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La Marcinelle italiana vuole futuro e ricordo

di Riccardo Michelucci
da “Diario”, anno IX, numero 6, 19 febbraio 2004

Ribolla. Cinquant’anni possono essere un tempo sufficiente per provare a tirar fuori il dolore di una comunità e trasformarlo in energia positiva per il futuro. Il Comune di Roccastrada, alle porte di Grosseto, sta preparando una serie di iniziative per il cinquantenario di quella che è stata definita la «Marcinelle italiana». Il 4 maggio 1954 un’esplosione di grisou uccise 43 lavoratori di una miniera di carbone a Ribolla, un piccolo villaggio minerario della Maremma toscana. Questa volta le istituzioni non si limiteranno a una pura e semplice commemorazione ma svolgeranno un’opera di difficile ricostruzione storica, sociale e psicologica. La posta in gioco è il futuro di una comunità: oltre alla vita degli operai la tragica esplosione di cinquant’anni fa distrusse anche un intero modello sociale.
Ribolla non era un vero e proprio paese, ma un luogo sperduto dove migranti e contadini si erano radunati intorno alla miniera trasformandosi in minatori per necessità. Tanti sardi, siciliani, pugliesi, veneti e marchigiani si erano trasferiti in Maremma e avevano trovato nella miniera un veicolo di emancipazione. Nel momento di massima espansione a Ribolla si contavano oltre 3.500 operai e si producevano centinaia di migliaia di tonnellate di lignite. Dal 1924 la miniera era di proprietà della Montecatini, il colosso industriale che organizzava il tempo libero dei lavoratori e delle loro famiglie, i viaggi aziendali, promuoveva l’orchestra, facendo della miniera un vero e proprio collante sociale. Il paese, uno dei tanti creati in Maremma alla fine dell’Ottocento con una struttura urbanistica che non prevedeva piazze, né luoghi di aggregazione, ruotava tutto intorno alla miniera e rappresentava, secondo Luciano Bianciardi, l’autore della Vita Agra, un modello di sfruttamento operaio nella Toscana del dopoguerra. Gli incidenti sul lavoro, anche mortali, erano all’ordine del giorno e quanto accadde nella primavera del 1954 fu un disastro annunciato, causato dall’incuria e dal progressivo deterioramento delle strutture. Già dalla fine degli anni Quaranta la Montecatini aveva infatti cominciato il processo di dismissione di un investimento ormai diventato fallimentare. La tragedia del 4 maggio 1954 fece implodere il modello sociale del piccolo paese e portò al completo disgregamento socio-economico del territorio. Anche il sindacato era consapevole che in Toscana il tempo delle miniere stava finendo e aveva iniziato il lento processo di ricollocamento della manodopera. Molti minatori furono rimandati al sud e alla definitiva chiusura della miniera – cui si giunse alla fine degli anni Cinquanta – si riuscì a evitare il totale abbandono del paese solo grazie all’apertura di un vicino stabilimento chimico e alla presenza dell’industria a Piombino. Delle quasi cinquemila persone che all’epoca popolavano il paese adesso ne sono rimaste poco meno di mille.
Proprio come accadde a Marcinelle, anche la tragedia di Ribolla rimase senza colpevoli. Le inchieste della Cgil e del ministero del Lavoro avevano riconosciuto le responsabilità della Montecatini mettendo sotto accusa i nuovi sistemi di coltivazione a franamento, ma nel processo-lampo svolto a Verona i dirigenti imputati per strage furono assolti «per non aver commesso il fatto». Da quella sentenza del 1958 nacque anche un senso di colpa nei familiari delle vittime. Grazie a trattative private con la Montecatini le famiglie – tutte molto povere – decisero di non costituirsi parte civile e di tenere dentro tutto il proprio dolore, aggravandolo con il rimorso. In un sol colpo erano stati cancellati tutti i principi comunitari che avevano animato il paese. «Prima c’era conflittualità, ma anche complicità e appartenenza», spiega Massimo Cipriani del Comune di Roccastrada, figlio di un anziano sindacalista del luogo, «dopo rimase soltanto un dolore irrisolto e un senso di colpa latente».

