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Majorana, un mistero lungo 80 anni

Focus Storia, marzo 2018

Il 27 marzo del 1938 spariva per sempre il grande fisico siciliano Ettore Majorana. Il suo corpo non fu mai ritrovato e il mistero della sua scomparsa ha alimentato ipotesi, congetture e teorie complottiste.

È stato il più grande fisico teorico del Novecento, un genio del calibro di Galileo e di Newton ma la sua morte, a ottant’anni esatti di distanza, resta uno dei più grandi gialli irrisolti della recente storia italiana. Ettore Majorana scomparve per sempre in una notte d’inverno del 1938, su un piroscafo che viaggiava da Palermo a Napoli, dopo aver inviato alcune lettere alla famiglia e all’amico e collega Antonio Carrelli, che fecero subito pensare al suicidio. “Non vestitevi di nero”, aveva scritto ai familiari, “se volete portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi”. Lo scienziato, che aveva con sé un’ingente somma di denaro avendo prelevato gli stipendi arretrati dell’università, spedì un’ultima missiva all’amico, nella quale c’era scritto “Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani”. Era il 26 marzo 1938 e poco più di un anno dopo sarebbe scoppiata la Seconda guerra mondiale. Qualcuno sostenne di averlo visto a Napoli nei giorni successivi alla scomparsa ma da quel momento in poi, di Majorana si persero le tracce. Mussolini offrì persino una cospicua ricompensa per chi avesse fornito dettagli utili al suo ritrovamento: ben trentamila lire, una cifra enorme per l’epoca. Ma non ci fu niente da fare. Suicidio a parte, le prime ipotesi sostenevano che il grande fisico, depositario di “segreti atomici” che facevano gola sia ai nazisti che agli americani, si fosse recato in Germania per mettere le sue conoscenze a disposizione del Terzo Reich, oppure fosse stato rapito dagli uomini di Hitler. Fu immaginato un’intrigo internazionale dalle molteplici varianti, tra cui l’eventualità che fosse rimasto vittima di un omicidio politico compiuto da qualche servizio segreto o che dopo la guerra fosse emigrato in Argentina insieme agli ex gerarchi nazisti. Alcuni, tra cui Leonardo Sciascia, ipotizzarono invece che alla base della sua scomparsa ci fosse un dramma personale che lo spinse a sparire dopo aver intuito gli utilizzi distruttivi dell’energia atomica. Nel 1975 il grande scrittore siciliano pubblicò un famoso saggio-inchiesta dal titolo “La scomparsa di Majorana” nel quale spiegava che il giovane scienziato, forse preoccupato dalle responsabilità della fisica nucleare nell’imminenza del conflitto mondiale, avesse inscenato il proprio suicidio e si fosse poi rinchiuso volontariamente in un monastero per impedire che la sua ricerca contribuisse agli esiti bellici. Come un personaggio di Pirandello in un film di Hitchcock. Non a caso la sua vicenda ha ispirato decine di romanzi e sceneggiature.
