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L’utopia operaia di Bruno Borghi

Avvenire, 5.8.2017

La fabbrica rappresentava per lui l’utopia di un mondo nuovo, “un luogo dov’era possibile tutto”, dove poteva compiersi il cambiamento della società e la trasformazione delle persone. È il 1950 quando don Bruno Borghi entra alla fonderia del Pignone, si sfila la tonaca e indossa la tuta da lavoro. Il cardinale di Firenze, Elia Dalla Costa, l’aveva autorizzato a entrare come operaio nella storica fabbrica fiorentina, riconoscendo nella sua scelta un ideale di povertà, non uno stratagemma per contrastare l’ateismo diffuso tra i lavoratori, meno che mai un tentativo di convertire gli operai. Don Bruno si immedesimò incondizionatamente in quella nuova realtà, diventando simile alla gente che viveva del proprio lavoro e lottava ogni giorno per conservarlo. In poco tempo riuscì a stabilire ottime relazioni con gli altri operai, con i quali affrontò tutti i passaggi più faticosi e pericolosi del processo produttivo, confrontandosi con il problema del cottimo, degli scioperi, delle rivendicazioni.
Fin dagli anni del seminario, Bruno Borghi aveva visto nella condizione operaia “l’annuncio autentico di quei valori evangelici capaci di rivitalizzare una realtà ecclesiale ferma al Medioevo”. Insieme ad alcuni compagni seminaristi – tra i quali c’era anche Lorenzo Milani – aveva attinto alle riflessioni teologiche provenienti soprattutto dalla Francia, che cercavano di rompere con il conservatorismo della Chiesa dell’epoca. Nell’immediato dopoguerra, da poco ordinato sacerdote, aveva trascorso le sue prime esperienze nei quartieri popolari, condividendo la volontà di riscatto di giovani, operai e contadini. A Barbiana, don Milani si sarebbe fatto indirizzare proprio da lui verso la lotta di classe e la conoscenza del mondo del lavoro, sostenendo che Borghi era l’unico prete che sapeva parlare con la classe operaia. “Da lui ho tutto da imparare”, affermò. Si racconta che fosse anche la sola persona di cui don Lorenzo avesse mai avuto soggezione. La storia straordinaria e assai poco nota di Bruno Borghi è stata ricostruita nel dettaglio da Antonio Schina in una biografia appena uscita, Bruno Borghi. Il prete operaio (Editrice Centro di documentazione Pistoia, 128 pagg.) che riporta in appendice anche alcuni dei suoi scritti più significativi.
Proprio mentre in Francia i preti operai stavano per essere sospesi per decreto papale, a Firenze veniva avviata la prima esperienza italiana di un prete in fabbrica. Il provvedimento di sospensione arriverà di lì a poco anche in Italia, e il valore di quell’esperimento sarà riconosciuto soltanto nel 1971, durante il papato di Paolo VI. Una scelta simile, in anni di feroce contrapposizione fra cattolici e comunisti, non avrebbe mancato di creare scandalo. Insieme a figure come Ernesto Balducci, Giulio Facibeni, Luigi Rosadoni, Enzo Mazzi e lo stesso don Milani, Borghi favorì la nascita di quel laboratorio politico ed ecclesiale che a partire dagli anni ‘50 diede origine all’apertura del dialogo tra cattolici e comunisti. Lui fu senza dubbio quello che fece le scelte più estreme e dirompenti. Nel 1958 era cappellano alla parrocchia di Sant’Antonio al Romito, nel cuore del quartiere operaio di Rifredi, quando scoppiò il caso delle officine Galileo. La più grande fabbrica metalmeccanica fiorentina aveva deciso di licenziare quasi un migliaio di lavoratori, esasperando le lotte operaie iniziate qualche anno prima. La fabbrica fu occupata per diciotto giorni e dopo lo sgombero, centocinquanta operai e sindacalisti finirono sotto processo. Tra questi c’era anche don Bruno, che durante la protesta si era recato tutti i giorni in fabbrica per partecipare alle riunioni, per avere notizie sulle trattative, per portare la solidarietà dei parrocchiani. Scrisse anche una lettera che sosteneva l’occupazione definendola “un atto rispondente in pieno alla morale evangelica” e finì rinviato a giudizio per istigazione a delinquere.
Fino ad allora il cardinale Dalla Costa l’aveva tollerato, ma fu infine costretto a revocargli il permesso per lavorare in fabbrica. Fu poi il suo successore, il vescovo Ermenegildo Florit, a esiliarlo a Quintole, un pugno di case sperdute nel comune di Impruneta, quasi una Barbiana sulle colline di Firenze. Ma la parabola di questo “operaio-prete” – come amava definirsi lui – proseguì in altre realtà fiorentine, dalla Galileo alla Gover, una fabbrica di gomme ad alta nocività dalla quale venne poi licenziato per attività sindacale. Intanto altri sacerdoti avevano seguito il suo esempio in tutta Italia, entrando in fabbrica o cominciando a lavorare come artigiani, a fianco del popolo. L’amicizia e la vicinanza con Lorenzo Milani li avrebbe portati anche a iniziative comuni – come la denuncia del ruolo ambiguo dei cappellani militari sull’obiezione di coscienza – ma non impedì che i due si trovassero talvolta anche in disaccordo. Un giorno, mentre il priore e i suoi ragazzi stavano scrivendo la famosa Lettera a una professoressa, Borghi andò a Barbiana per criticare il suo approccio. “A voi – gli disse – pare tanto importante che i ragazzi vadano a scuola e ci stiano tutto il giorno. Ne usciranno individualisti e apolitici come gli studenti. Il terreno che occorre per il fascismo. Finchè gli insegnanti e le materie sono quelli che sono, meno i ragazzi ci stanno e meglio è. È una scuola migliore l’officina. Per mutare insegnanti e contenuto ci vuole ben altro che la vostra lettera. Questi problemi vanno risolti sul piano politico”. Nel 1981 arrivò infine lo strappo definitivo con la Chiesa: don Bruno decise di abbandonare il sacerdozio e la parrocchia di Quintole, ma non prima di aver ottenuto l’impegno scritto dalla Curia che la canonica avrebbe continuato ad ospitare disabili. Spiegò che non si riconosceva più nella Chiesa come istituzione ma non avrebbe mai smesso di occuparsi dei poveri, degli emarginati, degli operai con l’obiettivo di liberarli dall’oppressione e dallo sfruttamento. Negli ultimi venticinque anni della sua vita avrebbe fatto il contadino sulle colline di Firenze, l’operaio in una cooperativa agricola in Nicaragua, e fino alla fine avrebbe prestato la sua opera come volontario a fianco dei detenuti del carcere fiorentino di Sollicciano. È morto nel 2006, all’età di 85 anni.
RM

