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Piazza Fontana diventa memoria letteraria

Recensione a “Nero ananas” di Valerio Aiolli (da Avvenire del 1 aprile 2019)

Un romanzo sugli Anni di piombo come questo avrebbe potuto scriverlo Pier Paolo Pasolini, se solo fosse vissuto abbastanza. Forse avrebbe dovuto attendere almeno il 2005, quando la Corte di Cassazione concluse il doloroso iter processuale sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, lasciando però aperti molti degli interrogativi che continuano a tormentare il paese. Ad addentrarsi negli abissi interiori di quegli anni bui ci ha pensato lo scrittore Valerio Aiolli, compiendo con il suo nuovo romanzo Nero ananas (Voland) un’impresa letteraria mai riuscita a nessuno prima d’ora, che gli è già valsa l’ingresso nella dozzina del premio Strega. Aiolli ha scavato in quella memoria lontana, fatta di foto in bianco e nero e ricordi sfumati nel tempo, l’ha fatta riemergere impetuosamente come un fiume carsico, riportando a galla sensazioni, pensieri, sentimenti, rumori e odori. Raccontandola da un’angolatura finora inesplorata, che si spinge ben oltre la semplice verità processuale. La bomba che esplose in quel pomeriggio di cinquant’anni fa cambiò tutto. Risvegliò la politica dal torpore di un lungo Dopoguerra e segnò uno spartiacque della nostra storia recente, facendo perdere l’innocenza a un paese intero. La narrazione di Nero ananas prende avvio dall’eccidio di piazza Fontana per ripercorrere quei tragici tre anni e mezzo di storia d’Italia che sfociarono nella strage della Questura di Milano del 17 maggio 1973. È un ragazzino senza nome a dare il tempo cronologico a una storia che si intreccia in flussi narrativi stratificati su più livelli, in un magistrale incrocio di generi a metà tra il romanzo di formazione, il romanzo storico e il memoir. La vicenda di una drammatica separazione familiare si alterna alle voci dei protagonisti della nostra storia recente, anche quelle più oscure, in un inquietante viaggio nelle menti e nell’anima dell’eversione nera. A prendere forma è un teatro umano che ruota attorno alla strage: figure come Fritz, il Samurai, Falstaff, Zio Otto, il Dottore e tante altre ancora, facilmente riconducibili ai membri di quel “gruppo eversivo costituito a Padova, nell’alveo di Ordine Nuovo”, come lo definì la sentenza della Cassazione del 2005. Aiolli si immedesima nei loro pensieri, si addentra in quelle tenebre interiori che hanno mosso le loro azioni, componendo un oscuro simulacro del terrore. Ma la trama è solcata anche dalla storia di una drammatica separazione familiare, dallo stupore e dall’innocenza del piccolo protagonista. Gli stessi sentimenti provati dal paese intero che assisteva impotente, ascoltando la tv e leggendo i giornali, alla deriva stragista di quegli anni. Il punto di vista narrativo è dunque plurimo e alterna la prima, la seconda e la terza persona in una narrazione corale fatta di incontri e trame segrete, ambiguità e connivenze, giochi politici e piani occulti dei servizi segreti. Su tutto aleggia però il senso di smarrimento delle persone comuni, le vite quotidiane stravolte dalla casualità della violenza e dall’insensata distruttività delle ideologie. Il risultato è un’opera raffinata che lascia al lettore la sensazione di aver compreso fino in fondo, una volta per tutte, quella fase cruciale della nostra storia recente. “Io so. Ma non ho le prove e non ho nemmeno indizi”, scrisse Pasolini nel 1974. Meno che mai poté comprenderne le motivazioni. A distanza di oltre quarant’anni, quegli interrogativi rimasti in sospeso possono trovare finalmente una risposta, grazie al potere salvifico della letteratura.

