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L’infinita letteratura sull’Irlanda divisa

Avvenire, 20.12.2018

È curioso che proprio nell’anno in cui si è celebrato il ventennale dell’Accordo di pace in Irlanda del Nord il principale premio letterario in lingua inglese sia stato assegnato per la prima volta a una scrittrice nordirlandese per un romanzo ambientato durante il conflitto. Anna Burns, originaria di Belfast ma ormai radicata in Inghilterra, si è aggiudicata il prestigioso Man Booker Prize con Milkman, un’opera dalla scrittura definita “altamente letteraria” che affronta temi quali l’oppressione, il patriarcato, il sospetto, la paura. “Nessuno di noi aveva mai letto qualcosa di simile prima”, ha chiosato il presidente della giuria del premio, Kwame Anthony Appiah, alimentando l’attesa per la traduzione italiana del romanzo che uscirà nei primi mesi del 2019 con l’editore Keller. Prima della 56enne Burns, il Booker Prize è stato vinto in passato da superstar letterarie come Nadine Gordimer, Salman Rushdie, Ian McEwan, John Banville e da futuri premi Nobel, fra cui J.M. Coetzee, Doris Lessing e Kazuo Ishiguro. Ma l’aspetto più sorprendente, nella vittoria della scrittrice di Belfast, è l’ambientazione scelta per il suo romanzo. Dopo la firma dell’Accordo del Venerdì Santo del 1998, la guerra in Irlanda del Nord aveva infatti smesso di essere un soggetto letterario: l’attenzione degli scrittori irlandesi si era rivolta altrove, quasi come se non vi fosse più niente da raccontare all’interno di un genere che tra i suoi capisaldi conta molti testi di grande spessore ma ormai storicizzati. Era il 1977 quando uscì lo splendido romanzo Shadows on Our Skin di Jennifer Johnston (tradotto in italiano col titolo Ombre sulla nostra pelle). La grande scrittrice dublinese ‘inaugurò’ il genere con una storia di violenza raccontata attraverso gli occhi innocenti e lo sguardo acuto di un bambino di dieci anni, una prospettiva che in seguito sarebbe stata ripresa da molti altri autori. Joe Logan, il piccolo protagonista del romanzo ambientato a Derry, scrive poesie in rima mentre fuori il mondo va a rotoli e la sua famiglia si disgrega tra alcol, malattie e disperazione. I fragili equilibri interiori del piccolo finiranno per spezzarsi a causa di Brendan, il fratello maggiore che condivide l’aspirazione del padre per un’Irlanda libera. Il protagonista è descritto magistralmente dalla prosa di Johnston, intessuta di molteplici sottotrame e capace di creare un’attesa continua nel lettore. Solo pochi anni più tardi, nel 1983, uscì un’altra pietra miliare, Cal di Bernard MacLaverty. Un romanzo a tratti commovente, che racconta la crescita spirituale di un giovane cattolico di Belfast costretto a trovare rifugio in una baracca dopo l’incendio doloso della sua casa. McLaverty descrive un personaggio complesso, dalle mille sfaccettature, la cui vita è in realtà una metafora dell’Irlanda divisa tra le opposte convinzioni politiche e religiose. L’odio settario, il pregiudizio e la guerra a bassa intensità che per decenni ha costretto la gente comune a vivere nel terrore sono il contesto nel quale prende forma anche Le menzogne del silenzio di Brian Moore, che nel 1990 fu tra i romanzi finalisti del Booker Prize. Michael Dillon, il protagonista, è “un poeta fallito in abiti eleganti”, che decide di chiedere il divorzio e di fuggire con la giovane amante ma è costretto a compiere un attentato da un commando dell’IRA che ha preso in ostaggio sua moglie. Un romanzo memorabile, nel quale il compianto Moore è capace di fondere in modo straordinario la tensione del thriller con i dilemmi morali degli abitanti dell’Irlanda del Nord di