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La pandemia che cambiò il mondo

Avvenire, 29.11.2018

Guillaume Apollinaire tornò dalle trincee della Prima guerra mondiale con una grave ferita alla tempia. Colpito da un proiettile di artiglieria, riuscì a salvarsi grazie a un delicato intervento chirurgico. Il faro dell’avanguardia letteraria francese sopravvisse al “grande spettacolo della guerra” – come lo definì lui – ma non ebbe alcuno scampo di fronte all’influenza spagnola, che di lì a poco lo uccise a soli 38 anni. Molti illustri artisti e intellettuali dell’epoca avrebbero condiviso la sua stessa fine. Anche Egon Schiele, Max Weber ed Edmond Rostand (l’autore di Cyrano de Bergerac) risultano tra le vittime della devastante calamità naturale che tra il 1918 e il 1920 colpì un abitante su tre del pianeta, causando la morte di decine di milioni di persone. Ma nonostante l’entità del fenomeno, le conseguenze dell’influenza “spagnola” che si diffuse su scala mondiale esattamente un secolo fa sono rimaste a lungo in ombra, offuscate dalla devastazione della Prima guerra mondiale e relegate a un ruolo secondario nei libri di storia. Soltanto negli Stati Uniti il morbo falciò mezzo milione di vite – circa dieci volte di più di quante ne uccisero i tedeschi durante la Grande guerra – eppure soltanto nelle aree urbane più colpite la malattia salì agli onori delle cronache. Il motivo per cui quella tremenda epidemia fu identificata con la Spagna è curioso, e nasce dalla censura operata in molti paesi durante la Prima guerra mondiale. I governi delle nazioni belligeranti, temendo che si diffondesse il panico tra la popolazione, cercarono in tutti i modi di non diffondere la notizia della pandemia. Le prime informazioni trapelarono dalla Spagna – che era neutrale e quindi priva di controlli sulla stampa – e spinsero gli altri paesi a far credere che fosse circoscritta alla sola Spagna, dove peraltro si ammalarono sia il primo ministro che il re Alfonso XIII.
In occasione del centenario di un evento epocale ma ancora curiosamente misconosciuto della nostra storia recente, la giornalista scientifica inglese Laura Spinney ha dato alle stampe 1918, l’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo (Marsilio), un libro a metà tra il saggio e la cronaca giornalistica che inquadra il fenomeno da un punto di vista storico, scientifico e culturale alla luce degli studi più recenti nei campi della virologia, dell’epidemiologia e della psicologia. Facendo innanzitutto notare che su quella immane catastrofe è sceso un inspiegabile oblio collettivo. Eppure – spiega Spinney – quella terribile pandemia ha di fatto riconfigurato la popolazione umana più radicalmente di qualunque altro evento successivo alla peste nera. Ha influito sul corso della Prima guerra mondiale e, verosimilmente, ha contribuito allo scoppio della Seconda. Ha avvicinato l’India all’indipendenza e il Sudafrica all’apartheid, ha stimolato la crescita dell’assistenza sanitaria nazionale e della medicina alternativa, l’amore per le attività all’aria aperta e la passione per lo sport ed è in parte responsabile dell’ossessione degli artisti del XX secolo per le infinite fragilità del corpo umano. In un primo momento i sintomi del morbo erano gli stessi di una comune influenza: mal di gola, mal di testa, febbre. Ma in molti casi si presentavano poi complicazioni come polmoniti batteriche in forma acuta, i malati sviluppavano in fretta difficoltà respiratorie e insorgevano dolori in gran parte del corpo. Seguivano sonnolenza e torpore, con febbre altissima, polso debole, lingua bianca, cefalea. Circa la metà delle morti si verificarono nel gruppo di età compreso tra i venti e i quarant’anni. Il morbo si propagò in breve tempo come un uragano e le contromisure mediche di prevenzione e cura si rivelarono perlopiù fantasiose, oltre che vane: gargarismi con chinino, camere di nebulizzazione dove fino a venti persone alla volta inalavano formalina o solfato di zinco. Fu, in generale, un brutto momento per la scienza, che non riuscì a trovare alcun rimedio e si accorse di non possedere alcuno strumento per identificare e neutralizzare l’agente invisibile del morbo. La virulenza della pandemia scatenò però una serie di comportamenti a metà tra il tragico e il bizzarro. In alcuni paesi si diffuse la convinzione che la malattia fosse neutralizzata dall’alcol, facendo aumentare vertiginosamente i casi di alcolismo. In Cile si dette la colpa alle classi più povere arrivando a incendiare le case nei villaggi più derelitti del paese, creando di conseguenza un’ondata di profughi che accentuò la diffusione dell’influenza. A Odessa, in Ucraina, la gente inscenò rituali religiosi arcaici per allontanare il flagello mentre in Sudafrica – e non soltanto lì – le persone di un colore iniziarono a incolpare quelle dell’altro. I missionari cristiani furono invece spesso gli unici a portare sollievo nelle zone più remote della Cina, dove all’inizio del 1918 si erano registrati i primi focolai a livello mondiale.
Complessivamente, l’influenza spagnola uccise circa cento milioni di persone, un numero di vittime superiore alla somma di entrambe le guerre mondiali. Oggi sappiamo che il virus responsabile della pandemia era di origine aviaria, proprio come quello che si verificò alcuni anni fa nel sudest asiatico. Gli scienziati sono riusciti a comprenderne le origini ma non a determinare perché ebbe conseguenze così letali. Le ragioni di una mortalità così spaventosa – spiega Spinney – furono sicuramente molteplici. Alla particolare virulenza del virus si sommarono elementi come la concomitanza con il bacillo di Pfeiffer, la malnutrizione presente da anni nelle popolazioni dei paesi in guerra, la mancanza di antibiotici per le complicazioni polmonari e le precarie condizioni igienico-sanitarie dei soldati in guerra. Ma vi furono, secondo Spinney, anche importanti conseguenze di carattere storico-politico. La negligenza degli inglesi nel curare l’influenza in India sarebbe stata infatti una delle ragioni della nascita del movimento per l’indipendenza indiano, mentre l’elevato numero di malati che si registrò nelle file dell’esercito tedesco avrebbe accelerato la conclusione della Prima guerra mondiale.
RM