La Montecatini ha anche negato al paese la possibilità di mantenere viva la memoria. Del pozzo Camorra, quello della strage, oggi resta solo uno scheletro con un albero dentro, mentre gli altri pozzi sono stati abbattuti o sono crollati. Le piccole case dei minatori sono state in gran parte ingrandite e molti edifici sono stati svenduti dalla Montecatini per nascondere i ricordi dolorosi. Morta la miniera nel piccolo paese sulle colline della Maremma rimase solo il terziario, simboleggiato dalla sede della Coop che ancora oggi si trova nello stesso edificio che un tempo ospitava la direzione della miniera.
«Si ha tuttora la sensazione di trovarsi nel mezzo», prosegue Cipriani , «con le iniziative del cinquantenario vogliamo tirar fuori questo dolore». Grazie a finanziamenti statali ed europei è in preparazione una grande operazione di comunicazione che coinvolge innanzitutto le scuole. «La miniera a memoria» è il nome di un progetto che si propone di scoprire che cosa i bambini sanno e non sanno di quel mondo. Ci sarà un percorso con proiezioni, dibattiti e racconti sulla trasformazione del paesaggio e per la prima volta saranno pubblicati in un libro i risultati del processo e la descrizione della sentenza. Materiali facilmente reperibili ma mai pubblicati in precedenza perché finora si era preferito rimuoverli. Il dolore represso della popolazione sarà anche rappresentato visivamente da un enorme cubo di metallo nero alto otto metri collocato nel centro del paese. «Intorno a questa struttura», spiega Massimo Cipriani che sta curando l’organizzazione, «deve essere data una prospettiva, uno sbocco alla sofferenza. Il problema è che alla gente di qui non è mai stata data una soluzione. Adesso è il momento di risolvere il loro senso di colpa». Un’operazione complessa cui prenderà parte anche uno psichiatra per aiutare la gente a cancellare tutte le ipocrisie e a riscoprire le tracce di un passato doloroso ricongiungendo quei legami venuti meno con lo strappo violento di cinquant’anni fa.
Anche economicamente la zona è destinata a rinascere dalle proprie ceneri grazie al nuovo parco minerario delle colline metallifere. Scelte progettuali intelligenti hanno infatti escluso a priori gli investimenti nel turismo: nonostante i bei paesi medievali che la circondano, Ribolla rimane un paese grigio e triste. E allora la scelta di un terziario avanzato, di stampo culturale con un parco tematico basato sulla memoria non potrà che rivelarsi vincente. Il parco delle colline metallifere è già nato ed è previsto il suo ampliamento in un’area che va da Roccastrada a Massa Marittima, una ricca zona mineraria d’origine etrusca. Dopo essere state il simbolo della fatica e del dolore le miniere si spera tornino a far girare l’economia e dopo tanti anni il paese potrebbe ritrovarsi grazie a quelle risorse che l’avevano fatto nascere.

