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Il più grande romanzo mai scritto in irlandese

Avvenire, 14.10.2017

Può apparire paradossale, ma fino a un paio d’anni fa, uno dei più grandi romanzi irlandesi del XX secolo era rimasto inaccessibile al grande pubblico persino in Irlanda. Per un motivo semplice: era stato scritto in gaelico e non era mai stato tradotto in inglese. Nel 1948 Cré Na Cille, capolavoro indiscusso di Máirtin O Cadhain, figura leggendaria tra gli scrittori di lingua irlandese del Novecento, era uscito a puntate sul quotidiano Irish Press e l’anno dopo era stato pubblicato da un piccolo editore di Dublino, divenendo subito un caso letterario nelle aree occidentali dell’isola dove storicamente si concentra il maggior numero di persone che conoscono l’antico idioma dell’Irlanda. Ma divenne presto anche un libro di culto per generazioni di studiosi, che non esitarono a definirlo un capolavoro assoluto paragonabile a classici come Joyce e Beckett, un’opera modernista la cui forma sperimentale è stata incensata per decenni dal mondo accademico e dai più influenti scrittori irlandesi contemporanei, a cominciare da Colm Toibin. Eppure ci sono voluti ben sessantasei anni perché la prima traduzione inglese vedesse finalmente la luce. Un ritardo apparentemente incomprensibile, che qualcuno ha provato a giustificare sostenendo che fosse stato lo stesso O Cadhain – morto nel 1970 – a vietarne la trasposizione. Tuttavia il contratto originario di cessione dei diritti non prevedeva alcuna clausola del genere e indicava invece un compenso per lo scrittore nel caso in cui l’opera fosse stata pubblicata in altre lingue. Ma il timore reverenziale suscitato da quel libro ricco di neologismi coniati dall’autore era cresciuto col trascorrere del tempo, facendo sfumare qualsiasi ipotesi di traduzione. Nessuno sembrava essere all’altezza, o voleva cimentarsi con un’impresa ad alto rischio di insuccesso, che secondo il grande poeta Thomas Kinsella avrebbe richiesto anni di lavoro. Finché qualcosa non si è sbloccato e nel 2015, a distanza di pochi mesi, sono comparse due  traduzioni con titoli diversi. Una firmata dal grande scrittore e drammaturgo Alan Titley, intitolata The Dirty Dust, l’altra tradotta da Tim Robinson e Liam Mac Con Comaire, col titolo Graveyard Clay. A curare la pubblicazione di entrambe non è stato un editore irlandese o britannico, bensì una casa editrice accademica statunitense, la Yale University Press, a riprova del fatto che spesso la letteratura irlandese supera gli angusti confini dell’isola e prende forma oltreoceano, complice anche la presenza della numerosa e influente comunità Irish-American. Due traduzioni molto diverse tra loro, secondo la critica irlandese: quella di Titley che ha colto l’umorismo, l’energia e la carica  rabelaisiana di O Cadhain, mentre quella di Robinson e Mac Con Comaire è apparsa più fedele all’originale. In ogni caso, pur con colpevole ritardo, l’opera di ha trovato una seconda vita che l’ha resa accessibile a un vasto pubblico, promuovendone un’ulteriore diffusione, come dimostra l’opportuna edizione italiana fatta uscire proprio in questi giorni dall’editore Lindau (Parole nella polvere, traduzione di Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano), e basata proprio sulla seconda trasposizione inglese. Dunque – nonostante il doppio passaggio traduttivo – anche i lettori italiani avranno finalmente la possibilità di conoscere questo romanzo-pietra miliare, la cui trama si svolge interamente sotto terra, in un cimitero di campagna del Connemara, sulla costa ovest dell’Irlanda, al tempo della Seconda guerra mondiale. I personaggi del libro sono tutti morti e sepolti, imprigionati nelle loro bare, non sono spiriti ma essere umani privati di qualsiasi libertà corporea o incorporea, con la sola eccezione della voce. Sono un gruppo di cadaveri chiacchieroni, pettegoli, maligni e vendicativi, che danno vita a una singolare sinfonia di voci e mantengono, anche da morti, i difetti che avevano da vivi schiudendo un mondo rurale fatto di storielle di paese, imicizie e piccole faide familiari. I loro monologhi si trasformano in dialoghi – non a caso il libro divenne una trasmissione radiofonica di successo – e sono animati dai più comuni vizi degli esseri umani come la gelosia e il rancore, indugiano nelle lamentele e nei ricordi personali, oppure tendono alla presa di giro, o agli insulti veri e propri. Alcuni si lanciano in discussioni di politica, o in proclami. Su tutte le voci si erge quella di Caitriona Phaídín, una donna dal carattere infernale che se la prende continuamente con un’assente, sua sorella Nell, che ancora non l’ha raggiunta nell’aldilà ed è colpevole di aver sposato un uomo amato da entrambe. L’inizio del libro la vede scagliarsi eloquentemente contro la taccagneria dei vivi, nel timore di non essere stata sepolta nella parte più importante del cimitero, “Chissà se mi hanno sotterrata nel lotto da un sterlina o in quello da quindici scellini. O il diavolo li avrà convinti a buttarmi nel lotto da mezza ghinea, dopo tutte le mie raccomandazioni”. Caitriona è forse il personaggio centrale di un caleidoscopio di figure del tutto prive di slanci filosofici o spirituali, anche se è in realtà il parlato il protagonista principale di questa favola dall’umorismo nero che ricorda le opere di un altro gigante del modernimo irlandese, Flann O’Brien. Continua la lettura di Il più grande romanzo mai scritto in irlandese

