Archivi categoria: Memoria

Quella “città ideale” chiamata Auschwitz

Avvenire, 27 giugno 2020

L’Italia era appena entrata in guerra a fianco di Hitler quando il primo carico di prigionieri arrivò ad Auschwitz, il 14 giugno 1940. Dai carri piombati scesero 732 esseri umani del tutto ignari della sorte mostruosa che il regime nazista aveva deciso per loro. La storia del più famigerato Lager del Terzo Reich inizia ufficialmente in quei giorni ma non si conclude il 27 gennaio 1945 con l’arrivo dell’Armata rossa. Terminata la sua funzione di sterminio, l’ombra di Auschwitz ha attraversato i decenni arrivando fino ai giorni nostri, entrando a far parte della nostra contemporaneità come sinonimo del male assoluto. Ancora oggi, a ottant’anni esatti di distanza, quella “rottura di civiltà” di cui parlò Primo Levi ci costringe a confrontarci con la natura dell’uomo, con il senso della vita e della morte, senza fornirci risposte definitive. Secondo lo storico Frediano Sessi, tra i massimi studiosi italiani dell’Olocausto, “le tensioni, le incomprensioni, le strumentalizzazioni e tutte quelle piccole e grandi fratture che si producono attorno ad Auschwitz denunciano il fatto che esso è ancora un luogo vivo, che interagisce con il presente destabilizzandolo e immettendo inquietudine, come fosse un mostro non ancora sconfitto, solo dormiente, perciò minaccioso”. Da quasi quarant’anni Sessi approfondisce la storia della Shoah interrogandosi sul valore della memoria, cercando di raccontare un orrore che ha sfidato l’immaginazione umana, fino a diventare un confine morale. Ha portato in Italia l’edizione definitiva del Diario di Anna Frank, ha tradotto un’opera fondamentale per gli studi sull’Olocausto come La distruzione degli ebrei d’Europa di Raul Hilberg e ha scritto decine di libri, anche per ragazzi. Nessuno meglio di lui poteva ricostruire in modo organico l’universo fisico e simbolico di Auschwitz ripercorrendo tutte le ricerche sviluppate nel corso degli anni, dalle prime indagini effettuate dalla Resistenza subito dopo la liberazione alle ultime scoperte d’archivio, riportando nel dettaglio l’evoluzione delle scritture memoriali e le relative controversie. Il suo lavoro è confluito in un’opera monumentale (Auschwitz. Storia e memorie, Marsilio editore, pagg. 603, con la collaborazione di Enrico Mottinelli) che costituisce lo studio più completo sull’argomento, arricchito dalle cartografie sullo sviluppo dei campi e da uno sguardo di prospettiva sul futuro della mostra esposta all’interno del museo-memoriale. “Dopo il crollo dell’Unione Sovietica tutta la documentazione sparsa in giro per l’Europa, soprattutto nei paesi dell’est, è stata recuperata e raccolta all’interno del museo di Stato di Oswiecjm”, ci spiega. “Le fonti d’archivio e la bibliografia sono ormai talmente vaste che da circa vent’anni il lavoro di ricerca può essere effettuato soltanto da équipe di storici”. Eppure, nonostante la mole gigantesca di studi compiuti sull’argomento, l’orrore di Auschwitz non è stato ancora raccontato fino in fondo e anche questo libro contiene alcune importanti rivelazioni. “Una in particolare – precisa Sessi – smentisce ancora una volta le tesi dei negazionisti secondo i quali la cremazione all’aperto non era possibile perché il terreno argilloso non l’avrebbe consentita”. Le carte geologiche dell’epoca, i documenti prodotti dalle ditte che effettuarono i carotaggi nelle zone delle fosse di cremazione e un nuovo studio realizzato dal geologo Fulvio Baraldi affermano invece il contrario, in modo incontrovertibile. “Nei terreni vicini ai crematori IV e V sono stati ritrovati resti umani inceneriti, frammenti di ossa a dimostrazione dell’avvenuta cremazione all’aperto di esseri umani”. Scavando negli archivi, collegando le ricerche, recuperando e analizzando le memorie emergono nuovi particolari agghiaccianti sull’evoluzione del sistema concentrazionario del Terzo Reich e sul ruolo che esso doveva avere all’interno del disegno di potere nazista. Un’altra delle conclusioni inedite cui giunge il libro riguarda l’uso dello zyklon B, il veleno letale utilizzato nelle camere a gas. “Fu introdotto ad Auschwitz quasi per caso, nel giugno del 1940. Doveva servire per ripulire dai parassiti i locali del primo insediamento, l’ex monopolio dei tabacchi, dove oggi c’è università di Oswiecim”, prosegue lo storico. “Cominciarono a usarlo sugli esseri umani tra la fine del 1941 e l’inizio del 1942, per eliminare gli ebrei dell’Alta Slesia, prima che ad Auschwitz arrivassero gli ebrei francesi e quelli dell’Europa dell’ovest. Ciò dimostra che all’epoca non era stata ancora decisa la Soluzione finale. Soltanto in seguito Auschwitz divenne il centro di sterminio principale degli ebrei d’Europa. Siamo dunque di fronte a un processo graduale; all’orrore supremo si arrivò per tappe”.

