmente avevamo gli stessi punti di riferimento: Bloody Sunday del 30 gennaio 1972, l’internamento, l’incendio di Long Kesh…Uscì di prigione e in seguito venne nuovamente arrestato. Quando ho saputo che aveva iniziato lo sciopero della fame, ho subito pensato che sarebbe andato fino in fondo”.
Nel cimitero di Derry, sulla lapide dedicata a Patsy O’Hara e a Micky Devine (altro militante dell’INLA morto in sciopero della fame) si legge “morti perché altri fossero liberi”.
Il padre di Patsy, Jim, se n’era andato qualche anno fa. Peggy ci ha lasciati nel luglio di quest’anno.

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I funerali di Peggy O’Hara

Al suo funerale la bara era scortata da un centinaio di militanti dell’IRSP e dell’INLA (volto coperto, basco con la stella rossa: se lo ricordino i neofascisti che hanno avuto l’impudenza di ricordarla sui loro giornali). Prima della sepoltura le sono stati resi gli onori militari con tre colpi di fucile sparati in aria. La cosa è stata stigmatizzata da Martin McGuinness (esponente del Sinn Fein, viceministro nel governo nordirlandese “benedetto” da Londra e Washington) che ha partecipato al funerale nonostante l’IRSP (nelle cui liste Peggy era stata candidata) e i familiari avessero definito “non gradita” la sua presenza.

Intervista a Peggy O’Hara (1986)

Quali erano le speranze di suo figlio quando prese la fatale decisione di smettere di alimentarsi?
Patsy e gli altri cominciarono lo sciopero della fame ben sapendo che ne sarebbero stati segnati irreparabilmente nella salute, nel fisico già provato da anni di lotte e proteste, spesso pacifiche ma non certo indolori.Tuttavia pensavano che il rispetto per la vita umana avrebbe convinto Mrs. Thatcher a soddisfare le loro cinque richieste. Quando poi capirono che ciò non sarebbe successo, che li avrebbero lasciati morire, compresero anche che ormai non avevano più scelta: dovevano andare fino in fondo, per non concedere al nemico una vittoria politica che il movimento di liberazione, gli oppressi, la gente avrebbero scontato per molti anni…Fu così che la vita di alcuni divenne il prezzo di un po’ più di giustizia per altri.
Che cosa pensò lei della scelta di suo figlio?
Gli dissi che ritenevo più utile che restasse vivo per continuare a lottare. Che altro poteva dire una madre? Ma sia io che mio marito rispettammo la consapevole determinazione di Patsy e assecondammo la sua volontà di non essere alimentato artificialmente quando entrò in coma. È stato atroce: perdere un figlio è già contro ogni corso naturale delle cose, ma una morte così è inaccettabile. Soprattutto se si pensa alle sevizie che rendevano ancora più terribile il suo spegnersi giorno dopo giorno.
Che genere di sevizie?
I secondini, spesso ubriachi, lo picchiavano in continuazione, anche durante lo sciopero della fame. A causa dei maltrattamenti subì due arresti cardiaci. Una volta venne scoperta addosso ad un detenuto una macchina fotografica e Patsy, accusato di esserne il responsabile, fu picchiato con particolare durezza, tanto da procurargli la rottura del setto nasale. Le percosse continuarono anche quando era già costretto in una carrozzella, incapace di camminare. Durante il periodo in cui rimase in coma, il medico del carcere – lo stesso che poi si rifiutò di riportare sulla cartella clinica i segni evidenti delle percosse – lo prendeva a schiaffi durante le mie visite per costringerlo a “riprendersi”, a riconoscermi, sperando in un cedimento dell’uno o dell’altra*. Io sono convinta che Patsy sia morto per un collasso cardiaco in conseguenza delle sevizie subite: sarebbe morto ugualmente, ma lo odiavano tanto da volerlo uccidere con le loro mani. Quando morì mi dissero che se non mi sbrigavo a portarlo via l’avrebbero buttato in un sacco di plastica e scaricato davanti a casa. Il suo corpo era pieno di ecchimosi, i suoi occhi erano stati bruciacchiati con le sigarette e portava sul volto i segni delle ultime percosse.
Che cosa lascia, nell’animo di una madre, il gesto di un figlio che sacrifica la propria vita in nome dei propri ideali?
Non c’è retorica letteraria né politica che possa consolare da una simile brutalità. Rimane solo la convinzione profonda e sofferta che altro non si poteva fare per rivendicare la dignità umana, propria e altrui. E rimane la rabbia, la lotta contro gli oppressori. E rimane la solidarietà, la speranza, nonostante tutto…Bisogna continuare ad andare avanti, perché se non lo facciamo i martiri che sono morti per me, per noi, per questa Nazione ci perseguiteranno per l’eternità.
Gianni Sartori

