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Sarajevo divisa dalla memoria di un “giusto”

Venerdì di Repubblica, 13.10.2017

A oltre vent’anni dalla fine del conflitto, la politica bosniaca riesce a spaccarsi persino di fronte alla memoria di un “giusto”. Alcuni giorni fa la municipalità a maggioranza musulmana di Novo Sarajevo, una delle quattro entità amministrative della capitale bosniaca, ha bocciato la proposta di intitolare un nuovo centro sportivo a Goran Čengić, popolarissimo ex atleta che fu ucciso durante l’ultima guerra dei Balcani mentre cercava di salvare un suo vicino. Non è bastata un’ampia mobilitazione popolare che lo riteneva un doveroso tributo a un uomo coraggioso e ancora molto amato in città. Diciassette consiglieri su trenta hanno votato contro l’intitolazione, facendo scoppiare la rabbia degli abitanti di Sarajevo, che hanno iniziato a far circolare sui social network le immagini dei frondisti corredate da insulti, mentre qualcuno ha scritto con lo spray ‘Goran Cengic Hall’ sulle vetrate del centro sportivo. Figlio di una coppia mista (suo padre, un ex partigiano serbo, fu il primo sindaco di Sarajevo dopo la Seconda guerra mondiale), nel 1992 Čengić aveva 46 anni e viveva a Grbavica, nella parte occupata della città. Era stato una stella della nazionale jugoslava di pallamano, ed era considerato una gloria sportiva cittadina. Ma un giorno la sua vita si intrecciò fatalmente con quella di Veselin Vlahović, noto come il “mostro di Grbavica”, uno tra i più sanguinari paramilitari serbo-bosniaci, che fece irruzione nel suo palazzo per uccidere un uomo musulmano anziano e malato. Goran sentì le urla del vicino, cercò invano di proteggerlo, e fu portato via insieme a lui da un gruppo di miliziani armati. Di loro non si seppe più niente finché, nove anni dopo, non furono rinvenuti i resti di Čengić. Da allora, il suo eroismo è stato celebrato con premi postumi e con il titolo di “Giusto per il coraggio civile” conferitogli dall’Ong Gariwo. La mancata intitolazione del centro sportivo di Novo Sarajevo è uno schiaffo alla sua memoria che può essere spiegato soltanto dalle sue origini serbe. “Goran è stato ucciso una seconda volta”, ha commentato con amarezza l’opinionista di Radio Sarajevo, Nataša Gaon-Grujić.
RM

Com’era verde la mia Irlanda senza confini

Venerdì di Repubblica, 6.10.2017

Il confine che da quasi un secolo divide in due l’Irlanda è ormai quasi invisibile. È svanito a poco a poco, prima con l’abolizione dei controlli doganali seguita all’ingresso della Gran Bretagna nel mercato comune europeo, poi con il processo di pace, che ha rimosso i checkpoint armati, i blocchi stradali e la sorveglianza elettronica in quella che è stata a lungo una delle frontiere più sensibili e militarizzate d’Europa. Oggi soltanto il colore della segnaletica stradale e le bandiere britanniche, che sventolano dai lampioni nelle aree rurali di confine, possono far capire che dalla Repubblica si è arrivati in una delle sei contee dell’Irlanda del Nord. Ci ha pensato la Brexit a risvegliare l’ultima frontiera dormiente dell’Europa occidentale. Quando Londra uscirà dall’UE – incurante del voto degli elettori nordirlandesi, a larga maggioranza per il “Remain” – quello tra le due Irlande diventerà l’unico confine terrestre tra la Gran Bretagna e l’Unione, ma il suo futuro sta diventando un rebus dalla cui soluzione passeranno le sorti dell’accordo tra Bruxelles e Londra. Theresa May ha già escluso un semplice ripristino delle frontiere del passato, poiché vanificherebbe uno dei principali successi del processo di pace col rischio di creare nuove tensioni. Ma è impossibile anche mantenere la situazione attuale, del tutto priva di controlli per le merci e per i passaporti dei 30mila pendolari che ogni giorno varcano quel confine per motivi di lavoro. E come se non bastasse, il trattato di pace del 1998 ha garantito agli abitanti dell’Irlanda del Nord la cittadinanza britannica ma anche quella irlandese, quindi dell’Ue. Un vero rompicapo geopolitico reso ancora più intricato dalla fisionomia di quel confine, che corre per cinquecento chilometri in mezzo a corsi d’acqua, strade di campagna, muri di pietra e distese di brughiera. Più che un politico servirebbe un cartografo. Come Garrett Carr, ad esempio, che negli ultimi due anni ha percorso tutto il confine a piedi, aiutandosi soltanto con una piccola canoa. “L’Irish Border è ormai un talmente confuso che mi sono perso anch’io più volte”, ci confessa. Originario della regione di frontiera del Donegal, fin da bambino Carr si è avventurato in quelle zone, e le ha viste cambiare sotto i suoi occhi. Adesso vive a Belfast, dove disegna carte geografiche e lavora all’università. Il suo recente viaggio, durato circa sette settimane, è diventato un libro che racconta il confine irlandese tra storia, memoria e leggende popolari (The Rule of the Land. Walking Ireland’s Border). È partito da est, raggiungendo dal mare il piccolo fiordo di Carlingford, una lunga insenatura di origine glaciale che affonda le proprie acque nel confine.