Chi disse no al Vietnam

Il rifiuto più clamoroso fu quello di Muhammad Ali, che in un giorno di fine aprile del 1967 dichiarò pubblicamente di non voler imbracciare le armi nella guerra del Vietnam. Il grande pugile venne arrestato, accusato di renitenza alla leva, privato del titolo mondiale, e soltanto quattro anni dopo vide la sua condanna annullata in appello dalla Corte Suprema. In un’epoca nella quale l’obiezione di coscienza era ancora osteggiata e considerata un reato, l’opposizione a quel conflitto segnò per sempre una linea di confine nella storia e nell’anima degli Stati Uniti. Migliaia furono i soldati americani che disertarono, in quegli anni, mentre la prospettiva antimilitarista si manifestava anche nella letteratura con voci autorevolissime, da Kurt Vonnegut a Joseph Heller, da Jack Kerouac a Noam Chomsky. Eppure pochi grandi romanzi hanno raccontato finora la guerra del Vietnam dal punto di vista di chi si rifiutò di indossare la divisa e ne pagò le conseguenze sulla propria pelle. Rappresenta una rara eccezione Saigon, Illinois di Paul Hoover, uscito negli Stati Uniti nel 1988 e pubblicato adesso per la prima volta anche in italiano da Carbonio editore nell’ottima traduzione di Nicola Manuppelli. La storia è quella del ventiduenne Jim Holder, che nell’estate del 1968 sceglie di negarsi alla leva e riesce a farsi assegnare a un servizio pubblico alternativo presso il Metropolitan Hospital di Chicago. Una struttura ospedaliera mastodontica, con novecento posti letto distribuiti su diciotto piani, nel quale dovrà occuparsi della lavanderia, delle pulizie, dei pasti e spesso anche dell’obitorio districandosi tra medici nevrotici, infermieri maldestri, pazienti in fin di vita e cadaveri in abbondanza. “Il lavoro non doveva essere degradante, anche se cercavano di renderlo tale, per semplice patriottismo. Perché quei ragazzi in Vietnam dovevano soffrire, mentre noi, obiettori di coscienza, potevamo cavarcela con lavoretti semplici?”, si chiede il protagonista. Quel microcosmo nel cuore dell’Illinois diventa con il passare del tempo il suo campo di battaglia, il suo Vietnam personale, quasi una metafora del conflitto e dell’atmosfera caotica dell’America della fine degli anni ‘60, in una quotidianità scandita da situazioni al tempo stesso grottesche e drammatiche. Scrittore, poeta e curatore delle principali antologie di poesia nordamericana contemporanea, Paul Hoover ci offre un punto di vista inedito su quella guerra con un romanzo generazionale dai tratti autobiografici. Essendo cresciuto all’ombra della chiesa pacifista di Brethren, in Ohio, dove suo padre era il pastore, la guerra è stata infatti una costante della sua infanzia e della sua giovinezza. Forse anche per questo è riuscito a descrivere magistralmente il senso di amarezza e di disillusione che segnò quell’epoca, stemperandola con robuste dosi di sarcasmo e ironia. Mentre la guerra prosegue, segnando di fatto il fallimento di una lotta politica e di una nazione intera, a Jim Holder non resterà alla fine altra scelta che la fuga. Dopo l’ennesima manifestazione pacifista perde infatti il suo status di obiettore, diventa a tutti gli effetti un disertore e come migliaia di altri giovani di quegli anni è infine costretto a scappare per evitare il carcere.
RM

