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Irlanda, la rivoluzione di Higgins

Avvenire, 3.10.2018

Sono trascorsi molti anni da quando Norberto Bobbio denunciò per la prima volta il cortocircuito tra etica e politica. “Il senso comune sembra aver accettato che la politica ubbidisca a un codice di regole differente e in parte incompatibile con la condotta morale” affermò il grande filosofo, le cui parole suonano oggi profetiche di fronte alla deriva cui stiamo assistendo in Italia e in altre parti del mondo. Quando nel 2014 ci capitò di incontrare il presidente della Repubblica d’Irlanda Michael D. Higgins in occasione della lunga intervista che concesse ad Avvenire, la sensazione fu quella di trovarsi di fronte a un alieno. Un poeta, un personaggio dalla grande statura morale che spiccava come un gigante nell’attuale panorama politico internazionale. Ci colpì per la sua profonda cultura e per la sua semplicità d’altri tempi, la stessa che gli irlandesi hanno avuto modo di apprezzare in questi anni in cui, pur essendo il presidente, l’hanno visto comportarsi come un comune cittadino, passeggiare con i suoi cani, fare la fila al bancomat. “In politica la penso esattamente come papa Francesco – ci aveva detto in quell’intervista – per secoli il mondo occidentale si è battuto per raggiungere una forma compiuta di democrazia. Ma adesso è condizionato dalla gestione tecnocratica di un singolo modello economico che è incapace di affrontare una gigantesca bolla speculativa, e che sta di fatto rendendo schiavo il mondo”. Grande intellettuale ma al tempo stesso uomo profondamente impegnato nella sfera pubblica, Higgins incarna alla perfezione il rapporto simbiotico che la cultura e la politica hanno da sempre nel suo paese, è l’esempio tangibile di come la letteratura e i diritti civili, la poesia e la lotta pacifista possano dialogare fino a completarsi a vicenda. Negli anni la sua opera poetica ha dato forma alle grida dei poveri, degli emarginati e di tutti i senza voce, mentre il suo impegno politico è stato improntato con coerenza a una critica radicale nei confronti delle tendenze neoliberali e populiste. Della sua ricca produzione letteraria era già uscita in Italia la raccolta Il tradimento e altre poesie (Del Vecchio editore), ma il pubblico italiano non aveva finora avuto occasione di conoscere il profilo politico di “Michael D”, come viene chiamato affettuosamente dagli irlandesi. Per colmare questa lacuna viene adesso pubblicato per la prima volta in Italia un piccolo ma significativo libro che raccoglie alcuni suoi recenti discorsi sulla pace, la cooperazione internazionale, i diritti civili e l’emancipazione femminile. Si chiama Donne e uomini d’Irlanda. Discorsi sulla rivoluzione (Aguaplano editore, traduzione e introduzione di Enrico Terrinoni) ed evoca alcuni momenti decisivi del ‘900 irlandese testimoniando la volontà di un ritorno a principi basilari dell’umanità come l’uguaglianza, la pari dignità, il rifiuto della guerra e del razzismo, la forza di schierarsi dalla parte dei deboli e di respingere ogni pensiero dominante. Pur citando alcuni snodi cruciali della recente storia dell’Irlanda (in primo luogo l’insurrezione di Pasqua del 1916) è una lettura che assume ben presto un respiro universale. D’altra parte non è un caso che persino un grande storico del XX secolo come Eric Hobsbawm abbia affermato che la rivolta irlandese ‘16 favorì e accelerò il processo di decolonizzazione, e sia stata d’esempio per altri paesi in lotta per l’emancipazione come India, Australia e Sudafrica. Higgins si sofferma sulla visione politica lungimirante ed egalitaria del movimento indipendentista e del suo leader storico, il socialista James Connolly, e usa tutta la sua autorevolezza di poeta-presidente per correggere alcune ingiustizie promosse da una storiografia di parte che – al pari di quanto accaduto per la Resistenza italiana – ha messo ad esempio la sordina al ruolo svolto dalle donne in quella rivolta che segnò l’atto fondativo dell’Irlanda moderna. Finora la storia ha infatti ingiustamente trascurato il contributo fondamentale di figure come Leslie Price, Kathleen Browne, Margaret Skinnider e tante suore cattoliche che si prodigarono in un periodo in cui l’accesso all’istruzione e alle carriere professionali era quasi precluso alle donne. Ma appare soprattutto inspiegabile, fa notare Higgins, che sia caduto nell’oblio un personaggio straordinario come Eva Gore-Booth, pacifista, suffragetta e sindacalista che si batté per i diritti delle lavoratrici e difese l’obiezione coscienza contro la coscrizione obbligatoria durante una fase storica dominata dal militarismo, come quella della Prima guerra mondiale.
Dopo aver viaggiato a lungo in America Latina prima di diventare presidente, Higgins si dice ormai convinto – citando Eduardo Galeano – che il sistema capitalista abbia sacrificato la giustizia in nome della libertà mentre il cosiddetto “socialismo reale” abbia invece sacrificato la libertà in nome della giustizia. La sfida del nuovo millennio è dunque quella di cercare di farle camminare insieme, con pari dignità. “Ci siamo avvicinati a un punto di crisi politica, sociale, culturale ed ecologica – afferma in un discorso pronunciato a Cuba – che richiede l’articolazione di nuovi modelli di coesistenza, di sviluppo e di cooperazione internazionale. Da qui la necessità di imboccare la strada di uno sviluppo socialmente sostenibile, legato alla promozione della libertà politica e dei diritti civili, lontano da ogni forma di autoritarismo”. Ormai giunto al termine del suo primo mandato, Higgins cercherà di essere confermato alle elezioni del 26 ottobre prossimo, forte di una popolarità che l’ha fatto diventare uno dei presidenti più amati nella storia dell’Irlanda. Una figura, quella del presidente irlandese, che pur essendo eletta dal popolo ha un ruolo assai limitato di guardiano della Costituzione e di rappresentante dello Stato negli affari internazionali. Ma con il potere della parola, della cultura e con il suo esempio di moralità, Higgins è riuscito a dare una lezione di umanesimo che ha varcato i confini del suo paese e ha lanciato un segnale di speranza e ottimismo per il futuro.
RM

