Archivi categoria: Memoria

Quella casa a Damasco

Avvenire, 13.6.2018

“Se esiste davvero il Paradiso sulla Terra, questo è senza dubbio a Damasco”. Quanto suonano lontane, oggi, le parole di Ibn Jubayr, grande poeta arabo del XIII secolo. Dopo essere sopravvissuta per secoli a terremoti, incendi e invasioni, la capitale siriana è ormai abbandonata a un triste destino che sta cancellando lentamente quello che fino a pochi anni fa era il centro urbano più antico e meglio conservato di tutto il Medio Oriente. La Vecchia Damasco, circondata da mura romane, non era solo uno dei luoghi più evocativi del Medioriente ma rappresentava anche un ideale nazionale per molti siriani, grazie alla sua diversità etnica e religiosa. Per rivederla in tutto il suo splendore è ormai necessario riavvolgere il nastro della storia recente, affidandosi all’immaginazione o a libri straordinari come La mia casa a Damasco (editore Neri Pozza, traduzione di Massimo Ortelio) della giornalista britannica Diana Darke. Un’opera che è in parte un memoir e in parte un libro di viaggio, basata sull’esperienza personale dell’autrice, una grande esperta di cultura islamica, capace di rievocare con un taglio originalissimo il fascino della vecchia Damasco, raccontandola come una sorta di quiete prima della tempesta. Nel 2005 Darke si trova in Siria per scrivere una guida della città e incontra Bassim, un giovane architetto impegnato nel progetto di restauro della Città Vecchia. Da lui apprende che il governo non ha i fondi necessari per restaurare le antiche dimore di epoca ottomana che costellano il centro di Damasco, e che gli stranieri hanno la possibilità di salvare dalla rovina quei capolavori ricchi di decorazioni e mosaici. Semplicemente acquistandoli. Darke varca la soglia di una casa di epoca ottomana in un quartiere misto sunnita-sciita e si ritrova immersa nella quiete di un cortile ornato da aranci, tralci di vite e rampicanti. Resta folgorata dalla straordinaria bellezza di quel luogo incantato e decide di comprare la casa, per poi sottoporla a tre anni di restauri. Prende avvio così un’avventura che assumerà anche contorni bizzarri, a cominciare dal pagamento, che avviene con la consegna di dieci borse di plastica piene di contanti, in tagli talmente piccoli che serviranno circa sei ore per contarli tutti. Quella casa diventa il pretesto per raccontare la storia pre-rivoluzionaria del paese, la sontuosità della sua architettura e le mille minoranze etniche e religiose a lungo capaci di convivere pacificamente. La sua profonda conoscenza dell’arabo le consente di entrare nei meandri della cultura siriana, esplorandoli nel dettaglio. Purtroppo la pace interiore che è riuscita a trovare nella sua nuova casa viene interrotta bruscamente quando il paese sprofonda nella guerra civile. Darke torna a Damasco per l’ultima volta nella primavera del 2012, proprio nei giorni in cui entra in vigore il piano di pace proposto da Kofi Annan. Ma il cessate il fuoco si rivelerà soltanto una speranza effimera. Da quel momento in poi la sua splendida casa con cortile, al pari di molte altre simili, dovrà ospitare i profughi in fuga da ogni parte del paese. Tra i rimpianti di Diana Darke c’è quello di non aver fatto costruire a suo tempo un hammam – un bagno turco – sotto al cortile della casa perché, spiega, oggi sarebbe un ottimo rifugio anti-aereo. Ma nonostante tutto non ha ancora perso la speranza di poterci ritornare, un giorno.
RM