Nella foto: il cartografo Garrett Carr

“La prima cosa che ho notato lungo il cammino – ci spiega – sono i collegamenti creati per unire le due parti dell’isola, perlopiù piccoli ponti che attraversano torrenti e ruscelli, ma anche aperture e cancelli nelle siepi, utili a transitare il bestiame o a fare incontrare le persone”. Ne ha scovati e fotografati oltre duecento. Alcuni ponti sono stati eretti per favorire le tante attività di contrabbando che un tempo fiorivano da quelle parti. Altri, distrutti durante la guerra, non sono mai stati ricostruiti. Una giovane coppia di sposi ne sta realizzando uno per collegare la propria casa a quella dei suoceri, a una ventina di metri di distanza. Durante il percorso, Carr ha individuato molte tracce di un lontano passato. Prima ha incrociato le fosse comuni dei giacobiti massacrati nell’epocale battaglia tra Guglielmo d’Orange e Giacomo Stuart, alla fine del XVII secolo. Poi, con un salto temporale di secoli, ha visitato un’antica fortificazione risalente all’Età del ferro, denominata Black Pig’s Dyke, un lungo terrapieno circondato da due fossati, che per alcuni corrisponderebbe all’odierna frontiera tra il nord e il sud dell’isola. Quasi un simbolo dell’incrocio tra mito e politica, che in passato ha suscitato l’interesse di scrittori come Joyce e Yeats. Ma l’odierno Irish Border, assai più recente e prosaico, fu in realtà imposto dagli inglesi nel 1921, dopo lunghe e sanguinose guerre anticoloniali. Per gli unionisti protestanti fu quasi una dichiarazione d’indipendenza dal resto dell’isola, per l’IRA un inaccettabile “muro” da abbattere a suon di bombe e attentati. Trent’anni fa anche lo scrittore Colm Tóibín trascorse un’estate lungo il confine, all’epoca militarizzato, e raccontò quel viaggio in Bad Blood, un libro profondamente politico che rispecchiava una fase storica ancora dominata dal conflitto. Tutto un altro mondo, rispetto a oggi. “In realtà”, ci spiega Carr, “il Border ha diviso l’Irlanda in tre parti, il nord, il sud e le terre di confine. Ci sono persone che fanno riferimento a una cultura specifica, a una specie di identità regionale. Ormai è diventato una frontiera ‘mentale’, che esiste soltanto per chi la vuole vedere. Con la Brexit tornerà a essere una presenza fisica destabilizzante, un ostacolo alla pace”. Ma i contraccolpi non saranno soltanto di natura psicologica. I timori più grandi riguardano l’economia dell’intera isola. Un recente rapporto del parlamento di Dublino prevede una riduzione del Pil irlandese pari al 3.5% mentre la multinazionale Diageo, proprietaria della Guinness, ha calcolato che ogni ora di ritardo per controlli doganali nel trasporto dei camion di birra costerebbe oltre un milione di euro l’anno. Ma l’uscita dall’Ue colpirebbe soprattutto l’economia del nord, la cui ricchezza dipende in gran parte dalle esportazioni agricole e dai sussidi europei. La soluzione ipotizzata dal governo britannico (un “soft border” gestito attraverso sistemi di registrazione, tecnologie d’avanguardia e una partnership transfrontaliera) appare troppo avveniristica, e forse inattuabile. “La gente che vive lungo il confine”, conclude Carr, “preferirebbe uno statuto speciale che consenta loro di restare contemporaneamente nell’Ue e nel Regno Unito”.
RM