La nuova vita di Paddy Armstrong

Avvenire, 18.8.2017

Paddy Armstrong ce l’ha fatta. Dopo aver trascorso quindici anni in carcere da innocente è riuscito a ricostruirsi una vita felice grazie alla sua famiglia e alla sua forza di volontà. Oggi sostiene di non provare più alcun rancore nei confronti di chi lo trascinò in quell’incubo, rubandogli la giovinezza e distruggendo la sua prima vita. Nel 1975, insieme a Gerry Conlon, Paul Hill e Carole Richardson, fu condannato all’ergastolo con l’accusa di aver piazzato le bombe dell’IRA che erano esplose in un pub della cittadina inglese di Guildford. Dopo aver letto la sentenza, il giudice affermò che potevano ritenersi fortunati, poiché la Gran Bretagna aveva abolito la pena capitale solo pochi anni prima, viceversa sarebbero stati sicuramente condannati a morte. I “Quattro di Guildford” avevano tra i 17 e i 24 anni e provenivano da un retroterra di povertà e miseria inimmaginabili nell’Europa occidentale. La loro unica colpa era quella di essere irlandesi provenienti dai ghetti cattolici di Belfast e di trovarsi in Inghilterra durante una delle più drammatiche campagne di attentati dell’IRA. L’isteria anti-irlandese di quegli anni – alimentata dai mezzi d’informazione – li trasformò nei capri espiatori perfetti: dopo giorni di isolamento, durante i quali subirono gravi maltrattamenti e pesanti pressioni psicologiche, furono costretti a firmare false confessioni che risultarono sufficienti per condannarli nonostante le successive ritrattazioni. Pochi mesi dopo furono individuati i veri responsabili degli attentati ma neanche quello bastò a salvarli. La loro innocenza sarebbe stata riconosciuta soltanto quindici anni dopo. Nel 1989 i giudici revocarono la sentenza di condanna e ammisero che all’epoca del primo processo la pubblica accusa aveva falsificato le prove nascondendo gli elementi probatori che sarebbero stati sufficienti a scagionarli.
Considerata una delle ingiustizie più clamorose della recente storia giudiziaria britannica, la vicenda dei “Quattro di Guildford” ha dato vita negli anni a una cospicua produzione letteraria, a cominciare dalle biografie di Paul Hill e Gerry Conlon, uscite poco tempo dopo la loro scarcerazione e dalle quali è stato tratto il memorabile film Nel nome del padre di Jim Sheridan. Finora Paddy Armstrong – al pari di Carole Richardson, morta di cancro qualche anno fa – era sempre rimasto lontano dai riflettori, scegliendo un basso profilo e partecipando soltanto di rado a eventi pubblici. Adesso ha deciso di tracciare un bilancio della sua seconda vita e ha dato alle stampe Life after Life: A Guildford Four Memoir, un libro scritto a quattro mani con la giornalista Mary-Elaine Tynan, dal quale emerge il lucido ritratto di un uomo che è riuscito a ritrovare la felicità nonostante tutto ciò che gli è accaduto. Non mancano i tremendi ricordi e gli aneddoti risalenti agli anni in carcere, ma contrariamente alle biografie di Conlon e Hill, questa si concentra molto più sulle difficoltà della lenta e faticosa rinascita del protagonista. Oggi Armstrong è un marito e un padre felice di due adolescenti, e proprio pensando a loro ha deciso che fosse giunto il momento di raccontare la sua storia. Nei primi periodi da uomo libero non riusciva a riabituarsi alla vita normale, a lungo ha persino desiderato tornare in carcere, il pensiero del suicidio era ricorrente. Ammette che se non fosse stato per Caroline, la ragazza che conobbe a Dublino negli anni ’90 e che poi divenne sua moglie, alcol e droghe l’avrebbero fatto precipitare in un vortice senza ritorno. Si sposarono nel 1998 e pochi anni dopo nacquero John e Sophie, che hanno dato un senso compiuto alla sua seconda vita. Quella di Paddy Armstrong è una storia terribile che culmina in un inaspettato lieto fine anche grazie ad Alastair Logan, l’avvocato che dopo essersi battuto a lungo per sottrarlo a un’ingiusta detenzione, è diventato con gli anni qualcosa di molto simile a un padre. È a lui che il libro è dedicato.
RM