Il sogno spezzato del Belfast Celtic

Avvenire, 7.9.2018

La leggenda del Belfast Celtic finì per sempre nella notte di Santo Stefano del 1948. Nell’Irlanda del Nord di quegli anni, in preda al settarismo e alla violenza, non poteva esserci spazio per una squadra che pur rappresentando la parte indipendentista e cattolica di una città divisa praticava la tolleranza e l’inclusione, tesserava giocatori di qualsiasi confessione religiosa e vantava tifosi anche nei quartieri protestanti.

Una formazione del Belfast Celtic

Il 26 dicembre di settant’anni fa, quel club capace di vincere decine di titoli nazionali e di formare alcuni dei più grandi giocatori del calcio irlandese disputò la sua ultima partita nello stadio di Windsor Park, già teatro negli anni precedenti di gravi episodi di violenza aizzati dalle divisioni politico-sociali. Ventisettemila spettatori infreddoliti assistettero all’ennesimo derby cittadino con il Linfield, una squadra da sempre dichiaratamente lealista e anti-cattolica, al cui interno vigeva la regola non scritta di tesserare soltanto giocatori protestanti. A pochi minuti dal fischio finale, con il Celtic in vantaggio per uno a zero, il Linfield trovò all’improvviso l’insperato gol del pareggio. Sugli spalti si scatenò il finimondo: i tifosi della squadra di casa invasero il campo per festeggiare la rete ma poi si avventarono sui giocatori avversari, ferendone tre in modo grave. Ad avere la peggio fu il giovane centravanti Jimmy Jones, considerato un traditore perché era protestante ma giocava con gli odiatissimi rivali del Celtic. Il branco lo aggredì, lo picchiò a sangue e gli spezzò una gamba. Jones riuscì a salvarsi quasi per miracolo con l’aiuto dei suoi compagni ma poté riprendere l’attività agonistica soltanto due anni dopo, reduce da una serie di delicati interventi chirurgici. In passato, soprattutto ai tempi della guerra d’indipendenza, i derby tra le due principali squadre di Belfast erano stati segnati persino da sparatorie tra i tifosi ma stavolta era stato oltrepassato ogni limite. Quella notte stessa i dirigenti del Celtic decisero di ritirare la squadra dal campionato e di non partecipare ai campionati successivi. Giocare a calcio era diventato troppo pericoloso. Alcuni anni dopo la squadra più gloriosa della città fu sciolta definitivamente. Si concludeva così, dopo una storia costellata da epiche vittorie e da tragici incidenti con le tifoserie lealiste, la leggenda del “Grand Old Team”, una squadra nata per dare un’opportunità di riscatto alla derelitta comunità cattolica di Belfast. Non solo il nome ma anche le maglie bianco-verdi erano un omaggio al Celtic di Glasgow, la squadra degli emigranti irlandesi in Scozia. E persino lo stadio, il grandioso Celtic Park che poteva contenere ben 55000 spettatori, era stato ribattezzato “Paradise” dai tifosi, proprio come a Glasgow. Oggi quel mitico impianto non esiste più – è stato abbattuto per lasciare spazio a un centro commerciale – ma nel cuore del ghetto cattolico di West Belfast una targa, al numero 88 di Falls Road, ricorda il luogo esatto dove fu fondato il club che è rimasto vivo nella memoria popolare fino ai giorni nostri.
