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Tra ville e favori, Zuma è al capolinea

Venerdì di Repubblica, 23.6.2017

Finora né gli scandali finanziari, né le gigantesche manifestazioni di piazza, né le mozioni di sfiducia del suo stesso partito erano riuscite a scalfire il suo potere: il presidente sudafricano Jacob Zuma era sempre riuscito a salvarsi, dimostrando di essere un politico dalle sette vite. Ma adesso il 74enne ex veterano della lotta anti-apartheid rischia di finire travolto da una valanga di documenti che confermerebbero gravissime accuse contro di lui, il cui contenuto è già in parte trapelato sulla stampa sudafricana. A scoperchiare il vaso di Pandora è stato AmaBhungane, un rispettata Ong locale nota per aver rivelato gravi casi di corruzione governativa. Il suo gruppo di giornalisti investigativi è entrato in possesso di decine di migliaia di email e altri documenti riservati che farebbero definitivamente chiarezza sul cosiddetto “Guptagate”, ovvero i legami tra il leader dell’ANC e i Gupta, una ricca e potente famiglia di origine indiana giunta in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid per gestire importanti affari nel campo dell’estrazione di risorse, dell’ingegneria e dell’informatica. La polizia di Johannesburg ha aperto un’inchiesta sulle compromettenti email che dimostrerebbero il ruolo centrale svolto dalle società controllate dai Gupta nel manipolare l’assegnazione di contratti pubblici per centinaia di milioni di dollari. Da parte sua, Zuma avrebbe permesso ad alcuni membri della famiglia di influenzare le nomine decise dalla sua amministrazione, cacciando le figure sgradite e ottenendo in cambio favori. Sia lui che i portavoce dei Gupta hanno respinto tutte le accuse mentre Mmusi Maimane, leader del partito d’opposizione Democratic Alliance, attacca: “i documenti confermano che Zuma è alla guida di uno stato criminale e usa le istituzioni per arricchire sé stesso e i suoi amici”.
Il presidente sudafricano è nell’occhio del ciclone da tempo, e non solo perché una delle sue moglie e due dei suoi figli hanno avuto ruoli dirigenziali o hanno seduto nei consigli di amministrazione di alcune società del gruppo. Nei mesi scorsi un tribunale ha stabilito che aveva utilizzato circa 20 milioni di euro di fondi pubblici per ristrutturare la sua casa, poi l’authority nazionale anti-corruzione ha diffuso un rapporto che chiedeva di istituire una commissione d’inchiesta proprio sui suoi rapporti con i Gupta. Nel frattempo le piazze di Pretoria e di altre città del paese si sono riempite di manifestanti che invocavano a gran voce le sue dimissioni, anche perché il Sudafrica sta attraversando da tempo una grave crisi economica a causa della spesa pubblica fuori controllo e della cattiva gestione delle imprese statali. Le proteste sono divampate di nuovo nell’aprile scorso, quando Zuma ha deciso di cacciare il ministro delle finanze Pravin Gordhan, un politico molto rispettato proprio perché stava cercando di contrastare la corruzione e limitare gli sprechi di denaro pubblico. Infine il Sunday Times sudafricano ha riportato anche la notizia di una villa da 25 milioni di dollari acquistata dai Gupta a Dubai per garantire un buen retiro a Zuma quando andrà in pensione. Forse prevedendo che il suo mandato presidenziale non arriverà alla naturale scadenza, prevista nel 2019.
RM

Biafra 1967-2017

Cinquant’anni fa, per la prima volta, venivano contestate le frontiere degli stati africani

Il 30 maggio 1967 il colonnello Emeka Ojukwu, governatore della Regione Orientale della Nigeria, dichiara la secessione del territorio, che in questo modo assume il nome di Biafra. Questa è la reazione al mancato rispetto degli accordi di Aburi (4-5 gennaio 1967) da parte del governo di Lagos. Tali accordi prevedevano che la Nigeria divenisse una confederazione. Il governo centrale, anziché cercare una soluzione politica, risponde con una guerra che assume presto proporzioni mondiali. Dalla parte del Biafra si schierano molti paesi, fra i quali Cina, Israele, Portogallo e Rhodesia. Dall’altra parte, la Gran Bretagna e l’URSS forniscono un sostegno decisivo alla Nigeria, che fa di tutto per bloccare l’arrivo degli aiuti umanitari provocando una terribile carestia. Un genocidio dove muoiono circa due milioni di persone. La tragedia oscura velocemente le ragioni politiche della secessione. Il 30 gennnaio 1970, dopo 30 mesi di guerra, le truppe biafrane si arrendono. La regione viene reintegrata nel paese e la parola “Biafra” viene messa fuorilegge.