Nato a Catania nel 1906, quando sparì Ettore Majorana non aveva ancora compiuto trentadue anni, ma era già di gran lunga l’elemento più geniale nel gruppo dei “ragazzi di via Panisperna”, la straordinaria squadra di fisici teorici guidata da Enrico Fermi, che proprio nel 1938 vinse il premio Nobel per la fisica. Majorana si occupò di sperimentazione nucleare e di meccanica quantistica relativistica, con particolari applicazioni nella teoria dei neutrini, fu uno dei primi scienziati a intuire le reazioni nucleari, fondamentali per la realizzazione della bomba atomica. Nel 1937, un anno prima di sparire, aveva accettato la cattedra di fisica teorica all’università di Napoli dopo aver rifiutato quelle di Cambridge e Yale. Ma era anche un uomo schivo, introverso, problematico, forse costretto a nascondere un’omosessualità che all’epoca era ancora socialmente inaccettabile. Ciò ha contribuito negli anni ad alimentare teorie secondo le quali le ragioni della scomparsa andrebbero ricercate all’interno della sua sfera privata. Nel 1988 lavorò al caso persino il giudice antimafia Paolo Borsellino, all’epoca procuratore di Marsala, smentendo l’ipotesi che Majorana fosse stato in Sicilia negli anni ‘70, nei panni di un vagabondo che si aggirava per le strade di Mazara del Vallo. Un mistero che ha continuato a infittirsi anche in anni recenti, quando la sua scomparsa si è arricchita di nuovi, clamorosi sviluppi. Nel 2008, durante la trasmissione tv Chi l’ha visto?, un’italiano emigrato in Venezuela negli anni ‘50 sostenne di aver conosciuto un uomo che, a suo dire, era Majorana, e a sostegno della sua testimonianza portò una fotografia scattata nel 1955 che lo ritraeva con lui. La Procura di Roma acquisì l’immagine e affidò ulteriori verifiche ai carabinieri del Ris, fino ad accertare la veridicità della pista venezuelana. Una tesi che sembrerebbe confermata anche dal libro inchiesta La seconda vita di Ettore Majorana uscito nel 2016, nel quale gli autori, i giornalisti Giuseppe Borello, Lorenzo Giroffi e Andrea Sceresini hanno indagato sulla presunta vita clandestina del fisico in Sud America, avvalendosi di nuovi documenti e testimonianze. Ma nel frattempo un saggio firmato da Stefano Roncoroni, pronipote dello scienziato, e basato su documenti familiari privati, ha affermato che il fisico catanese morì in Italia poco dopo la scomparsa, ipotizzando che dietro il suo allontanamento volontario ci fossero stati dissidi con la famiglia legati alla sua omosessualità. Di fatto, il numero incalcolabile di libri, inchieste, documentari, dibattiti e trasmissioni televisive che sono stati prodotti in questi ottant’anni non sono riusciti a risolvere un mistero che già Pier Paolo Pasolini aveva definito “una vicenda che non si potrà mai chiarire”. E mentre continuano ad arrivare conferme scientifiche del geniale talento di Majorana – che ha consentito sviluppi rivoluzionari nel campo delle telecomunicazioni e nell’elaborazione dei dati -, le modalità della sua scomparsa appaiono sempre più coerenti con certi elementi singolari dei suoi studi sulla meccanica quantistica, dove la certezza assoluta è sostituita da molteplici probabilità che lasciano il caso perfettamente insoluto.
RM