Alex Langer, un addio lungo 20 anni

“Non siate tristi. Continuate in ciò che era giusto”. Uno dei foglietti che furono ritrovati quella mattina d’inizio estate nell’auto di Alex Langer conteneva un’esortazione a chi restava, uno struggente invito a continuare anche in suo nome quelle battaglie sotto il cui peso lui alla fine era rimasto schiacciato. Poche parole che rappresentavano quasi il testamento politico di un uomo che aveva consumato la vita a ritmi forsennati, senza mai risparmiarsi per i suoi ideali, per la pace e la convivenza tra i popoli, per l’utopia di un mondo migliore.
Lunedì 3 luglio 1995. Dopo ore di ricerche in tutta Firenze una volante della polizia individua finalmente la vecchia Fiat Uno bianca di Langer, targata Bolzano. È parcheggiata sul ciglio della strada nel viuzzo di Monteripaldi, dietro le colline del Pian dei Giullari, una delle zone più verdi e panoramiche di Firenze, tra ulivi, cipressi secolari e alberi da frutto che nascondono ville antiche. Il corpo senza vita dell’europarlamentare verde si trova poco più in là, impiccato ai rami di un albicocco, a piedi nudi. “I pesi mi sono diventati insostenibili, non ce la faccio più”, aveva lasciato scritto ai compagni di partito in un altro messaggio che fu ritrovato dentro la sua macchina. Alexander-LangerLanger aveva 49 anni e abitava con la moglie a un chilometro di distanza dal posto in cui aveva deciso di morire, in via Benedetto Fortini. La sera prima era uscito per andare in un’agenzia di viaggi a cambiare il biglietto aereo che avrebbe dovuto utilizzare per il suo rientro a Bruxelles. Non vedendolo ritornare, la moglie aveva dato l’allarme facendo scattare le ricerche. La sua fine sorprese e commosse tutti, lasciando senza risposta non pochi interrogativi sull’imperscrutabile fragilità dell’animo umano.
Nato nel 1946 a Vipiteno, l’ultima cittadina in territorio italiano prima del Brennero, Alexander Langer era cresciuto in una famiglia laica, colta e progressista che anni prima aveva sofferto le persecuzioni nazifasciste. Suo padre, un medico ebreo viennese, era sopravvissuto grazie all’aiuto di alcuni italiani a Firenze. La madre, una farmacista altoatesina cattolica, era stata tra i protagonisti della battaglia contro le “opzioni”, cioè la scelta imposta ai sudtirolesi dal patto tra Mussolini e Hitler: l’esodo in Germania o l’italianizzazione. Quel passato avrebbe avuto un’influenza pesante sulla formazione del giovane Alex che da piccolo venne mandato dai genitori all’asilo italiano, non senza creare scandalo tra i compaesani. Frequentò in seguito la scuola tedesca e il liceo francescano a Bolzano, per trasferirsi poi a Firenze, dove nel 1968 si laureò in giurisprudenza e divenne fiorentino d’adozione. Per un breve periodo abitò nella parrocchia dell’Isolotto, alla periferia della città, contribuendo alla nascita del notiziario della comunità e alla sua distribuzione