Via dei Georgofili, 25 anni senza verità

Avvenire, 27.5.2018

“Non possiamo perdonare i mafiosi e continueremo a lottare finché non verrà fuori tutta la verità”. Le parole di Giovanna Maggiani Chelli, portavoce dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Via dei Georgofili sono rotte dall’emozione, nel ricordare il venticinquesimo anniversario dell’attentato che colpì il centro di Firenze nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1993. Erano da poco passate le una quando in tutta la città si sentì un boato assordante. L’esplosione di una bomba a pochi passi dalla Galleria degli Uffizi ridusse in cenere il palazzo dove aveva sede l’antica accademia dei Georgofili, uccidendo Fabrizio e Angela Nencioni e le loro figlie Nadia, di 9 anni, e Caterina, di appena 50 giorni, oltre allo studente 22enne Dario Capolicchio. I feriti furono una cinquantina, incalcolabili i danni al patrimonio storico-artistico. È trascorso un quarto di secolo da quella terribile notte che oggi Firenze celebra con una serie di iniziative che coinvolgono la cittadinanza e le scuole e con una messa in suffragio delle vittime nella chiesa di San Carlo, in via dei Calzaiuoli, a poche centinaia di metri dal luogo della strage, dove la notte scorsa è stata deposta una corona d’alloro nell’ora esatta dell’esplosione. La cerimonia è stata preceduta da uno spettacolo musicale e dagli interventi istituzionali in Piazza della Signoria, di fronte a Palazzo Vecchio. “Sono passati tanti anni ma la nostra rabbia nei confronti di Riina, di Brusca e di Graviano è sempre la stessa – ha detto Maggiani Chelli dal palco, a nome dei familiari delle vittime – di certo non abbiamo intenzione di fare come la figlia del giudice Borsellino, che è andata a trovare Graviano in carcere chiedendogli di pentirsi. Riteniamo che sia del tutto inutile. Appurato che è lui il responsabile materiale della strage, continuiamo a chiederci perché non parla dicendo tutto quello che sa”. Per quell’attentato sono stati comminati ben diciotto ergastoli ma a venticinque anni di distanza non è stata ancora messa la parola fine sulle indagini e la procura di Firenze ha da poco aperto una nuova inchiesta sui cosiddetti “mandanti occulti” di quell’atto terroristico che avvenne un anno dopo le stragi nelle quali rimasero uccisi i giudici Falcone e Borsellino insieme agli uomini delle rispettive scorte.
Le sentenze hanno stabilito che i boss mafiosi Totò Riina e Bernardo Provenzano, con i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, avevano progettato di colpire lo Stato per chiedere di allentare il regime del 41 bis. Il primo processo si concluse con quattordici condanne all’ergastolo. Quattro anni dopo, un altro processo terminò con la condanna all’ergastolo per Riina, considerato l’ideatore dell’attentato. Infine arrivarono le condanne per Francesco Tagliavia e per Cosimo d’Amato, che fornì il tritolo. Ma già nei mesi successivi alla strage il procuratore capo Piero Luigi Vigna e il pm Gabriele Chelazzi cominciarono a parlare di “mandanti occulti”. “Chelazzi, in particolare, si è battuto a lungo per cercare la verità indagando anche oltre il livello mafioso – prosegue Maggiani Chelli – ma purtroppo è morto prematuramente nel 2003. Finora abbiamo sperato invano che qualcuno continuasse sulla sua strada, scoprendo una volta per tutte chi c’era accanto alla mafia quella notte”. Tanti sono i punti che rimangono al momento ancora oscuri sulla vicenda e su un capitolo terribile della recente storia italiana, a cominciare dalla trattativa stato-mafia – la cui esistenza è stata accertata da una sentenza passata in Cassazione – e sul ruolo dei servizi segreti. “Non ho mai creduto a un loro diretto coinvolgimento – conclude la portavoce dei familiari delle vittime – ma ritengo quantomeno che non abbiano fatto il loro dovere. Non capisco infatti come possa essere stato possibile, all’epoca, che duemila chili di tritolo abbiano girato per l’Italia a loro insaputa”. Almeno un segnale di speranza, ieri, c’è stato: uno degli affreschi più danneggiati dalla bomba è tornato finalmente al suo posto, agli Uffizi, dopo un complesso restauro. È il dipinto “I giocatori di Carte” del pittore di scuola caravaggesca Bartolomeo Manfredi.
RM