RM

Il mediano che non tornò da Mathausen

Avvenire, 23 gennaio 2019

Se fosse nato appena qualche anno più tardi Vittorio Staccione, di professione mediano, avrebbe potuto far parte del Grande Torino, magari persino diventare la riserva del mitico Giuseppe Grezar. Era cresciuto nelle giovanili della squadra granata e con la stessa maglia aveva vinto lo scudetto nel 1927, poi revocato in seguito al famoso “caso Allemandi”. Staccione aveva ormai smesso di calcare i campi da gioco da qualche anno quando fu catturato a Torino dalle SS, con l’accusa di essere un oppositore del regime fascista. Nel 1944, alla fine di marzo, fu infine deportato nel campo di concentramento di Mauthausen, dal quale non sarebbe tornato mai più. È dedicata a lui la prima delle quindici nuove “pietre d’inciampo” che il Museo diffuso della Resistenza, la Comunità Ebraica e l’Aned hanno deciso di posare quest’anno a Torino in occasione della Giornata della Memoria. La piccola targa in onore di Vittorio Staccione è stata collocata ieri mattina sul selciato di via San Donato 27, dove si trovava l’ultima abitazione del calciatore. Nato nel 1904 in una famiglia di operai torinesi, Staccione aveva iniziato a giocare nei campetti di periferia insieme al fratello Eugenio. Era entrato nelle giovanili granata all’età di tredici anni, debuttando in prima squadra nel 1924. Fin da giovane aveva iniziato anche a frequentare i circoli socialisti torinesi e a subire aggressioni da parte degli squadristi locali. La sua carriera di calciatore, dopo un anno in prestito alla Cremonese, decollò proprio sotto la Mole nella stagione 1925-26. L’anno successivo fu protagonista del primo scudetto granata insieme al cosiddetto “trio delle meraviglie” (Baloncieri, Libonatti e Rossetti), un titolo che fu poi revocato a causa di una presunta combine tra un dirigente granata e un giocatore della Juventus. Passò dunque alla Fiorentina, dove rimase dal 1927 al 1931 collezionando 94 presenze. A Firenze fu colpito da un gravissimo dramma familiare: Giulia, la sua giovane sposa, morì di parto insieme alla bambina che portava in grembo. Una tragedia dalla quale non si sarebbe mai più ripreso. Ad appena trent’anni Staccione conclude la sua carriera calcistica a Cosenza, in serie B. Tornato a Torino, inizia a lavorare come operaio alla Fiat e riprende a frequentare i circoli della sinistra cittadina. La sua convinta adesione all’antifascismo lo porta a essere spesso fermato e schedato dall’Ovra, la polizia segreta fascista. Il 13 marzo 1944 viene infine catturato dalle SS e poi internato nel campo di concentramento di Mauthausen, dov’è classificato come Schutzhäftling, prigioniero politico.

I nazisti gli tatuano sul braccio il numero di matricola 59160 e lo destinano alla cosiddetta “scala della morte”, una cava attraversata da 186 gradini, lungo i quali i detenuti devono trasportare pesanti blocchi di granito. Resiste per un anno, finché un violento pestaggio delle guardie non gli procura una profonda ferita alla gamba. Privato delle cure necessarie, muore di setticemia e cancrena il 13 febbraio 1945, poche settimane prima che gli Alleati riescano a liberare il campo.
RM