Nella foto: Frediano Sessi

Il volume di Sessi è suddiviso in tre grandi sezioni: la prima ripercorre i tratti ideologici, legislativi e amministrativi che inquadrano Auschwitz all’interno del più ampio contesto del “nuovo ordine europeo” ideato dal Terzo Reich. La seconda entra nello specifico della vita del campo, con la ricostruzione minuziosa della quotidianità nel Lager, gli alloggi e i luoghi di lavoro, i metodi di sterminio, le forme di oppressione e quelle di resistenza, i processi e le sentenze seguiti alla liberazione. La terza parte approfondisce infine i percorsi della memoria ponendo l’accento sulle diverse declinazioni nazionali e sulle modifiche del complesso museale, sulle testimonianze delle vittime e dei carnefici, nonché sulla ricezione da parte della comunità internazionale. Un ruolo importante è inoltre riservato alle cartografie, dalle quali si apprende che i nazisti continuarono ad ampliare Auschwitz fino al novembre del 1944, quando ormai le sorti della guerra erano segnate. “È illuminante osservare come siano stati sviluppati ad esempio Auschwitz 1, Birkenau e i sotto-campi attorno che sono circa una quarantina, oltre la metà dei quali venne aperta proprio nel 1944”, spiega Sessi. “La città di Oswiecim era all’interno del territorio polacco annesso al Reich ma costituiva la porta d’ingresso verso est dell’utopia tedesca. Rappresentava quindi l’avanguardia del progetto di ‘città ideale’ che prevedeva lo sviluppo della nuova Germania e della nuova Europa. Nell’idea dei gerarchi nazisti tale progetto doveva essere portato avanti anche dopo la caduta di Hitler e la fine della guerra. Le cartografie spiegano molto bene questi passaggi mentre la crescita graduale di Birkenau chiarisce quale fosse l’obiettivo di sviluppo di questa città ideale”. Ma nonostante il grande impegno degli studiosi e l’apporto prezioso delle centinaia di testimonianze raccolte dal museo di Auschwitz, molti aspetti della vita e della morte nel campo rimarranno per sempre senza risposta. “Mancano ad esempio la maggior parte delle schede del personale SS in servizio e le liste nominative dei convogli degli ebrei deportati, a esclusione di quelle ottenute dagli archivi di alcuni paesi europei che hanno realizzato ricerche specifiche sin dai primi anni del Dopoguerra”, ammette Sessi. “Manca la maggior parte della corrispondenza degli organi di comando del campo con le diverse istituzioni del governo del Reich e le tante industrie ed enti privati che hanno collaborato. Non sono stati mai ritrovati neanche gli atti relativi ai decessi dei prigionieri negli ospedali e nelle infermerie”. Ma i vuoti più significativi, quelli che nessuna documentazione potrà mai colmare, restano soprattutto sul piano morale. “Per studiare e trasmettere un orrore come quello di Auschwitz non basta la storia – conclude Sessi – . L’indispensabile lavoro di storicizzazione compiuto fino ad oggi spiega soltanto il ‘come’ ma lascia senza risposta il ‘perché’”.
RM