quell’epoca. Gli anni ‘90 sono stati senza dubbio il periodo più prolifico, anche sul piao qualitativo, di opere letterarie incentrate sul conflitto anglo-irlandese. Persino due mostri sacri come Edna O’Brien e Seamus Deane si sono cimentati con il genere. Con Uno splendido isolamento – uno dei suoi romanzi più belli, uscito nel 1994 -, la O’Brien si discostò anche stilisticamente dalle sue opere precedenti con una storia incentrata sul rapporto di fiducia e amicizia che si instaura tra un membro dell’IRA braccato dalla polizia e una donna anziana e malata. La grande scrittrice lasciò l’Irlanda come alcuni suoi illustri connazionali – Joyce e Beckett su tutti -, ma l’Irlanda e i cosiddetti “Troubles” non l’avrebbero lasciata mai: nella sua vasta produzione il tema torna di nuovo nel racconto Fiore nero, contenuto nella raccolta Oggetto d’amore, recentemente uscita in traduzione italiana per Einaudi.
Seamus Deane ha invece ambientato a Derry il suo romanzo più famoso, Le parole della notte, uscito nel 1996 e poi tradotto in decine di edizioni in tutto il mondo. Anche in questo caso la voce narrante è quella di un ragazzino, affascinato dalla dimensione fantastica che lo circonda. Ben presto però il suo mondo intriso di leggende si scontra con la realtà della vita quotidiana a Derry. Con il precipitare degli eventi la narrazione di Deane si fa claustrofobica, proprio come le strade dell’enclave cattolica della città, che diventano teatro di una feroce guerriglia urbana. “Rischiammo di soffocare per i gas sparati dall’esercito, vedemmo o udimmo le esplosioni, i colpi d’arma da fuoco, i disordini che si avvicinavano con i loro confusi rumori di vetri infranti, i lampi delle bombe molotov, le urla isolate che sfociavano in un latrare prolungato e il concertato tamburellare dei manganelli sugli scudi antisommossa”. E si svolge sempre a Derry, nello stesso periodo, anche quello che molti critici irlandesi considerano uno dei più bei romanzi mai scritti sul conflitto: The International di Glenn Patterson, pubblicato nel 1999 pochi mesi dopo la firma dell’accordo di pace e purtroppo non ancora tradotto in italiano. Patterson dà forma a una circolarità di eventi condita da un’amara ironia e riesce a evocare un senso di nostalgia per quello che Belfast era prima della guerra. Con un incipit indimenticabile. “Se avessi saputo che la storia sarebbe cambiata per sempre il giorno dopo, avrei fatto lo sforzo di svegliarmi prima dell’ora del tè” chiosa Danny, barista diciottenne, osservando le persone che affollano un hotel del centro di Belfast un sabato sera di gennaio del 1967.
Risalgono sempre a quegli anni anche due romanzi che hanno riscosso in Italia un successo superiore a quello ottenuto in patria. Si tratta di Resurrection Man di Eoin McNamee e di Eureka Street di Robert MacLiam Wilson. Il primo è ispirato alla storia degli “Shankill Butchers”, una feroce banda di protestanti che terrorizzò Belfast negli anni ‘70, i cui componenti rapivano, torturavano, mutilavano e ammazzavano sadicamente le loro vittime cattoliche. Non è un capolavoro letterario ma un contributo prezioso per comprendere l’isteria e la crudeltà gratuita di quella guerra. Quello di MacLiam Wilson, divenuto negli anni quasi un libro di culto per gli amanti del genere, è invece un romanzo di formazione, una storia di amicizia, di amore e solitudine, tra persone comuni che vivono in una città e in un paese in preda al caos. Jake e Chuckie, l’uno cattolico e l’altro protestante, eppure capaci di un affetto viscerale e disinteressato nonostante le differenze politiche, culturali, religiose. Sono il simbolo e l’auspicio di un futuro condiviso dopo anni di sofferenze.
RM