Koudelka lungo il muro della Terra Santa

Avvenire, 1.10.2017

“Com’è possibile trattare così dei territori così belli? Stanno distruggendo per sempre un paesaggio sacro per la civiltà”. Anche Josef Koudelka, uno dei più grandi fotografi viventi, ammette la sua impotenza di fronte al muro che separa Israele dalla Palestina. Per cinque anni, tra il 2008 e il 2012, ha visitato la Terra Santa per documentare quel confine di guerra cercando di trasfigurare in arte la sua oscena violenza deturpatrice. L’ha fatto a quarant’anni esatti da quella Primavera di Praga che proprio lui, all’epoca giovane fotografo sconosciuto, ebbe modo di documentare con immagini destinate a entrare nella storia. Il suo viaggio attraverso Gerusalemme, Hebron, Ramallah, Betlemme e alcuni insediamenti israeliani lungo il confine è raccontato nel film Josef Koudelka fotografa la Terra Santa del giovane regista israeliano Gilad Baram, in uscita oggi nelle sale italiane. Un’opera che offre uno sguardo intimo e prezioso nel processo creativo dell’anziano fotografo ceco dell’agenzia Magnum, facendo dialogare cinema e fotografia con inquadrature statiche e pochi movimenti di macchina. Decine di immagini in bianco e nero, dall’impatto visivo essenziale e potente, si alternano ai filmati che descrivono il suo appassionante lavoro di ricerca sul campo, la paziente osservazione dei soggetti e la preparazione meticolosa di ogni scatto che sfocia infine in un risultato straordinario.  Koudelka non è un fotoreporter e dal 1968 a oggi, nella sua lunga carriera, non ha mai inseguito l’attualità. “Non ho più fotografato un conflitto armato perché nessuno mi ha sconvolto tanto quanto gli eventi nel mio paese, la Cecoslovacchia”, spiega nel film. Quasi per caso il 21 agosto ’68 si è trovato in piazza San Venceslao, quando i carri armati russi arrivarono per soffocare la Primavera di Praga. Lui, all’epoca ancora indeciso tra la carriera di fotografo e quella di ingegnere aeronautico, realizzò in quelle ore alcune delle immagini che sarebbero divenute simbolo della repressione sovietica, e l’avrebbero reso famoso costringendolo a chiedere asilo politico al di là della Cortina di ferro. Molto opportunamente, il film di Gilad Baram ripropone alcune immagini del dramma cecoslovacco per stabilire un parallelismo tra quel muro europeo, ormai caduto da tempo, e quello israelo-palestinese, che ogni giorno viene rafforzato e allargato. In entrambi i casi – spiega Koudelka parlando con Baram – c’è un intero popolo che desidera la ritirata dell’invasore. Ma il paesaggio diviso della Terra Santa non presenta alcuna traccia del conflitto, che resta sempre fuoricampo, pur essendo evocato in ogni foto. L’obiettivo del grande fotografo si concentra sul paesaggio offeso dall’uomo, più che sulla figura umana, che compare sporadicamente, e descrive una geografia dell’odio fatta di città spettrali, case bombardate, campi circondati da recinzioni di filo spinato, barriere di cemento alte dieci metri, e persino un insediamento costruito nel deserto a grandezza naturale per le esercitazioni militari. È il suo intuito a guidarlo, portandolo ovunque ci sono immagini che – dice lui – “lo aspettano per diventare fotografie”. E allora lo vediamo entrare dentro il filo spinato per ritrarre dei grovigli, avventurarsi tra i carri armati abbandonati nella nebbia, oppure affiancare i soldati di pattuglia sulle alture. Osserviamo la sua minuscola figura che si perde davanti a quel muro immenso e monotono, fatto di blocchi di cemento tutti uguali, che oscura e svilisce l’orizzonte e la sacralità di quell’antico paesaggio. Al quale però Koudelka riesce a restituire una monumentale bellezza, cogliendo quei particolari che un occhio normale non riuscirebbe a vedere, e cristallizzando la realtà nei suoi affascinanti scatti in bianco e nero contrastato. La sua è un’arte che trasuda malinconia e alienazione ma anche speranza nella persistenza della pur fragile attività dell’essere umano. Lo spirito che l’ha mosso in questo viaggio è stato quello di un uomo cresciuto dietro a un muro, in una zona di confine, e costretto infine a scappare abbandonando tutto. “Per tutta la vita”, confessa, “ho desiderato oltrepassare quella gabbia, quella prigione”. Da quando ha lasciato il suo paese si sente un esule, un artista in esilio permanente, ed è diventato una figura completamente atipica anche nel mondo della grande fotografia internazionale. Giunto sulla soglia degli ottant’anni, dopo aver ricevuto i più prestigiosi premi internazionali – tra cui la Robert Capa Gold Medal – e aver esposto le sue fotografie nei più importanti musei del mondo, ha sentito il bisogno di confrontarsi con un altro muro, di esplorarne complessità e contraddizioni. Questo film (distribuito in Italia da Lab80 in collaborazione con il Trieste Film Festival) riesce a stabilire un efficace dialogo tra la sua fotografia e la cinematografia di Baram, che spiega: “dopo cinque anni di lavoro con lui mi sono reso conto che per ritrarre questo artista unico avrei dovuto imparare attentamente ad adottare il suo punto di vista. Ogni volta ho studiato i suoi movimenti, i luoghi e le situazioni che catturavano la sua attenzione. Gradualmente ho imparato a disegnare la cornice intorno a Koudelka. Ho imparato a guardare come lui”.
RM