Il colonnello Ojukwu

Nata nel 1970 dopo circa 150 anni di dominazione britannica, la Nigeria ha conservato la struttura fissata dal colonialismo. Come in tutta l’Africa. Oggi, grazie a questo, l’uomo della strada ignora i popoli africani: i Diola e gli Oromo, i Berberi e gli Wolof, i Tuareg e gli Yoruba. Al loro posto conosce i Senegalesi e gli Algerini, i Nigeriani e gli Ivoriani, nomi senza volto e senza storia inventati per occultare il passato dell’Africa. Per poter presentare al resto del mondo un continente segnato dalla corruzione, dalla violenza e dalla povertà. Ma l’Africa non era questo. Il Biafra, che fin dal nome si ricollega al passato africano, resta un esempio tragico ma indimenticabile: la prima volta che gli africani hanno detto NO alla frontiere coloniali e hanno rivendicato il diritto di fissare le proprie. Le grandi potenze non hanno risposto “col dialogo”, come si sente dire oggi, ma con le armi.
Alessandro Michelucci

Il “Che”, mio fratello, ridotto a un santino

Intervista a Juan Martìn Guevara (Venerdì di Repubblica, 21.4.2017)

“Volevano ucciderlo seduto ma mio fratello è riuscito a morire in piedi e ha vinto la sua ultima battaglia”. Juan Martín Guevara ha aspettato ben 47 anni per visitare il luogo dove fu ucciso il Che, il 9 ottobre 1967, e per fare i conti con un uomo oscurato dalla grandezza del suo stesso mito. La sedia dov’era adagiato poco prima di morire si trova ancora là, nella piccola scuola di La Higuera. In quel minuscolo villaggio boliviano è nato un turismo tutto incentrato su di lui, “un commercio vergognoso, che mi fa orrore, l’hanno trasformato in un santo al quale chiedere miracoli”, ci spiega. Fratello minore del Che, nato quindici anni dopo di lui, Juan Martín era solo un ragazzino quando arrivò a Cuba nel gennaio 1959.

Ernesto Guevara ragazzo con in braccio il fratello Juan Martin

Il comandante Guevara era appena entrato a L’Avana alla testa di una delle divisioni di Fidel Castro. Col tempo, il Che iniziò a considerarlo il suo erede spirituale ma dopo la sua morte, proprio il legame di parentela con il numero due della rivoluzione castrista gli sarebbe costato otto anni di prigionia nelle carceri argentine. Juan Martín – che il 27 aprile sarà l’ospite d’onore della rassegna cinematografica “Al cuore dei conflitti” di Bergamo – ha atteso il cinquantesimo anniversario della morte del Che per pubblicare un libro di memorie (Mon frère, le Che) scritto con la giornalista francese Armelle Vincent, nel quale cerca di combattere il mito per restituirgli finalmente un volto umano.
Che rapporto c’era tra di voi?
All’inizio solo quello tra un fratello molto più grande e un bambino. Poi è nato un rispetto reciproco che ci ha consentito di mantenere un rapporto intimo anche stando lontani.

Che Guevara con il fratello Juan Martin, L’Avana 1959

Cosa ricorda del giorno in cui le dissero che era stato ucciso?
Vidi la notizia e le foto sui giornali. Contrariamente ai miei familiari non dubitai che fosse vero.
“Benigno”, il guerrigliero che combatté con lui e fu testimone del suo assassinio ha affermato che il Che fu tradito da Castro su ordine di Mosca. Lei condivide questa versione dei fatti?
No. L’ha detto per favorire la sua condizione di esiliato politico, unendosi al coro di quelli che sostengono che Fidel lo tradì perché gli faceva ombra. Non è il primo ad affermare cose simili per un tornaconto personale. Il Che fu ucciso da un militare boliviano per ordine della CIA, come ha affermato l’agente Félix Rodríguez, che fotografò il cadavere. In seguito è stato ciò confermato da documenti declassificati.
Cos’ha pensato vedendo Raul Castro e Obama che si stringevano la mano?
Che stava succedendo ciò che prima o poi doveva succedere.
Cosa penserebbe suo fratello della svolta nei rapporti tra Cuba e gli Usa?
Non riesco a rispondere al posto suo. Ricordo cosa rispose a una giornalista statunitense che negli anni ’60 gli chiese cos’avrebbe dovuto fare Washington nei confronti di Cuba. ‘Niente, né a favore, né contro. Soltanto lasciarci in pace’. Dopo 50 anni, è metaforico provare a dire cosa penserebbe oggi.
Secondo lei starebbe con Maduro o con l’opposizione?
Non potrebbe mai stare dalla parte di chi rappresenta le aziende venezuelane e le multinazionali. Sicuramente non starebbe con l’opposizione ma dalla parte del popolo venezuelano.