La resistenza esistenziale di Etty Hillesum

Avvenire, 22.5.2018

Nella foto: Etty Hillesum

“L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”. Etty Hillesum riuscì a viaggiare in un mondo interiore che le consentì di dominare l’orrore della guerra e di lasciarci una delle testimonianze umane e spirituali più alte del nostro tempo. Qualche anno fa, in occasione del settantesimo anniversario della sua morte ad Auschwitz, furono finalmente pubblicate anche in italiano le edizioni integrali del suo diario e delle sue lettere, che fanno conoscere a fondo una delle figure più significative non solo della letteratura concentrazionaria, ma di tutto il pensiero contemporaneo. La resistenza esistenziale di Etty Hillesum può dare le vertigini: le sue profonde fragilità trasformate in forza attraverso un dialogo intimo e personalissimo con Dio, il suo amore per la vita che cresce proporzionalmente all’odio e alla persecuzione nazista, infine la rinuncia a tutto e la scelta di non salvarsi dalla deportazione, pur avendone l’opportunità, ma di condividere la sorte del suo popolo. Una parabola umana e intellettuale che emerge in tutta la sua attualità nel libro di Edgarda Ferri Un gomitolo aggrovigliato è il mio cuore. Vita di Etty Hillesum, un’opera che non è né un saggio, né una biografia in senso stretto, bensì la raffinata ricostruzione di una vita irrequieta e scandalosa che a partire dall’incontro con lo psicoanalista junghiano Julius Spier intraprende uno straordinario cammino mistico e spirituale. “La studio da tanti anni”, ci spiega Ferri. “Etty è diventata per me un punto di riferimento fin da quando uscì la prima edizione parziale del suo diario, che col tempo mi è capitato spesso di aprire anche soltanto per leggere una pagina. Nel suo pensiero trovavo infatti tanti spunti di riflessione, sulla pace, sulla vita, sul perdono. Poi tre-quattro anni fa ho sentito il bisogno di conoscerla meglio e ho iniziato a fare ricerche, sono stata ad Amsterdam, ho consultato libri su di lei, ho studiato lettere e diari dei suoi contemporanei e amici. Sono partita da un indizio, come faccio sempre, cercando poi di risalire alle fonti”. Già autrice di una lunga serie di biografie di donne famose – da Maria Teresa d’Austria a Giovanna la Pazza, da Caterina da Siena a Matilde di Canossa – Edgarda Ferri ci restituisce l’immagine di una giovane assetata di vita e di amore, che vive passioni intense nella carne e nello spirito, spietatamente sincera e legata a un Dio misterioso al quale arriva a perdonare l’indifferenza verso il dolore del mondo. Ci spiega di essersi avvicinata alla Hillesum con il giusto distacco imposto dalla sua formazione giornalistica, quindi senza immedesimarsi in lei, per non cadere nella tentazione di rappresentarla come una santa o come una martire. “Per fortuna ho avuto bravi maestri, uno era Dino Buzzati, che mi ha insegnato ad ascoltare e a non innamorarmi mai di un personaggio, altrimenti si rischia di farne un santino. A volte mi è sembrato quasi di essere uno scienziato intento a vivisezionare i suoi sentimenti e le sue parole, scandagliandole con la lente di ingrandimento”. Il risultato del suo lavoro è un vivido ritratto per immagini in cui predomina il pensiero della Hillesum ma dove l’attento setaccio delle informazioni biografiche consente di contestualizzare il percorso di un’anima che si sentiva “come un gomitolo aggrovigliato”, in totale balìa di forze contraddittorie. Etty era infatti la ragazza “che non sapeva inginocchiarsi” – come è lei stessa a definirsi nel suo diario – ma poi, nel breve volgere di un paio d’anni, un cortocircuito interiore stravolge la sua esistenza. “Inizialmente è inconsapevole di quello che sta accadendo intorno a lei, frequenta i circoli intellettuali e vive una condizione di privilegio ma poi lo psicoanalista Julius Spier, col quale ha un lungo confronto intellettuale e sentimentale, la convince a mettersi in ginocchio. Da quel momento comincerà a dimenticare sé stessa e a pensare agli altri. Ma più che una vera conversione – prosegue Ferri – lo definirei un cammino graduale e molto personale. Prima Etty si dichiara atea, poi cerca Dio e lo trova in un albero. Infine gli scrive dicendo che perdona la sua indifferenza nei confronti delle tragedie del mondo. Non era però né una fanatica, né una santa, né un’eroina. Era una donna assetata di assoluto, che grazie alla sua straordinaria sensibilità ebbe modo di avvicinarsi al divino umiliandosi, fino a decidere di non dare più alcun peso a sé stessa e alla sua sofferenza”.
Di fronte all’abisso del male, Etty Hillesum si interroga sui motivi della disumanità dell’uomo, prega Dio affinché le dia la forza di comprendere anche i delitti più gravi, arriva persino a perdonare i carnefici, percependone la fragilità. Avrebbe la possibilità di salvarsi, ma forte delle sue convinzioni umane e religiose decide di condividere fino in fondo il destino dei deportati. “Chi sono io – si chiede – per accettare di salvarmi e abbandonare il mio popolo?” Va quindi a lavorare come volontaria nel campo di transito di Westerbork, in Olanda, dove gli ebrei sono ammassati in condizioni disumane prima di partire per Auschwitz. Condivide la sofferenza altrui al punto da rendersi conto che il suo dolore personale non è niente, in confronto al dolore dell’umanità intera. “Sono convinta – conclude Ferri – che quando parla del ‘suo popolo’ non si riferisca soltanto agli ebrei ma alla popolazione umana nella sua interezza, poiché a Westerbork c’erano anche tanti cristiani e atei. Là aiutò soprattutto le donne, facendo di tutto perché conservassero fino alla fine la loro dignità. Potete essere private di qualsiasi cosa, disse loro, ma la dignità non dovete mai farvela portar via”. Etty Hillesum amava profondamente la vita. Al punto che, poco prima di partire per Auschwitz – dove morì il 30 novembre 1943 – scrisse, “abbiamo lasciato il campo cantando”.
RM