L’utopia operaia di Bruno Borghi

Avvenire, 5.8.2017

La fabbrica rappresentava per lui l’utopia di un mondo nuovo, “un luogo dov’era possibile tutto”, dove poteva compiersi il cambiamento della società e la trasformazione delle persone. È il 1950 quando don Bruno Borghi entra alla fonderia del Pignone, si sfila la tonaca e indossa la tuta da lavoro. Il cardinale di Firenze, Elia Dalla Costa, l’aveva autorizzato a entrare come operaio nella storica fabbrica fiorentina, riconoscendo nella sua scelta un ideale di povertà, non uno stratagemma per contrastare l’ateismo diffuso tra i lavoratori, meno che mai un tentativo di convertire gli operai. Don Bruno si immedesimò incondizionatamente in quella nuova realtà, diventando simile alla gente che viveva del proprio lavoro e lottava ogni giorno per conservarlo. In poco tempo riuscì a stabilire ottime relazioni con gli altri operai, con i quali affrontò tutti i passaggi più faticosi e pericolosi del processo produttivo, confrontandosi con il problema del cottimo, degli scioperi, delle rivendicazioni.
Fin dagli anni del seminario, Bruno Borghi aveva visto nella condizione operaia “l’annuncio autentico di quei valori evangelici capaci di rivitalizzare una realtà ecclesiale ferma al Medioevo”. Insieme ad alcuni compagni seminaristi – tra i quali c’era anche Lorenzo Milani – aveva attinto alle riflessioni teologiche provenienti soprattutto dalla Francia, che cercavano di rompere con il conservatorismo della Chiesa dell’epoca. Nell’immediato dopoguerra, da poco ordinato sacerdote, aveva trascorso le sue prime esperienze nei quartieri popolari, condividendo la volontà di riscatto di giovani, operai e contadini. A Barbiana, don Milani si sarebbe fatto indirizzare proprio da lui verso la lotta di classe e la conoscenza del mondo del lavoro, sostenendo che Borghi era l’unico prete che sapeva parlare con la classe operaia. “Da lui ho tutto da imparare”, affermò. Si racconta che fosse anche la sola persona di cui don Lorenzo avesse mai avuto soggezione. La storia straordinaria e assai poco nota di Bruno Borghi è stata ricostruita nel dettaglio da Antonio Schina in una biografia appena uscita, Bruno Borghi. Il prete operaio (Editrice Centro di documentazione Pistoia, 128 pagg.) che riporta in appendice anche alcuni dei suoi scritti più significativi.
Proprio mentre in Francia i preti operai stavano per essere sospesi per decreto papale, a Firenze veniva avviata la prima esperienza italiana di un prete in fabbrica. Il provvedimento di sospensione arriverà di lì a poco anche in Italia, e il valore di quell’esperimento sarà riconosciuto soltanto nel 1971, durante il papato di Paolo VI. Una scelta simile, in anni di feroce contrapposizione fra cattolici e comunisti, non avrebbe mancato di creare scandalo. Insieme a figure come Ernesto Balducci, Giulio Facibeni, Luigi Rosadoni, Enzo Mazzi e lo stesso don Milani, Borghi favorì la nascita di quel laboratorio politico ed ecclesiale che a partire dagli anni ‘50 diede origine all’apertura del dialogo tra cattolici e comunisti. Lui fu senza dubbio quello che fece le scelte più estreme e dirompenti. Nel 1958 era cappellano alla parrocchia di Sant’Antonio al Romito, nel cuore del quartiere operaio di Rifredi, quando scoppiò il caso delle officine Galileo. La più grande fabbrica metalmeccanica fiorentina aveva deciso di licenziare quasi un migliaio di lavoratori, esasperando le lotte operaie iniziate qualche anno prima. La fabbrica fu occupata per diciotto giorni e dopo lo sgombero, centocinquanta operai e sindacalisti finirono sotto processo. Tra questi c’era anche don Bruno, che durante la protesta si era recato tutti i giorni in fabbrica per partecipare alle riunioni, per avere notizie sulle trattative, per portare la solidarietà dei parrocchiani. Scrisse anche una lettera che sosteneva l’occupazione definendola “un atto rispondente in pieno alla morale evangelica” e finì rinviato a giudizio per istigazione a delinquere.
Fino ad allora il cardinale Dalla Costa l’aveva tollerato, ma fu infine costretto a revocargli il permesso per lavorare in fabbrica. Fu poi il suo successore, il vescovo Ermenegildo Florit, a esiliarlo a Quintole, un pugno di case sperdute nel comune di Impruneta, quasi una Barbiana sulle colline di Firenze. Ma la parabola di questo “operaio-prete” – come amava definirsi lui – proseguì in altre realtà fiorentine, dalla Galileo alla Gover, una fabbrica di gomme ad alta nocività dalla quale venne poi licenziato per attività sindacale. Intanto altri sacerdoti avevano seguito il suo esempio in tutta Italia, entrando in fabbrica o cominciando a lavorare come artigiani, a fianco del popolo. L’amicizia e la vicinanza con Lorenzo Milani li avrebbe portati anche a iniziative comuni – come la denuncia del ruolo ambiguo dei cappellani militari sull’obiezione di coscienza – ma non impedì che i due si trovassero talvolta anche in disaccordo. Un giorno, mentre il priore e i suoi ragazzi stavano scrivendo la famosa Lettera a una professoressa, Borghi andò a Barbiana per criticare il suo approccio. “A voi – gli disse – pare tanto importante che i ragazzi vadano a scuola e ci stiano tutto il giorno. Ne usciranno individualisti e apolitici come gli studenti. Il terreno che occorre per il fascismo. Finchè gli insegnanti e le materie sono quelli che sono, meno i ragazzi ci stanno e meglio è. È una scuola migliore l’officina. Per mutare insegnanti e contenuto ci vuole ben altro che la vostra lettera. Questi problemi vanno risolti sul piano politico”. Nel 1981 arrivò infine lo strappo definitivo con la Chiesa: don Bruno decise di abbandonare il sacerdozio e la parrocchia di Quintole, ma non prima di aver ottenuto l’impegno scritto dalla Curia che la canonica avrebbe continuato ad ospitare disabili. Spiegò che non si riconosceva più nella Chiesa come istituzione ma non avrebbe mai smesso di occuparsi dei poveri, degli emarginati, degli operai con l’obiettivo di liberarli dall’oppressione e dallo sfruttamento. Negli ultimi venticinque anni della sua vita avrebbe fatto il contadino sulle colline di Firenze, l’operaio in una cooperativa agricola in Nicaragua, e fino alla fine avrebbe prestato la sua opera come volontario a fianco dei detenuti del carcere fiorentino di Sollicciano. È morto nel 2006, all’età di 85 anni.
RM