Grazie di tutto, “comrade”

In memoria di Giulio Giorello (1945-2020), grande filosofo della scienza, insostituibile ispiratore e amico, che amava l’Irlanda perché amava la libertà

Riannodando i fili della memoria mi accorgo che ormai ci conoscevamo da quasi vent’anni. Da quel pomeriggio del 2001, un giorno per niente casuale – il 5 maggio – in cui sei sceso a Firenze per commemorare Bobby Sands. Invitato da un gruppo di giovani – alcuni tuoi ex allievi – e dal sottoscritto, che allora ti conosceva soltanto di fama. Quella di grande epistemologo, certo, ma anche quella di vorace conoscitore dell’Irlanda. Era il ventennale della morte di colui che hai sempre considerato un’icona della lotta per la libertà. Non solo irlandese ma mondiale. Fu una serata memorabile di parole, di musica, di ricordi. Ricordo che ti colpì molto il luogo dove avevamo organizzato l’incontro, al quale presero parte anche Silvia Calamati, Melita Cataldi e il gruppo musicale dei Whisky Trail. Una chiesa non sconsacrata del centro di Firenze, tappezzata per l’occasione di bandiere  irlandesi, di foto di Bobby Sands. Tu indossavi un paio di occhiali scuri a causa di una congiuntivite e lasciasti tutti a bocca aperta per il tuo commovente ricordo di Sands. Ma a colpirmi ancor più furono la tua disponibilità e la tua generosità. Le stesse che avresti mostrato qualche anno dopo, quando venni a trovarti in un albergo di Firenze per parlarti del progetto cui stavo lavorando: un “libro nero” degli inglesi in Irlanda. Ricordo il tuo sguardo incuriosito, le tue parole di incoraggiamento, gli immancabili consigli bibliografici. “In effetti in Italia di un volume così ci sarebbe proprio bisogno”, mi hai detto. Non erano parole di circostanza e me l’avresti dimostrato un paio d’anni dopo, accettando con entusiasmo di scriverne la prefazione. Non mi sembrava vero, te lo confesso, che un gigante della cultura italiana come te potesse accettare la proposta di un giovane giornalista ma poi capii che la tua grandezza era proprio quella di saperti calare appieno nelle realtà in cui credevi. E quindi di andare a parlare anche nei posti più remoti, senza alcuno snobismo, del tutto privo della spocchia di molti tuoi pur meno brillanti colleghi accademici. Poco importava che di fronte a te ci fossero grandi platee letterarie o televisive, oppure piccoli circoli di periferia, festival minori o università occupate: se sentivi che lo spirito era quello giusto, se ti andavano a genio gli organizzatori e gli argomenti che proponevano, tu non ti tiravi indietro, non dicevi mai di no. Dialogavi con tutti, trasmettendo la sensazione palpabile del piacere della cultura, del godimento della lettura. Conferenze, presentazioni, incontri, interviste. Un paio di appunti su un foglio, gli occhiali sul tavolo e un libro in mano a pochi centimetri dagli occhi. Non ti risparmiavi mai. Soprattutto se c’erano di mezzo l’Irlanda e la causa repubblicana, dove con la tua cultura sterminata riuscivi sempre a infilare l’illuminismo radicale, le etiche senza dio, John Stuart Mill che stava accanto a Bobby Sands, Spinoza e Bruno a fianco di James Joyce. Ulysses, mi confessasti una volta, era il libro che tenevi quasi sempre sul comodino, “perché andrebbe riletto almeno una volta l’anno”. Da allora è nato un rapporto speciale, scandito da tappe memorabili. Firenze, Roma, Milano, Trento, Dublino, solo per citare le principali. E dopo ogni conferenza o presentazione non mancava mai la tappa al pub, come ogni buon irlandese, ma sempre con leggerezza, generosità, affetto. La tua figura alta e un po’ sbilenca, l’andatura oscillante, le camicie e le giacche stropicciate, lo sguardo ironico, la gesticolazione con le mani, gli occhi che sprizzavano una curiosità quasi fanciullesca. “Potete contare su di me. Per Bobby ci sono sempre”, mi avevi ripetuto al telefono alla metà di febbraio, poche settimane prima di essere colpito da questo dannato virus. A metà maggio avremmo dovuto vederci al salone di Torino, insieme al comune amico Enrico Terrinoni, per presentare gli scritti inediti di Bobby Sands che ho curato con lui. Adesso sembra incredibile pensare che non sarai più fisicamente con noi, e quel libro che avremmo tanto voluto presentare insieme a te soffrirà della tua incolmabile mancanza ancora prima di andare in stampa. Dedicartelo era il minimo che potevamo fare. Grazie ancora di tutto, “comrade”.
RM