Un ricordo di Norma Parenti su Radio 3

Norma Parenti è una delle figure femminili più straordinarie della Resistenza italiana, insignita della medaglia d’oro al valor militare. Visse a Massa Marittima, in provincia di Grosseto, una delle prime aree dove venne organizzata la resistenza armata contro gli occupanti nazisti: è proprio qui che il 23 giugno 1944 i nazifascisti in ritirata consumarono la loro vendetta contro di lei, uccidendola la sera prima dell’arrivo degli Alleati.
Ho curato una puntata di Wikiradio dedicata a lei, che è andata in onda su Radio Rai 3 nell’anniversario della sua morte

1966: così Firenze riemerse dal fango

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Avvenire, 26.10.2016

“Siamo venuti qua nel giorno della tenerezza e della fortezza dell’amore per piangere con voi. Fiorentini, ai cento titoli che voi potete avanzare per la nostra affezione, si è aggiunto un altro titolo che ci ha messi in cammino: il vostro dolore, così grande, così singolare, così fiero e degno”. L’omelia pronunciata da papa Paolo VI dall’altare del Duomo di Firenze nella notte di Natale del 1966 segnò l’inizio della rinascita della città che meno di due mesi prima era stata colpita dalla furia dell’Arno. Dopo la messa, a tarda notte, il Santo Padre volle recarsi al giardino di Boboli, dov’erano state stipate tante opere d’arte distrutte, e si fermò a pregare davanti allo straordinario Crocifisso del Cimabue, “la vittima più illustre dell’alluvione”, il capolavoro ligneo del XIII secolo che per ore era rimasto a galleggiare nell’acqua sporca di nafta della basilica di Santa Croce. Oltre ai capolavori di Cimabue, Ghiberti, Donatello, Vasari e tante altre opere d’arte uniche al mondo, l’alluvione aveva causato la morte di 35 persone in tutta la provincia di Firenze, distrutto abitazioni e attività commerciali, aveva spazzato via le antiche botteghe artigiane del quartiere di San Frediano, colpendo il cuore identitario della città e facendo scomparire uno dei settori più importanti per il restauro delle opere d’arte. A subire i danni più ingenti, a causa della sua prossimità al fiume, era stata la Biblioteca Nazionale Centrale, che divenne sin da subito il simbolo di quella catastrofe. L’acqua la invase fino a sei metri di altezza e distrusse per sempre alcune delle sue opere più antiche e preziose.
Molti esperti ipotizzarono per recuperare il patrimonio artistico della città ci sarebbero voluti almeno trent’anni. All’epoca sembravano ipotesi pessimistiche ma oggi, a mezzo secolo esatto di distanza, è ancora difficile quantificare con esattezza quante opere restino ancora da recuperare – se mai saranno recuperate. Appena tre anni fa, al termine di un complicatissimo restauro, il Crocifisso del Cimabue è finalmente tornato nella sacrestia della basilica, dov’è stato collocato in posizione sopraelevata per evitare rischi in futuro, mentre il costosissimo intervento di recupero di un altro capolavoro gravemente danneggiato dalle acque, il grande dipinto dell’Ultima cena di Giorgio Vasari, è stato concluso da pochi mesi.