Bubelè. Il bambino nell’ombra

“Ci proiettarono un film di Charlot, Il monello. Ero affascinato. Toccato dalla sua grazia. Avevo assistito ad una proiezione anamorfica della mia vita. […] Quanto fui felice di vivere il momento in cui alla fine la madre ritrovò suo figlio e Charlot fu verosimilmente adottato come padre! Avevamo riso. Avevamo pianto. Tutto mi fu restituito. E niente mi fu reso”. Scampato da bambino alla Shoah, Adolphe Nysenholc, figlio di ebrei polacchi, sarebbe diventato un semiologo tra i massimi esperti europei del cinema di Charlie Chaplin. Quando aveva appena tre anni, nell’agosto del 1942, i suoi genitori lo portarono in un sobborgo di Bruxelles per affidarlo momentaneamente ai generosi coniugi Van Halden, salvandolo così dalla persecuzione razziale. Sua madre e suo padre sarebbero tornati a prenderlo dopo la guerra, se non fossero stati arrestati dalla Gestapo e condannati a morire nel campo di concentramento di Auschwitz. Il piccolo Adolphe fu quindi costretto a trascorrere il resto della sua infanzia come un “bambino nell’ombra”, nascondendo la propria identità e continuando a sperare in un ritorno dei suoi genitori. In un bel libro autobiografico pubblicato in Francia una decina d’anni fa e uscito adesso anche in italiano (Bubelè. Il bambino nell’ombra, edizioni Il Pozzo di Giacobbe, traduzione di Silvia Cerulli), Nysenholc ricostruisce l’esperienza della sua infanzia con un commovente memoir narrativo incentrato sulla questione dell’identità.