Il dramma degli ebrei italiani in Libia

Avvenire, 8.12.2018

Nel giugno 1967 la Guerra dei Sei giorni scatena una terribile ondata di violenze contro gli ebrei italiani residenti in Libia. Case e negozi bruciati, beni confiscati, sinagoghe e cimiteri profanati. Chi viene trovato in strada finisce ammazzato senza pietà. Sono giorni di terrore, rabbia e incredulità. Solo alcune settimane più tardi circa cinquantamila membri della comunità di Tripoli riescono a fuggire partendo per Roma con un ponte aereo. Gran parte di loro proseguirà alla volta di Israele o degli Stati Uniti, altri si fermeranno per sempre in Italia, cominciando una nuova vita. Daniela Dawan aveva appena dieci anni quando visse in prima persona quei tragici giorni. La sua famiglia fu costretta come tante altre a lasciare precipitosamente quello che considerava il proprio paese, aprendo un vuoto doloroso e incolmabile con il passato. Nel bel romanzo Qual è la via del vento (edizioni e/o), Dawan rievoca quei drammatici fatti che coinvolsero migliaia di ebrei italiani raccontando una vicenda in parte autobiografica. La storia – liberamente ispirata alla sua infanzia – è quella di Micol Cohen, una bambina ebrea che vive a Tripoli con il padre e la madre, Ruben e Virginia. Personaggi tratteggiati con garbo e senza retorica all’interno di un quadro familiare segnato dalla morte misteriosa di una sorella che Micol non ha mai conosciuto. Quando si scatena la violenza nelle strade anche i Cohen sono costretti a nascondersi nell’appartamento dei nonni materni della piccola, Ghigo e Vera Asti, in attesa di fuggire grazie all’aiuto di un amico arabo che fornirà loro i visti per l’espatrio. Due anni più tardi, nel 1969, il colpo di Stato del Colonnello Gheddafi e la cacciata di re Idris fanno perdere agli ebrei ogni residua speranza: tornare a casa è ormai impossibile. Fra i primi provvedimenti del nuovo regime c’è l’ordine di esproprio dei beni degli italiani, spariscono conti correnti, immobili, terreni, finché dell’antica comunità ebraica della Libia non resterà più alcuna traccia. La drammatica fuga della famiglia Cohen chiude la prima parte del libro, che ricostruisce accuratamente i fatti e il clima politico della Libia di quegli anni. La trama del romanzo riprende poi molti anni anni dopo, raccontando le conseguenze di quello sradicamento. “Ci sono due generi di uomini – scrive Dawan -, quelli che piantano più solide radici altrove e quelli che invece, anche senza averne consapevolezza, si disgregano”. Ruben, il padre di Micol, appartiene alla seconda categoria e in Italia non riuscirà mai a costruirsi una nuova vita. Sarà invece Micol, ormai diventata un avvocato di successo, a tornare finalmente a Tripoli nel 2004 insieme a un gruppo di vecchi esuli ebrei. È quello il momento in cui Gheddafi sta compiendo una serie di gesti di distensione nei confronti dell’Occidente e dell’Italia. Forse esiste la concreta possibilità di ottenere risarcimenti. “Saranno ancora imbevuti di odio?” è la domanda che la protagonista, ormai adulta, si pone iniziando un viaggio nei luoghi della memoria della sua infanzia, in cui scoprirà anche il segreto della morte di sua sorella. Un viaggio che nella realtà l’autrice del libro non ha mai compiuto ma è stata capace di rendere con grande efficacia narrativa, riportando alla luce la memoria di una tragedia sulla quale è caduto il silenzio.
RM