Fin dall’indomani di quel tragico 4 novembre i fiorentini si erano rimboccati le maniche per ricostruire quello che il fango aveva cancellato in poche ore. L’ondata emotiva di quella tragedia – unita alla fama internazionale di Firenze – aveva innescato una mobilitazione mai vista prima d’allora. Sin da subito erano state organizzate squadre di volontari che lavoravano giorno e notte per portare i primi soccorsi agli alluvionati, per aiutare la gente a ripulire case e negozi, a censire i danni, a trovare un alloggio agli sfollati, spesso senza aspettare l’iniziativa dell’amministrazione cittadina e dello stato. La disperazione fu messa da parte per lasciare spazio alla volontà di “risorgere dal fango”, come raccontano molto efficacemente Franco Mariani e Mattia Lattanzi nel nuovissimo libro Firenze 1966: l’alluvione. Risorgere dal fango (Giunti editore). Grazie a una straordinaria raccolta documentaria il volume ricostruisce la memoria di quella catastrofe proprio mentre Firenze si appresta a commemorarne il cinquantesimo anniversario. Un lavoro dettagliatissimo, corredato da decine di testimonianze e fotografie, che dà vita a un affresco drammatico eppure carico di forza, di speranza e di gratitudine nei confronti dei tantissimi che giunsero da tutto il mondo per contribuire alla rinascita di un luogo considerato patrimonio dell’umanità. Un libro che ha il grande pregio di riportare alla luce vicende sepolte in un silenzio che è stato spesso favorito anche dalla discrezione di chi è abituato a lavorare lontano dai riflettori. Come i monaci dell’abbazia di Grottaferrata, nei pressi di Roma, che furono inviati a Firenze da Paolo VI per recuperare un migliaio di volumi di grande pregio che vennero poi portati nel loro cenobio di preghiera, che è anche sede di un antico laboratorio di restauro e conservazione di libri, codici e documenti. Altri preziosi volumi provenienti dall’Opera del Duomo, dall’Archivio di Stato e dalla Biblioteca Nazionale furono invece portati in Vaticano, al laboratorio di restauro scientifico del libro. La piena del fiume sommerse la città ma dette vita anche a una grandiosa catena di solidarietà, con migliaia di giovani volontari che in quel novembre 1966 arrivarono da tutta l’Italia e anche dall’estero per contribuire alla rinascita del capoluogo toscano e delle sue opere d’arte. Tra gli “Angeli del fango” ci sarebbero stati anche alcuni futuri vescovi (Gianni Ambrosio, Mansueto Bianchi, Diego Coletti, Nunzio Galantino, Luigi Marrucci e Luciano Monari) e persino tre futuri cardinali: Angelo Scola, Gualtiero Bassetti e l’attuale arcivescovo di Firenze, monsignor Giuseppe Betori. Il libro di Mariani e Lattanzi riporta le testimonianze e i ricordi di ciascuno di essi, e racconta vicende rimaste finora pressoché ignote, come quella di monsignor Gualtiero Bassetti, all’epoca curato della chiesa fiorentina di San Salvi, che insieme a due giovani mise in sicurezza decine di bidoni di idrocarburo stipati in un magazzino vicino alla sua parrocchia, scongiurando un’esplosione che avrebbe provocato danni ingenti e gravi rischi per le persone.
Il cinquantesimo anniversario dell’alluvione di Firenze del 1966 lascerà spazio a grandi commemorazioni ma sarà anche tempo di bilanci non sempre incoraggianti. Finora, come ricorda questo volume, sono stati spesi circa 150 milioni di euro per mitigare il rischio idraulico del fiume ma purtroppo le opere infrastrutturali necessarie per ridurne la pericolosità – considerate priorietarie già oltre un decennio fa – restano tuttora lettera morta a causa di inadempienze, ritardi, commissariamenti, soldi mai stanziati o non ancora spesi.
RM