Quella del Belfast Celtic è una delle tante storie contenute in The Poppy e the Lily. Calcio ed etnia a Belfast (Urbone publishing) di Gianluca Cettineo, un libro che racconta le divisioni politiche, sociali e culturali dell’Irlanda del Nord dall’angolatura insolita ma illuminante dei campi di calcio. La geografia urbana, a Belfast, ricalca tali divisioni in modo simmetrico: il Linfield fu fondato nel lontano 1866 a Sandy Row, un quartiere del centro solitamente ostile ai cattolici, da una comunità di operai protestanti affiliati all’Ordine d’Orange. La sua prima uniforme di gara bianca, rossa e blu richiama i tradizionali colori dell’Union Jack britannica mentre la seconda maglia è arancione proprio in onore dell’Orange Order. La squadra dei quartieri protestanti di Belfast est è invece il Glentoran, il secondo club più titolato del paese, famoso anche perché negli anni ‘60 scartò un giovane di Belfast che sarebbe diventato uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi: George Best. Sui muri della città può capitare ancora oggi di imbattersi nella scritta “Maradona good, Pelè better, George Best”, l’orgogliosa rivendicazione di aver dato i natali a un campionissimo. Ma dopo di lui il calcio nordirlandese non ha prodotto molto altro, nonostante la clamorosa qualificazione agli europei 2016. Tra i nomi da ricordare, in passato, figurano soltanto Charlie Tully, colonna del Celtic Glasgow negli anni ‘50, e Patrick O’Connell, celebre allenatore che guidò il Barcellona negli anni tra le due guerre mondiali.

George Best ricordato su un murale di Belfast

Dopo la scomparsa del Belfast Celtic, gli indipendentisti cattolici della capitale tifano quasi tutti per i biancorossi del Cliftonville, che giocano i match interni nel piccolo “Solitude”, lo stadio dell’enclave cattolica di Ardoyne, a Belfast nord. Negli ultimi anni la squadra ha adottato una decisa politica anti-settarismo e la sua tifoseria organizzata partecipa attivamente alla vita del club, persino occupandosi della raccolta dei rifiuti e delle pulizie dentro lo stadio.
Il conflitto ha segnato anche la storia del Derry Football club, la squadra del ghetto cattolico di Bogside dove ebbe luogo la strage della “Bloody Sunday” del 1972, quattordici civili massacrati dai paracadutisti inglesi durante un corteo per i diritti civili. I bianco-rossi di Derry non sono scomparsi come il Celtic ma sono stati ostracizzati e costretti ad auto-esiliarsi al di là del confine. Dopo anni di violenti scontri con i tifosi delle squadre protestanti, nel 1971 la polizia chiuse il loro stadio per motivi di sicurezza, obbligando il club a giocare le partite casalinghe nella vicina città di Coleraine, a maggioranza protestante. Nel 1985, con l’intercessione della Fifa, il club di Derry è infine ‘emigrato’ nella Lega calcistica della Repubblica irlandese, dove milita ancora con ottimi risultati, tra i quali spicca uno storico “triplete” di trofei nazionali, nel 1989. Neanche l’accordo di pace siglato vent’anni fa è riuscito a spegnere del tutto le tensioni negli stadi e il football in Irlanda del Nord continua a essere uno dei modi in cui si manifesta lo scontro identitario tra repubblicani cattolici e unionisti protestanti. I cori delle curve – opportunamente citati nel libro di Cettineo – trasudano ancora un odio ancestrale che è capace persino di irridere un’immane tragedia come la Grande Carestia del XIX secolo.
RM