Il dramma degli ebrei italiani in Libia

Avvenire, 8.12.2018

Nel giugno 1967 la Guerra dei Sei giorni scatena una terribile ondata di violenze contro gli ebrei italiani residenti in Libia. Case e negozi bruciati, beni confiscati, sinagoghe e cimiteri profanati. Chi viene trovato in strada finisce ammazzato senza pietà. Sono giorni di terrore, rabbia e incredulità. Solo alcune settimane più tardi circa cinquantamila membri della comunità di Tripoli riescono a fuggire partendo per Roma con un ponte aereo. Gran parte di loro proseguirà alla volta di Israele o degli Stati Uniti, altri si fermeranno per sempre in Italia, cominciando una nuova vita. Daniela Dawan aveva appena dieci anni quando visse in prima persona quei tragici giorni. La sua famiglia fu costretta come tante altre a lasciare precipitosamente quello che considerava il proprio paese, aprendo un vuoto doloroso e incolmabile con il passato. Nel bel romanzo Qual è la via del vento (edizioni e/o), Dawan rievoca quei drammatici fatti che coinvolsero migliaia di ebrei italiani raccontando una vicenda in parte autobiografica. La storia – liberamente ispirata alla sua infanzia – è quella di Micol Cohen, una bambina ebrea che vive a Tripoli con il padre e la madre, Ruben e Virginia. Personaggi tratteggiati con garbo e senza retorica all’interno di un quadro familiare segnato dalla morte misteriosa di una sorella che Micol non ha mai conosciuto. Quando si scatena la violenza nelle strade anche i Cohen sono costretti a nascondersi nell’appartamento dei nonni materni della piccola, Ghigo e Vera Asti, in attesa di fuggire grazie all’aiuto di un amico arabo che fornirà loro i visti per l’espatrio. Due anni più tardi, nel 1969, il colpo di Stato del Colonnello Gheddafi e la cacciata di re Idris fanno perdere agli ebrei ogni residua speranza: tornare a casa è ormai impossibile. Fra i primi provvedimenti del nuovo regime c’è l’ordine di esproprio dei beni degli italiani, spariscono conti correnti, immobili, terreni, finché dell’antica comunità ebraica della Libia non resterà più alcuna traccia. La drammatica fuga della famiglia Cohen chiude la prima parte del libro, che ricostruisce accuratamente i fatti e il clima politico della Libia di quegli anni. La trama del romanzo riprende poi molti anni anni dopo, raccontando le conseguenze di quello sradicamento. “Ci sono due generi di uomini – scrive Dawan -, quelli che piantano più solide radici altrove e quelli che invece, anche senza averne consapevolezza, si disgregano”. Ruben, il padre di Micol, appartiene alla seconda categoria e in Italia non riuscirà mai a costruirsi una nuova vita. Sarà invece Micol, ormai diventata un avvocato di successo, a tornare finalmente a Tripoli nel 2004 insieme a un gruppo di vecchi esuli ebrei. È quello il momento in cui Gheddafi sta compiendo una serie di gesti di distensione nei confronti dell’Occidente e dell’Italia. Forse esiste la concreta possibilità di ottenere risarcimenti. “Saranno ancora imbevuti di odio?” è la domanda che la protagonista, ormai adulta, si pone iniziando un viaggio nei luoghi della memoria della sua infanzia, in cui scoprirà anche il segreto della morte di sua sorella. Un viaggio che nella realtà l’autrice del libro non ha mai compiuto ma è stata capace di rendere con grande efficacia narrativa, riportando alla luce la memoria di una tragedia sulla quale è caduto il silenzio.
RM