Juan Martin Guevara oggi

Ritiene che il suo pensiero sia ancora attuale?
Sì, perché nel mondo le disuguaglianze sono più grandi che in passato, c’è più corruzione, in tutti gli ambiti, non ultimo in quello ambientale. Fino a quando non ci sarà una svolta, e i popoli non saranno padroni del proprio lavoro, della propria vita e del proprio futuro, le crisi e le guerre si susseguiranno. Il mondo avrebbe bisogno di un altro uomo come mio fratello, che non baratti i suoi princìpi per il denaro e il potere.
RM

Testimoni della rivoluzione del 1917

Avvenire, 18.1.2017

Quei nomi in codice – Davis, Cole, Lane – corrispondevano rispettivamente a Lenin, Trotsky e Kerensky e ricorrevano spesso nei dispacci ricevuti dai servizi segreti britannici nel 1917. Somerville, la spia che li inviava sotto falso nome da San Pietroburgo, era in realtà il grande scrittore e commediografo inglese William Somerset Maugham, mandato in Russia dall’intelligence di Sua Maestà per cercare di ostacolare il colpo di stato dei bolscevichi. Ormai giunto al culmine della sua fama, Maugham fingeva di lavorare come inviato di un noto quotidiano, ma era invece impegnato a fornire sostegno al governo provvisorio di Kerensky, che guidò il paese nei pochi mesi che separarono l’abdicazione dello zar dall’ascesa al potere di Lenin. Il suo sguardo appare uno dei più informati di fronte alla portata storica di quanto stava accadendo in quei giorni, e che di lì a poco avrebbe cambiato per sempre la Russia e il mondo intero. Al contrario dello zar Nicola II il quale, secondo quanto raccontò l’ambasciatore statunitense David Francis, “sembrava non rendersi conto di essere seduto sul bordo di un vulcano”.
Il 24 febbraio 1917, mentre nelle strade di San Pietroburgo riecheggiano i colpi di fucile, la principale preoccupazione dei ricchi frequentatori dei teatri cittadini è quella di trovare i biglietti per la prima dell’Ispettore generale di Gogol. Il giorno dopo, mentre i manifestanti invadono la città, un diplomatico francese esclude categoricamente che la rivoluzione stia per dilagare perché – spiega – “gli insorti non hanno alcol, né un leader, né obiettivi precisi”. Arthur Ransome, giornalista inglese del Daily News, è invece uno dei pochi a comprendere fin da subito la gravità della situazione, e in una lettera alla sua famiglia scrive che la vita in città si fa ogni giorno più difficile, e pane, latte, burro e zucchero sono ormai quasi introvabili. Nel suo nuovo, affascinante libro Caught in the Revolution. Petrograd, Russia, 1917 (Hutchinson), la storica britannica Helen Rappaport ricostruisce l’atmosfera dei giorni della rivoluzione russa di febbraio attraverso gli sguardi increduli della variegata comunità straniera presente a San Pietroburgo. Diplomatici, giornalisti, impresari, commercianti e operatori di enti benefici che prima del conflitto mondiale erano stati attirati dalla straordinaria crescita economica del paese e trascorrevano le loro giornate nei club, nelle ambasciate o nelle sale del lussuoso hotel Astoria, quasi senza accorgersi di essere diventati un’isola in una polveriera di malcontento pronta a esplodere da un momento all’altro. Mentre il popolo era alla fame, i saccheggi e le sparatorie si susseguivano giorno dopo giorno e il governo stava per proclamare lo stato d’assedio, loro continuavano a fumare sigari pregiati e a pasteggiare a champagne tenendo diari o scrivendo lettere che inviavano regolarmente in patria. È anche su questo materiale – finora in gran parte inedito – che Rappaport ha incentrato la ricerca confluita in questo volume, uscito opportunamente proprio in occasione del centenario della rivoluzione. Già autrice di opere importanti sulla dinastia Romanov e sull’era Vittoriana, la storica inglese non offre un resoconto organico su quei giorni cruciali ma una prospettiva affascinante e del tutto inedita, attingendo a piene mani dagli archivi russi, statunitensi, francesi e britannici. Continua la lettura di Testimoni della rivoluzione del 1917