Grande guerra, le lapidi rivivono su Twitter

Avvenire, 26.9.2017

“Vittima della menzogna/ che la guerra possa fermare la guerra”; “Quante speranze sono sepolte qua/ con il nostro unico figlio”; “Riposa nel Signore e attendi pazientemente la sua venuta”; “I tuoi passi lontani risuonano nel corridoio del tempo”. Centinaia di epitaffi per i caduti della Grande guerra, pubblicati uno al giorno per oltre quattro anni. Iscrizioni cariche di sofferenza e amore, di disperazione e orgoglio, alcune con riferimenti alla Bibbia e ai classici della letteratura, altre che raccontano un particolare della vita di un soldato o di un’infermiera morta negli anni del conflitto. È Twitter a far rivivere la memoria dei caduti britannici della Prima guerra mondiale con l’ambizioso progetto Great War Inscriptions ideato dalla storica inglese Sarah Wearne. Tre anni fa la studiosa ha iniziato a pubblicare giornalmente le iscrizioni tratte dalle tombe dei cimiteri di guerra sul profilo @WWInscriptions con l’intenzione di proseguire fino all’11 novembre 2018, solcando così il centenario dell’armistizio che pose fine alla brutale mattanza d’inizio ‘900. Ciascun tweet rimanda a una pagina del sito epitaphsofthegreatwar.com che indica il nome, l’età, la data di morte, il corpo di appartenenza e il cimitero dove si trova la lapide. Nella stessa pagina la storica spiega ogni singolo epitaffio citando gli eventuali riferimenti letterari – alcuni tratti da Orazio, Shakespeare, Kipling e Tennyson – e riporta, laddove possibile, anche una breve biografia del caduto. La fase di ricerca del progetto (che ha già superato ampiamente il migliaio di tweet) è durata molti anni, durante i quali Wearne ha studiato negli archivi e ha visitato i più remoti cimiteri di guerra europei riuscendo a riportare in vita le iscrizioni scelte all’epoca dai genitori o dalle mogli dei caduti. Frasi che non ricordano soltanto il sacrificio dei soldati ma anche l’eroismo delle infermiere che seguendo le orme di Florence Nightingale persero la vita nelle trincee, sui campi di battaglia o negli ospedali. Le lapidi riportano epitaffi in più lingue che rispecchiano la patria d’origine del caduto, dal gallese al gaelico scozzese, dall’Afrikaans al Maori. Alcuni di questi sono stati raccolti in due libri dedicati ai momenti cruciali del primo conflitto mondiale: la battaglia della Somme del 1916 e quella di Ypres dell’anno successivo (Epitaphs of the Great War: The Somme e Epitaphs of the Great War: Passchendaele). Ma il cuore del progetto resta la rievocazione quotidiana delle iscrizioni attraverso Twitter, dove il limite dei 140 caratteri appare persino ampio, considerando che all’epoca ai familiari ne furono concessi meno della metà – appena 66 – per ricordare i loro cari. Oggi la geografia di quella memoria bellica lontana un secolo è parte del nostro paesaggio e i cimiteri della Prima guerra mondiale, sparsi per l’Europa, sono ammirati per la loro silenziosa e sobria dignità, ma all’epoca le regole imposte dal governo britannico innescarono non poche controversie. Nel 1915, al culmine del conflitto, Londra proibì infatti il rimpatrio delle salme dalle zone di guerra ignorando le richieste delle famiglie, che non volevano vedere le spoglie dei loro cari inumate in un remoto angolo di un paese straniero. Molti si illusero che sarebbe stato sufficiente attendere la fine delle ostilità per poter dare una degna sepoltura ai propri cari ma il divieto sarebbe rimasto in vigore anche in seguito. A nessuno, neanche a chi aveva i mezzi per farlo, fu consentito di riportare a casa