 “Bubelè” – come spiega Moni Ovadia nella prefazione – è un vezzeggiativo yiddish che incarna tutto l’amore struggente e superfluente per i propri piccini esposti nell’esilio a così tanti pericoli”. La sua storia è un paradigma della tragedia vissuta dai tanti bambini rimasti orfani durante l’Olocausto. Con il trascorrere degli anni il piccolo Adolphe comprende ciò che accade intorno a lui ma il nucleo centrale della narrazione non è la Shoah, bensì le sue vicende familiari successive. Bubelè cresce circondato dall’affetto della sua famiglia adottiva, in una quotidianità fatta di rassicuranti abitudini domestiche, ma continuando anche a vivere nella costante e illusoria attesa dei suoi genitori, finché uno zio sopravvissuto allo sterminio non verrà a reclamarne la tutela. Abraham, fratello di suo padre, non dispone dei mezzi per crescerlo eppure vuole a tutti i costi sottrarlo ai Van Halden per introdurlo ai principi dell’ebraismo, facendolo peregrinare a lungo tra orfanotrofi e istituti. La narrazione assume a tratti la forma di una fiaba, descrivendo un mondo visto con gli occhi di un bambino che pur non riuscendo a elaborare l’abbandono da parte dei genitori imparerà con il tempo a conviverci, alternando improvvisi sbalzi di umore, tra entusiasmi isterici e struggenti nostalgie. Costretto prima a fuggire dai nazisti, poi a fare i conti con un’identità che non sente sua, Nysenholc ripercorre dolorosamente gli anni della sua adolescenza, descrivendone il senso di smarrimento e l’incessante ricerca di un equilibrio interiore. Per uscire dall’ombra, Bubelè dovrà infine identificarsi con una comunità, optando per quella circoncisione rituale alla quale non era stato sottoposto da bambino, e che gli aveva consentito di nascondere le sue origini.
RM