Graziato il martire di Maumtrasna, vittima di razzismo

Venerdì di Repubblica, 4.5.2018

Ci sono voluti 135 anni e un’approfondita ricerca storica per chiudere definitivamente uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia britannica recente. Nel 1882 il sessantenne Maolra Seoighe conosceva soltanto la sua lingua natale, il gaelico irlandese, quando fu accusato ingiustamente di un brutale eccidio e condannato a morte dopo un processo che si svolse tutto in inglese, nel quale lui non riuscì neanche a comunicare con il suo avvocato. Morì da innocente quello stesso anno, impiccato nel carcere di Galway. Il 4 aprile scorso l’attuale presidente della Repubblica d’Irlanda Michael D. Higgins gli ha concesso la grazia postuma, affermando che la sua condanna fu un’ingiustizia dettata solo da motivazioni di tipo razziale. All’epoca l’Irlanda era ancora una colonia inglese e le autorità britanniche – ha spiegato lo stesso Higgins – non trattavano gli irlandesi alla stregua degli altri popoli civilizzati. I fatti si svolsero a Maumtrasna, un paesino del Connemara, all’estremità occidentale dell’Irlanda, dove il 17 agosto 1882 un’intera famiglia fu sterminata per vendetta dopo un furto di bestiame. Otto uomini della zona furono incriminati e processati per il massacro. Tre di questi (tra cui Seoighe) vennero condannati a morte, gli altri finirono invece all’ergastolo.

Maolra Seoighe (anglicizzato in Myles Joyce)

Alcuni anni più tardi si occupò del caso anche James Joyce, in uno degli articoli scritti in italiano per il quotidiano Il Piccolo della Sera, durante la sua permanenza a Trieste. L’autore di Ulysses ricostruì la cronaca del processo descrivendo l’aula del tribunale, sulla quale aleggiavano sentenze già scritte contro imputati che non potevano difendersi in alcun modo. “Maolra Seoighe gesticolava, facendo appello agli altri imputati, al cielo, e di fronte alle domande del giudice, si rimetteva a parlare, a protestare, a gridare, quasi fuori di sé dall’angoscia di non farsi capire, piangendo d’ira e di terrore”. Prima dell’esecuzione l’uomo era stato persino scagionato dagli altri due condannati all’impiccagione, che ammisero invece la loro colpevolezza. Ma neanche quello bastò per salvargli la vita. Un paio d’anni dopo, uno dei testimoni chiave dell’accusa confessò che la sua deposizione davanti al giudice era completamente falsa. Recenti ricerche storiche hanno poi rivelato che il pubblico ministero aveva distrutto prove fondamentali e soprattutto che Lord John Spencer, all’epoca rappresentante della Corona in Irlanda (nonché prozio degli attuali principi William e Harry), aveva ricompensato i testimoni con laute somme di denaro. L’equivalente, oggi, di circa 157mila euro a testa. La clemenza presidenziale è stata possibile anche grazie al lavoro di David Alton, un parlamentare britannico la cui madre era nativa di Maumtrasna. Dopo aver condotto una lunga campagna per la verità, Alton ha anche fatto notare che la lontana vicenda di Maolra Seoighe è drammaticamente speculare ad alcuni casi di giustizia discriminatoria anti-irlandese avvenuti durante il conflitto degli anni ‘70: quelli dei “Quattro di Guildford” e dei “Sei di Birmingham”, ingiustamente condannati all’ergastolo sulla base di prove false, la cui innocenza fu risconosciuta soltanto molti anni dopo.
RM