i resti dei propri cari, per evitare che nei cimiteri di guerra restassero soltanto le tombe dei più poveri. “Contrariamente a quanto si può pensare – ha spiegato Wearne – i cimiteri non intendevano riflettere l’uguaglianza dei morti di fronte a Dio, bensì di fronte all’Impero. Che arrivassero dall’Inghilterra, dal Canada o dall’Australia, i soldati dovevano essere tutti sepolti insieme”. Un’apposita commissione governativa stabilì poi che le lapidi dovevano essere uniformate e quindi le famiglie, quale che fosse il grado del soldato caduto, non ebbero neanche la possibilità di sceglierne la forma o le dimensioni. Fu la Chiesa cattolica a far notare che poiché non vi era stata quasi mai la possibilità di amministrare gli ultimi riti, sarebbe stato indispensabile dedicare una preghiera a ciascun morto per favorire il passaggio dell’anima nell’aldilà. Ma in presenza di caduti appartenenti a diverse confessioni religiose fu necessario trovare un compromesso. La commissione concesse che su ciascuna lapide fosse apposta una breve iscrizione lunga non più di 66 caratteri, fissando un costo di 3 pence e mezzo per ciascuna lettera. Una decisione che scatenò non poche proteste, considerando che nel Dopoguerra non tutti potevano permettersi una spesa del genere e furono costretti a rinunciare a quello che di fatto era rimasto l’unico modo per ricordare i propri cari. Ecco perché soltanto sul quaranta per cento di quelle lapidi è stata apposta un’iscrizione. Per tutti gli altri, per i quali l’assenza di un’epigrafe ha inevitabilmente favorito l’oblio, può valere quanto scrisse Rudyard Kipling sotto forma di poesia, pensando a suo figlio John, arruolatosi volontario e ucciso a pochi mesi dall’inizio della Grande guerra: “se qualcuno domanda perché siamo morti, ditegli perché i nostri padri hanno mentito”.
RM

“Gli irlandesi torturati dall’esercito come a Guantanamo”

Intervista a padre Raymond Murray (Avvenire, 8.8.2017)

L’ultimo grande difensore dei diritti umani d’Irlanda vive nella cittadina di Armagh, in un piccolo quartiere di recente costruzione situato ai piedi della cattedrale di San Patrizio, sede primaziale di tutta l’isola. Monsignor Raymond Murray ha oggi più di ottant’anni e dopo aver speso la sua intera esistenza a denunciare le torture nelle carceri, gli omicidi extragiudiziali e gli errori giudiziari che hanno solcato il più lungo conflitto europeo dell’era moderna, attende da un mese all’altro la sentenza che potrebbe suggellare una vita di battaglie. A breve la Corte europea dei diritti umani dovrebbe pronunciarsi sul caso degli “incappucciati” (Hooded Men), quattordici cittadini cattolici dell’Irlanda del Nord che nel 1971 furono arrestati dall’esercito britannico senza alcuna accusa a loro carico e sottoposti per giorni a brutali tecniche di privazione sensoriale. “Londra aveva appena introdotto l’internamento senza processo per punire la popolazione dei ghetti cattolici che rivendicava i propri diritti e in un giorno d’agosto oltre trecento persone furono arrestate indisciminatamente”, ricorda padre Murray. “Quei quattordici uomini furono torturati a lungo, costretti a stare in piedi per ore con le gambe e le braccia divaricate, sottoposti a un costante e assordante rumore metallico, privati del sonno, del cibo e dell’acqua. É un caso estremamente simbolico perché costituì la premessa di quello che è successo in tempi più recenti in Afghanistan e in Iraq, sempre ad opera dell’esercito britannico e di quello statunitense”.
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C’era una volta l’Est