Mandela, “così ho vinto il mio carcere”

Avvenire, 30.7.2017

Nelson Mandela è una di quelle figure monumentali del Novecento sulle quali si ritiene di sapere ormai già tutto, data la quantità di libri, saggi e studi che sono stati scritti da e su di lui, a cominciare dall’imprescindibile autobiografia Lungo cammino verso la libertà, uscita per la prima volta in edizione italiana nel 1995. Eppure, la raccolta di lettere inedite dalla prigione che uscirà in contemporanea in tutto il mondo il 18 luglio 2018, in occasione del centenario della sua nascita, svelerà molti particolari finora ignoti sulla sua vita e la sua straordinaria lotta politica.

L’opera, annunciata nei giorni scorsi dalla Fondazione Nelson Mandela, sarà composta da 250 lettere quasi tutte inedite, che il padre del Sudafrica post-apartheid scrisse durante i lunghi anni di prigionia, dal 1962 al 1990. Organizzate cronologicamente e divise in quattro sezioni, ciascuna per ogni carcere che lo ospitò in quegli anni (Pretoria, Robben Island, Pollsmoor e infine il Victor Verster di Paarl, nei pressi di Città del Capo, dal quale fu liberato l’11 febbraio 1990), arrivano tutte dagli archivi Mandela, dalle collezioni private della famiglia e dagli archivi governativi, le cui restrizioni sono state ridotte col trascorrere degli anni. Decine e decine di lettere che il più famoso prigioniero politico del Novecento scrisse ai familiari, ai sostenitori, ai funzionari del governo e alle autorità carcerarie, il cui contenuto spazia dalle questioni familiari agli argomenti strettamente politici, fino alla vita quotidiana in prigione. Da quanto è emerso finora, si sa che contribuiranno a delineare un ritratto intimo dell'”uomo” Mandela, che troppo spesso è rimasto schiacciato dalla sua figura di leader politico. Alcuni estratti delle lettere sono stati anticipati dal New York Times. In uno di questi, Mandela si rivolge alla moglie Winnie chiedendole informazioni sulle sue precarie condizioni di salute. In una missiva inviata dalla prigione di Robben Island, il futuro premio Nobel si dice felice di sapere che la sua amata consorte, affetta da gravi problemi di cuore, verrà curata da ottimi specialisti. In alcune altre ribadisce invece che soltanto il coraggio e la determinazione possono far superare ostacoli apparentemente insormontabili, preparando il terreno per la vittoria finale. Altre ancora raccontano invece nel dettaglio alcune fasi strazianti della sua vita, come quando gli venne negato il permesso per partecipare ai funerali della madre e poi anche a quelli del figlio, che morì in un incidente d’auto nel 1969. Sarà quindi la sua stessa voce a regalarci un nuovo profilo autobiografico del grande leader sudafricano, a raccontarci come sia riuscito a mantenere intatto il suo spirito durante i lunghi periodi in isolamento, a dialogare col mondo esterno che a poco a poco iniziava a mobilitari per la sua liberazione e a solidarizzare con la lotta del suo popolo.
La raccolta è stata curata e annotata da Sahm Venter, uno dei più autorevoli giornalisti sudafricani da alcuni anni impegnato come ricercatore della fondazione. “Queste lettere – ha spiegato – ci ricordano le terribili pressioni alle quali Mandela fu sottoposto per sopravvivere a un regime che intendeva cancellarlo dalla coscienza del paese e farlo morire in carcere”. Il leader e futuro presidente scrisse gran parte di esse con la consapevolezza che forse non sarebbe mai tornato in libertà. Il regime segregazionista lo considerava un “detenuto di sicurezza”, classificato nella categoria D, e per questo gli riservò il trattamento più duro: poteva ricevere una visita e una lettera ogni sei mesi e tutte le sue comunicazioni dovevano essere scritre in inglese per poter essere controllate dalla censura. Quando nel 1964 entrò nel famigerato carcere di Robben Island, al largo di Città del Capo, dopo essere stato condannato all’ergastolo con l’accusa di aver compiuto decine di azioni di sabotaggio, un gruppo di guardie afrikaans lo accolse gridandogli “morirai su quest’isola”. In quel carcere privo di luce e acqua, dove il cibo era scarso, pessimo e sempre uguale, i prigionieri politici trascorrevano le giornate spaccando le pietre sotto il sole oppure scavando in una cava di calce. In breve tempo, gli spazi angusti della sua cella divennero un luogo di introspezione, di elaborazione politica e di dialogo a distanza con i suoi cari. La scrittura, alla quale Mandela poté dedicarsi nei pochi momenti di riposo, diventò uno strumento di lotta, un’indispensabile medicina per sopravvivere che contribuì a fare di lui un simbolo mondiale di coraggio e perseveranza.
La Fondazione Mandela ha ceduto i diritti per la pubblicazione negli Stati Uniti alla Liveright Publishing, un marchio prestigioso dell’editoria a stelle e strisce noto per aver stampato per primo le opere di Hemingway, Faulkner e Freud, e rinato alcuni anni fa, dopo la bancarotta, sotto l’egida della casa editrice W.W. Norton. All’opera che uscirà l’anno prossimo – con la prefazione della nipote dell’ex presidente, Zamaswazi Dlamini-Mandela – farà seguito poi un secondo volume più articolato e rivolto a un pubblico di studiosi e specialisti, la cui uscita è prevista per il 2019. Anche l’edizione italiana arriverà nelle librerie nel luglio 2018, grazie alla casa editrice Il Saggiatore che si è aggiudicata i diritti per il nostro paese.
RM