Così la Brexit mina gli accordi di pace in Irlanda del Nord

Avvenire, 14.4.2018

Doveva essere l’occasione per suggellare lo storico accordo di pace che nell’aprile 1998 pose fine al più lungo conflitto europeo del Dopoguerra. Per tracciare un bilancio positivo di quella svolta che sancì la conclusione della guerra in Irlanda del Nord. Invece le celebrazioni del ventennale del Good Friday Agreement in programma a Belfast in questi giorni sono state offuscate dai negoziati sulla Brexit e sul futuro del confine tra le due Irlande, che rischiano di compromettere i pilastri fondamentali di quell’accordo. Dalla Colombia a Cipro, dai Paesi Baschi alle Filippine, in questi anni il processo di pace anglo-irlandese è sempre stato considerato un modello virtuoso di risoluzione dei conflitti al quale ispirarsi. L’Accordo del Venerdì Santo del 1998 aveva sancito la parità e l’eguaglianza tra due comunità – quella cattolico-nazionalista e quella unionista-protestante – storicamente divise anche da idee opposte sul futuro del paese: mentre questi ultimi si considerano britannici e intendono restare a ogni costo all’interno del Regno Unito, i primi sono orgogliosamente irlandesi e aspirano alla riunificazione con la Repubblica d’Irlanda. La brutale discriminazione che la comunità cattolica è stata costretta a subire fino a pochi anni fa era stata la miccia del conflitto deflagrato nel 1969 e durato circa un trentennio. Il processo di pace aveva trovato una ricetta vincente nel rispetto delle diverse identità e nella creazione di istituzioni capaci di far rispettare quelle differenze. L’accordo aveva introdotto principi di inclusione che mai si erano visti prima d’allora in Irlanda, sancendo il diritto all’autodeterminazione e ponendo le basi giuridiche per l’istituzione di un parlamento nord-irlandese dotato di poteri legislativi. Sia la Gran Bretagna che la Repubblica d’Irlanda avevano accettato di cambiare le rispettive Costituzioni, la prima rinunciando alla sovranità su Belfast, la seconda abbandonando ogni aspirazione irredentista nei confronti delle sei contee del Nord. L’accordo era stato infine sottoposto alla popolazione dell’intera isola, che l’aveva approvato a larghissima maggioranza in due distinti referendum.

Nella foto: Gerry Adams, John Hume, Bill Clinton e David Trimble

La condivisione dei poteri tra le due comunità e i confini aperti tra le due Irlande erano i capisaldi attorno ai quali ruotava un’architettura istituzionale complessa e assai fragile che adesso rischia di incrinarsi irreparabilmente per effetto della Brexit. Dopo aver funzionato ininterrottamente per dieci anni, l’esecutivo condiviso guidato dai due maggiori partiti, l’unionista Dup e il nazionalista Sinn Féin, è caduto nel gennaio 2017 a causa di uno scandalo sugli incentivi per l’uso delle energie rinnovabili che ha coinvolto la premier e leader del Dup, Arlene Foster. Da allora tutti i tentativi di ripristinare l’esecutivo dell’Irlanda del Nord si sono arenati sulle reciproche intransigenze, facendo aleggiare su Belfast lo spettro di un ritorno alla “direct rule”, il governo diretto da parte di Londra, che finirebbe per esacerbare le divisioni interne alla società nordirlandese. Figure storiche come Gerry Adams, Martin McGuinness e Ian Paisley sono state rimpiazzate da una nuova generazione di leader tutta declinata al femminile e priva di un passato nella lotta armata, ma nonostante i lunghi anni di pace e di crescita economica, la violenza settaria non ha infatti mai del tutto abbandonato la piccola provincia britannica. Soltanto negli ultimi mesi, molte famiglie cattoliche di Belfast sono state costrette a evacuare le loro case in seguito alle intimidazioni dei paramilitari lealisti, mentre a Derry e in altre località sono stati ritrovati e disinnescati gli ordigni rudimentali dei gruppi dissidenti contrari al processo di pace. Ma il tragico simbolo di una fiducia inter-comunitaria che ancora stenta a decollare sono i cosiddetti “muri della pace”, le orwelliane barriere di cemento e lamiera erette negli anni ‘60 per prevenire le violenze, che in alcune città continuano ancora oggi a separare le aree nazionaliste da quelle unioniste. Continua la lettura di Così la Brexit mina gli accordi di pace in Irlanda del Nord