A Firenze la memoria dei deportati italiani

Avvenire, 2.2.2016

Sarà necessario attendere circa altri tre anni prima che il Memoriale italiano di Auschwitz possa tornare a essere finalmente visitabile dal pubblico, stavolta in Italia, nella sua nuova collocazione fiorentina. L’opera d’arte che ricorda gli italiani uccisi nei campi di concentramento nazisti e rappresenta un monito contro tutte le dittature è arrivata in questi giorni nel centro espositivo Ex 3 di Firenze dopo essere stata sfrattata dalla sua sede storica all’interno del Blocco 21 del campo di sterminio polacco, perché giudicata ormai inadatta dalla direzione del Museo di Auschwitz. Nelle prossime settimane si insedierà un comitato scientifico cui prenderà parte anche l’Aned, l’Associazione Nazionale Ex Deportati dai campi nazisti – proprietaria dell’opera – che dovrà stabilire nel dettaglio il progetto futuro per l’allestimento del Memoriale e dell’intera struttura. I tempi di realizzazione si annunciano però lunghi, poiché servirà almeno un anno soltanto per completare i lavori di restauro dell’opera (da tempo in stato d’abbandono) e si dovrà poi procedere all’adeguamento degli spazi del centro espositivo, per una spesa complessiva quantificata intorno ai tre milioni di euro, interamente a carico delle istituzioni locali. “Abbiamo fatto di tutto per mantenere l’opera ad Auschwitz”, ha detto il presidente dell’Aned Dario Venegoni, durante la piccola cerimonia che ha suggellato il trasferimento. “Non essendo stato possibile, abbiamo accolto con favore l’ospitalità di Firenze e della Toscana, che hanno consentito all’opera di non andare perduta per sempre”.
memoriale_auschwitz_bigRealizzato alla fine degli anni ’70 grazie alle sottoscrizioni dei parenti dei deportati e alla collaborazione di alcuni dei più importanti intellettuali italiani del XX secolo, il “Memoriale italiano ad Auschwitz” fu aperto nel 1980 al primo piano del Blocco 21 di Auschwitz. Il progetto architettonico era stato ideato da un’ex deportato, Ludovico Belgiojoso, e aveva l’obiettivo di ricreare l’atmosfera da incubo vissuta nei campi attraverso uno spazio ossessivo, un grande tunnel a forma di spirale al cui interno il visitatore camminava lungo una passerella in legno ascoltando una voce narrante che leggeva un testo di Primo Levi sulle note di “Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz” di Luigi Nono. Le pareti erano state rivestite con le tele decorate dal pittore Mario Samonà che riproducevano il nero del fascismo, il rosso del socialismo, il bianco del movimento cattolico e il giallo del mondo ebraico. Il tutto con la regia di Nelo Risi. Rimasta visitabile ad Auschwitz fino al 2011, negli ultimi anni l’opera è stata sottoposta a un processo di revisione che ha interessato tutti i memoriali dei singoli paesi. Per le istituzioni polacche era diventato inopportuno ricordare in quella sede lo sterminio dei prigionieri politici comunisti, degli omosessuali, dei rom e dei disabili. La direzione del museo aveva quindi imposto all’Aned di smontare ‘la spirale’ e di realizzare al suo posto un nuovo memoriale illustrativo che sostituisse l’opera di Belgiojoso, definita ormai “fine a sé stessa e priva di valore educativo”. Ma l’Aned non si è rassegnata all’idea di distruggere un patrimonio culturale che appartiene a tutta la nazione e, anche grazie alla mobilitazione del mondo artistico e accademico, ha fatto pressione sui governi italiani che si sono succeduti negli anni affinché fosse individuata una nuova collocazione per l’opera. Dopo anni di polemiche, recepita la disponibilità della Regione Toscana e del Comune di Firenze, il Ministero dei Beni culturali ha autorizzato i tecnici dell’Istituto centrale del Restauro e dell’Opificio delle Pietre Dure di smontare l’opera per trasferirla in un’area semiperiferica di Firenze, all’interno dello spazio Ex3, un luogo che le istituzioni toscane intendono adesso trasformare in un percorso museale all’avanguardia dedicato alla memoria. Tenendo sempre presenti le parole di Primo Levi, secondo il quale, “se Auschwitz sarà svuotato di un contenuto politico non riuscirà a spiegare niente alle nuove generazioni e diventerà un luogo tragicamente inutile”.
RM