Se Trieste getta cloroformio sui crimini del fascismo

di Paolo Rumiz

C’era da aspettarselo, date le premesse. Trieste va a ricordare l’abominio delle leggi razziali con un aborto di manifestazione. Un ritrovo di pochi intimi accanto a una lapide ben nascosta nel sottopasso del Municipio che i triestini conoscono come “el pisadòr”, leggi pisciatoio. Così, tra una festa della sardella e una Barcolana. Conclusione: con l’eccezione della Curia, della parte meno tremebonda della comunità ebraica, di qualche solitario liberale e di pochi uomini d’onore, la città che in una piazza osannante (sette ovazioni oceaniche) ha visto la proclamazione del razzismo come legge di Stato, calerà le braghe di fronte a una giunta che non gradisce la memoria.Il putiferio è nato da un manifesto, quello del liceo Petrarca, che chiama le cose col loro nome. Ma cosa c’è di forte, di duro, di estremo nella verità storica, e cioè che dei triestini furono complici attivi dei nazisti nell’espulsione e poi nella schedatura degli ebrei in vista dell’annientamento, e non pagarono mai il conto con la scusa dell’italianità da difendere contro gli slavo-comunisti alle frontiere? Meglio non ricordare che una parte della città ha tratto durevoli vantaggi economici e di carriera dal provvedimento fascista. Qualcuno magari potrebbe azzardare un nesso tra le ronde di oggi e le squadracce di ieri. Non sia mai. Il fatto è che quel nesso è svelato non dal manifesto, ma dalla reazione della giunta. Se non ci fosse un legame, non si sarebbe mostrata tanta coda di paglia e si sarebbe commemorato senza problemi l’infausto settembre che ci ha portati alla guerra, alla sconfitta e alla dannazione. Il sindaco si illude di poter tenere a bada i più estremi dei suoi compagni di coalizione. Beato lui. Anche mio zio Giorgio Pitacco, irredentista della prima ora e poi podestà di Trieste nel Ventennio, si illuse di controllare l’avanguardismo del manganello e dell’olio di ricino. Fu sconfitto. Sappia anche Dipiazza che i suoi galletti in giunta non hanno niente a che fare con la Destra occidentale, schierata a difesa dello stato di diritto e dei valori democratici. È gente per cui il potere mondiale è ancora “in mano a ebrei e massoni” (parole pronunciate sei anni fa a un comizio leghista dal vicesindaco Polidori, che però in questa occasione ha preso le distanze dal sindaco, definendo quelle inserite nel manifesto contestato delle «semplici foto che testimoniano un momento storico»). È un movimento illiberale, amico di Putin, vicino a post-comunisti come Orbàn. Non italianissimo, ma balcanico nell’anima. So di rappresentare una minoranza. Vedo già le critiche sul web: il razzista sono io, perché il mio è un discorso che divide, eccetera. Non me ne frega niente. Su temi come questo è sacrosanto fare parte per se stessi e scavare un fossato visibile tra chi è per la libertà e chi è contro. Basta con questa melassa che proclama “vogliamoci bene”, se poi il 3 novembre si accolgono i portatori di odio in piazza per ricordare la fine della Grande Guerra. Non voglio avere nulla a che fare con chi – fosse anche la metà degli italiani – ritiene che blindare i porti sia cosa giusta. Tra le sparate sui porti chiusi e il cloroformio sulla memoria del fascismo esiste un nesso trasparente.

(da Il Piccolo del 15 settembre 2018)

Majorana, un mistero lungo 80 anni

Focus Storia, marzo 2018

Il 27 marzo del 1938 spariva per sempre il grande fisico siciliano Ettore Majorana. Il suo corpo non fu mai ritrovato e il mistero della sua scomparsa ha alimentato ipotesi, congetture e teorie complottiste.