In ricordo di tutti i genocidi

È uscito il terzo numero di “La causa dei popoli”, la rivista telematica dedicata ai problemi delle minoranze, dei popoli indigeni e delle nazioni senza stato. Nell’interessante focus sugli “altri” genocidi – quelli meno noti o dimenticati – c’è posto anche per la Grande fame irlandese della metà del XIX secolo.

Una giornata della memoria dedicata a tutti i genocidi. La rivista telematica La causa dei popoli (pubblicata dal Centro di documentazione sui popoli minacciati) rilancia una proposta più che opportuna, che servirebbe a fugare una volta per tutte molti equivoci sul nostro recente passato.
“Il termine genocidio fu coniato nel 1943 dall’avvocato polacco Raphael Lemkin – si ricorda nell’introduzione al numero 3 della rivista, interamente dedicato al tema “altri genocidi” – erano i tempi bui della Shoah, quindi fu naturale che la tragedia ebraica fosse il primo caso al quale veniva applicata la nuova definizione. Poi, per circa mezzo secolo, lo sterminio della minoranza israelita è stato considerato una tragedia unica e irripetibile, il crimine contro l’umanità per eccellenza. Ogni confronto con altri genocidi era considerato un sacrilegio. Lemkin era stato il primo a studiare la materia approfondendo una grande varietà di casi, dal genocidio armeno a quello degli aborigeni della Tasmania. Grazie a questi studi aveva elaborato la Convenzione sul genocidio, approvata dall’ONU il 9 dicembre 1948 ed entrata in vigore tre anni dopo”. Troppe volte è stato detto “mai più”, ma purtroppo sappiamo che da quando il genocidio è stato dichiarato un crimine di diritto internazionale nell’ultimo mezzo secolo drammi simili si sono susseguiti con una regolarità quasi scientifica: dalla Cambogia al Biafra, dal Ruanda alla Bosnia. Inserire la tragedia ebraica in un contesto più ampio, accanto ad altri genocidi, non significherebbe certo diminuirne il rilievo storico. Al contrario, significherebbe sottrarla a una terra di nessuno dove spesso resta un fenomeno incomprensibile. E proprio seguendo lo spirito degli studi di Lemkin, il nuovo numero monografico sui genocidi della rivista La causa dei popoli ricostruisce e analizza eventi altrettanto tragici che hanno preceduto la Shoah. Dalla “Grande fame” irlandese della metà dell’Ottocento al genocidio ucraino degli anni ’30 del XX secolo, dai drammi dei popoli Nama e Herero all’inizio del ‘900 a quelli degli indigeni della Terra del Fuoco. Un contributo originale e in larga parte inedito – almeno in lingua italiana – che appare indispensabile per aprire un dibattito su temi troppo spesso considerati patrimonio esclusivo di accademici e specialisti.
RM