Flores contesta Pansa. “Per riscrivere la Resistenza servono prove”

di Massimo Rebotti

Lo storico Marcello Flores è direttore scientifico degli Istituti per la storia della Resistenza. Quella storia che secondo Giampaolo Pansa, intervistato da Aldo Cazzullo sul Corriere, andrebbe «riscritta» perché «falsa». Flores ha letto immediatamente l’ultimo libro di Pansa, Uccidete il comandante bianco, sulla morte di Aldo Gastaldi, l’unico comandante partigiano non comunista in Liguria.
Cosa ne pensa?
«È un libro disonesto dal punto di vista storico, non vengono indicate le fonti. Pansa stesso scrive che “molti passaggi sono ideati da me”. Questo lo rende più simile a un romanzo».
L’autore ha accusato voi storici di avere mentito. Si è sentito punto sul vivo?
«Come si può dire a un’intera categoria di persone che mente? È come se io dicessi che tutti i giornalisti mentono. Pansa è stato un grande giornalista, anni fa lo avevo anche invitato a confrontarci pubblicamente. Non volle».
Lo rifarebbe?
«Se si parla di storia, sono pronto. In questo libro, per esempio, scrive che il comandante “venne assassinato da un complotto politico”. Poi spiega di non avere elementi, che si tratta di una sua convinzione, che “c’erano delle voci”. Non si fa storia così. Io ho studiato i gulag, le vittime vere del comunismo. Le “voci” sono ipotesi di lavoro, poi si cercano i riscontri».
Ma vittime «vere» i comunisti italiani nel Dopoguerra ne hanno fatte.
«Certo. Pansa parla di 800 morti a Genova dopo la Liberazione. Finora risulta, anche da fonti dei fascisti di allora, che furono 2-300. Un numero enorme, intendiamoci, ma perché dire 800? Enfatizzare è da narratori, non da storici».
Pansa pone anche un tema generale: la storia della Resistenza va riscritta.
«In generale riscrivere la storia è importante per ogni generazione. Ma il suo obiettivo polemico non esiste più da decenni. Ha in mente la narrazione che facevano i comunisti negli anni 50-60, ma sono ormai 40 anni che la storia della Resistenza viene “riscritta”».
Sostiene che «il mito» non ci sia più?
«Mi sono laureato nel 1970 proprio in polemica con quella narrazione comunista. Ma l’idea da cui muove Pansa, che i comunisti nel Dopoguerra fossero pronti a un colpo di Stato, è fondata sul nulla dal punto di vista storiografico».
Sul nulla?
«Sì. Avrebbero dovuto disobbedire a Stalin che disse chiaramente al Pci — ci sono fior di studi in merito — di non fare come in Grecia. Anche nelle reazioni dopo l’attentato a Togliatti non c’era niente di organizzato. Qualche comunista, certo, auspicava una presa del potere violenta, ma nessuno dei dirigenti pensava che si dovesse o si potesse fare».
Difende la storia per come è stata «scritta» finora?
«Questa idea che la Resistenza non è mai come ce la raccontano, che è stata una guerra tra italiani, buoni e cattivi in entrambi gli schieramenti, con la maggioranza interessata solo a farsi gli affari suoi, ecco, questa idea di Pansa è profondamente pessimista sulla coscienza civile degli italiani: una sorta di disfattismo morale. Il contrario di ciò che la Resistenza fu».