Irlanda, la frontiera impossibile

Avvenire, (9 luglio 2017)

“Pettigo, questo piccolo villaggio di quattrocento anime al confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, rappresenta uno dei più grandi paradossi della guerra. Alcune strade, alcune case e alcuni abitanti sono coinvolti nel conflitto ma basta attraversare un ponte per trovare la pace, cibo in quantità, alcol e tabacco”. È quanto scrisse in un giorno d’agosto del 1945 Phillip Callahan, un aviatore dell’esercito statunitense arrivato in quel paesino della contea di Donegal durante gli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. Il suo sguardo stupito di osservatore straniero spiega come la neutralità di Dublino e la belligerenza di Belfast avessero messo impietosamente a nudo l’assurdità della divisione artificiale dell’Irlanda. Un confine schizofrenico correva ormai da oltre vent’anni lungo 500 chilometri dell’isola, dall’estuario del fiume Foyle al mare d’Irlanda, formando una delle più atipiche frontiere del mondo, la cui stessa esistenza sarebbe stata a lungo oggetto di controversie per il diritto internazionale e per la costituzione irlandese. Un paradosso geopolitico e amministrativo che rischia di riesplodere anche adesso, in tutta la sua complessità, a seguito del referendum sulla Brexit. Alla consultazione del 2016 la maggioranza assoluta degli elettori dell’Irlanda del Nord si è espressa infatti a favore del “Remain” aprendo scenari del tutto impensabili fino a qualche mese fa, e non privi di implicazioni d’interesse europeo. Con l’uscita di Londra dall’Unione anche quella tra le due parti dell’Irlanda diventerebbe infatti una frontiera esterna all’UE – e dunque sensibile come quella tra Grecia e Turchia – e alcuni, a Dublino, temono persino che l’irrigidimento di quel confine possa avere conseguenze negative per il processo di pace irlandese. In questo quadro è dunque assai interessante e opportuna la retrospettiva storica sul tema compiuta da Peter Leary, studioso di Oxford e autore del recente volume Unapproved Routes: Histories of the Irish Border, 1922-1972 (Oxford University Press). Quasi un secolo fa, dopo anni di sanguinose guerre anticoloniali, Londra impose a tutta l’Irlanda il durissimo compromesso della divisione. Sei delle nove contee dell’Ulster andarono a costituire un’entità politica mai esistita fino ad allora, frutto della convergenza di interessi tra il governo britannico e la borghesia industriale dell’Ulster: lo stato dell’Irlanda del nord, pari al 17% scarso del territorio dell’isola, con un proprio parlamento nel palazzo di Stormont, alle porte di Belfast. Formato da quattro contee a maggioranza protestante (Antrim, Armagh, Down e Londonderry) e due a maggioranza cattolica (Fermanagh e Tyrone), il nuovo staterello aveva confini tracciati in modo tale da assicurare complessivamente una maggioranza di due terzi ai protestanti. Da allora l’Irlanda sarebbe rimasta divisa sine die, contro la volontà della maggioranza della popolazione e qualsiasi logica politico-giuridica. Continua la lettura di Irlanda, la frontiera impossibile

C’era una volta l’Est

Intervista allo scrittore Clemens Meyer (Avvenire, 14.7.2017)