Stesse torture, stessi aguzzini: Bagdad come Belfast 30 anni fa

19 maggio 2004

“Chi ha sottoposto i prigionieri iracheni a maltrattamenti e torture non è degno di far parte dell’esercito”. Il capo di Stato maggiore dell’esercito britannico Michael Jackson non ha dubbi in proposito e condanna senza mezzi termini quei gesti che “infangano il buon nome dell’esercito di Sua Maestà”. Le dichiarazioni di Jackson sono state rilasciate dopo la pubblicazione delle foto che vedevano in azione i soldati dei reggimenti britannici di stanza in Iraq. Le tecniche di tortura utilizzate nelle ex prigioni di Saddam Hussein e i gravissimi abusi anche di natura sessuale nei confronti dei prigionieri non sono stati causati dalla degenerazione di poche “mele marce” – come si sono affrettati a spiegare Bush, Blair e soci – ma fanno parte di un sistema comunemente utilizzato e ben noto tra le fila dei militari. Il suo nome sarebbe R2I (Resistance to Interrogatory, resistenza all’interrogatorio) e prevede la violenza e l’umiliazione sessuale nei confronti dei detenuti. Un sistema che sarebbe stato insegnato ai soldati britannici e statunitensi in luoghi come il centro di addestramento congiunto di Ashford, nel Kent e poi esportato in Iraq, dove gli stessi soldati lo hanno immediatamente messo in pratica servendolo come antipasto alla svolta democratica promessa dagli occidentali. A parlare del sistema R2I e del suo utilizzo in terra irachena è stato un ex membro delle SAS, le forze speciali britanniche, di ritorno dall’Iraq e citato dal quotidiano britannico The Guardian. Che le guardie carcerarie angloamericane facessero uso di tali tecniche lo hanno confermato perfino i tantissimi mercenari presenti in Iraq, dalle guardie di sicurezza operanti nelle ditte private agli ex veterani dell’esercito. Molti di essi hanno esportato il loro know-how in fatto di maltrattamenti e torture: un’esperienza che alcuni hanno vissuto in prima persona. Le umiliazioni di natura sessuale sono infatti utilizzate largamente nei centri di addestramento dell’esercito britannico: per essere addestrati a resistere in caso di cattura i soldati subiscono procedure umilianti nel corso degli esercizi di addestramento e anche le soldatesse vengono sottoposte a pesanti allusioni circa la loro femminilità e i loro orientamenti sessuali. Non è un caso che molti di loro abbiano abbandonato anzitempo i corsi di addestramento, altri ne abbiano subìto gravi conseguenze psico-fisiche, altri ancora si siano suicidati.
Un recente rapporto di Amnesty International dedicato al crescente utilizzo di minori da parte dell’esercito britannico riporta alcuni casi di controversi decessi o presunti suicidi a seguito di brutali riti di iniziazione e di violento nonnismo avvenuti nella caserme inglesi. Il rapporto cita anche il parere di uno psicoterapeuta specializzato in nonnismo militare, secondo il quale “la cultura militare fa apparire gli atti di sadismo accettabili perché possono essere considerati parte del processo di indurimento”. Secondo lo stesso rapporto le cerimonie di iniziazione hanno spesso carattere omosessuale e le umilianti pratiche denunciate dalle giovani reclute ricordano quanto accaduto in Iraq: in molti casi i soldati sono stati denudati, picchiati, rapati, derisi e non mancano casi di veri e propri abusi sessuali. In alcuni centri d’addestramento dell’esercito le reclute sono state anche costrette a mangiare sostanze disgustose – tra cui le loro feci – sottoposte a false esecuzioni e a varie forme di violenza fisica durante presunti corsi per la “resistenza al dolore”. Nel 1997 ben 70 reclute citarono in giudizio il ministero della Difesa affermando di aver subito aggressioni fisiche e stupri nel corso di pestaggi di iniziazione. Numerose denunce sono arrivate anche negli anni successivi ma laddove le accuse sono state provate i responsabili dei maltrattamenti hanno ricevuto solo pene di lieve entità. È difficile credere a Tony Blair e al governo britannico quando affermano di non essere stati a conoscenza di quanto i soldati stavano facendo nelle carceri irachene soprattutto ricordando i tristi trascorsi degli inglesi come torturatori in varie parti del mondo, tra cui Cipro e la Malesia, solo per citare un paio di casi. In Kenya i soldati inglesi sono stati accusati di ben 650 casi di stupro nei confronti della popolazione civile. Tuttavia mai come in nord Irlanda a partire dai primi anni Settanta la tortura made in England ha assunto un carattere così reiterato e brutale. Lo confermano i rapporti delle associazioni