Intervista allo scrittore Clemens Meyer (Avvenire, 14.7.2017)

È un ritratto intenso, malinconico e disilluso dell’infanzia e dell’adolescenza ai tempi del Muro di Berlino quello che emerge dalle pagine di Eravamo dei grandissimi (Keller editore, traduzione di Roberta Gado e Riccardo Cravero), il pluripremiato romanzo d’esordio del giovane scrittore tedesco Clemens Meyer, uscito in Germania una decina d’anni fa e ormai diventato un classico della letteratura post-1989. Una storia in gran parte autobiografica che non si svolge nella grande capitale della Guerra fredda bensì in una grigia periferia di Lipsia – “nell’est della Germania est” -, che prende forma attraverso una scrittura essenziale e potente, capace di trasfigurare in emozioni i ricordi dello stesso Meyer, che quegli anni li visse in prima persona. Il Muro non è una presenza fisica ma uno spartiacque temporale nelle vite di un gruppo di ragazzi, le cui storie si intrecciano attraverso una narrazione priva di un preciso ordine cronologico. L’amicizia tra Daniel, Paul, Mark e Rico è l’unico legame che consente loro di andare avanti in una realtà urbana in balia di un passaggio storico epocale che loro stessi non comprendono, e che finirà col travolgerli. Continua la lettura di C’era una volta l’Est

Nessuno tocchi la Cina. Atene fa infuriare l’UE

Da Il Venerdì di Repubblica, 7.7.2017

Ennesima battuta d’arresto per il “soft power” dell’Unione europea. Stavolta la diplomazia culturale di Bruxelles si è inceppata persino sul tema dei diritti umani, non riuscendo a trovare l’unanimità neanche per condannare le gravi violazioni del governo cinese. Per la prima volta, la dichiarazione che l’UE presenta periodicamente alle Nazioni Unite per evidenziare gli abusi degli stati di tutto il mondo – e che necessita del sì dei 28 membri dell’Unione – è stata bloccata dall’inaspettato veto della Grecia. Da alcuni anni Bruxelles ha iniziato a fare pressioni su Pechino denunciando il giro di vite nei confronti di avvocati, attivisti e giornalisti critici verso il regime. Amnesty international e le altre organizzazioni in difesa dei diritti umani criticano invece la Cina da sempre, denunciando apertamente la repressione di ogni forma di dissenso, la limitazione delle libertà e l’utilizzo sistematico della pena di morte. Per l’UE, che da anni cerca di accreditarsi come difensore dei diritti umani, la sorprendente decisione di Atene rappresenta un colpo durissimo, ed è stata definita ‘vergognosa’ dalla diplomazia europea. “Abbiamo agito sulla base di una posizione di principio – ha cercato di spiegare un portavoce del governo di Alexis Tsipras -. Sul tema dei diritti è previsto un dialogo tra l’UE e la Cina e riteniamo che quello sia un modo più efficiente e costruttivo di ottenere risultati”. Nessun ministro, né tantomeno il premier, ha avuto il coraggio di metterci la faccia, e la spiegazione del funzionario non ha convinto nessuno. Particolarmente irritante è apparsa la tempistica del veto, giunto poche ore dopo che i ministri delle finanze dell’Eurozona avevano approvato la nuova tranche di aiuti finanziari alla Grecia, stanziando 8,5 miliardi di euro per il rilancio della sua disastrata economia. Ma soprattutto c’è chi punta il dito nei confronti dei legami sempre più stretti tra Atene e Pechino. Dopo la privatizzazione del porto del Pireo – passato sotto il controllo della Cosco, la più grande compagnia di trasporti cinesi – le società e i fondi del Dragone continuano ad acquisire pezzi di Grecia nelle infrastrutture, nella logistica e nell’immobiliare. Con buona pace dei diritti umani.
RM