La resistenza esistenziale di Etty Hillesum

Avvenire, 22.5.2018

Nella foto: Etty Hillesum

“L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”. Etty Hillesum riuscì a viaggiare in un mondo interiore che le consentì di dominare l’orrore della guerra e di lasciarci una delle testimonianze umane e spirituali più alte del nostro tempo. Qualche anno fa, in occasione del settantesimo anniversario della sua morte ad Auschwitz, furono finalmente pubblicate anche in italiano le edizioni integrali del suo diario e delle sue lettere, che fanno conoscere a fondo una delle figure più significative non solo della letteratura concentrazionaria, ma di tutto il pensiero contemporaneo. La resistenza esistenziale di Etty Hillesum può dare le vertigini: le sue profonde fragilità trasformate in forza attraverso un dialogo intimo e personalissimo con Dio, il suo amore per la vita che cresce proporzionalmente all’odio e alla persecuzione nazista, infine la rinuncia a tutto e la scelta di non salvarsi dalla deportazione, pur avendone l’opportunità, ma di condividere la sorte del suo popolo. Una parabola umana e intellettuale che emerge in tutta la sua attualità nel libro di Edgarda Ferri Un gomitolo aggrovigliato è il mio cuore. Vita di Etty Hillesum, un’opera che non è né un saggio, né una biografia in senso stretto, bensì la raffinata ricostruzione di una vita irrequieta e scandalosa che a partire dall’incontro con lo psicoanalista junghiano Julius Spier intraprende uno straordinario cammino mistico e spirituale. “La studio da tanti anni”, ci spiega Ferri. “Etty è diventata per me un punto di riferimento fin da quando uscì la prima edizione parziale del suo diario, che col tempo mi è capitato spesso di aprire anche soltanto per leggere una pagina. Nel suo pensiero trovavo infatti tanti spunti di riflessione, sulla pace, sulla vita, sul perdono. Poi tre-quattro anni fa ho sentito il bisogno di conoscerla meglio e ho iniziato a fare ricerche, sono stata ad Amsterdam, ho consultato libri su di lei, ho studiato lettere e diari dei suoi contemporanei e amici. Sono partita da un indizio, come faccio sempre, cercando poi di risalire alle fonti”. Già autrice di una lunga serie di biografie di donne famose – da Maria Teresa d’Austria a Giovanna la Pazza, da Caterina da Siena a Matilde di Canossa – Edgarda Ferri ci restituisce l’immagine di una giovane assetata di vita e di amore, che vive passioni intense nella carne e nello spirito, spietatamente sincera e legata a un Dio misterioso al quale arriva a perdonare l’indifferenza verso il dolore del mondo. Ci spiega di essersi avvicinata alla Hillesum con il giusto distacco imposto dalla sua formazione giornalistica, quindi senza immedesimarsi in lei, per non cadere nella tentazione di rappresentarla come una santa o come una martire. “Per fortuna ho avuto bravi maestri, uno era Dino Buzzati, che mi ha insegnato ad ascoltare e a non innamorarmi mai di un personaggio, altrimenti si rischia di farne un santino. A volte mi è sembrato quasi di essere uno scienziato intento a vivisezionare i suoi sentimenti e le sue parole, scandagliandole con la lente di ingrandimento”. Il risultato del suo lavoro è un vivido ritratto per immagini in cui predomina il pensiero della Hillesum ma dove l’attento setaccio delle informazioni biografiche consente di contestualizzare il percorso di un’anima che si sentiva “come un gomitolo aggrovigliato”, in totale balìa di forze contraddittorie. Etty era infatti la ragazza “che non sapeva inginocchiarsi” – come è lei stessa a definirsi nel suo diario – ma poi, nel breve volgere di un paio d’anni, un cortocircuito interiore stravolge la sua esistenza. “Inizialmente è inconsapevole di quello che sta accadendo intorno a lei, frequenta i circoli intellettuali e vive una condizione di privilegio ma poi lo psicoanalista Julius Spier, col quale ha un lungo confronto intellettuale e sentimentale, la convince a mettersi in ginocchio. Da quel momento comincerà a dimenticare sé stessa e a pensare agli altri. Ma più che una vera conversione – prosegue Ferri – lo definirei un cammino graduale e molto personale. Prima Etty si dichiara atea, poi cerca Dio e lo trova in un albero. Infine gli scrive dicendo che perdona la sua indifferenza nei confronti delle tragedie del mondo. Non era però né una fanatica, né una santa, né un’eroina. Era una donna assetata di assoluto, che grazie alla sua straordinaria sensibilità ebbe modo di avvicinarsi al divino umiliandosi, fino a decidere di non dare più alcun peso a sé stessa e alla sua sofferenza”.
Di fronte all’abisso del male, Etty Hillesum si interroga sui motivi della disumanità dell’uomo, prega Dio affinché le dia la forza di comprendere anche i delitti più gravi, arriva persino a perdonare i carnefici, percependone la fragilità. Avrebbe la possibilità di salvarsi, ma forte delle sue convinzioni umane e religiose decide di condividere fino in fondo il destino dei deportati. “Chi sono io – si chiede – per accettare di salvarmi e abbandonare il mio popolo?” Va quindi a lavorare come volontaria nel campo di transito di Westerbork, in Olanda, dove gli ebrei sono ammassati in condizioni disumane prima di partire per Auschwitz. Condivide la sofferenza altrui al punto da rendersi conto che il suo dolore personale non è niente, in confronto al dolore dell’umanità intera. “Sono convinta – conclude Ferri – che quando parla del ‘suo popolo’ non si riferisca soltanto agli ebrei ma alla popolazione umana nella sua interezza, poiché a Westerbork c’erano anche tanti cristiani e atei. Là aiutò soprattutto le donne, facendo di tutto perché conservassero fino alla fine la loro dignità. Potete essere private di qualsiasi cosa, disse loro, ma la dignità non dovete mai farvela portar via”. Etty Hillesum amava profondamente la vita. Al punto che, poco prima di partire per Auschwitz – dove morì il 30 novembre 1943 – scrisse, “abbiamo lasciato il campo cantando”.
RM

“La Scozia è già indipendente”

Intervista allo scrittore scozzese James Robertson (Avvenire, 31.3.2018)