per i diritti umani e le numerose condanne giunte dalle organizzazioni internazionali. In una sentenza del 1978 la Corte europea per i diritti umani condannò la Gran Bretagna definendo “trattamenti inumani e degradanti” quelli che erano stati inflitti alle persone arrestate in base alla legislazione di emergenza varata in nord Irlanda all’inizio degli anni Settanta. Nel 1991 la Commissione delle Nazioni Unite contro la tortura condannò la Gran Bretagna per aver violato la Convenzione internazionale contro la tortura mentre nel 1994 toccò alla Commissione Europea censurare quanto accadeva in Irlanda a causa della legge anti-terrorismo. A smentire la consueta teoria delle “mele marce” ci pensò poi la Commissione europea per i diritti umani, accertando che alcune tecniche di tortura erano state autorizzate ad alto livello. Per oltre un quarto di secolo i soldati britannici e le forze di polizia del nord Irlanda hanno scritto una triste storia fatta di internamenti senza processo e confessioni estorte sotto tortura, di tribunali speciali privi di giuria e terribili maltrattamenti fisici e psicologici a carico di presunti membri di gruppi paramilitari. Col pretesto del terrorismo tantissimi civili irlandesi sono stati internati, sono stati sottoposti a torture e sevizie subendone in molti casi conseguenze devastanti, durature e in qualche caso, letali. Nonostante le innumerevoli inchieste realizzate a livello internazionale e le numerose condanne ricevute, il governo britannico non ha mai punito o sottoposto a procedimento disciplinare i propri militari o le forze di polizia nordirlandesi responsabili degli abusi.
Molte delle tecniche di tortura usate in nord Irlanda fin dai primi anni Settanta appaiono simili a quelle scoperte in questi ultimi mesi in Iraq. In particolare la privazione sensoriale attraverso l’incappucciamento, le finte esecuzioni, l’esposizione a forti rumori meccanici, l’utilizzo dei cani e dell’elettrochoc ricordano tristemente le brutalità subite dai prigionieri iracheni. Le tecniche R2I insegnate nelle caserme inglesi appaiono dunque solo l’ennesimo perfezionamento e l’istituzionalizzazione di queste pratiche di violento nonnismo: le vittime vengono tenute nude e incappucciate, costrette a strisciare legate a un guinzaglio e a formare pile umane con altri prigionieri. Tutte cose ampiamente documentate dalle foto delle carceri di Abu Ghraib e Bassora mostrate da giornali e televisioni. Tuttavia è stato spiegato che quando vengono sperimentate sui soldati britannici per scopi di addestramento queste tecniche non durano mai più di 48 ore e vengono usate sempre alla presenza di uno psicologo, poiché è opinione comune che possano essere causa di gravi psicosi in chi le subisce. Un ufficiale dell’esercito in pensione ha spiegato al Daily Telegraph che certi comportamenti dei soldati sono la conseguenza della tradizione coloniale britannica e dei relativi valori che vengono loro inculcati. Difficile credere che il capo di Stato maggiore britannico, il generale Michael Jackson, tanto preoccupato per il buon nome del suo esercito, non ne sapesse davvero niente. Molti anni prima che l’Iraq salisse agli onori delle cronache lo stesso Jackson faceva parte del famigerato reggimento di paracadutisti inglesi che il 30 gennaio 1972 sparò sulla popolazione per le strade di Derry uccidendo 14 irlandesi inermi nel corso di una manifestazione per i diritti civili. Già da un anno era in servizio presso una delle principali caserme britanniche nei dintorni di Belfast dove venivano reclusi e torturati i civili irlandesi. Il nord Irlanda, un luogo che stava cominciando a conoscere la tortura in modo diffuso, brutale e impunito, sarebbe stato il trampolino di lancio della sua gloriosa carriera militare. Fu lo stesso Jackson, solo pochi anni fa, a reintegrare nell’esercito due soldati britannici condannati per l’omicidio a sangue freddo di un giovane irlandese, Peter McBride. Il ragazzo fu colpito alle spalle senza alcun motivo, mentre si trovava poco lontano dalla sua abitazione, ma l’operazione dei due soldati era stata “svolta in modo corretto” secondo il tenente colonnello Tim Spicer, comandante del battaglione cui facevano parte i due assassini e adesso direttore generale della Sandline International, una delle principali aziende private di sicurezza che stanno facendo affari in Iraq. Cambiano i luoghi, le epoche e i contesti internazionali. A non cambiare sono loro: i torturatori e gli assassini. A Bagdad come a Belfast le mani insanguinate sono sempre le stesse.