La nave-prigione

Focus Storia, n. 165, luglio 2020

Decenni di silenzi e censure hanno sepolto a lungo nell’oblio la terribile vicenda dell’Arandora Star, la nave britannica piena di internati che venne affondata nell’Atlantico il 2 luglio 1940. Oltre settecento civili, in gran parte italiani, rimasero uccisi da un siluro lanciato da un sottomarino tedesco pochi giorni dopo l’ingresso in guerra dell’Italia. Fu il primo massacro di italiani della Seconda guerra mondiale. Un massacro dimenticato due volte: dall’Italia fascista perché la nave era stata affondata dagli alleati tedeschi in un’azione di guerra, e poi dall’Italia del Dopoguerra, perché nel frattempo gli inglesi erano diventati i nuovi alleati che avevano sconfitto i nazisti. Una vicenda riemersa dal dimenticatoio soltanto in anni recenti, anche grazie ad alcuni studi che sono riusciti a gettare luce, una volta per tutte, sulla dinamica della strage.
Quando Mussolini dichiarò guerra alla Gran Bretagna, il 10 giugno 1940, gli italiani che vivevano al di là della Manica divennero improvvisamente dei nemici per Londra. Da tempo il governo britannico aveva elaborato dei piani per identificare e tenere sotto stretta sorveglianza gli emigrati italiani nel timore che potessero agire da “quinta colonna”, ovvero rivelarsi spie e collaboratori sotto copertura, segretamente in contatto con il nazismo e pronti a entrare in azione in caso di invasione delle truppe tedesche. Già dal 11 giugno Scotland Yard e i servizi segreti MI5 lanciarono massicce retate, arrestando non soltanto gli italiani iscritti alle liste del fascio ma anche tutti gli uomini di età compresa tra i 15 e i 70 anni che risiedevano da tempo nel Regno Unito. La celebre espressione di Winston Churchill “Collar the Lot” (“metteteli tutti al guinzaglio”) ricorda la misura preventiva contro lo spionaggio che stabilì l’internamento di tutti i cittadini originari dei paesi nemici. Il quotidiano Daily Mirror, in quei giorni, fu ancora più esplicito: “il governo italiano – scrisse – ha migliaia di discepoli tra noi. Italiani di nascita, fascisti di razza. Speriamo che si tenga conto di tutto ciò quando i membri della ‘quinta colonna’ verranno esaminati”. Da un giorno all’altro centinaia di persone si ritrovarono nella scomoda condizione di stranieri indesiderati e finirono rinchiusi nei campi di internamento, sospettati di simpatie fasciste e di legami più o meno diretti con il regime. Continua la lettura di La nave-prigione