I segreti di Asperger, complice del nazismo

Avvenire, 2.12.2018

Fino a non molto tempo fa il pediatra viennese Hans Asperger era considerato una sorta di Oskar Schindler della psichiatria. Non solo un pioniere della ricerca sull’autismo ma anche un eroe che riuscì a salvare molti bambini dal programma di sterminio nazista. Dopo la guerra fu nominato direttore della clinica pediatrica universitaria di Vienna dove proseguì una lunga carriera accademica nella quale gettò le basi per una definizione dell’autismo come forma di diversità, aprendo la strada a una corretta comprensione della malattia. Nel 1981, subito dopo la sua morte, il suo nome è stato associato alla sindrome dello spettro autistico che da allora è riconosciuto dall’intera comunità scientifica mondiale. Ma fino a qualche anno fa nessuno si era interrogato davvero sul ruolo svolto da Asperger durante il Terzo Reich. Ben pochi avevano ad esempio ritenuto anomalo che il medico viennese, pur non iscrivendosi al partito, fosse riuscito a entrare in ruolo nel 1943 e a raggiungere posizioni di primo piano in istituzioni accademiche e statali senza compromettersi con il regime. Dopo la guerra non gli venne d’altra parte contestato alcun reato e lui fu assai convincente nell’affermare di essersi sempre opposto al cosiddetto Aktion T4 – il programma di eutanasia nazista -, definendolo “assolutamente inumano”, e nel costruirsi una solida reputazione di oppositore del Reich sostenendo di aver rischiato in prima persona per salvare bambini e disabili dallo sterminio. Alcune ricerche recenti hanno però raccontato una storia assai diversa, facendo venire a galla molti elementi oscuri della psichiatria viennese negli anni tra le due guerre mondiali e descrivendo Hans Asperger come un uomo che ebbe molteplici legami con il regime e operò consapevolmente all’interno di quel sistema omicida. Dopo anni di studi approfonditi lo storico della medicina dell’Università di Vienna Herwig Czech è stato in grado di dimostrare che Asperger usò diagnosi di autismo e disabilità per sostenere l’eugenetica nazista e contribuì quindi alla soppressione di bambini “inadeguati”, ovvero devianti dall’ideale ariano. Le conclusioni del lavoro di Czech sono state pubblicate sulla prestigiosa rivista statunitense Molecular Autism e poi riprese e ampliate da un libro della storica di Stanford Edith Sheffer recentemente tradotto in italiano con il titolo I bambini di Asperger. La scoperta dell’autismo nella Vienna nazista (Marsilio). Sheffer ha ricostruito il quadro completo della vita e del lavoro di Asperger durante il Terzo Reich affermando che “il sistema di sterminio fu reso possibile proprio da persone come lui, che si destreggiavano in maniera acritica tra diversi ruoli”. Avvalendosi di una mole imponente di fonti d’archivio finora in parte inedite, la studiosa è riuscita a dimostrare che Asperger fu di fatto complice di Erwin Jekelius, il famigerato direttore della clinica di pedagogia curativa Spiegelgrund, a Vienna, dove fu applicata l’eutanasia a bambini disabili, orfani e “degenerati razziali”. Asperger era a conoscenza del fatto che all’interno di quella clinica i bambini considerati “geneticamente inferiori” erano lasciati morire di fame oppure uccisi con iniezioni letali, tuttavia non si fece alcuno scrupolo nel farvi trasferire dozzine di piccoli pazienti affetti da varie forme di disabilità. Sia Czech che Sheffer citano il caso eloquente di due bambine che arrivarono allo Spiegelgrund in seguito a una raccomandazione del medico viennese che segnò di fatto la loro condanna a morte: Herta Schreiber, di due anni e mezzo, aveva sofferto di meningite e difterite, mentre Elisabeth Schreiber, di cinque anni, era affetta da “irrequietezza motoria”. Tra il 1940 e il 1945 circa ottocento bambini morirono nella clinica degli orrori alle porte di Vienna e tra questi, almeno una quarantina furono fatti entrare proprio su suggerimento di Asperger, come dimostra inequivocabilmente la sua firma in calce alle lettere di trasferimento. In molti casi i genitori affidarono in buona fede i propri figli ai medici e quando si recavano in ospedale per riprenderli, scoprivano che erano morti “di polmonite” o in circostanze misteriose. Il libro di Sheffer non si limita però a denunciare le responsabilità di Asperger nell’abisso che inghiottì le vite di tanti bambini, ma dimostra in modo convincente che le idee fondamentali sull’autismo emersero in una società che propugnava l’opposto della neurodiversità e fa quindi comprendere come certe diagnosi vengano spesso influenzate in modo decisivo dalle forze sociali e politiche. Sotto il regime di Hitler la psichiatria divenne parte di un progetto per classificare la popolazione come “geneticamente” adatta o inadatta. La stessa definizione di autismo come “psicopatia” fu modellata dall’ideologia nazista e introdotta da Asperger nel 1938, pochi mesi dopo l’annessione dell’Austria da parte del Reich. Il medico viennese – spiega Sheffer – ricorse all’immagine degli individui “asociali” e “dissociali” della psichiatria nazista, attribuì loro tratti sadici e maliziosi, e sostenne che nei casi più gravi sarebbero cresciuti “vagando per le strade come automi grotteschi”. Altri passaggi-chiave del libro vedono Asperger pronunciarsi chiaramente a favore delle leggi sulla sterilizzazione forzata, affermando che alcune persone erano un peso per la comunità ed era quindi giusto impedire che si riproducessero. Proprio da quelle leggi sarebbe poi scaturita la famigerata operazione Aktion T4, che impose il ricovero di adulti e bambini affetti da determinate patologie in apposite strutture per la “purificazione della razza”.
Inevitabilmente, le rivelazioni agghiaccianti sulla complicità e il sostegno attivo di Hans Asperger con la macchina dello sterminio nazista non hanno mancato di creare scalpore all’interno della comunità accademica internazionale. Lo stesso uso del suo nome per identificare la sindrome è diventato argomento di dibattito all’interno del mondo scientifico e nel 2019 l’Organizzazione Mondiale della Sanità dovrebbe decidere di rimuoverlo definitivamente dalla classificazione internazionale delle malattie.
RM