sulla passerella che unisce il quartiere al parco delle Cascine. Sempre a Firenze incontra Don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci e Giorgio La Pira. Traduce in tedesco la Lettera a una professoressa. Milita in Lotta Continua e inizia un percorso politico forgiato sul dissenso critico che ruota fin da subito intorno ai temi del rifiuto del nazionalismo e della convivenza tra le comunità linguistiche. A Bolzano è tra gli animatori di un gruppo cattolico dissidente che si propone di spezzare le barriere tra tedeschi e italiani e pubblica il giornale “Die Brücke” (il Ponte). Viene eletto in Consiglio provinciale nella lista Neue Linke/Nuova Sinistra, poi nei primi anni ’80 è tra i promotori del movimento politico dei Verdi di cui sarà poi uno dei principali esponenti europei. A vederlo, sembra quasi impossibile che quel ragazzo magrissimo, dal viso aguzzo e i denti sporgenti, possa diventare uno dei più innovativi leader politici della sua epoca. Indossa occhiali tondi e maglioni da montagna ma nonostante il suo aspetto curioso ha un carattere di ferro ed è in grado di emanare uno straordinario fascino intellettuale.
Dedicherà la sua intera esistenza a tentare di ricucire le divisioni dell’Alto Adige e del mondo intero, fino a diventare un simbolo europeo del dialogo interetnico. “Leggo nella situazione sudtirolese – scrisse un giorno – una quantità di insegnamenti ed esperienze generalizzabili ben oltre un piccolo caso provinciale”. In Alto Adige si batte contro quelle che definisce le “gabbie etniche”, cioè il censimento nominativo voluto dagli indipendentisti sudtirolesi che a suo avviso rafforza la politica di divisione etnica. Rifiuterà sempre di dichiararsi tedesco o italiano, violando la legge che impone la dichiarazione d’appartenenza e sarà proprio la sua ostinata obiezione al censimento etnico a impedirgli di diventare sindaco di Bolzano nell’ultimo periodo della sua vita.
Convinto sostenitore della nonviolenza, parla correntemente cinque lingue e viaggia in tutto il mondo per predicare la convivenza tra i popoli. Nel 1989 diventa il primo presidente del gruppo Verde al Parlamento europeo – dove sarà rieletto anche nel 1994 – e intensifica il suo impegno per contrastare i nazionalismi, impegnandosi in un’infaticabile missione di pace nei territori della ex Jugoslavia. Nei mesi in cui si consuma la tragedia bosniaca e il genocidio in Ruanda, lui lavora per una politica estera di pace, per relazioni più giuste tra il nord e il sud del mondo, per la conversione ecologica della società, dell’economia e degli stili di vita.
In molti, nei giorni del lutto, leggono le ragioni del suo gesto ricordando le parole che lui stesso aveva scritto in ricordo di Petra Kelly, leader verde tedesca morta nel 1992: “forse è troppo arduo essere individualmente degli ‘Hoffnungsträger’, dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere”.
RM