Irlanda, la maglia del Linfield inneggia alla violenza

Avvenire, 14 giugno 2020

“Quella sarà la nostra nuova maglia da trasferta, non abbiamo niente da rimproverarci e non intendiamo modificarla”. Roy McGivern, presidente e padre padrone del Linfield FC, replica così, in modo lapidario, alle critiche rivolte in questi giorni alla società di Belfast, una delle più antiche e titolate squadre di calcio dell’Irlanda del Nord. I colori scelti dal club per la seconda maglia da gioco della stagione 2020/2021 (arancione e porpora con una banda trasversale) sono esattamente gli stessi del più famigerato gruppo paramilitare protestante, l’Ulster Volunteer Force. Una milizia armata responsabile dell’uccisione di quasi seicento civili cattolici negli anni del conflitto, le cui bandiere sventolano ancora oggi indisturbate, sui lampioni di molti quartieri protestanti del paese, e rendono ancora più complicata la convivenza tra le due comunità. Fondato a Belfast nel lontano 1866 dagli operai protestanti affiliati all’Ordine d’Orange, il Linfield Football Club è da sempre una squadra dichiaratamente lealista e anti-cattolica, al cui interno è stata in vigore a lungo la regola non scritta di tesserare soltanto giocatori protestanti. È dunque assai difficile credere a quanto spiegato dallo stesso club in un comunicato, secondo il quale la scelta dei colori per la nuova maglia da trasferta per la prossima stagione è stata del tutto casuale e involontaria. La prima uniforme di gara del Linfield – che l’anno scorso ha vinto il suo cinquantatreesimo scudetto – è bianca, rossa e blu per richiamare i tradizionali colori dell’Union Jack, la bandiera britannica. La sua seconda maglia era invece arancione proprio in onore dell’Orange Order, la società segreta anti-cattolica fondata dai presbiteriani dell’Ulster alla fine del XVIII secolo. Finora però non erano mai state adottate scelte cromatiche direttamente associabili al gruppo armato. I tifosi del Linfield preferiscono minimizzare, facendo riferimento ai colori della loro identità e non a quelli dei paramilitari dell’UVF. Ma per la comunità cattolica dell’Irlanda del Nord è una provocazione grave e del tutto inopportuna, perché fa riferimento al tragico passato del paese ed è profondamente irrispettosa nei confronti dei familiari delle vittime. “Mio padre fu ammazzato da un commando dell’UVF che fece irruzione in casa nostra nel 1975 – ha spiegato Denise Mullen consigliera comunale di Belfast – e non posso accettare che una squadra di calcio scenda in campo con quella maglia vergognosa”. La stessa Mullen sta coordinando la protesta dei familiari delle vittime del gruppo paramilitare che hanno chiesto alla federazione calcistica irlandese di far ritirare la maglia. Intanto, all’indirizzo dei vertici societari del Linfield, è già scattato un fuoco di fila di critiche sui social network, al quale si è unito l’ex attaccante della nazionale inglese Stan Collymore, con un tweet polemico poi rimosso dallo stesso giocatore. Anche Stephen Farry, deputato del partito interconfessionale Alliance, ha chiesto al club di modificare i colori dell’uniforme “perché così offendono profondamente la comunità cattolica”. Ma il Linfield respinge al mittente ogni accusa e la maglia incriminata può già essere acquistata sul sito del club.
RM

La guerra di Bosnia continua. A colpi di toponomastica

 Venerdì di Repubblica, 5 giugno 2020

In Bosnia c’è ancora chi preferisce onorare i carnefici piuttosto che commemorare le vittime. È una guerra della memoria che si combatte anche con le armi della toponomastica, nel tentativo di riscrivere la storia degli anni ‘90. Nella Repubblica Srpska, l’entità a maggioranza serba del paese, si replica alle sentenze del tribunale dell’Aja intitolando strade e luoghi pubblici ai criminali condannati per genocidio. Per celebrare il generale Ratko Mladic – il cui processo d’appello è atteso nelle prossime settimane – è stato eretto un monumento alto più di tre metri nel suo villaggio natale, Kalinovik. Nella cittadina di Pale, a pochi chilometri da Sarajevo, c’è una residenza studentesca intitolata a Radovan Karadzic, la cui condanna all’ergastolo per genocidio è stata ribadita anche in appello. Ma questi sono soltanto gli episodi di revisionismo più lampanti. Secondo una recente ricerca del Balkan Investigative Reporting Network, una rete di Ong che promuove i diritti umani e la libertà di informazione, decine tra vie, piazze, parchi e strutture pubbliche sono già state dedicate a criminali di guerra meno noti e a battaglioni responsabili delle mattanze di civili. Come la città di Bjeljina, che ha persino una strada intitolata al famigerato gruppo paramilitare delle ‘tigri di Arkan’. Gli autori della ricerca non hanno dubbi: “legittimando i criminali si vanifica ogni speranza di riconciliazione”.