È un ritratto intenso, malinconico e disilluso dell’infanzia e dell’adolescenza ai tempi del Muro di Berlino quello che emerge dalle pagine di Eravamo dei grandissimi (Keller editore, traduzione di Roberta Gado e Riccardo Cravero), il pluripremiato romanzo d’esordio del giovane scrittore tedesco Clemens Meyer, uscito in Germania una decina d’anni fa e ormai diventato un classico della letteratura post-1989. Una storia in gran parte autobiografica che non si svolge nella grande capitale della Guerra fredda bensì in una grigia periferia di Lipsia – “nell’est della Germania est” -, che prende forma attraverso una scrittura essenziale e potente, capace di trasfigurare in emozioni i ricordi dello stesso Meyer, che quegli anni li visse in prima persona. Il Muro non è una presenza fisica ma uno spartiacque temporale nelle vite di un gruppo di ragazzi, le cui storie si intrecciano attraverso una narrazione priva di un preciso ordine cronologico. L’amicizia tra Daniel, Paul, Mark e Rico è l’unico legame che consente loro di andare avanti in una realtà urbana in balia di un passaggio storico epocale che loro stessi non comprendono, e che finirà col travolgerli. Continua la lettura di C’era una volta l’Est

“Storia del conflitto”, una nuova edizione aggiornata

A otto anni esatti dalla prima edizione (luglio 2009) torna finalmente nelle librerie il mio Storia del conflitto anglo-irlandese. Questa nuova ristampa – la terza – si è resa necessaria sia perché le due precedenti sono completamente esaurite da tempo e il libro continua a essere richiesto anche dalle scuole, sia perché a quasi un decennio di distanza il volume aveva inevitabilmente bisogno di un aggiornamento e di alcune piccole modifiche. Oltre alla doverosa revisione, ho aggiunto un nuovo capitolo dal titolo “Pace senza giustizia” che fa il punto sulla situazione attuale delle numerose inchieste concluse o tuttora in corso. Le verità che col tempo sono venute a galla come quella sulla “Glenanne gang” – un gruppo composto da paramilitari lealisti, agenti dello stato britannico e della polizia nordirlandese che mise a segno decine di attentati – hanno aperto grossi interrogativi, anche in ambito giudiziario. La nuova edizione ha anche una nuova copertina.

Sarajevo, la creatività dell’assedio

Avvenire, 25.1.2017

Ha l’aspetto di una comune guida Michelin ma è forse la più originale guida turistica mai realizzata. Fu redatta a Sarajevo nel 1992, durante il primo anno dell’assedio, da un gruppo di giovani artisti e intellettuali della città e distribuita all’epoca dalla casa editrice Workman di New York. La Survival Guide Sarajevo conteneva informazioni sulla vita quotidiana in una città assediata dal fuoco incessante dei cecchini e dei colpi di mortaio, priva di trasporti, senza cibo, acqua, riscaldamento ed elettricità. Al suo interno c’erano consigli pratici su dove dormire, come riscaldarsi, come depurare l’acqua e istruzioni per preparare pasti e bevande con un vero e proprio ricettario di guerra. All’epoca il Washington Post la definì “la parodia azzeccata di una guida turistica alla moda”. Fu in realtà un progetto estremo di denuncia e documentazione che adesso, a distanza di venticinque anni esatti da quei giorni, esce rivista e tradotta in italiano con il titolo Sopravvivere a Sarajevo. Condizioni urbane estreme e resilienza: testimonianze di cittadini nella Sarajevo assediata (1992-1995) per Bébert edizioni. La guida fa parte in realtà di un progetto più ampio portato avanti nei primi anni ’90 da Fama, una società di produzione indipendente nata poco prima dell’inizio del conflitto nei Balcani. Negli anni della guerra ha raccolto foto, testimonianze e documenti che nel 2013 hanno consentito la creazione del Fama Collection (famacollection.org), un museo virtuale dell’assedio di Sarajevo che si propone di tramandarne la memoria alle generazioni future anche pubblicando libri e materiali audiovisivi di approfondimento sulla guerra.
Tra il 1992 e il 1995, per continuare a vivere in quelle condizioni disperate era indispensabile una grande inventiva: ci fu chi ricavò una stufa da una vecchia lavatrice, chi costruì fornelletti con lattine e pezzi di metallo, chi produsse corrente facendo andare un filatoio. Un abitante racconta di non essersi perso d’animo di fronte al proiettile che aveva forato la conduttura dell’acqua del bagno. “Con i teli di plastica che usavamo al posto dei vetri ho costruito un imbuto che convogliava l’acqua piovana direttamente in bagno. Così, quando pioveva, potevo farmi il bagno anche con due litri d’acqua”. È toccante il ricordo dei giorni di Natale trascorsi in quei quattro anni d’assedio: “non abbiamo mai saltato un Natale in chiesa, mai smesso di fare l’albero, di mettere il vestito della festa e di cantare nel coro”, racconta un altro sarajevese. “Questo significava molto per tutti gli abitanti di Sarajevo, dava loro forza, era segno che la città era attiva”. E quando arrivarono i regali, i bambini credettero che Babbo Natale fosse riuscito ad aprirsi un varco nella città assediata e si convinsero definitivamente della sua esistenza. “Le condizioni estreme a cui è stata sottoposta la città – spiega Suada Kapić, curatrice della guida – hanno dato vita a una società parallela, in cui la creatività era il bene primario. Il bisogno di formulare una strategia di adattamento non lasciava spazio a rassegnazione e disperazione. La resilienza manteneva occupata la mente delle persone, annientava i pensieri che avrebbero potuto distruggere la volontà di andare avanti e resistere”. Ciò che colpisce maggiormente in queste pagine è proprio lo spirito degli abitanti di Sarajevo, che furono capaci di far fronte all’orrore del più lungo assedio della storia contemporanea con fantasia, ingegno e condivisione. Nella guida – che è arricchita da foto, mappe e illustrazioni dell’epoca – sono infatti loro stessi a condividere le strategie adottate non solo per sopravvivere “dentro la guerra” ma anche per provare a studiare, suonare, recitare e ballare scegliendo la cultura come arma di resistenza. Anche dopo lo scempio della biblioteca nazionale, tutti cercavano letture impegnate per dimenticare la guerra, i testi più letti erano quelli di Platone e Hegel. Il gruppo Fama invitava professori da tutto il mondo a tenere lezioni di storia, lingua, arte e letteratura in una sorta di università itinerante all’aria aperta, che aveva sede in un giardino di rose. “I cittadini venivano alle conferenze e gli oratori davano il loro meglio”, spiega la curatrice del libro, “si condivideva il tacito diritto alla resistenza culturale contro la barbarie. Ogni occasione era buona per riscattarci dal ruolo di vittime”. In quei 1395 giorni di assedio costati oltre undicimila morti, a Sarajevo andarono in onda trasmissioni radiofoniche, furono organizzate scuole e attività teatrali negli scantinati. La sede di dieci piani dello storico quotidiano cittadino Oslobodjenje fu abbattuta dai cannoni serbi nei primi mesi dell’assedio ma i suoi giornalisti continuarono a lavorare in una redazione allestita in un rifugio sotterraneo, nella semioscurità, con la sola luce di una lampada a olio, nell’attesa che scendesse la notte e partisse il generatore. Per tutto il corso dell’assedio riuscirono a far uscire un’edizione di due pagine del giornale. “In questo libro – conclude Kapić – riportiamo prove reali di un immenso potenziale umano in grado di vincere l’ignoto, il nuovo, l’oscuro e l’inimmaginabile. Crediamo che le persone che hanno vissuto l’assedio di Sarajevo costituiscano un esempio di speranza per l’umanità”. A distanza di un quarto di secolo, questa guida diventa una straordinaria testimonianza antropologica, un inno alla vita e un monito contro la violenza dei nazionalismi.
RM