Ian Paisley: morte di un uomo dell’odio

 di Anthony McIntyre

ianIn occasioni come la morte di Ian Paisley, un osservatore esterno potrebbe giungere alla conclusione che si tratti di eventi pre-organizzati apposta per lanciare una gara a chi spara la cazzata più grossa. E, se non è ancora entrata nel vivo, aspettate tra adesso e il giorno del funerale per assistere alla produzione in serie di idiozie in copiosa quantità: enormi bugie per mascherare gli enormi sbagli di un enorme ego.
Gli sms dei festaioli che ci invitano ai party si stanno già sprecando; proprio come quando morì Margaret Thatcher. A me non importa se mi arrivano, e non mi importa se non mi arrivano. La morte di Ian Paisley non mi ha reso né felice, né triste. Com’è stato scritto in un grande romanzo sul Ruanda, A Sunday by the Pool in Kigali, morire è semplicemente qualcosa che facciamo tutti, prima o poi. E più o meno chiunque abbia perso la vita durante il conflitto nel Nord Irlanda era molto meno colpevole di Ian Paisley.
Il fondatore della Free Presbyterian Church era tutto meno che innocente. È vissuto fino a 88 anni, ed è morto nel suo letto. La stragrande maggioranza delle vittime del conflitto, qualunque fosse la loro estrazione sociale, e sia che fossero combattenti o civili, non hanno raggiunto quell’età. Molti morirono giovanissimi, appena adolescenti. In alcuni casi, nemmeno ancora adolescenti. Forse oggi non se ne sente parlare granché, ma le loro vite finirono in un’agonizzante ricerca di ossigeno tra i tossici fumi di veleno emanati con satanica energia da una rete d’odio, al centro della quale, come un ragno, pronto sia a cacciare che a comandare, stava Ian Paisley. Quest’uomo di Dio predava con molto più vigore di quanto abbia mai pregato.
Martin McGuinness ci ha detto che grande amico (e come lo sia diventato, il processo di pace lo mostra da sé) abbia perso. Martin una volta aveva altri grandi amici, i quali, a differenza di quello che ha perso oggi, eseguivano i suoi ordini e ammazzavano membri della congregazione di Paisley che guarda caso erano membri delle forze di sicurezza britanniche, il cui dovere era difendere i principi che Martin adesso sostiene. A volte non erano nemmeno membri di nient’altro che della Martyrs Memorial Church di Paisley. I loro assassini non sono più amici di Martin, soltanto traditori dell’isola d’Irlanda. Cosa che, presumibilmente, rendeva il Grande Ian un amico dell’Irlanda. E con amici così…
shits Senza dubbio, Paisley tollerava McGuinness, a cui scherzando si riferiva come “il vice”, puntualmente ricordando all’ex Capo di Stato Maggiore dell’IRA del suo stato di cittadino di serie B nel “nuovo” Nord, la cui partizione non è una novità. In quel cattolico di Derry, il protestante di Ballymena trovò le conferme e la strada della sua redenzione politica, la madre della retorica amica dell’orco che ci dobbiamo sorbire oggi. Solo dopo che lo Sinn Féin ha accettato una nuova forma di dominio britannico sul Nord Irlanda, Paisley ha iniziato a banchettare con l’uomo che fino a poco prima aveva chiamato “un mostro assetato di sangue”. Colui che ‘da solo era la più grande minaccia allo Stato britannico’, che aveva giurato di castrare la RUC, è finito a succhiarne il manganello. Paisley aveva davvero qualcosa di cui godere orgasmicamente.
Quando lo descrivono come un uomo di stato, io riesco solo pensare a Henry Kissinger definito “fautore di pace”. Ma a queste schifezze siamo abituati. Ma non dobbiamo stare buoni e tranquilli a subirle, o restare in silenzio per il timore di offendere la contrita sensibilità di qualcuno o di essere etichettati come dannosi per il processo di pace. Rigiratelo, ridicolizzatelo, nessuna parola viscida può diluire la verità: che Paisley è stato uno dei più grandi uomini d’odio dell’Europa Occidentale. Bertie Ahern può anche cercare di nascondere l’ovvio raccontandoci che Paisley è stato “un grande uomo con un grande cuore” invece di dire le cose come stanno, cioè che era un grande uomo con un grande odio, e lo sputava fuori con furia biblica. Invano: “Odio con odio perfetto” era un dono del cielo per il grand’uomo.
La morte di Ian Paisley non deve significare la morte della nostra etica nel linguaggio. Di sicuro è stata già danneggiata, non perché ci siamo trovati a parlare inglese o scozzese dell’Ulster, ma perché siamo stati indotti a desiderare di esprimerci nel gergo del processo di pace, l’Ambiguese (Weaselanto in originale, NdT), in modo che potremmo trovarci a non avere le parole giuste per descrivere cose sbagliate.
In casa mia non ci saranno feste per la morte di Ian Paisley. Né sarà pianto o rimpianto. Sarebbe meno che umano, però, dire che non ci sia un’ombra di dispiacere non che sia morto, ma che sia vissuto.

