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Quando la politica cancella la memoria

Perché l’Italia perseguì col contagocce i criminali di guerra tedeschi e italiani dopo il 1945? La domanda che si poneva già il documentario “La guerra sporca di Mussolini” andato in onda qualche settimana fa su History Channel, è al centro del nuovo libro di Filippo Focardi, “Criminali di guerra in libertà. Un accordo segreto tra Italia e Germania Federale 1949-1955” (Carocci). Il lavoro di Focardi, che insegna storia contemporanea all’Università di Padova, approfondisce il tema della sostanziale impunità nei confronti dei criminali di guerra italiani e tedeschi basandosi su nuovi documenti e riprendendo in mano le più recenti ricerche della storiografia europea.

La portata dell’anomalia italiana emerge chiaramente nel raffronto con gli altri paesi europei: dopo la guerra l’Italia è stata capace di istruire solo 26 processi, comminando solo tre ergastoli di cui uno in contumacia (Kappler, Reder e Niedermayer), più un paio di condanne a 15 anni di detenzione. Un piccolo paese come la Danimarca – dove l´occupazione tedesca fu certo meno sanguinaria – celebrò tra il 1948 e il 1950 almeno 77 processi, con 71 condanne. In Belgio furono condotti 31 processi contro una novantina di criminali, con pene molto pesanti tra cui 21 condanne a morte (solo due eseguite). In Olanda i criminali di guerra processati furono 231, con 15 condanne a morte (5 delle quali eseguite). Anche in Francia i processi furono centinaia.

Lo Schindler argentino

Lo tenevo da qualche mese impilato tra i libri da leggere. Alla fine mi sono deciso ad affrontarlo consapevole che, come tutti i libri sulla dittatura che ha insanguinato l’Argentina dalla metà degli anni ‘70, non si trattava di un piacevole intrattenimento letterario. Certo non immaginavo che “Niente asilo politico” (Feltrinelli) raccontasse una vicenda di straordinario coraggio, la storia di una coscienza che si ribella di fronte all’orrore e cerca di usare con destrezza e grande umanità una posizione di privilegio per aiutare il prossimo. Enrico Calamai, autore del libro in questione, è stato console italiano a Buenos Aires durante gli anni del terrore, dei desaparecidos, delle brutalità e delle torture inflitte a un’intera generazione mentre la vita del paese scorreva come se niente fosse. È stato un eroe perché – proprio come Oskar Schindler al tempo della persecuzione degli ebrei – ha messo a rischio la propria vita per aiutare le vittime dei militari durante gli anni in cui dominava una concezione fondamentalista della Ragion di Stato. Contravvenendo leggi, regolamenti e convenzioni ha salvato alcune centinaia di persone, nascoste in casa propria, in un negozio, in un convento per settimane, fornendo loro documenti falsi per apparire turisti italiani e un passaggio in nave o in aereo con destinazione Roma. Calamai era convinto che quello fosse il modo migliore anche per servire il proprio paese: non il governo che come molti altri all’interno del mondo occidentale si rese complice dei militari argentini, ma la popolazione, quella popolazione sdegnata (e poco informata) di quanto accadeva in Argentina. In sette anni, dal 1976 al 1983, trentamila persone vennero uccise o furono fatte scomparire nei centri di tortura argentini o con i voli della morte. Contrariamente al Cile di Pinochet, osserva Calamai, gli orrori della dittatura argentina furono una sorta di delitto perfetto, perché quasi del tutto privo di visibilità. Mentre la vita a Buenos Aires e nel resto del paese proseguiva in un’apparente normalità, il nostro governo, imbrigliato negli schemi imposti dalla Guerra Fredda, preferì fingere di non sapere qual’era la sorte di migliaia di persone – molte delle quali con origini italiane – e scelse un’inerzia che divenne complicità con i macellai. Rientrato in Italia, Calamai è stato chiamato in anni recenti a testimoniare nel processo che ha portato alla condanna di otto militari argentini. Il suo libro è una lezione di vita.

L’Olocausto dei bambini ceceni

Già autrice de “Il libraio di Kabul” e tra le più accreditate reporter di guerra d’Europa, la giornalista norvegese Asne Seierstad è tornata in Cecenia, nel disastrato paese dov’era già stata alla fine del 1995, quando da giovane cronista seguì gli eserciti di Yeltsin che avevano appena attaccato Grozny. “Il bambino dal cuore di lupo. Storie dall’inferno della Cecenia in guerra” è il suo drammatico libro a metà tra reportage e racconto letterario appena uscito in edizione italiana per Rizzoli. Di fronte all’incancrenimento di un conflitto che ha ucciso più di centomila civili, Seierstad ha sentito il bisogno di dare un volto alle vittime documentando l’umiliazione di un paese schiacciato dalla politica russa dell’era Putin. Una recensione del libro è uscita qualche giorno fa su “Avvenire”.

Un capolavoro dimenticato

E’ “Necropoli” di Boris Pahor, un’opera straordinaria sul mondo concentrazionario, cruda e limpida, scritta da chi l’ha vissuto dall’interno in tutta la sua sistematica follia. Il libro è stato riscoperto e ristampato in italiano dall’editore Fazi 41 anni dopo la sua stesura. Boris Pahor, grande scrittore sloveno residente a Trieste, classe 1913, è stato più volte candidato al Nobel per la letteratura. In gioventù è stato deportato nei campi di concentramento nazisti per aver collaborato con la resistenza antifascista slovena. Come raccontare l’orrore a chi non l’ha vissuto? “Tentando di narrare i fatti – spiega Pahor – con lucidità e senza sentimentalismo e mettendo l’accento sulla capacità di resistenza e di solidarietà dell’uomo”.

Su “Necropoli” è uscito questo bell’articolo di Paolo Rumiz su “Repubblica”

Claudio Magris ha invece scritto l’introduzione al volume (leggi)