Brexit, quale futuro per la Scozia?

Intervista allo scrittore scozzese Allan Massie (Avvenire, 19.4.2017)

Narra una leggenda che a Oxford, il cancello principale dell’Università di Trinity, chiuso da secoli, sarà riaperto soltanto quando uno Stuart salirà di nuovo sul trono d’Inghilterra. La più antica e longeva casa reale britannica resta ancora oggi circondata da un alone di mito alimentato dalla popolarità di figure come Maria e Carlo Edoardo – Bonnie Prince Charlie – e sopravvissuto persino alla deposizione di Giacomo II, l’ultimo re cattolico d’Inghilterra, nel lontano 1688. Il casato governò la Scozia ininterrottamente dalla fine del XIV secolo e, in seguito all’unione dinastica del 1603, regnò per oltre un secolo anche su Inghilterra e Irlanda. “In un certo senso l’unione delle due corone fu un incidente dinastico, poiché l’erede più diretto di Elisabetta I Tudor era il re di Scozia, Giacomo VI Stuart, ma costituzionalmente i due paesi restarono a lungo indipendenti pur condividendo lo stesso sovrano. Solo con l’Atto di Unione del 1707 i due parlamenti si unirono per necessità politiche, peraltro senza grande entusiasmo da entrambe le parti”. A parlare è Allan Massie, uno dei più noti scrittori scozzesi contemporanei, autore di una straordinaria biografia del casato Stuart scritta attingendo a fonti storiche e letterarie e appena uscita anche in traduzione italiana (Gli Stuart. Re, regine e martiri, Della Porta editori). È necessario risalire almeno a quegli anni per ricostruire il profondo legame che unisce Inghilterra e Scozia, e che in anni recenti ha mostrato non pochi segni di cedimento, amplificati ora anche dalla Brexit.