La pandemia che cambiò il mondo

Avvenire, 29.11.2018

Guillaume Apollinaire tornò dalle trincee della Prima guerra mondiale con una grave ferita alla tempia. Colpito da un proiettile di artiglieria, riuscì a salvarsi grazie a un delicato intervento chirurgico. Il faro dell’avanguardia letteraria francese sopravvisse al “grande spettacolo della guerra” – come lo definì lui – ma non ebbe alcuno scampo di fronte all’influenza spagnola, che di lì a poco lo uccise a soli 38 anni. Molti illustri artisti e intellettuali dell’epoca avrebbero condiviso la sua stessa fine. Anche Egon Schiele, Max Weber ed Edmond Rostand (l’autore di Cyrano de Bergerac) risultano tra le vittime della devastante calamità naturale che tra il 1918 e il 1920 colpì un abitante su tre del pianeta, causando la morte di decine di milioni di persone. Ma nonostante l’entità del fenomeno, le conseguenze dell’influenza “spagnola” che si diffuse su scala mondiale esattamente un secolo fa sono rimaste a lungo in ombra, offuscate dalla devastazione della Prima guerra mondiale e relegate a un ruolo secondario nei libri di storia. Soltanto negli Stati Uniti il morbo falciò mezzo milione di vite – circa dieci volte di più di quante ne uccisero i tedeschi durante la Grande guerra – eppure soltanto nelle aree urbane più colpite la malattia salì agli onori delle cronache. Il motivo per cui quella tremenda epidemia fu identificata con la Spagna è curioso, e nasce dalla censura operata in molti paesi durante la Prima guerra mondiale. I governi delle nazioni belligeranti, temendo che si diffondesse il panico tra la popolazione, cercarono in tutti i modi di non diffondere la notizia della pandemia. Le prime informazioni trapelarono dalla Spagna – che era neutrale e quindi priva di controlli sulla stampa – e spinsero gli altri paesi a far credere che fosse circoscritta alla sola Spagna, dove peraltro si ammalarono sia il primo ministro che il re Alfonso XIII.
In occasione del centenario di un evento epocale ma ancora curiosamente misconosciuto della nostra storia recente, la giornalista scientifica inglese Laura Spinney ha dato alle stampe 1918, l’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo (Marsilio), un libro a metà tra il saggio e la cronaca giornalistica che inquadra il fenomeno da un punto di vista storico, scientifico e culturale alla luce degli studi più recenti nei campi della virologia, dell’epidemiologia e della psicologia. Facendo innanzitutto notare che su quella immane catastrofe è sceso un inspiegabile oblio collettivo. Eppure – spiega Spinney – quella terribile pandemia ha di fatto riconfigurato la popolazione umana più radicalmente di qualunque altro evento successivo alla peste nera. Ha influito sul corso della Prima guerra mondiale e, verosimilmente, ha contribuito allo scoppio della Seconda. Ha avvicinato l’India all’indipendenza e il Sudafrica all’apartheid, ha stimolato la crescita dell’assistenza sanitaria nazionale e della medicina alternativa, l’amore per le attività all’aria aperta e la passione per lo sport ed è in parte responsabile dell’ossessione degli artisti del XX secolo per le infinite fragilità del corpo umano. In un primo momento i sintomi del morbo erano gli stessi di una comune influenza: mal di gola, mal di testa, febbre. Ma in molti casi si presentavano poi complicazioni come polmoniti batteriche in forma acuta, i malati sviluppavano in fretta difficoltà respiratorie e insorgevano dolori in gran parte del corpo. Seguivano sonnolenza e torpore, con febbre altissima, polso debole, lingua bianca, cefalea. Circa la metà delle morti si verificarono nel gruppo di età compreso tra i venti e i quarant’anni. Il morbo si propagò in breve tempo come un uragano e le contromisure mediche di prevenzione e cura si rivelarono perlopiù fantasiose, oltre che vane: gargarismi con chinino, camere di nebulizzazione dove fino a venti persone alla volta inalavano formalina o solfato di zinco. Fu, in generale, un brutto momento per la scienza, che non riuscì a trovare alcun rimedio e si accorse di non possedere alcuno strumento per identificare e neutralizzare l’agente invisibile del morbo. La virulenza della pandemia scatenò però una serie di comportamenti a metà tra il tragico e il bizzarro. In alcuni paesi si diffuse la convinzione che la malattia fosse neutralizzata dall’alcol, facendo aumentare vertiginosamente i casi di alcolismo. In Cile si dette la colpa alle classi più povere arrivando a incendiare le case nei villaggi più derelitti del paese, creando di conseguenza un’ondata di profughi che accentuò la diffusione dell’influenza. A Odessa, in Ucraina, la gente inscenò rituali religiosi arcaici per allontanare il flagello mentre in Sudafrica – e non soltanto lì – le persone di un colore iniziarono a incolpare quelle dell’altro. I missionari cristiani furono invece spesso gli unici a portare sollievo nelle zone più remote della Cina, dove all’inizio del 1918 si erano registrati i primi focolai a livello mondiale.
Complessivamente, l’influenza spagnola uccise circa cento milioni di persone, un numero di vittime superiore alla somma di entrambe le guerre mondiali. Oggi sappiamo che il virus responsabile della pandemia era di origine aviaria, proprio come quello che si verificò alcuni anni fa nel sudest asiatico. Gli scienziati sono riusciti a comprenderne le origini ma non a determinare perché ebbe conseguenze così letali. Le ragioni di una mortalità così spaventosa – spiega Spinney – furono sicuramente molteplici. Alla particolare virulenza del virus si sommarono elementi come la concomitanza con il bacillo di Pfeiffer, la malnutrizione presente da anni nelle popolazioni dei paesi in guerra, la mancanza di antibiotici per le complicazioni polmonari e le precarie condizioni igienico-sanitarie dei soldati in guerra. Ma vi furono, secondo Spinney, anche importanti conseguenze di carattere storico-politico. La negligenza degli inglesi nel curare l’influenza in India sarebbe stata infatti una delle ragioni della nascita del movimento per l’indipendenza indiano, mentre l’elevato numero di malati che si registrò nelle file dell’esercito tedesco avrebbe accelerato la conclusione della Prima guerra mondiale.
RM