L’interprete di Auschwitz

Avvenire, 24.1.2016

“Siete arrivati a un campo di lavoro. I giovani forti andranno a lavorare, le persone anziane andranno nel campo di riposo, le donne se sono giovani e non hanno figli andranno anche loro a lavorare, le donne con bambini vanno nel campo di riposo”. Con queste parole il comandante nazista Rudolf Hess accolse ad Auschwitz il convoglio degli ebrei italiani rastrellati Ghetto di Roma. Tra i deportati, l’unico che allora conosceva il tedesco era il giovane Arminio Wachsberger: a lui spettò il compito di tradurre in italiano quei tragici eufemismi e i successivi ordini che da quel momento in poi avrebbero scandito l’orrore della vita quotidiana nel campo di sterminio. Tutti quelli che al loro arrivo non vennero ‘selezionati’ e mandati a morte avrebbero imparato a conoscere le mostruose consuetudini ma anche il brutale lessico del lager, che in seguito sarebbe servito anche per raccontare l’indicibile a chi non l’aveva vissuto, a chi dubitava e a chi, pur in buona fede, non riusciva a credere che un tale orrore fosse stato possibile.

Arminio Wachsberger
Arminio Wachsberger

Il destino ha voluto che Arminio Wachsberger sia stato uno dei pochi sopravvissuti tra i numerosissimi ebrei italiani deportati ad Auschwitz nel 1943, e che sia vissuto abbastanza a lungo per poter tradurre in un linguaggio comprensibile gli abissi di sofferenza che l’uomo ha saputo scavare durante la Seconda guerra mondiale. I suoi racconti sono stati indispensabili per testimoniare un’esperienza ai limiti dell’immaginazione umana. Con il suo impegno, Wachsberger ha avuto un ruolo fondamentale per combattere la tentazione dell’oblio che ha coinvolto anche molti ex deportati i quali, spinti dal desiderio di ricominciare al più presto una vita normale, scelsero il silenzio. La sua esemplare storia di dolore, ma anche di rinascita, è stata ricostruita da Gabriele Rigano, ricercatore dell’Università per Stranieri di Perugia, in un volume appena uscito (L’interprete di Auschwitz. Arminio Wachsberger un testimone d’eccezione della deportazione degli ebrei di Roma, Guerini e associati) che parte dal presupposto della necessità di superare una volta per tutte la contrapposizione tra i testimoni e gli storici. Poiché senza l’apporto della memoria – spiega lo stesso Rigano – la storia rischia di perdere la capacità di penetrare i sentimenti e gli stati d’animo.
Il libro, oltre che su fonti d’archivio, è basato principalmente sulle numerose interviste rilasciate dal protagonista a partire dal 1955, tra le quali spicca quella realizzata nel 1998 dalla Spielberg Survivors of the Shoah Visual History Foundation. Wachsberger fu uno degli oltre mille ebrei rastrellati dai nazisti durante il tragico “sabato nero” del Ghetto di Roma. Nelle prime ore di quel maledetto 16 ottobre 1943, le SS si presentarono anche a casa sua, in Lungotevere Ripa, per deportarlo ad Auschwitz insieme a tutta la sua famiglia. Arminio riuscì a salvare solo il suo nipotino Vittorio, di appena due anni, affidandolo alla portiera di un palazzo che lo salvò dalla deportazione e dalla morte. All’arrivo nel campo di sterminio si offrì come interprete, cercando le parole per spiegare agli altri prigionieri quello che stava accadendo intorno a loro. Fu un atto di generosità compiuto per cercare di alleviare le sofferenze di chi non capiva gli ordini dei nazisti, e che lo mise in più occasioni a stretto contatto con Rudolf Hess e con il famigerato dottor Mengele, tristemente noto per i suoi esperimenti su cavie umane. È straziante il racconto di quando proprio quest’ultimo gli rivelò la sorte della sua famiglia. “Noi abbiamo bisogno solo di bestie da lavoro – gli disse Mengele, impassibile – quindi quelli che non possono lavorare vengono eliminati. La bambina di cinque anni [sua figlia Clara] non ci serve quindi la eliminiamo e anche la madre, sapendo che la propria figlia è stata ammazzata, non può più lavorare”.