Pristavkin, una penna per i diritti umani

Avvenire, 10.11.2018

Nessuno scrittore è stato capace di rappresentare la storia recente della Russia con il crudo realismo di Anatolij Pristavkin, la cui vicenda personale è stata anche un barometro dei mutamenti politici in atto nel suo paese negli ultimi cinquant’anni. Romanziere prolifico e di successo ma anche instancabile attivista per i diritti umani, se n’è andato nel 2008, dopo aver ottenuto risultati straordinari nella lotta per l’abolizione della pena di morte. Negli anni del Secondo conflitto mondiale, come tanti orfani di quella che era allora l’Unione Sovietica fu costretto a trascorrere un’infanzia e una giovinezza fatte di lavoro, stenti e paura. Da bambino finì persino in carcere perché la fame l’aveva spinto a rubare un cesto di verdure.

Anatolij Pristavkin

Nato nel 1931 in una famiglia poverissima dei bassifondi di Mosca, rimase senza genitori a undici anni e fu mandato a lavorare in una fabbrica di conservazione di cibi in scatola. Più tardi, nel suo romanzo di maggior successo, avrebbe cercato di restituire una dimensione letteraria a quell’esperienza: “l’unica cosa che potevamo definire ‘nostra’ – scrisse – eravamo noi stessi e le nostre gambe, sempre pronte a correre via nel caso succedesse qualcosa. E anche le nostre anime, sebbene tutti ci ripetessero che non le avevamo”. Quel romanzo è Inseparabili. Due gemelli nel Caucaso, che l’editore Guerini ha appena fatto uscire nella sua nuova collana “Narrare la memoria” con la traduzione e la curatela di Patrizia Deotto, colmando un vuoto significativo del panorama editoriale italiano. Un’opera già tradotta in trenta lingue, che Pristavkin terminò nel 1981 ma poté vedere pubblicata soltanto alcuni anni più tardi, nel pieno della Perestrojka, e che racconta con toni autobiografici la vita dei cosiddetti besprizornye, le centinaia di migliaia di bambini e ragazzi senza casa e senza famiglia, abbandonati “come foglie secche, che andavano dove li portava il vento” dopo gli anni della guerra civile, delle carestie, delle epidemie e della collettivizzazione forzata. La storia, sulle orme di Puškin e Tolstoj, è piena di riferimenti ai classici russi e prende forma durante l’ultimo anno del secondo conflitto mondiale, quando una colonia di orfani viene evacuata da Mosca e trasferita nel Caucaso, “una terra dove regna un silenzio profondo, interrotto di tanto in tanto dall’eco di spari ed esplosioni”. I protagonisti sono due gemelli di undici anni, Saska and Kol’ka, davvero inseparabili come recita il titolo e soprattutto costantemente alla ricerca di un modo per contrastare i morsi della fame. Insieme a tanti altri bambini e ragazzi i due fratelli vengono mandati in Cecenia, in un villaggio dove la popolazione è stata appena deportata verso la Siberia con l’accusa – falsa – di collaborazionismo con il nemico nazista. È una pagina crudele e poco conosciuta della storia sovietica, segnata dalla xenofobia e dalle tensioni inter-etniche, nella quale spicca il contrasto tra il mondo scintillante promesso dalla propaganda staliniana e le reali condizioni di vita dei piccoli protagonisti. Orrori che sono spesso stemperati dal senso di leggerezza, talvolta persino dagli spunti di ironia, di una narrazione che non può che sfociare in un finale tragico.