L’eredità contesa di Bobby Sands

Venerdì di Repubblica, 24.3.2017

Rischia di finire in tribunale l’eredità di Bobby Sands, il simbolo della lotta di liberazione irlandese morto di sciopero della fame in carcere nel 1981. Oggetto del contendere è il controverso ruolo del Bobby Sands Trust, la fondazione controllata dal partito repubblicano Sinn Féin che detiene i diritti d’autore sugli scritti dal carcere di Sands, le testimonianze, le poesie e il toccante diario dei suoi primi diciassette giorni senza cibo. Da anni i familiari di Bobby sostengono che la fondazione lucra sulla sua memoria e utilizza il suo nome a fini commerciali senza avere più alcun titolo per farlo. L’ultimo scontro è nato in seguito alla pubblicazione del graphic novel Bobby Sands. Vita di un eroe di Gerry Hunt, appena tradotta in italiano da Red Star Press. La famiglia ha denunciato di non essere stata consultata durante la realizzazione del libro e ha chiesto lo scioglimento del Trust, accusandolo di voler sfruttare ancora una volta la vicenda a fini di lucro. Al centro del dissidio ci sarebbero perlopiù ragioni politiche. In passato anche Marcella e Bernadette, le sorelle di Bobby, hanno fatto parte del direttivo della fondazione ma negli anni cruciali del processo di pace qualcosa si è rotto poiché, a quanto sostiene la famiglia, il partito che la governa ha abbandonato i principi per i quali loro fratello lottò fino alla morte. Danny Morrison, ex prigioniero ai tempi di Sands e oggi presidente del Trust, ha spiegato che l’ente non ricava alcun profitto dalla biografia a fumetti, né da altre pubblicazioni simili. “Il nostro unico obiettivo – ha ribadito – è rispettare la volontà di Bobby, che in una lettera firmata davanti al suo avvocato poco prima di morire lasciò in eredità i suoi scritti al movimento repubblicano”. Un contenzioso legale potrebbe nascere proprio su quest’ultimo punto: all’epoca quel movimento coincideva infatti con l’IRA mentre la fondazione fu istituita dopo la morte di Sands per raccogliere fondi da destinare ai familiari dei prigionieri. Ma secondo la famiglia oggi i diritti d’autore dovrebbero appartenere a Gerard Sands, unico figlio del leader di quella memorabile protesta carceraria che segnò uno spartiacque nella lotta di liberazione irlandese.
RM

Bobby Sands, le prossime presentazioni

Bobby Sands. Un’utopia irlandese sarà presentato:

Venerdì 17 marzo a Campi Bisenzio (Fi)
Porto delle Storie (ore 21)

Venerdì 31 marzo a Roma
Irish Film Festa, Casa del Cinema (ore 21)

Venerdì 7 aprile  a Firenze
Libreria Clichy, via Maggio 14 (ore 18,30)

Giovedì 13 aprile a Firenze
Associazione Mariano Ferreyra, via degli Alfani 5 (ore 21)

Venerdì 21 aprile  a Firenze
Casa Abitata, via del Trebbio 14r (ore 21)

Venerdì 5 maggio a Firenze
Centro Popolare Autogestito, via Villamagna 27a (ore 19)

Altri appuntamenti sono in attesa di conferma. Chi è interessato a organizzare presentazioni in qualunque località d’Italia può scrivere a info@riccardomichelucci.it

Spoon River d’Irlanda

Reportage dal cimitero cattolico di Milltown, Belfast, uscito su Avvenire il 10 marzo 2017

Bobby Sands e i martiri dell’indipendenza irlandese dormono su una collina che sovrasta il centro di Belfast, in un luogo che anche col trascorrere delle epoche storiche ha mantenuto intatta tutta la sacralità del suo passato. Nel cuore dell’ex ghetto cattolico di Falls road, il quartiere che fu per decenni il crocevia della lotta dell’IRA, si erge silenzioso e imponente il cimitero di Milltown. L’area che lo circonda è diventata ormai un percorso turistico e talvolta si stenta quasi a riconoscerla. La gigantesca stazione di polizia che ai tempi del conflitto incombeva sull’ingresso della necropoli con il suo massiccio apparato di sistemi di sicurezza è stata demolita alcuni anni fa: tonnellate di cemento e lamiera sono state rimosse per lasciare spazio a una piccola piazza, all’angolo con Springfield road. Sull’altro lato della strada le enormi volumetrie di una catena di supermercati inglesi hanno affiancato impietosamente quell’antologia di lapidi e croci celtiche, e le sue insegne luminose oscurano con irriverenza la prospettiva del cimitero.
Fin dagli anni ’20, le strade circostanti sono state teatro dei brutali pogrom anticattolici che alcuni decenni più tardi avrebbero innescato gli scontri culminati nei cosiddetti Troubles e nella fase moderna del conflitto anglo-irlandese. Milltown non è semplicemente un luogo della memoria, del silenzio e della preghiera, perché nelle sue pietre raccoglie oltre due secoli di storia della causa indipendentista irlandese. Nessun cimitero in tutta l’Irlanda – neanche il monumentale Glasnevin di Dublino – può annoverare al suo interno un numero così grande di caduti per la libertà del paese. Nel 1869 Patrick Dorrian, vescovo di Down e Connor, investì poco più di quattromila sterline per acquisire ventidue ettari di terreno sui quali fece realizzare un cimitero che, contrariamente al vicino City cemetery, doveva essere destinato esclusivamente alla sepoltura dei cattolici. Le tombe che ospita oggi sono circa 200mila, e tra queste soltanto una appartiene a un protestante: James Moore Neeley Hunter, un carpentiere navale morto nel 1954 all’età di 75 anni, sposato con una donna cattolica.