Ian Paisley, nato in un’Irlanda divisa nel 1926, morto in un’Irlanda divisa nel 2014 ‘dopo una lunga battaglia con l’odio’. Gli sopravvivono più persone costrette a vivere in un’Irlanda divisa di quante ce ne siano mai state.

(traduzione di Elena Chiorino)

Gerry Conlon 1954-2014

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Eri un uomo buono, Gerry, e molti a Belfast e nel resto dell’Irlanda da oggi in poi sentiranno la mancanza del tuo sorriso da eterno ragazzo, della tua ironia e della forza che sei riuscito a trovare dentro di te quando i rappresentanti di un potere postcoloniale corrotto e spietato hanno deciso di trasformarti nel capro espiatorio del loro razzismo, costringendoti ad affrontare un’ingiustizia che sarebbe stata troppo grande e insopportabile per chiunque. Eri molto diverso da come ti avevano rappresentato al cinema, nel film “Nel nome del padre”, Gerry. Quindici anni di carcere da innocente, da vittima del peggior errore giudiziario della storia britannica, la morte del tuo amato padre in carcere – anche lui innocente e intrappolato nello stesso tragico complotto di una pseudogiustizia talmente xenofoba da far invidia alle peggiori dittature sudamericane – avrebbero distrutto chiunque. E infatti per un periodo, dopo il tuo clamoroso rilascio nel 1989, sembrava che ti fossi perso per sempre. Nell’alcol e nella droga. Quello che avevano fatto a te e alla tua famiglia, Gerry, era troppo terribile per poter essere metabolizzato e dimenticato solo con il ritorno alla libertà. Ma poi, forse anche grazie a quel film, eri riuscito a trovare dentro di te la forza di combattere ancora, per il tuo futuro e per quello delle tante vittime di errori giudiziari, che ancora oggi, seppur con modalità e in contesti differenti, continuano a soffrire nelle carceri britanniche e irlandesi. Avevi deciso che la tua vicenda e quella degli altri Guildford Four poteva e anzi doveva diventare un esempio e un monito per tutti i casi simili. Che tutte le volte che c’era da lottare contro un’ingiustizia – presente o passata – in Irlanda tu dovevi essere lì. Con la tua voce, con la tua presenza, con la tua storia. Sei diventato un eroe, Gerry. Senza volerlo e senza neanche rendertene conto. Per questo non ti dimenticheremo mai.
RM

In memoria di Andrej Mironov

elenco_188310“Alla mia cara amica e collega Anna Politkovskaja è andata molto peggio”, ci aveva detto nell’intervista che ci rilasciò per Avvenire nel gennaio scorso. Andrej Mironov si riferiva al fatto che la nota giornalista russa era stata assassinata per il suo impegno a difesa dei diritti umani, mentre lui era stato “solo” condannato a quattro anni di carcere e tre di esilio interno da scontare in un campo di lavoro in Mordovia, riservato agli autori di crimini contro lo stato particolarmente pericolosi. Non erano gli anni dei gulag staliniani, ma quelli della perestrojka di Gorbaciov, alla metà degli anni ‘80. Il suo “crimine” era stato quello di aver distribuito clandestinamente un romanzo, I racconti di Kolyma di Varlam Šalamov, un potente atto d’accusa contro i gulag. Mironov è stato ucciso da un colpo di mortaio il 24 maggio scorso in Ucraina, dove si trovava insieme al fotografo italiano Andrea Rocchelli. L’aveva portato là il suo attivismo quasi missionario per i diritti umani. Aveva lavorato per lunghi anni nell’organizzazione non governativa Memorial, era stato in Tagikistan, in Afghanistan, nel Caucaso. Nel 2003, dopo aver più volte promosso incontri tra rappresentanti ceceni e parlamentari russi per favorire una soluzione pacifica del conflitto, era stato aggredito nel centro di Mosca e gravemente ferito. Nel dicembre dell’anno scorso aveva preso parte, ospite di Amnesty International, a una serie d’incontri pubblici in Italia, tra cui uno a Firenze, dove aveva parlato della drammatica situazione attuale in Russia. Ciao Andrej. Il tuo coraggio, il tuo impegno e la tua passione ci mancheranno.
RM