Chi disse no al Vietnam

Il rifiuto più clamoroso fu quello di Muhammad Ali, che in un giorno di fine aprile del 1967 dichiarò pubblicamente di non voler imbracciare le armi nella guerra del Vietnam. Il grande pugile venne arrestato, accusato di renitenza alla leva, privato del titolo mondiale, e soltanto quattro anni dopo vide la sua condanna annullata in appello dalla Corte Suprema. In un’epoca nella quale l’obiezione di coscienza era ancora osteggiata e considerata un reato, l’opposizione a quel conflitto segnò per sempre una linea di confine nella storia e nell’anima degli Stati Uniti. Migliaia furono i soldati americani che disertarono, in quegli anni, mentre la prospettiva antimilitarista si manifestava anche nella letteratura con voci autorevolissime, da Kurt Vonnegut a Joseph Heller, da Jack Kerouac a Noam Chomsky. Eppure pochi grandi romanzi hanno raccontato finora la guerra del Vietnam dal punto di vista di chi si rifiutò di indossare la divisa e ne pagò le conseguenze sulla propria pelle. Rappresenta una rara eccezione Saigon, Illinois di Paul Hoover, uscito negli Stati Uniti nel 1988 e pubblicato adesso per la prima volta anche in italiano da Carbonio editore nell’ottima traduzione di Nicola Manuppelli. La storia è quella del ventiduenne Jim Holder, che nell’estate del 1968 sceglie di negarsi alla leva e riesce a farsi assegnare a un servizio pubblico alternativo presso il Metropolitan Hospital di Chicago. Una struttura ospedaliera mastodontica, con novecento posti letto distribuiti su diciotto piani, nel quale dovrà occuparsi della lavanderia, delle pulizie, dei pasti e spesso anche dell’obitorio districandosi tra medici nevrotici, infermieri maldestri, pazienti in fin di vita e cadaveri in abbondanza. “Il lavoro non doveva essere degradante, anche se cercavano di renderlo tale, per semplice patriottismo. Perché quei ragazzi in Vietnam dovevano soffrire, mentre noi, obiettori di coscienza, potevamo cavarcela con lavoretti semplici?”, si chiede il protagonista. Quel microcosmo nel cuore dell’Illinois diventa con il passare del tempo il suo campo di battaglia, il suo Vietnam personale, quasi una metafora del conflitto e dell’atmosfera caotica dell’America della fine degli anni ‘60, in una quotidianità scandita da situazioni al tempo stesso grottesche e drammatiche. Scrittore, poeta e curatore delle principali antologie di poesia nordamericana contemporanea, Paul Hoover ci offre un punto di vista inedito su quella guerra con un romanzo generazionale dai tratti autobiografici. Essendo cresciuto all’ombra della chiesa pacifista di Brethren, in Ohio, dove suo padre era il pastore, la guerra è stata infatti una costante della sua infanzia e della sua giovinezza. Forse anche per questo è riuscito a descrivere magistralmente il senso di amarezza e di disillusione che segnò quell’epoca, stemperandola con robuste dosi di sarcasmo e ironia. Mentre la guerra prosegue, segnando di fatto il fallimento di una lotta politica e di una nazione intera, a Jim Holder non resterà alla fine altra scelta che la fuga. Dopo l’ennesima manifestazione pacifista perde infatti il suo status di obiettore, diventa a tutti gli effetti un disertore e come migliaia di altri giovani di quegli anni è infine costretto a scappare per evitare il carcere.
RM