A Milltown si accede varcando il grande arco triangolare in pietra che segna l’ingresso principale, su Falls road, e percorrendo i viali che digradano giù verso l’autostrada e il centro cittadino. Curiosamente, sono poche le tombe risalenti alle due guerre mondiale – in totale centocinquanta – e l’unico monumento di rilievo è quello eretto a ricordo delle vittime non identificate del blitz dell’aviazione nazista che distrusse Belfast nella primavera del 1941. Basta spingersi poche centinaia di metri oltre l’ingresso per ritrovarsi nei cosiddetti poor ground, i prati dove sono state inumate decine di migliaia di vittime dell’influenza spagnola che flagellò l’Europa nel 1918 e solo a Belfast causò la morte di quasi ottantamila persone. I loro corpi giacciono anonimi in una zona che è quasi un’immensa fossa comune. Poco più avanti inizia il pantheon dei martiri della causa repubblicana indipendentista, disseminato in più aree non distanti tra loro. Il primo Republican Plot, dedicato alla memoria del feniano William Harbinson, morto nel 1867, ospita i resti di alcuni dei più noti caduti dell’IRA degli anni ’20, tra i quali spiccano Liam Mellows e Rory O’Connor, fucilati dalle truppe governative irlandesi durante la guerra civile nel 1922. Percorrendo sentieri costellati di lapidi e croci celtiche, ci si imbatte in un grande memoriale nero restaurato di recente che rappresenta un tributo ai caduti repubblicani della Contea di Antrim, dalla rivolta del 1798 ai giorni nostri. Più avanti, una stele nera segnata dal tempo ricorda Winifred Carney, una delle più grandi figure femminili della Rivolta di Pasqua del 1916. Fu la più stretta collaboratrice del leader socialista James Connolly, nonché l’unica donna che combatté con i rivoltosi asserragliati nell’edificio delle Poste Centrali di Dublino. Centinaia di cattolici caduti durante il conflitto e di volontari dell’IRA sono sepolti nelle rispettive tombe di famiglia. Tra questi c’è anche Tom Williams, uno dei più importanti martiri della storia repubblicana, impiccato ad appena diciotto anni nel 1942 per aver preso parte all’attentato contro un poliziotto. I suoi resti sono stati traslati a Milltown soltanto nel 2000, dopo essere rimasti per decenni nel vecchio carcere cittadino di Crumlin road, ormai chiuso. Tra i testimoni illustri della complessità del passato irlandese ci sono religiosi che hanno scritto la storia della comunità cattolica di Belfast dalla fine del XIX secolo. In uno spazio dedicato ai padri redentoristi riposa da tre anni Alec Reid, figura di spicco del processo di pace, che rese il vicino monastero di Clonard uno dei simboli del dialogo negli anni più cupi del conflitto. Bobby Sands è sepolto nel cosiddetto New Republican Plot, un vialetto circoscritto da un piccolo muro e costellato di lapidi ornate da corone di fiori e sormontato da un monumento sul quale sventola il tricolore irlandese. Il suo nome è iscritto su una lapide di marmo nero insieme a quello di Joe McDonnell (il compagno che prese il suo posto nello sciopero della fame del 1981 e morì qualche settimana dopo di lui) e Terence O’Neill. Purtroppo la sua tomba viene periodicamente profanata e sfregiata da attacchi che confermano quanto certe ferite siano ancora aperte e al tempo stesso ne riconoscono, implicitamente, l’importanza storica. Nel 2004 fu addirittura distrutta da un blitz dei fanatici orangisti, mentre l’ultimo oltraggio risale all’estate scorsa, e vide tutta l’area circostante imbrattata con graffiti e slogan neonazisti. Ma il fatto più tragico avvenne il 16 marzo 1988, quando il cimitero divenne teatro di una strage. Durante i funerali di tre volontari dell’IRA uccisi a Gibilterra dalle forze di sicurezza britanniche, Michael Stone, militante del gruppo paramilitare lealista Ulster Defence Association attaccò la folla a colpi di granate e fucilate, a pochi passi dalla tomba di Bobby Sands. Uccise tre persone e ne ferì una quarantina prima di sfuggire al linciaggio grazie all’intervento di una pattuglia della polizia. L’agghiacciante sequenza, ripresa dalle televisioni, è tristemente passata alla storia come uno dei fatti più tragici avvenuti negli ultimi anni del conflitto.
RM