Ricordando Salvador, 40 anni dopo

di Gianni Sartori

Il garrote, lo strumento che la mattina del 2 marzo 1974 spezzò le vertebre cervicali di Salvador Puig Antich (“Metge”) ponendo fine in maniera ignobile alla sua breve vita di meccanico-studente-guerrigliero (o “rapinatore” secondo lo Stato) evocava sicuramente fosche atmosfere da Santa Inquisizione, ma in realtà era quasi contemporaneo della ghigliottina e ideato con i medesimi intenti: una morte rapida che evitasse al condannato sofferenze inutili. Da questo punto di vista, bisogna dire, si dimostrò molto al di sotto delle aspettative, diventando nell’immaginario collettivo un vero e proprio strumento di tortura.

Salvador Puig Antich

Salvador Puig Antich

Come Praga per Jan Palach nel 1968 e Belfast per Bobby Sands nel 1981, così tutta Barcellona reagì con rabbia a questa esecuzione, interpretata come un’aggressione all’intero popolo catalano oltre che l’ennesimo atto di barbarie del franchismo. Già poche ore dopo la diffusione della notizia, centinaia di persone scendevano in strada, nonostante il rischio di venire arrestati, per manifestare la propria indignazione. Era un giorno invernale, grigio e umido. Centinaia di persone sfilarono per le Ramblas portando striscioni e bandiere; altrettante si riunirono nelle chiese per leggere comunicati di condanna per l’esecuzione del giovane militante libertario. Lo stesso accadeva nei vari quartieri popolari e nei paesi della cintura industriale, da Terrassa a Sabadell. Salvador Puig Antich venne frettolosamente sepolto il giorno dopo nel cimitero di Montjuic. Qui si riunirono circa 500 persone a cui, con cariche e arresti, venne impedito di assistere alla tumulazione. Tra la folla molti ostentavano drappi rossi e rosso-neri. Dopo le cariche della polizia a cavallo l’intera zona rimase ricoperta degli innumerevoli fiori che i manifestanti avrebbero voluto deporre sulla tomba di Metge. L’ordine era di arrestare tutti coloro che portavano “fiori rossi”.
Anche in quei giorni di repressione particolarmente efferata da parte del regime, la Chiesa catalana mantenne il suo tradizionale ruolo di garante e portavoce della comunità popolare, restando nel contempo depositaria della lingua e della cultura nazionali contro ogni tentativo di estirparle. Qualche vecchio antifranchista, all’epoca poco più che ventenne e poi approdato all’indipendentismo radicale, ricorda ancora la paura di quei giorni dedicati agli appuntamenti clandestini e alla distribuzione di manifesti, sfuggendo ai controlli e ai posti di blocco. Risale ad allora l’espulsione dall’Università di gran parte degli studenti di Barcellona e Valencia che avevano partecipato attivamente alle manifestazioni e agli scontri con la polizia del 4 marzo. Invece all’ospedale cittadino centinaia di medici e infermieri espressero la loro indignazione silenziosamente, portando attorno al braccio una fascia nera in segno di lutto. Continua a leggere

Quel sorriso che ha cambiato il mondo

I funerali di Nelson Mandela (foto di Lorenzo Moscia)

I funerali di Nelson Mandela
(foto di Lorenzo Moscia)