È stato il più grande fisico teorico del Novecento, un genio del calibro di Galileo e di Newton ma la sua morte, a ottant’anni esatti di distanza, resta uno dei più grandi gialli irrisolti della recente storia italiana. Ettore Majorana scomparve per sempre in una notte d’inverno del 1938, su un piroscafo che viaggiava da Palermo a Napoli, dopo aver inviato alcune lettere alla famiglia e all’amico e collega Antonio Carrelli, che fecero subito pensare al suicidio. “Non vestitevi di nero”, aveva scritto ai familiari, “se volete portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi”. Lo scienziato, che aveva con sé un’ingente somma di denaro avendo prelevato gli stipendi arretrati dell’università, spedì un’ultima missiva all’amico, nella quale c’era scritto “Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani”. Era il 26 marzo 1938 e poco più di un anno dopo sarebbe scoppiata la Seconda guerra mondiale. Qualcuno sostenne di averlo visto a Napoli nei giorni successivi alla scomparsa ma da quel momento in poi, di Majorana si persero le tracce. Mussolini offrì persino una cospicua ricompensa per chi avesse fornito dettagli utili al suo ritrovamento: ben trentamila lire, una cifra enorme per l’epoca. Ma non ci fu niente da fare. Suicidio a parte, le prime ipotesi sostenevano che il grande fisico, depositario di “segreti atomici” che facevano gola sia ai nazisti che agli americani, si fosse recato in Germania per mettere le sue conoscenze a disposizione del Terzo Reich, oppure fosse stato rapito dagli uomini di Hitler. Fu immaginato un’intrigo internazionale dalle molteplici varianti, tra cui l’eventualità che fosse rimasto vittima di un omicidio politico compiuto da qualche servizio segreto o che dopo la guerra fosse emigrato in Argentina insieme agli ex gerarchi nazisti. Alcuni, tra cui Leonardo Sciascia, ipotizzarono invece che alla base della sua scomparsa ci fosse un dramma personale che lo spinse a sparire dopo aver intuito gli utilizzi distruttivi dell’energia atomica. Nel 1975 il grande scrittore siciliano pubblicò un famoso saggio-inchiesta dal titolo “La scomparsa di Majorana” nel quale spiegava che il giovane scienziato, forse preoccupato dalle responsabilità della fisica nucleare nell’imminenza del conflitto mondiale, avesse inscenato il proprio suicidio e si fosse poi rinchiuso volontariamente in un monastero per impedire che la sua ricerca contribuisse agli esiti bellici. Come un personaggio di Pirandello in un film di Hitchcock. Non a caso la sua vicenda ha ispirato decine di romanzi e sceneggiature.
Nato a Catania nel 1906, quando sparì Ettore Majorana non aveva ancora compiuto trentadue anni, ma era già di gran lunga l’elemento più geniale nel gruppo dei “ragazzi di via Panisperna”, la straordinaria squadra di fisici teorici guidata da Enrico Fermi, che proprio nel 1938 vinse il premio Nobel per la fisica. Majorana si occupò di sperimentazione nucleare e di meccanica quantistica relativistica, con particolari applicazioni nella teoria dei neutrini, fu uno dei primi scienziati a intuire le reazioni nucleari, fondamentali per la realizzazione della bomba atomica. Nel 1937, un anno prima di sparire, aveva accettato la cattedra di fisica teorica all’università di Napoli dopo aver rifiutato quelle di Cambridge e Yale. Ma era anche un uomo schivo, introverso, problematico, forse costretto a nascondere un’omosessualità che all’epoca era ancora socialmente inaccettabile. Ciò ha contribuito negli anni ad alimentare teorie secondo le quali le ragioni della scomparsa andrebbero ricercate all’interno della sua sfera privata. Nel 1988 lavorò al caso persino il giudice antimafia Paolo Borsellino, all’epoca procuratore di Marsala, smentendo l’ipotesi che Majorana fosse stato in Sicilia negli anni ‘70, nei panni di un vagabondo che si aggirava per le strade di Mazara del Vallo. Un mistero che ha continuato a infittirsi anche in anni recenti, quando la sua scomparsa si è arricchita di nuovi, clamorosi sviluppi. Nel 2008, durante la trasmissione tv Chi l’ha visto?, un’italiano emigrato in Venezuela negli anni ‘50 sostenne di aver conosciuto un uomo che, a suo dire, era Majorana, e a sostegno della sua testimonianza portò una fotografia scattata nel 1955 che lo ritraeva con lui. La Procura di Roma acquisì l’immagine e affidò ulteriori verifiche ai carabinieri del Ris, fino ad accertare la veridicità della pista venezuelana. Una tesi che sembrerebbe confermata anche dal libro inchiesta La seconda vita di Ettore Majorana uscito nel 2016, nel quale gli autori, i giornalisti Giuseppe Borello, Lorenzo Giroffi e Andrea Sceresini hanno indagato sulla presunta vita clandestina del fisico in Sud America, avvalendosi di nuovi documenti e testimonianze. Ma nel frattempo un saggio firmato da Stefano Roncoroni, pronipote dello scienziato, e basato su documenti familiari privati, ha affermato che il fisico catanese morì in Italia poco dopo la scomparsa, ipotizzando che dietro il suo allontanamento volontario ci fossero stati dissidi con la famiglia legati alla sua omosessualità. Di fatto, il numero incalcolabile di libri, inchieste, documentari, dibattiti e trasmissioni televisive che sono stati prodotti in questi ottant’anni non sono riusciti a risolvere un mistero che già Pier Paolo Pasolini aveva definito “una vicenda che non si potrà mai chiarire”. E mentre continuano ad arrivare conferme scientifiche del geniale talento di Majorana – che ha consentito sviluppi rivoluzionari nel campo delle telecomunicazioni e nell’elaborazione dei dati -, le modalità della sua scomparsa appaiono sempre più coerenti con certi elementi singolari dei suoi studi sulla meccanica quantistica, dove la certezza assoluta è sostituita da molteplici probabilità che lasciano il caso perfettamente insoluto.
RM