Se i nazionalismi risvegliano la Perfida Albione

Avvenire, 10.3.2017

Prima gli indipendentisti scozzesi, poi le recenti elezioni in Irlanda del Nord che hanno avvicinato l’ipotesi di un referendum per la riunificazione irlandese. Con le crepe aperte nel Regno Unito, era quasi inevitabile che a Londra tornasse a manifestarsi qualche forma di revanscismo. Magari riesumando, almeno in parte, quel complesso di superiorità che fu comune ad altre epoche storiche, quando cioé la Britishness si vide minacciata dallo sgretolamento dell’Impero e dal processo di decolonizzazione. Un paio di giorni fa è comparso sul prestigioso quotidiano Times un editoriale assai provocatorio dal titolo “L’Inghilterra è la vera nazione in questa battaglia”, che ha quasi rischiato di innescare una crisi diplomatica con Dublino. Firmato dalla scrittrice Melanie Phillips, il fondo attaccava frontalmente sia la Scozia che l’Irlanda del Nord definendole “le parti più problematiche del Regno Unito”, sostenendo che il nazionalismo scozzese e il repubblicanesimo irlandese sono “fenomeni culturali romantici fondati sull’odio nei confronti dei protestanti inglesi”. Fino alla stoccata finale, dai toni quasi surreali: “la pretesa di riunificare l’Irlanda – ha sentenziato Phillips – è priva di consistenza perché gli irlandesi, essendosi separati dalla Gran Bretagna solo nel 1922, non hanno molte ragioni per reclamare l’unità nazionale”. Volto televisivo molto noto in Inghilterra, autrice di saggi di successo (tra cui il controverso Londonistan), Phillips esercita da anni l’arte della provocazione e quindi non sorprende più di tanto che sorvoli sul passato coloniale britannico e sulle tragedie che questo ha causato per secoli in Irlanda. Ma stavolta si è spinta oltre, e le reazioni incredule e indignate al suo ultimo editoriale non si sono fatte attendere. A cominciare da quella dell’ambasciatore irlandese a Londra, Daniel Mulhall, che ha scritto una lettera al Times ribadendo che “cento anni di indipendenza, la cultura, i valori e il forte senso di identità rappresentano gli elementi fondanti dello status di nazione dell’Irlanda”, e che questi sono “tutt’altro che privi di consistenza”. In difesa degli scozzesi si è schierata a sorpresa J.K. Rowling, l’acclamatissima autrice di Harry Potter, replicando su Twitter: “la Scozia è una nazione che ha il diritto di governarsi da sé, il Regno Unito è invece una costruzione artificiale, una comunità immaginaria che pretende ingiustamente di avere l’autorità di una nazione”. Una posizione sorprendente, considerando che anni fa la stessa Rowling si schierò contro l’indipendenza scozzese finanziando di tasca sua la campagna per il no al referendum. Finora il Times, uno dei più influenti quotidiani inglesi, non ha preso alcuna posizione, facendo sorgere il sospetto che almeno una parte dell’opinione pubblica britannica condivida le parole della Phillips e che le istanze indipendentiste irlandesi e scozzesi, amplificate dalla Brexit, stiano riportando in auge stereotipi e pregiudizi che in altre epoche storiche si espressero attraverso la stampa e la letteratura, affidando a giornalisti e intellettuali – basti citare il famoso periodico satirico Punch – la difesa dell’identità nazionale britannica di fronte alla possibile amputazione traumatica di una parte del Regno Unito.
RM

Bobby Sands, l’internazionalismo inciso sul corpo

La recensione uscita ieri sul Manifesto del mio “Bobby Sands. Un’utopia irlandese”, a firma di Enrico Terrinoni, traduttore di Joyce e docente di letteratura inglese all’Università di Perugia.