(da Corriere.it)

De Chirico e l’arte cancellata dal fascismo

Avvenire, 15.2.2018

Prima che le leggi razziali scavassero un solco incolmabile nelle vite di tanti ebrei italiani, il potere salvifico dell’arte cominciò a prendere forma sulle pareti di una splendida casa fiorentina che oggi ospita il museo Casa Siviero. Il ritratto che Giorgio de Chirico fece a Matilde Forti nel 1921 si trova ancora là, appeso nel salotto. Lo sguardo malinconico della donna, fissato sulla tela dal maestro della pittura metafisica italiana, sembra quasi prefigurare ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. Quel quadro è una delle poche opere rimaste della più grande collezione privata di opere di de Chirico, ma è anche il simbolo di una stagione artistica che è stata spazzata via per sempre dal fascismo e dalle leggi razziali varate ottant’anni fa.

“Ritratto di Matilde Forti” di Giorgio de Chirico

In quel villino affacciato sull’Arno, nel centro di Firenze, visse Giorgio Castelfranco, lo storico dell’arte che negli anni ‘20 scoprì de Chirico quand’era ancora un artista poco noto, ospitandolo a lungo in casa sua e cominciando raccogliere quella che sarebbe diventata la più ricca collezione al mondo delle sue opere. Nel 1938, prima di finire travolto come tanti altri intellettuali dell’epoca dalle conseguenze della legislazione razziale, Castelfranco era il direttore dei musei di Palazzo Pitti, a Firenze, nonché una delle personalità di maggior spicco nel mondo dell’arte italiana. La sua storia rivive nelle memorie di sua nipote, Sonia Obersdorfer (La tela di Sonia. Affetti, famiglia e arte nelle memorie di una maestra ebrea, edizioni Giuntina), che offrono una prospettiva intima e in parte inedita su quegli anni. Seguendo i ricordi di Sonia è possibile ricostruire, stanza per stanza, la collocazione delle opere nelle varie sale del villino. I dipinti si trovavano nelle stanze che danno sul giardino: la sala da pranzo, il salotto, la sala decorata, la camera da letto di Giorgio Castelfranco e Matilde Forti, infine lo studio di Castelfranco, dove campeggiava tra gli altri il capolavoro di De Chirico, Le muse inquietanti. Quella casa dove il grande pittore lavorava spesso “immusonito e cupo” era un luogo – racconta l’autrice – “dove si respirava la cultura, il generale veniva anteposto al particolare, venivano affrontati nella conversazione problemi estetici, morali, sociali, religiosi. L’‘era fascista’ veniva giudicata e se ne vedevano le grosse crepe”. Fino alla metà degli anni ‘30 il salotto della casa ospitò decine di visitatori illustri, da Ottone Rosai a Giovanni Papini, da Alberto Savinio al futuro “007 dell’arte” Rodolfo Siviero, che nei suoi diari ricorda così quegli anni: “i quadri che decoravano la casa dell’ospite davano quasi l’impressione di una mostra retrospettiva di de Chirico. Le famose nature morte, le anguille e i peperoni, i manichini e le muse inquietanti sembravano rivivere nelle spiegazioni e nei commenti dell’autore”. Ma nei suoi ricordi di bambina, Sonia rievoca anche quell’estate del 1938 in cui lo zio Castelfranco preconizzò quello che stava per accadere: “notammo il suo viso più pensieroso del solito. Alla sera ci parlava delle nubi che andavano addensandosi sull’Europa, della guerra che sembrava inevitabile, della condizione degli ebrei nei paesi nazisti e della probabilità che in Italia il fascismo assumesse lo stesso atteggiamento nei loro confronti. Io lo consideravo una specie di Cassandra e non volevo credere alle sue parole”. Sonia non ebbe neanche il tempo di ricredersi, perché il 5 settembre di quell’anno un regio decreto dispose l’espulsione immediata di tutti gli studenti ebrei dalle scuole italiane, la sospensione dal servizio di tutti i docenti ebrei, nonché del personale scolastico. Due settimane più tardi, davanti alla folla riunita in piazza dell’Unità a Trieste, Mussolini pronunciò il famoso discorso nel quale annunciava le leggi razziali e attaccava anche papa Pio XI, che aveva definito “inammissibile” l’antisemitismo. Di lì a poco centinaia di studiosi, accademici, docenti e studenti di ogni ordine e grado furono cacciati dalle scuole e dalle università, costretti all’esilio forzato in un cammino senza ritorno che avrebbe relegato la comunità ebraica italiana ai margini della vita sociale e produttiva del paese. Sonia e la sorella Lea furono licenziate dalla scuola dove insegnavano, loro padre venne cacciato dalle ferrovie, lo zio dalla direzione di Palazzo Pitti. L’epurazione di Castelfranco avvenne peraltro in uno dei periodi più critici per il patrimonio artistico italiano, proprio nei mesi in cui la sua straordinaria competenza sarebbe stata preziosa per favorire la messa in sicurezza e l’esodo delle opere d’arte in vista della guerra. Sia i Castelfranco che gli Oberdorfer sarebbero stati costretti a lasciare Firenze per sfuggire alle deportazioni, come tante altre famiglie ebree. Giorgio Castelfranco riuscì a sopravvivere e a mettere in salvo i propri figli mandandoli negli Stati Uniti solo grazie alla vendita della sua straordinaria collezione di de Chirico, mentre il suo villino sul lungarno fu messo a disposizione di Rodolfo Siviero e della sua squadra di “monuments men” impegnati nel salvataggio delle opere d’arte trafugate dai nazisti. Subito dopo l’Armistizio lo storico dell’arte fece ritorno a Firenze e partecipò alla missione italiana per il recupero delle opere d’arte in Germania, guidata dallo stesso Siviero. Curato dalle storiche Marta Baiardi, Alessia Cecconi e Silvia Sorri, La tela di Sonia racconta la cesura esistenziale insanabile che sgretolò nuclei familiari in fuga dai rastrellamenti nazisti, ma anche la rinascita che fu possibile grazie ai rapporti umani e alla potenza dell’arte. Il dipinto di Matilde Forti, simbolo di quella rinascita, si salvò perché la moglie di Castelfranco volle regalarlo a Siviero, in segno di stima e di riconoscenza per l’aiuto offerto in quegli anni.
RM