Quasi tutti i ventisei romanzi che hanno solcato l’intensa attività di Anatolij Pristavkin portano i segni della povertà e della disperazione che lo scrittore originario dei dintorni di Mosca visse sulla propria pelle in gioventù, prima manovale poi operaio della centrale elettrica di Bratsk, in Siberia. Il completamento degli studi e i primi successi letterari non gli fecero mai dimenticare quel mondo e la necessità di impegnarsi a fondo per i diritti umani e la giustizia sociale. Nella seconda metà degli anni ‘50, quando Kruscev iniziò a denunciare i crimini di Stalin, Pristavkin aveva già pubblicato i suoi primi scritti e cominciò ad assumere anche un ruolo pubblico, schierandosi apertamente contro il culto della personalità. Un impegno che di lì a poco lo vedrà diventare il capofila di una nuova élite letteraria che non teme di chiedere l’abolizione della pena di morte in uno dei paesi col più elevato numero di condanne eseguite. Nei giorni della caduta del regime sovietico è alla testa del Comitato di Aprile, un gruppo di cinquecento intellettuali desiderosi di promuovere la democrazia e decisi a sfidare il monolitismo del sindacato degli scrittori. Nel novembre 1989 è a Berlino per partecipare alle grandi manifestazioni che precedono la caduta del Muro, in seguito prende posizione a favore dell’indipendenza delle Repubbliche Baltiche. Ma la vera svolta si compie nel 1991, quando Boris Yeltsin lo chiama a presiedere la Commissione per la Grazia. Per la prima volta giuristi e intellettuali sono incaricati di esaminare le richieste di clemenza dei condannati a morte. Pristavkin decide che da allora in poi la Commissione svolgerà le sue sedute nella stanza dove un tempo i funzionari del Cremlino emettevano le condanne a morte. Sui muri dell’ufficio fa attaccare i disegni della figlia tredicenne e ogni settimana riunisce i quindici membri intorno a un tavolo e a una bottiglia di vodka per esaminare una decina di casi di condanne a morte. Vuole educare un’opinione pubblica che è ancora largamente favorevole alla pena capitale e chiede sempre, anche di fronte ai delitti più efferati, almeno la commutazione della condanna nel carcere a vita. Definisce il suo lavoro “una goccia in un oceano di crudeltà” ma a partire dal 1993 riesce a far diminuire in modo esponenziale il numero di esecuzioni, fino a ridurle ad appena una decina l’anno. In precedenza non erano state mai meno di duecento, con punte massime annuali fino a cinquecento. Durante il suo mandato alla guida della Commissione salva così dal patibolo migliaia di condannati a morte. Il sogno abolizionista si interrompe però bruscamente con l’arrivo di Putin: la Commissione viene prima ostacolata – sostenendo che un suo presunto effetto controproducente sui criminali -, poi delegittimata e infine sostituita nel 2001 con decine di piccole commissioni regionali dagli scarsi poteri. Curiosamente sarà lo stesso Putin a ricordare la “dignità morale” e i “grandi ideali” di Anatolij Pristavkin, nel giorno della sua morte.
RM