Nella foto: Allan Massie

Un anno fa, gli scozzesi hanno votato in massa per la permanenza nell’UE scavando un solco forse decisivo con quella che un altro grande scrittore scozzese, Sir Walter Scott, aveva definito nell’Ottocento “la nostra sorella e alleata”, cioè l’Inghilterra. E proprio sulle orme di Scott, considerato il padre del moderno romanzo storico, si sviluppa il lavoro di Allan Massie, che nella sua lunga carriera ha scritto decine di opere e biografie ambientate in più epoche storiche. Contrariamente a gran parte del mondo intellettuale scozzese, nel 2014 Massie non si schierò a favore dell’indipendenza scozzese nel referendum indetto dallo Scottish National Party. Viceversa, prese posizione pubblicando un pamphlet intitolato Nevertheless (“Ciononostante”), nel quale affermava di sentirsi profondamente britannico e sosteneva che votare per l’indipendenza equivaleva a una mancanza di fiducia in sé stessi. Ma dopo l’esito del voto sulla Brexit, che rischia di far uscire dall’Europa anche la Scozia nonostante il volere della maggioranza dei suoi abitanti, persino l’“unionista” Massie si è convinto che abbandonare il plurisecolare legame con Londra sia ormai diventata una necessità. “La mia reazione immediata al voto sulla Brexit è stata di sgomento, e se sarà attuata in forma drastica, anche la mia idea sull’indipendenza scozzese è destinata a cambiare”, ci dice al telefono dalla sua casa di Selkirk, situata proprio lungo il confine tra i due paesi. “Al momento nessuno può sapere come evolverà una situazione che appare paradossale, perché oggi le ragioni economiche di una Scozia indipendente hanno un fascino molto minore rispetto a tre anni fa a causa del crollo del prezzo del petrolio e del fatto che non si prevedono più grandi ricavi dai giacimenti del mare del Nord. Ma le ragioni politiche che stanno alla base dell’indipendenza appaiono oggi molto più forti rispetto al passato, e molti scozzesi di trovano di fronte a questo dilemma. Continua la lettura di Brexit, quale futuro per la Scozia?

Testimoni della rivoluzione del 1917

Avvenire, 18.1.2017

Quei nomi in codice – Davis, Cole, Lane – corrispondevano rispettivamente a Lenin, Trotsky e Kerensky e ricorrevano spesso nei dispacci ricevuti dai servizi segreti britannici nel 1917. Somerville, la spia che li inviava sotto falso nome da San Pietroburgo, era in realtà il grande scrittore e commediografo inglese William Somerset Maugham, mandato in Russia dall’intelligence di Sua Maestà per cercare di ostacolare il colpo di stato dei bolscevichi. Ormai giunto al culmine della sua fama, Maugham fingeva di lavorare come inviato di un noto quotidiano, ma era invece impegnato a fornire sostegno al governo provvisorio di Kerensky, che guidò il paese nei pochi mesi che separarono l’abdicazione dello zar dall’ascesa al potere di Lenin. Il suo sguardo appare uno dei più informati di fronte alla portata storica di quanto stava accadendo in quei giorni, e che di lì a poco avrebbe cambiato per sempre la Russia e il mondo intero. Al contrario dello zar Nicola II il quale, secondo quanto raccontò l’ambasciatore statunitense David Francis, “sembrava non rendersi conto di essere seduto sul bordo di un vulcano”.
Il 24 febbraio 1917, mentre nelle strade di San Pietroburgo riecheggiano i colpi di fucile, la principale preoccupazione dei ricchi frequentatori dei teatri cittadini è quella di trovare i biglietti per la prima dell’Ispettore generale di Gogol. Il giorno dopo, mentre i manifestanti invadono la città, un diplomatico francese esclude categoricamente che la rivoluzione stia per dilagare perché – spiega – “gli insorti non hanno alcol, né un leader, né obiettivi precisi”. Arthur Ransome, giornalista inglese del Daily News, è invece uno dei pochi a comprendere fin da subito la gravità della situazione, e in una lettera alla sua famiglia scrive che la vita in città si fa ogni giorno più difficile, e pane, latte, burro e zucchero sono ormai quasi introvabili. Nel suo nuovo, affascinante libro Caught in the Revolution. Petrograd, Russia, 1917 (Hutchinson), la storica britannica Helen Rappaport ricostruisce l’atmosfera dei giorni della rivoluzione russa di febbraio attraverso gli sguardi increduli della variegata comunità straniera presente a San Pietroburgo. Diplomatici, giornalisti, impresari, commercianti e operatori di enti benefici che prima del conflitto mondiale erano stati attirati dalla straordinaria crescita economica del paese e trascorrevano le loro giornate nei club, nelle ambasciate o nelle sale del lussuoso hotel Astoria, quasi senza accorgersi di essere diventati un’isola in una polveriera di malcontento pronta a esplodere da un momento all’altro. Mentre il popolo era alla fame, i saccheggi e le sparatorie si susseguivano giorno dopo giorno e il governo stava per proclamare lo stato d’assedio, loro continuavano a fumare sigari pregiati e a pasteggiare a champagne tenendo diari o scrivendo lettere che inviavano regolarmente in patria. È anche su questo materiale – finora in gran parte inedito – che Rappaport ha incentrato la ricerca confluita in questo volume, uscito opportunamente proprio in occasione del centenario della rivoluzione. Già autrice di opere importanti sulla dinastia Romanov e sull’era Vittoriana, la storica inglese non offre un resoconto organico su quei giorni cruciali ma una prospettiva affascinante e del tutto inedita, attingendo a piene mani dagli archivi russi, statunitensi, francesi e britannici. Continua la lettura di Testimoni della rivoluzione del 1917