Riccardo Michelucci

Storia di amicizia e di riconciliazione sotto il ponte di Mostar

Mostar (Bosnia Erzegovina, luglio 2004)

Hercegusa e Halebinovka: due torri ottomane del XVI secolo arroccate sulle sponde rocciose della Neretva e dalle quali si innalza lo Stari Most, il “Ponte Vecchio” di Mostar. Quando la follia nazionalista dei croati di Bosnia abbatté il ponte rimasero solo le torri, o meglio le loro rovine, a testimoniare l’esistenza di questo crocevia ai confini dell’Europa nel quale si incontravano Oriente e Occidente. “Sulla Hercegusa c’era il mio bar preferito. Tutte le mattine mi fermavo lì per prendere il caffè prima di andare al lavoro”. Un sorriso commosso illumina il viso di Marko, croato di Mostar ed ex soldato dell’HVO, la temutissima milizia dei croato-bosniaci. Furono proprio loro, il 9 novembre 1993, ad abbattere lo Stari Most. La distruzione del ponte trasformò le verdi acque della Neretva in un muro che divideva in due la città, da una parte i quartieri cattolici dei croati, dall’altra le case dei bosniacchi in gran parte musulmani, amplificandone odi e contraddizioni. Di fronte alle parole di quest’uomo così affabile sembra impossibile comprendere quei sentimenti, quelle passioni e quegli odi ancestrali che hanno alimentato l’implosione dei Balcani. Adesso Marko lavora come operaio metalmeccanico in una fabbrica alle porte della città e si reca spesso negli Stati Uniti per le operazioni cui deve sottoporsi sua figlia Ana, diciotto anni, affetta da una grave forma di sclerodermia. La ragazza è una vittima indiretta della guerra perché ha somatizzato la convivenza quotidiana con le bombe, con gli allarmi, con la precoce paura della morte e tuttora porta i segni di una malattia che causa l’estinzione delle caratteristiche vitali del corpo.
A Mostar, come in tutti i luoghi di guerra, i bambini sono stati le vittime predestinate del collasso del sistema sanitario, della totale assenza di medicine, degli ospedali distrutti e dei medici troppo occupati con i feriti per curarsi di loro. Anche Anisa, figlia di bosniacchi, durante la guerra comincia a lamentare gravi difficoltà respiratorie, a soffrire di una scoliosi e di una neurodermite dalle cause ignote che le fa comparire arrossamenti e irritazioni in molte zone del corpo. Anisa non mangia, non parla, spesso non riesce a prendere sonno: la sua casa si trova proprio sotto una delle principali fonti di fuoco dei croati dell’HVO: il monte Hum, talmente vicino che affacciandosi dal suo balcone sembra quasi di toccarlo. Proprio da lì partono le fatali granate che abbattono lo Stari Most. Il quartiere residenziale che si trova ai piedi del monte e a poche centinaia di metri dai cannoni croati subisce una pioggia quotidiana di granate e colpi di mortaio. Solo per miracolo durante la guerra la casa di Anisa rimane in piedi pur riportando gravi danni. Gli abitanti dei quartieri musulmani nella zona ovest sono quelli che soffrono maggiormente durante il lungo assedio della città, costretti a vivere nelle cantine con i topi, senza luce, acqua, cibo e medicine. Ma è quasi tutta la cittadinanza a soffrire le pene dell’inferno in quei mesi interminabili, le cui conseguenze rimarranno evidenti negli anni.
Praticamente coetanee ai due estremi opposti di una città divisa e stretta nella morsa delle bombe e dei cecchini, Anisa e Ana sono due bambine fortunate. Al contrario di tanti bimbi della loro età riescono a sopravvivere, non vengono ferite gravemente e la guerra non porta via né i loro genitori né i loro fratelli. Soprattutto entrambe hanno la fortuna di trovare chi le porta all’estero per ottenere quelle cure che non possono ricevere a casa loro. Finita la guerra e crollati i ponti in pietra è necessario soprattutto creare un altro tipo di ponti: quelli umanitari. Uno lega Mostar a Firenze e viene ideato e realizzato da Claudio Gherardini grazie al sostegno di alcuni finanziatori privati. Cominciano tanti viaggi della speranza in Toscana, dove non mancano gli specialisti, le medicine e le strutture adeguate per cercare di far guarire le due bambine bosniache. Alla fine alzano bandiera bianca all’ospedalino Meyer, dove i medici non riescono a trovare le cure adeguate, soprattutto per la sclerodermia che sta attaccando Ana in modo sempre più preoccupante. Dopo i tentativi andati a vuoto con la medicina tradizionale si prova con quella alternativa, omeopatica, che finalmente comincia a dare qualche risultato soprattutto per Anisa, mentre per Ana si riesce almeno a fermare la rapida evoluzione della malattia che rischiava di attaccare organi vitali con conseguenze irreparabili.