Bubelè. Il bambino nell’ombra

“Ci proiettarono un film di Charlot, Il monello. Ero affascinato. Toccato dalla sua grazia. Avevo assistito ad una proiezione anamorfica della mia vita. […] Quanto fui felice di vivere il momento in cui alla fine la madre ritrovò suo figlio e Charlot fu verosimilmente adottato come padre! Avevamo riso. Avevamo pianto. Tutto mi fu restituito. E niente mi fu reso”. Scampato da bambino alla Shoah, Adolphe Nysenholc, figlio di ebrei polacchi, sarebbe diventato un semiologo tra i massimi esperti europei del cinema di Charlie Chaplin. Quando aveva appena tre anni, nell’agosto del 1942, i suoi genitori lo portarono in un sobborgo di Bruxelles per affidarlo momentaneamente ai generosi coniugi Van Halden, salvandolo così dalla persecuzione razziale. Sua madre e suo padre sarebbero tornati a prenderlo dopo la guerra, se non fossero stati arrestati dalla Gestapo e condannati a morire nel campo di concentramento di Auschwitz. Il piccolo Adolphe fu quindi costretto a trascorrere il resto della sua infanzia come un “bambino nell’ombra”, nascondendo la propria identità e continuando a sperare in un ritorno dei suoi genitori. In un bel libro autobiografico pubblicato in Francia una decina d’anni fa e uscito adesso anche in italiano (Bubelè. Il bambino nell’ombra, edizioni Il Pozzo di Giacobbe, traduzione di Silvia Cerulli), Nysenholc ricostruisce l’esperienza della sua infanzia con un commovente memoir narrativo incentrato sulla questione dell’identità.

 “Bubelè” – come spiega Moni Ovadia nella prefazione – è un vezzeggiativo yiddish che incarna tutto l’amore struggente e superfluente per i propri piccini esposti nell’esilio a così tanti pericoli”. La sua storia è un paradigma della tragedia vissuta dai tanti bambini rimasti orfani durante l’Olocausto. Con il trascorrere degli anni il piccolo Adolphe comprende ciò che accade intorno a lui ma il nucleo centrale della narrazione non è la Shoah, bensì le sue vicende familiari successive. Bubelè cresce circondato dall’affetto della sua famiglia adottiva, in una quotidianità fatta di rassicuranti abitudini domestiche, ma continuando anche a vivere nella costante e illusoria attesa dei suoi genitori, finché uno zio sopravvissuto allo sterminio non verrà a reclamarne la tutela. Abraham, fratello di suo padre, non dispone dei mezzi per crescerlo eppure vuole a tutti i costi sottrarlo ai Van Halden per introdurlo ai principi dell’ebraismo, facendolo peregrinare a lungo tra orfanotrofi e istituti. La narrazione assume a tratti la forma di una fiaba, descrivendo un mondo visto con gli occhi di un bambino che pur non riuscendo a elaborare l’abbandono da parte dei genitori imparerà con il tempo a conviverci, alternando improvvisi sbalzi di umore, tra entusiasmi isterici e struggenti nostalgie. Costretto prima a fuggire dai nazisti, poi a fare i conti con un’identità che non sente sua, Nysenholc ripercorre dolorosamente gli anni della sua adolescenza, descrivendone il senso di smarrimento e l’incessante ricerca di un equilibrio interiore. Per uscire dall’ombra, Bubelè dovrà infine identificarsi con una comunità, optando per quella circoncisione rituale alla quale non era stato sottoposto da bambino, e che gli aveva consentito di nascondere le sue origini.
RM