Archivi categoria: Libri

Si può distruggere la storia di una nazione?

(Articolo uscito anche su “Avvenire” di ieri)

Meno di trecento pagine per confutare secoli di storia della Scozia, per demolire la sua tradizione letteraria, per mettere in dubbio alcuni dei suoi capisaldi culturali. A firmarle è Hugh Trevor Roper, storico inglese morto da cinque anni, tanto famoso quanto controverso per aver autenticato i diari di Hitler rivelatisi poi un colossale falso, che torna adesso nelle librerie britanniche con un lavoro inedito scritto molti anni fa. Nel suo “The Invention of Scotland”, il professore di Oxford lancia un attacco frontale al cuore pulsante dell’Antica Caledonia, provando a minarne innanzitutto le basi fondanti: la Dichiarazione d’indipendenza redatta ad Arbroath e presentata sotto forma di lettera a Papa Giovanni XXII, nel 1320, per confermare l’indipendenza e la sovranità dello stato scozzese. Quella che i nazionalisti considerano una specie di Bibbia, per Trevor-Roper sarebbe in realtà un documento dal dubbio valore storico, perché pieno zeppo di inesattezze e citazioni di re immaginari. Ma questa è solo la miccia che innesca un fuoco di fila di argomentazioni, secondo le quali l’intero apparato delle tradizioni letterarie, culturali e politiche scozzesi, lungi dal risalire all’epoca romana o tardomedievale, sarebbe stato in gran parte inventato a partire dal XVIII secolo. Con buona pace di William Wallace, l’eroe nazionale morto nel 1305 e celebrato anche dal cinema col soprannome di “Braveheart”. Continua…

Se Pansa confonde i torti degli sconfitti con le ragioni dei vincitori

L’ultimo libro di Giampaolo Pansa, “I tre inverni della paura”, è un successo annunciato che prosegue, stavolta con un romanzo, il fortunatissimo filone dedicato alle violenze dei partigiani durante la Resistenza. Come previsto anche questo volume, come i tre saggi precedenti, sta facendo discutere. Il commento più lucido e condivisibile sull’ultima fatica dello scrittore piemontese ci è sembrato quello di Miguel Gotor, lo storico che ha curato le lettere dalla prigionia di Aldo Moro. Ecco le conclusioni del suo intervento uscito il 16 maggio su “La Stampa”:

Se ogni libro è una medicina dell’anima, l’impressione è che il romanzo di Pansa vada maneggiato con cura perché rischia di intossicare il lettore. Da tempo la sinistra italiana ha condannato gli eccessi compiuti dai partigiani nel quadro di un riconoscimento condiviso dei valori di democrazia e libertà promossi dalla Resistenza. Un movimento di civili, con diverse ispirazioni politiche e culturali, che ebbe successo non solo in quanto movimento armato, forte dell’aiuto degli Alleati e della resistenza in ambito militare, ma perché poté contare sull’appoggio di fasce di popolazione non certo minoritarie. Negli ultimi anni anche la destra, pur tra qualche inevitabile oscillazione, sembra avviata a seguire un percorso simile e a riconoscersi in quei valori, a fondamento del patto costituzionale. Comprendere il dolore delle vittime non può significare perdere la distinzione tra i torti degli sconfitti e le ragioni dei vincitori, indugiando in un’apologia dell’attendismo e del grigiore che punta a blandire l’Italia perenne del qualunquismo e dell’antipolitica. Oggi, come allora.

La nascita di Israele e la pulizia etnica della Palestina

palestine2Nel 1948 nacque lo Stato d’Israele ma ebbe luogo anche la Nakba (‘catastrofe’), ovvero la cacciata di circa 250.000 palestinesi dalle loro terre. La vulgata israeliana ha sempre narrato che in quell’anno, allo scadere del mandato britannico in Palestina, le Nazioni Unite avevano proposto di dividere la regione in due stati: il movimento sionista era d’accordo, ma il mondo arabo si oppose; per questo, entrò in guerra con Israele e convinse i palestinesi ad abbandonare i territori pur di facilitare l’ingresso delle truppe arabe. La tragedia dei rifugiati palestinesi, di conseguenza, non sarebbe direttamente imputabile a Israele. E’ quanto sostiene il libro “La pulizia etnica della Palestina” dello storico israeliano Ilan Pappe. Nato ad Haifa nel 1954 da genitori sfuggiti alla Shoah, Pappe ha studiato a lungo la documentazione esistente su questo punto cruciale della storia del suo paese, giungendo a una visione chiara di quanto era accaduto nel ’48 drammaticamente in contrasto con la versione tramandata dalla storiografia ufficiale: già negli anni Trenta, la leadership del futuro Stato d’Israele (in particolare sotto la direzione del padre del sionismo, David Ben Gurion) aveva ideato e programmato in modo sistematico un piano di pulizia etnica della Palestina. Ciò comporta, secondo l’autore, enormi implicazioni di natura morale e politica, perché definire pulizia etnica quello che Israele fece nel ’48 significa accusare lo Stato d’Israele di un crimine. E nel linguaggio giuridico internazionale, la pulizia etnica è un crimine contro l’umanità. Per questo, secondo Pappe, il processo di pace si potrà avviare solo dopo che gli israeliani e l’opinione pubblica mondiale avranno ammesso questo “peccato originale”.

 

Quando la politica cancella la memoria

Perché l’Italia perseguì col contagocce i criminali di guerra tedeschi e italiani dopo il 1945? La domanda che si poneva già il documentario “La guerra sporca di Mussolini” andato in onda qualche settimana fa su History Channel, è al centro del nuovo libro di Filippo Focardi, “Criminali di guerra in libertà. Un accordo segreto tra Italia e Germania Federale 1949-1955” (Carocci). Il lavoro di Focardi, che insegna storia contemporanea all’Università di Padova, approfondisce il tema della sostanziale impunità nei confronti dei criminali di guerra italiani e tedeschi basandosi su nuovi documenti e riprendendo in mano le più recenti ricerche della storiografia europea.

La portata dell’anomalia italiana emerge chiaramente nel raffronto con gli altri paesi europei: dopo la guerra l’Italia è stata capace di istruire solo 26 processi, comminando solo tre ergastoli di cui uno in contumacia (Kappler, Reder e Niedermayer), più un paio di condanne a 15 anni di detenzione. Un piccolo paese come la Danimarca – dove l´occupazione tedesca fu certo meno sanguinaria – celebrò tra il 1948 e il 1950 almeno 77 processi, con 71 condanne. In Belgio furono condotti 31 processi contro una novantina di criminali, con pene molto pesanti tra cui 21 condanne a morte (solo due eseguite). In Olanda i criminali di guerra processati furono 231, con 15 condanne a morte (5 delle quali eseguite). Anche in Francia i processi furono centinaia.