Elio, non partigiano ma resistente

Avvenire, 4.11.2017

“Elio non era andato alla guerra ma ora la guerra lo aveva raggiunto, rompendo prepotentemente il silenzio e la pace della sua campagna”. È la primavera del 1944, quando la Storia impone a Elio Bartolozzi, contadino toscano di appena vent’anni, una scelta destinata a cambiare per sempre la sua vita, rendendolo protagonista di un’esemplare vicenda di resistenza civile e deportazione rimossa dalla memorialistica ufficiale del Dopoguerra. Il suo eroismo è rimasto sepolto nell’oblio per decenni, finché lo storico Frediano Sessi, già biografo di Primo Levi e Anna Frank, non ha riannodato i fili della memoria nel suo nuovo libro, Elio, l’ultimo dei Giusti. Una storia dimenticata di Resistenza, appena uscito per Mursia. Cieco da un occhio fin da bambino a causa di un incidente di gioco, Elio non era stato chiamato alle armi ed era rimasto a lavorare la terra a Ceppeto, il paese dove viveva con la sua famiglia, a pochi chilometri da Firenze. In guerra ci erano andati soltanto i suoi fratelli: uno era prigioniero in Jugoslavia e l’altro, tornato dalla Russia, si nascondeva in soffitta per non farsi catturare dai nazisti. Ma il 4 aprile 1944, all’altezza della piccola stazione ferroviaria di Montorsoli a poca distanza da casa sua, i partigiani attaccano un treno che trasporta militi della Repubblica sociale. Nello scontro a fuoco alcuni partigiani restano feriti, due in modo grave, e hanno bisogno di cure. A Elio, che neanche li conosceva, verrà chiesto di portarli in salvo usando il suo carro trainato dai buoi. E lui, pur conscio dei pericoli, quando capì che era in gioco la loro vita decise di accompagnarli in un luogo sicuro. Rientrò a casa nella notte, stremato, e non appena si mise a letto i fascisti bussarono alla sua porta. Qualcuno aveva fatto la spia. Elio viene imprigionato e torturato a Villa Triste, a Firenze, dagli uomini della famigerata banda Carità, che vogliono estorcergli informazioni sui partigiani. Ma lui non parla. Due mesi dopo viene internato nel campo di Fossoli, poi in quello di Bolzano, e infine deportato a Mauthausen. Trascorre alcuni giorni al campo principale finché non finisce nell’inferno di Gusen, dove i prigionieri erano costretti a scavare gallerie utilizzate per la produzione di armi, in condizioni a dir poco bestiali. Elio è fortunato, perché riesce a sopravvivere e a vedere la liberazione del campo da parte degli americani, il 6 maggio 1945. Tornato a casa, riprende la sua vita in campagna e sceglie di non denunciare chi l’ha tradito facendolo deportare. Nel suo memoriale, rimasto a lungo inedito, spiegherà di aver già visto troppe violenze e troppo dolore. Il suo atto eroico cade definitivamente nell’oblio e anche lo status di partigiano non gli verrà mai riconosciuto. La lapide che ricorda i partigiani della battaglia di Montorsoli non riporta il suo nome e quando muore, nel 2004, ai funerali non partecipa alcun rappresentante dell’Anpi, né dell’Aned. La sua vicenda, raccontata da Sessi con il rigore dello storico e la forza narrativa dello scrittore, è quella di un uomo per cui resistere “non ha voluto dire schierarsi ma rischiare la propria vita per proteggere altri che non facevano parte della sua famiglia e dei suoi conoscenti”. E ci ricorda che accanto a una resistenza armata vi fu, in quei mesi terribili, anche il silenzioso eroismo di tanti uomini e tante donne che si rifiutarono di adeguarsi alla cultura della violenza e dell’indifferenza inculcate dal fascismo, mettendo al centro della loro vita l’amore per gli esseri umani, anche al costo di perdere tutto.
RM