Bono Vox ha dedicato a Nelson Mandela, di cui era amico oltre che profondo ammiratore, un commosso ricordo sul Time Magazine dal titolo “L’uomo che non poteva piangere”. Sembra una metafora poetica ma era vero: Madiba non aveva più lacrime perché la polvere e il calcare delle cave di Robben Island, la prigione nella quale era stato rinchiuso dal 1963 al 1990, gli avevano causato un danno irreversibile ai dotti lacrimali. Nessuno, neanche le persone a lui più vicine, l’ha dunque mai visto piangere, ma nessuno potrà neanche mai dimenticare il suo sorriso.
Nelson Mandela è stato il più grande rivoluzionario del XX secolo perché è riuscito a comunicare con tutto sé stesso un messaggio di positività capace di deviare il corso della storia, e a fare del mondo un posto migliore. Eppure, ribaltando la tesi centrale di Marshall McLuhan, potremmo dire che per il grande leader sudafricano il mezzo non è mai stato il messaggio. Negli anni cruciali delle sue battaglie contro l’apartheid, Mandela non ha potuto disporre né della rete né dei social network, non aveva faraonici uffici stampa, né plotoni di iperpagati ghost writer. Senza pensare che per oltre un quarto di secolo è stato anche privato della libertà. Fino ai primi anni ’90 l’unica immagine che il mondo conosceva di lui era quella di un uomo malinconicamente rinchiuso dietro le sbarre, oppure era costretto a ricordarlo attraverso le vecchie foto della militanza giovanile nell’African National Congress, o quelle del famoso processo di Rivonia del 1963.
Mandela è stato un grande comunicatore che non ha potuto disporre di grandi mezzi di comunicazione. Un messaggero di pace senza essere un vero pacifista. A pensarci bene non è stato neanche un nonviolento nel senso gandhiano del termine. Negli anni ’80, quando stava ancora marcendo nel carcere di massima sicurezza e il percorso del Sudafrica verso la democrazia era ancora lungo e difficile, Margaret Thatcher non si fece scrupoli a definirlo “un terrorista”. Nel vocabolario colonial-conservatore della Lady di Ferro era una descrizione che non faceva una piega. In gioventù Mandela aveva sostenuto la necessità di combattere il segregazionismo istituzionale bianco facendo uso anche delle armi. Era stato uno dei fondatori e il comandante dell’ala armata del suo partito. Aveva coordinato la campagna di sabotaggio contro l’esercito e gli obiettivi del governo, organizzato campi militari, elaborato piani per una possibile guerriglia che ponesse fine al regime dell’apartheid. Nel giugno 1980 riuscì a far uscire dalla prigione un manifesto d’incitamento ai suoi compagni che recitava: “Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa e il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!”
Cinque anni dopo aveva rifiutato un’offerta di libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata e per questo era rimasto in prigione fino all’11 febbraio 1990. Ma ciò che il mondo non poteva ancora sapere era che quei 27 anni di carcere avevano avuto in lui l’effetto catartico di una risurrezione a nuova vita. Tra le anguste mura e le privazioni di Robben Island Mandela aveva compiuto il suo percorso prima spirituale poi politico, trasformandosi in un leader di statura planetaria, capace di tenere a freno gli istinti vendicativi di un popolo stremato dalle più brutali angherie. Di evitare con una sola parola e un singolo gesto della sua mano un bagno di sangue altrimenti inevitabile. La migliore celebrazione di questo traguardo si ebbe tre anni dopo, quando alla fine di aprile del 1994 si tennero le prime elezioni multietniche del Sudafrica e migliaia di persone si misero in fila per ore, con grande pazienza e compostezza, per poter esercitare questo diritto per la prima volta nella loro vita.
Ma la sua credibilità e la sua autorevolezza non gli derivavano dal Nobel per la pace ottenuto l’anno prima, bensì dal fatto di aver vissuto sulla propria pelle le battaglie per il rispetto, per il perdono, per l’importanza dell’educazione. E per essere riuscito a tradurre questi concetti in azione, in rivoluzione, a costo della propria libertà. Il suo messaggio di pace e di riconciliazione è stato veicolato globalmente nel miglior modo possibile grazie alla sua arma più potente: il sorriso.
Non per caso, subito dopo la sua morte, quello che secondo la classifica di Forbes rappresenta da anni il “brand di maggior valore al mondo”, cioè Apple, gli ha dedicato la homepage del proprio sito, riconoscendolo come simbolo planetario di libertà e dignità umana. Per giorni una semplice immagine in bianco e nero di Mandela – ovviamente sorridente – affiancata dalla sua data di nascita e di morte ha fatto bella mostra di sé nella pagina iniziale del sito della Mela. Un giusto tributo a un uomo che ha combattuto con la forza della felicità, e con questa è riuscito a cambiare il mondo.
RM