“Storia del conflitto”, una nuova edizione aggiornata

A otto anni esatti dalla prima edizione (luglio 2009) torna finalmente nelle librerie il mio Storia del conflitto anglo-irlandese. Questa nuova ristampa – la terza – si è resa necessaria sia perché le due precedenti sono completamente esaurite da tempo e il libro continua a essere richiesto anche dalle scuole, sia perché a quasi un decennio di distanza il volume aveva inevitabilmente bisogno di un aggiornamento e di alcune piccole modifiche. Oltre alla doverosa revisione, ho aggiunto un nuovo capitolo dal titolo “Pace senza giustizia” che fa il punto sulla situazione attuale delle numerose inchieste concluse o tuttora in corso. Le verità che col tempo sono venute a galla come quella sulla “Glenanne gang” – un gruppo composto da paramilitari lealisti, agenti dello stato britannico e della polizia nordirlandese che mise a segno decine di attentati – hanno aperto grossi interrogativi, anche in ambito giudiziario. La nuova edizione ha anche una nuova copertina.

Tra ville e favori, Zuma è al capolinea

Venerdì di Repubblica, 23.6.2017

Finora né gli scandali finanziari, né le gigantesche manifestazioni di piazza, né le mozioni di sfiducia del suo stesso partito erano riuscite a scalfire il suo potere: il presidente sudafricano Jacob Zuma era sempre riuscito a salvarsi, dimostrando di essere un politico dalle sette vite. Ma adesso il 74enne ex veterano della lotta anti-apartheid rischia di finire travolto da una valanga di documenti che confermerebbero gravissime accuse contro di lui, il cui contenuto è già in parte trapelato sulla stampa sudafricana. A scoperchiare il vaso di Pandora è stato AmaBhungane, un rispettata Ong locale nota per aver rivelato gravi casi di corruzione governativa. Il suo gruppo di giornalisti investigativi è entrato in possesso di decine di migliaia di email e altri documenti riservati che farebbero definitivamente chiarezza sul cosiddetto “Guptagate”, ovvero i legami tra il leader dell’ANC e i Gupta, una ricca e potente famiglia di origine indiana giunta in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid per gestire importanti affari nel campo dell’estrazione di risorse, dell’ingegneria e dell’informatica. La polizia di Johannesburg ha aperto un’inchiesta sulle compromettenti email che dimostrerebbero il ruolo centrale svolto dalle società controllate dai Gupta nel manipolare l’assegnazione di contratti pubblici per centinaia di milioni di dollari. Da parte sua, Zuma avrebbe permesso ad alcuni membri della famiglia di influenzare le nomine decise dalla sua amministrazione, cacciando le figure sgradite e ottenendo in cambio favori. Sia lui che i portavoce dei Gupta hanno respinto tutte le accuse mentre Mmusi Maimane, leader del partito d’opposizione Democratic Alliance, attacca: “i documenti confermano che Zuma è alla guida di uno stato criminale e usa le istituzioni per arricchire sé stesso e i suoi amici”.
Il presidente sudafricano è nell’occhio del ciclone da tempo, e non solo perché una delle sue moglie e due dei suoi figli hanno avuto ruoli dirigenziali o hanno seduto nei consigli di amministrazione di alcune società del gruppo. Nei mesi scorsi un tribunale ha stabilito che aveva utilizzato circa 20 milioni di euro di fondi pubblici per ristrutturare la sua casa, poi l’authority nazionale anti-corruzione ha diffuso un rapporto che chiedeva di istituire una commissione d’inchiesta proprio sui suoi rapporti con i Gupta. Nel frattempo le piazze di Pretoria e di altre città del paese si sono riempite di manifestanti che invocavano a gran voce le sue dimissioni, anche perché il Sudafrica sta attraversando da tempo una grave crisi economica a causa della spesa pubblica fuori controllo e della cattiva gestione delle imprese statali. Le proteste sono divampate di nuovo nell’aprile scorso, quando Zuma ha deciso di cacciare il ministro delle finanze Pravin Gordhan, un politico molto rispettato proprio perché stava cercando di contrastare la corruzione e limitare gli sprechi di denaro pubblico. Infine il Sunday Times sudafricano ha riportato anche la notizia di una villa da 25 milioni di dollari acquistata dai Gupta a Dubai per garantire un buen retiro a Zuma quando andrà in pensione. Forse prevedendo che il suo mandato presidenziale non arriverà alla naturale scadenza, prevista nel 2019.
RM