Montini, Dalla Costa e l’arte toscana salvata dai nazisti

Avvenire, 13.9.2017

Fu l’intenso lavoro diplomatico svolto dalla Santa Sede a consentire il salvataggio dei capolavori dell’arte toscana trafugati dai nazisti negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. Un vero e proprio canale parallelo a quello attivato dagli Alleati, che culminò in una lettera datata 15 novembre 1944, nella quale il segretario di Stato Vaticano Giovanni Battista Montini informò il cardinale di Firenze Elia Dalla Costa che il San Giorgio di Donatello, il Bacco di Michelangelo e decine di altre opere d’arte rubate dai nazisti in Toscana erano state finalmente individuate in un rifugio segreto in Alto Adige. “Le competenti autorità germaniche – scrive il futuro papa Paolo VI al cardinale – hanno inviato l’elenco degli oggetti contenuti nelle 58 casse, che sono adesso conservate nel castello di Neumelans, a Campo Tures”. Due mesi prima era stato lo stesso Dalla Costa a scrivere a Montini per informarlo che le truppe tedesche in ritirata avevano razziato la villa medicea di Poggio a Caiano, alle porte di Firenze, dove la Soprintendenza aveva nascosto quei capolavori per proteggerli dai bombardamenti. Questa corrispondenza, rinvenuta nel fondo Dalla Costa dell’Archivio storico diocesano fiorentino dalla studiosa Alessia Cecconi, conferma il ruolo decisivo svolto in quei mesi da Montini e dal cardinale di Firenze, che consentì infine il recupero di quei tesori con l’intervento della task force statunitense incaricata della protezione delle opere d’arte. “Durante la guerra – spiega Cecconi – Dalla Costa fu continuamente in contatto con il soprintendente fiorentino Giovanni Poggi e lavorò senza sosta per scoprire dove si trovassero le opere trafugate e nell’autunno 1944. Grazie alle indagini svolte attraverso i canali del Vaticano, che coinvolsero anche il cardinale di Bologna e il nunzio apostolico a Belluno, iniziarono a trapelare le prime informazioni sulla presenza di quei depositi in Alto Adige, che sarebbero stati infine individuati alcuni mesi più tardi, nel maggio 1945”. Si trovavano nei pressi di Bolzano, a San Leonardo in Passiria e a Campo Tures, nel castello di Neumelans. Oltre ai capolavori di Donatello e Michelangelo (trafugati dal museo del Bargello di Firenze), c’eano anche i più importanti bassorilievi monumentali di Pistoia, vere e proprie opere-simbolo della città: la lunetta del portale maggiore del Duomo con l’archinvolto e la volta di Andrea della Robbia, lo stemma civico cittadino della Scuola del Verrocchio e la lunetta con l’incoronazione della Vergine dell’Ospedale del Ceppo. Il racconto per immagini di quello straordinario ritrovamento è stato ricostruito – nell’ambito del programma di iniziative per Pistoia capitale della cultura 2017 – attraverso le sessanta foto inedite e i venti pannelli documentari della mostra Tesori in guerra. L’arte di Pistoia tra salvezza e distruzioni, realizzata dal locale Istituto storico della Resistenza insieme alla Fondazione CDSE nel Chiostro di San Lorenzo della città toscana (dall’8 al 20 settembre, con orario 15-18). La documentazione fotografica proviene dai fondi del Gabinetto fotografico della Galleria degli Uffizi e della Soprintendenza di Firenze, Pistoia e Prato. Le immagini, mai viste prima d’ora, raccontano anche l’emblematica vicenda di un altro capolavoro dell’arte sacra di Pistoia, la Visitazione di Luca della Robbia, particolarmente amata dai pistoiesi per motivi devozionali. L’opera, collocata nella chiesa di San Giovanni Fuorcivitas, si salvò grazie all’involucro di mattoni col quale era stata messa in sicurezza pochi giorni prima del terribile bombardamento del 24 ottobre 1943, che danneggiò pesantemente la chiesa. Soltanto in seguito lo straordinario gruppo robbiano fu smontato e trasportato a Firenze, nella Galleria dell’Accademia, dove rimase fino alla fine della guerra, accanto al monumentale David di Michelangelo. Considerata un obiettivo strategico a causa della presenza delle officine belliche San Giorgio e di tre grandi caserme tedesche, Pistoia subì massicci bombardamenti tra l’autunno 1943 e il gennaio 1944. Le bombe provocarono centinaia di morti e distruzioni gravissime, con dodici chiese rase al suolo e altre cinquanta gravemente danneggiate.
RM