La morte di Videla e la fine dell’impunità per i dittatori

Videla, Massera, Agosti: la trinità del Demonio, i vertici di un esercito genocida che ha sterminato il proprio popolo. Che non ebbe pietà di donne e bambini, di giovani e vecchi, di laici e religiosi. Tre brutali assassini che guidarono le forze armate argentine nel più grande crimine contro l’umanità mai compiuto recentemente in tempo di pace. La storia identificherà sempre l’immane tragedia dei 30.000 desaparecidos coi loro volti, come la Shoah resterà nella storia con lo sguardo assassino di Adolf Hitler. Jorge Rafael Videla, morto due giorni fa all’età di 87 anni, è l’ultimo dei tre a lasciare questo mondo – Agosti morì nel 1997, Massera appena tre anni fa – ma è anche l’unico a trovare la morte in carcere. “L’inferno è poco”, recitava un eloquente striscione comparso in queste ore nelle strade di Buenos Aires. Di certo questa è la prima volta che un tiranno sanguinario, annoverabile a pieno titolo tra i più grandi criminali della storia del XX secolo, muore in prigione, da ergastolano. Un caso simile, anch’esso legato all’attualità di questi giorni, è quello dell’ex dittatore guatemalteco Efraín Ríos Montt, condannato a ottant’anni di carcere per genocidio: è ancora vivo ma tutto lascia pensare che finirà i suoi giorni in carcere. La morte in carcere di Videla riporta invece alla memoria, non senza rimpianto, il fatto che un assassino della medesima stazza, Augusto Pinochet, sia invece morto a 91 anni nella sua villa di Santiago, agli arresti domiciliari ma circondato dall’affetto della sua famiglia. Il macellaio cileno fu salvato dal carcere anche grazie all’amichevole collaborazione del governo britannico, che negò l’estradizione in Spagna durante il procedimento aperto contro di lui dal giudice Baltazar Garzòn. Già, perché di solito i dittatori cadono di fronte ai plotoni d’esecuzione o al fuoco nemico (basti pensare a Ceausescu, a Saddam Hussein, a Mussolini, a Hitler, ma sempre e comunque in conseguenza di un evento bellico) oppure muoiono nei loro letti (Stalin, Mao, Pol Pot e, appunto, Pinochet). È invece assai raro che muoiano in carcere. La fine di Videla rappresenta in questo senso un’eccezione e un inequivocabile segno dei tempi capace di farci ben sperare perché forse, anche se il Tribunale Penale Internazionale stenta a prendere forma concreta, la Storia ha finalmente smesso di garantire l’impunità ai dittatori.
E ora più che mai risulta indispensabile ricordare, mandare a memoria e far conoscere nelle scuole il volto e il pensiero di Videla, un feroce criminale che non ha mai mostrato il più piccolo rimorso nei confronti del suo operato. Al contrario, ha continuato fino all’ultimo a giustificare la brutalità degli anni della dittatura, defininendola una “guerra giusta”. “Nel 1975 – affermò appena tre anni fa durante l’ultimo processo che lo vide imputato – il paese era immerso nel caos creato da una cospirazione internazionale contro la democrazia. Verso coloro che pretendevano di imporre una tirannia, era necessaria una persecuzione come nei confronti dei ratti, poiché non meritavano di vivere su questo suolo. Non si è trattato di una guerra sporca, ma di una guerra giusta combattuta contro i sovversivi marxisti che, per ordine dell’Unione Sovietica, e di Cuba, la sua succursale latinoamericana, volevano sottoporre il Paese al loro sistema ideologico”.
RM