La lacerazione di un tessuto sociale, oltre alla cancellazione di migliaia di vite umane, è stata la conseguenza più tragica del conflitto balcanico. Da città simbolo dell’inclusione con un’altissima percentuale di matrimoni misti Mostar si è trasformata in un focolaio di odi e nazionalismi dove la convivenza tra croati, musulmani e serbi diventa sempre più difficile. Penultimo weekend di luglio, circa un decennio dalla conclusione ufficiale della guerra in questa fetta di ex Jugoslavia. È stato detto che in questi giorni Oriente e Occidente si tendono nuovamente la mano con l’inaugurazione del nuovo Stari Most, simbolo dell’unità dei popoli bosniaci. Era solo un ricordo quando nacque il ponte umanitario con Firenze: oltre ad abbatterlo le granate l’avevano anche trasformato in un simbolo eloquente della “polveriera” balcanica ormai tragicamente esplosa. Mentre la ricostruzione morale e materiale dei Balcani procede a rilento la città-martire dell’Erzegovina rimane ancora profondamente divisa.
Anisa e Ana sono ormai maggiorenni quando viene ultimata la ricostruzione del Ponte Vecchio. L’inaugurazione è un momento storico per buona parte degli abitanti di Mostar e per tutti quelli che hanno i Balcani nel cuore. Per uno come Claudio Gherardini, che per anni ha portato aiuto e assistenza alle sfortunate popolazioni del luogo, è una grande emozione vedere l’arcobaleno di pietra bianca nuovamente in piedi, risorto dalle proprie ceneri. Ma altrettanto grande è l’emozione di rivedere Anisa dopo tanti anni: la piccola bimba malata e rinchiusa in sé stessa è diventata una diciottenne dolcissima e solare. Anche Ana è cresciuta circondata dall’affetto dei familiari ma i gravi segni della malattia rimasti sul suo corpo la costringono ancora a estenuanti terapie e operazioni. I giorni in cui il nuovo Stari Most viene presentato al mondo sono anche i giorni che vedono i protagonisti del ponte umanitario tra Firenze e Mostar ritrovarsi dopo tanti anni. In città i festeggiamenti cercano inutilmente di celare le divisioni che ancora rimangono tra la cittadinanza. Gli opposti nazionalismi continuano a rinfacciarsi reciprocamente il motivo della propria esistenza e ad alimentare paure, rancori e diffidenze tra la gente. Ma per due famiglie che nel momento del bisogno hanno trovato conforto nello stesso angelo custode le barriere politiche, sociali e religiose possono anche cadere di fronte alle luci che colorano il nuovo Stari Most in una sera di luglio. Il loro passato li avrebbe tenuti lontani chissà per quanto tempo ancora. Invece li vedi sorridere seduti tutti insieme davanti a un bicchiere di birra e ti convinci che tutto quello che è successo non aveva alcun senso, che forse poteva essere evitato. Li vedi sorridere di nuovo mentre si fanno fotografare tutti insieme sul Ponte Vecchio, che era stato distrutto proprio perché simboleggiava l’unità tra le popolazioni di queste terre circondate da montagne piene di lapidi e cimiteri. In una sera il ponte umanitario tra Firenze e Mostar si trasforma in una piccola, silenziosa e involontaria operazione di peacekeeping su scala familiare. Che si completa il giorno dopo, quando nell’arsura di una domenica estiva le due famiglie al completo percorrono le assolate strade che da Mostar conducono al vicino parco sul fiume attraverso file di case in ricostruzione. Birra e salsicce per tutti: ci ha pensato Ahmed, papà di Anisa, che accende il barbecue e comincia a preparare il pranzo per tutti, dimenticando che solo qualche anno fa i commilitoni di Marko stavano bombardando casa sua. Ahmed e Marko: due uomini che all’epoca potevano trovarsi a combattere l’uno contro l’altro stanno ora seduti l’uno accanto all’altro, interrogandosi sul destino che li ha fatti incontrare. Un destino che è partito da lontano, da una città che proprio come Mostar ha un “ponte vecchio” come simbolo. Grazie a un fiorentino seduto accanto a loro che ha fatto incrociare le loro vite e li ha fatti diventare amici a loro insaputa.
RM

Questo racconto, basato su fatti realmente accaduti, è stato pubblicato anche nel libro fotografico “Mentre il Vecchio Ponte ricominciava a vivere”