«Di tutti i rivoluzionari irlandesi del passato che avevi imparato a conoscere in carcere, era quello che ammiravi di più. Per le sue idee, per il suo coraggio, per il sacrificio che mezzo secolo prima l’aveva visto cadere, abbattuto da un plotone di esecuzione nei giorni della guerra civile. Aveva ventisette anni, gli stessi che avevi tu, quando il tuo corpo si spense per sempre dopo quei sessantasei giorni di agonia. Chissà se avresti mai immaginato di ritrovarti al suo fianco tra i martiri repubblicani del cimitero di Milltown».
Pochi studiosi possono permettersi di dare del tu a Bobby Sands. Riccardo Michelucci è uno di questi. Già autore di una imprescindibile storia del conflitto anglo-irlandese, pubblica in questi giorni, per la collana «Sorbonne» delle Edizioni Clichy, Bobby Sands, un’utopia irlandese (p. 117, euro 7,90).
È un libro composito. Al suo nucleo e cuore, un monologo drammatico già perfetto per il palcoscenico che ripercorre l’esistenza di Sands, affianca pagine di puntuale biografia, a stralci dagli scritti di questo rivoluzionario che fu anche poeta, e a significative foto di quel conflitto che in tanti vogliono dimenticato.
Michelucci non è solo un attento osservatore della situazione in Irlanda del Nord. A Belfast e dintorni è addirittura di casa: «Oggi stenteresti a riconoscerla, Falls Road, il luogo che più di ogni altro fu il crocevia della vostra lotta. C’è chi dice che quegli odierni simboli del benessere rappresentino la svendita dei vostri ideali. Forse è davvero così, ma mi conforta sapere che quando torno a Belfast ci sei tu ad accogliermi con quel sorriso senza tempo, a indirizzare in uno spazio fisico la geografia della memoria che mescola le emozioni del presente con quelle del passato».
Sono parole vere più che mai oggi, in un momento storico in cui l’ebbrezza economica di parti dell’isola stona ancor di più con la situazione delle periferie dell’ultima colonia d’Europa, dove il tasso di disoccupazione è il più alto della Gran Bretagna.
A Derry, seconda città dell’Irlanda del Nord, spetta persino il primato doppio della disoccupazione giovanile e dei suicidi.
È certo un tradimento degli ideali di Sands, che a muso duro aveva dichiarato: «Non mi fermerò finché non raggiungerò la liberazione della mia nazione, finché l’Irlanda non diventerà una repubblica socialista, sovrana e indipendente».
Bobby non fu il primo né l’ultimo dei socialisti che hanno sperato di poter fondere le lotte di autodeterminazione con la speranza di un futuro di uguaglianza. Si muoveva sul solco di James Connolly, per cui la causa del lavoro e quella della nazione erano un tutt’uno. Ma anche di Wolfe Tone, che come ricorda Michelucci, aveva giurato, duecento anni prima di «rovesciare il dominio inglese in Irlanda», a due passi dalla prima casa di Sands.
Ma Wolfe Tone aveva anche lottato per una repubblica di people of no property, iscrivendo così sin dai suoi albori il repubblicanesimo nel novero delle lotte che oggi chiameremmo anticapitaliste.
In carcere, il giovanissimo Bobby si formò agli scritti di Marx, Fanon, Connolly e Guevara, e mai scinderà il suo impegno per il proprio popolo da una visione socialista e internazionalista del mondo. Un retaggio per fortuna sopravvissuto in scenari in cui il repubblicanesimo contemporaneo si muove quasi esclusivamente a sinistra dei conservatorismi bigotti.
Bobby Sands iniziò lo sciopero della fame il 1 marzo del 1981, e la sua esistenza si concluderà il 5 maggio. Un sacrificio, il suo, che ancora riecheggia tra le strade di Belfast, sui cui murales spesso campeggia la scritta, improntata a un eroico ottimismo della volontà, «la nostra vendetta sarà il sorriso dei nostri bambini». Una certezza grazie a cui Bobby e i nove compagni morti dopo di lui hanno saputo resistere a condizioni disumane, volute da apparati di una delle più antiche democrazie del mondo: «Quanto dolore per quelle madri che venivano a farvi visita e scoppiavano a piangere vedendovi ridotti a cadaveri ambulanti, con i capelli e la barba lunga, avvolti in quelle luride coperte. Ma il vostro fisico scheletrico e segnato dalle percosse mascherava in realtà la superiorità morale degli oppressi, la furia del pensiero indomabile di chi lotta per la giustizia».

(Enrico Terrinoni, da “Il Manifesto”, 1.3.2017)