Irlanda, la rivoluzione di Higgins

Avvenire, 3.10.2018

Sono trascorsi molti anni da quando Norberto Bobbio denunciò per la prima volta il cortocircuito tra etica e politica. “Il senso comune sembra aver accettato che la politica ubbidisca a un codice di regole differente e in parte incompatibile con la condotta morale” affermò il grande filosofo, le cui parole suonano oggi profetiche di fronte alla deriva cui stiamo assistendo in Italia e in altre parti del mondo. Quando nel 2014 ci capitò di incontrare il presidente della Repubblica d’Irlanda Michael D. Higgins in occasione della lunga intervista che concesse ad Avvenire, la sensazione fu quella di trovarsi di fronte a un alieno. Un poeta, un personaggio dalla grande statura morale che spiccava come un gigante nell’attuale panorama politico internazionale. Ci colpì per la sua profonda cultura e per la sua semplicità d’altri tempi, la stessa che gli irlandesi hanno avuto modo di apprezzare in questi anni in cui, pur essendo il presidente, l’hanno visto comportarsi come un comune cittadino, passeggiare con i suoi cani, fare la fila al bancomat. “In politica la penso esattamente come papa Francesco – ci aveva detto in quell’intervista – per secoli il mondo occidentale si è battuto per raggiungere una forma compiuta di democrazia. Ma adesso è condizionato dalla gestione tecnocratica di un singolo modello economico che è incapace di affrontare una gigantesca bolla speculativa, e che sta di fatto rendendo schiavo il mondo”. Grande intellettuale ma al tempo stesso uomo profondamente impegnato nella sfera pubblica, Higgins incarna alla perfezione il rapporto simbiotico che la cultura e la politica hanno da sempre nel suo paese, è l’esempio tangibile di come la letteratura e i diritti civili, la poesia e la lotta pacifista possano dialogare fino a completarsi a vicenda. Negli anni la sua opera poetica ha dato forma alle grida dei poveri, degli emarginati e di tutti i senza voce, mentre il suo impegno politico è stato improntato con coerenza a una critica radicale nei confronti delle tendenze neoliberali e populiste. Della sua ricca produzione letteraria era già uscita in Italia la raccolta Il tradimento e altre poesie (Del Vecchio editore), ma il pubblico italiano non aveva finora avuto occasione di conoscere il profilo politico di “Michael D”, come viene chiamato affettuosamente dagli irlandesi. Per colmare questa lacuna viene adesso pubblicato per la prima volta in Italia un piccolo ma significativo libro che raccoglie alcuni suoi recenti discorsi sulla pace, la cooperazione internazionale, i diritti civili e l’emancipazione femminile. Si chiama Donne e uomini d’Irlanda. Discorsi sulla rivoluzione (Aguaplano editore, traduzione e introduzione di Enrico Terrinoni) ed evoca alcuni momenti decisivi del ‘900 irlandese testimoniando la volontà di un ritorno a principi basilari dell’umanità come l’uguaglianza, la pari dignità, il rifiuto della guerra e del razzismo, la forza di schierarsi dalla parte dei deboli e di respingere ogni pensiero dominante. Pur citando alcuni snodi cruciali della recente storia dell’Irlanda (in primo luogo l’insurrezione di Pasqua del 1916) è una lettura che assume ben presto un respiro universale. D’altra parte non è un caso che persino un grande storico del XX secolo come Eric Hobsbawm abbia affermato che la rivolta irlandese ‘16 favorì e accelerò il processo di decolonizzazione, e sia stata d’esempio per altri paesi in lotta per l’emancipazione come India, Australia e Sudafrica. Higgins si sofferma sulla visione politica lungimirante ed egalitaria del movimento indipendentista e del suo leader storico, il socialista James Connolly, e usa tutta la sua autorevolezza di poeta-presidente per correggere alcune ingiustizie promosse da una storiografia di parte che – al pari di quanto accaduto per la Resistenza italiana – ha messo ad esempio la sordina al ruolo svolto dalle donne in quella rivolta che segnò l’atto fondativo dell’Irlanda moderna. Finora la storia ha infatti ingiustamente trascurato il contributo fondamentale di figure come Leslie Price, Kathleen Browne, Margaret Skinnider e tante suore cattoliche che si prodigarono in un periodo in cui l’accesso all’istruzione e alle carriere professionali era quasi precluso alle donne. Ma appare soprattutto inspiegabile, fa notare Higgins, che sia caduto nell’oblio un personaggio straordinario come Eva Gore-Booth, pacifista, suffragetta e sindacalista che si batté per i diritti delle lavoratrici e difese l’obiezione coscienza contro la coscrizione obbligatoria durante una fase storica dominata dal militarismo, come quella della Prima guerra mondiale.
Dopo aver viaggiato a lungo in America Latina prima di diventare presidente, Higgins si dice ormai convinto – citando Eduardo Galeano – che il sistema capitalista abbia sacrificato la giustizia in nome della libertà mentre il cosiddetto “socialismo reale” abbia invece sacrificato la libertà in nome della giustizia. La sfida del nuovo millennio è dunque quella di cercare di farle camminare insieme, con pari dignità. “Ci siamo avvicinati a un punto di crisi politica, sociale, culturale ed ecologica – afferma in un discorso pronunciato a Cuba – che richiede l’articolazione di nuovi modelli di coesistenza, di sviluppo e di cooperazione internazionale. Da qui la necessità di imboccare la strada di uno sviluppo socialmente sostenibile, legato alla promozione della libertà politica e dei diritti civili, lontano da ogni forma di autoritarismo”. Ormai giunto al termine del suo primo mandato, Higgins cercherà di essere confermato alle elezioni del 26 ottobre prossimo, forte di una popolarità che l’ha fatto diventare uno dei presidenti più amati nella storia dell’Irlanda. Una figura, quella del presidente irlandese, che pur essendo eletta dal popolo ha un ruolo assai limitato di guardiano della Costituzione e di rappresentante dello Stato negli affari internazionali. Ma con il potere della parola, della cultura e con il suo esempio di moralità, Higgins è riuscito a dare una lezione di umanesimo che ha varcato i confini del suo paese e ha lanciato un segnale di speranza e ottimismo per il futuro.
RM