Sessant’anni di storia della Scozia raccontati attraverso tre generazioni, dalla fine della Seconda guerra mondiale fino ai giorni nostri. L’appassionato ritratto di un popolo in una fase storica cruciale che va dal declino del carbone, dell’acciaio e dell’industria navale alla scoperta del petrolio nel mare del Nord e all’ascesa del nazionalismo. James Robertson, uno dei più grandi scrittori scozzesi contemporanei, segue il solco tracciato dai suoi illustri connazionali – Robert Burns, Alasdair Gray e Irvine Welsh – dando voce alla gente comune nel suo capolavoro, il ponderoso romanzo Solo la terra resiste (ed. Paginauno, traduzione di Sabrina Campolongo, Carmine Mezzacappa e Clara Pezzuto). Un viaggio lungo quasi settecento pagine nel cuore di un paese dalle grandi speranze e dai sogni infranti ma anche un’opera profondamente politica, che prende avvio dall’esperienza personale dell’autore: “fin da quando ho iniziato a lavorarci, circa una decina d’anni fa, avevo ben chiara l’intenzione di scrivere un romanzo ‘politico’, che raccontasse in un’opera di finzione i cambiamenti sociali, industriali e culturali che avevano interessato il mio paese a partire dal Secondo dopoguerra”. Autore di una ventina di libri, da circa tre decenni Robertson affianca a una brillante carriera di scrittore un impegno per la diffusione della cultura del suo paese. Nel 2002 ha fondato insieme al poeta Matthew Fitt la casa editrice Itchy Coo, che ha tradotto per la prima volta in lingua scozzese classici per bambini e ragazzi come Harry Potter e Winnie-the-Pooh, integrando la didattica nelle scuole primarie. Alcuni anni fa è stato il primo scrittore residente ospitato all’interno del parlamento scozzese. Il suo Solo la terra resiste, scritto interamente in inglese, con una molteplicità di stili e passando dalla prima alla terza persona, si svolge sullo sfondo “delle desolate lande della Scozia de-industrializzata, quella Scozia così reale che sfugge all’immaginazione”. Il libro inizia raccontando la storia di Michael Pendreich, intento ad allestire una retrospettiva dedicata al padre, il famoso fotografo Angus Pendreich, morto qualche anno prima. E proprio dalla necessità di dare un ordine filologico a quelle immagini prende forma il trascorrere del tempo, il susseguirsi dei volti e delle generazioni in un caleidoscopio di figure che descrivono l’identità di un popolo in continua evoluzione. Mentre la narrazione procede, attraverso le foto di Angus ci imbattiamo nell’eccentrico insegnante belga che sposa la causa del nazionalismo scozzese, nel vagabondo senza casa che colleziona ciottoli, nel deputato conservatore con una passione segreta, nell’agente dei servizi segreti tradito dai colleghi e in molti altri personaggi, anche femminili, che costruiscono una coralità dal respiro dell’epopea.
Leggendo il suo libro si comprende che negli ultimi decenni, in Scozia, è progressivamente crollato il senso di appartenenza alla cultura britannica. Da cosa è stato sostituito?
Credo che la Scozia abbia raggiunto l’apice della “britishness” dopo la Seconda guerra mondiale. All’epoca il senso di appartenenza all’Impero era ancora molto forte, poiché era stata appena vinta la guerra contro il fascismo e nell’immediato dopoguerra il governo laburista creò il nuovo welfare state e il servizio sanitario nazionale. Ma a partire dagli anni ‘60 e ‘70 questo sentimento ha cominciato a scricchiolare: l’Impero non c’era più, la memoria della guerra era ormai lontana e la gente iniziava a ribellarsi contro le tendenze centralizzatrici dello stato britannico. A poco a poco è riemersa l’identità scozzese, insieme al desiderio di ottenere maggiore democrazia e di avere un potere politico più vicino alla gente. È stato un percorso complesso e tutt’altro che omogeneo, che sotto molti aspetti ha visto una politica basata sul concetto di classe sostituita da una politica incentrata sull’identità. Molti, oltre al rinnovato orgoglio di sentirsi scozzesi, hanno sviluppato anche un forte senso di appartenenza all’Europa.
La crescita del nazionalismo e la questione della devolution rappresentano lo spartiacque principale nella storia recente della Scozia?
Sicuramente. L’istituzione di un parlamento scozzese e delle assemblee dell’Irlanda del Nord e del Galles nel 1999 sono stati i principali cambiamenti costituzionali della politica del Regno Unito dai tempi del suffragio universale degli anni ‘20. Ormai, qualsiasi cosa succeda, è impossibile che il parlamento scozzese venga abolito, e in effetti continuerà a accrescere il suo potere anche se la Scozia non diventerà mai indipendente. Continua la lettura di “La Scozia è già indipendente”