Fin dalla liberazione, contrariamente a molti altri superstiti, Wachsberger iniziò a raccontare le indicibili sofferenze subite nei campi di sterminio, a raccogliere notizie e testimonianze e a impegnarsi, con coraggio e profonda sensibilità, nella ricostruzione degli elenchi dei deportati e dei dispersi italiani. Venne poi chiamato in più occasioni a testimoniare nei processi che si svolsero a Dachau contro le SS e i militari addetti al campo. “Ne abbiamo riconosciuti diversi e al Tribunale abbiamo narrato in quale maniera bestiale questa gente si è comportata con noi”, ha raccontato. Ma negli anni ebbe modo anche di testimoniare in difesa di quei tedeschi che, ricoprendo posti di responsabilità nel sistema concentrazionario, avevano invece aiutato i prigionieri dei campi. Fu proprio la partecipazione ai processi di Dachau a convincerlo di quanto la memoria della sua esperienza fosse importante sia a livello giudiziario che civile. Dovremo sempre essere grati ad Arminio Wachsberger per aver saputo trovare le parole per descrivere ciò che l’uomo ha saputo fare all’uomo. Quel tragico passato lo tormentò per tutta la vita. Una delle sue figlie ha raccontato che nel 2002, poche ore prima di morire, sussurrò: “forse noi adulti dovevamo essere puniti per peccati che senz’altro avremo commesso, ma…i bambini, perché? Perché i bambini?”
RM

A 40 anni dalle stragi di Brescia, Dublino e Monaghan

Sabato 29 novembre a Brescia un convegno organizzato dall’ANPI accosterà questi due tragici eventi tuttora impuniti della nostra storia recente.

loggia_strage_giornale-400x300Quarant’anni di impunità e di omertà accomunano tragicamente due stragi di stato compiute nel cuore d’Europa nella primavera del 1974. Il 28 maggio di quell’anno si consuma la strage di piazza della Loggia, a Brescia, una delle peggiori atrocità compiute in Italia durante la cosiddetta strategia della tensione. Ma solo undici giorni prima, il 17 maggio, l’Irlanda è scossa dalla strage più sanguinosa della storia del conflitto anglo-irlandese, con tre autobombe che esplodono contemporaneamente a Dublino e nella cittadina di Monaghan, al confine con l’Irlanda del Nord, causando in totale 33 morti e centinaia di feriti.
Contrariamente a quello che si era abituati a sentire nei notiziari di quegli anni, in occasione dei frequenti attentati, non si tratta di un attentato dell’IRA. L’attentato viene compiuto (e sarà rivendicato molti anni dopo) da una milizia paramilitare filobritannica, anti-irlandese, decisa a far fallire il primo tentativo di processo di pace dall’inizio dei Troubles nel 1969.
Dal 1973 sono infatti in corso i negoziati di Sunningdale, con la partecipazione di Londra e dei rappresentanti politici moderati filoirlandesi e filobritannici (ma non dell’IRA). Nella primavera del 1974 le sei contee dell’Irlanda del Nord vengono paralizzate dallo sciopero generale indetto dagli unionisti filobritannici che non vogliono sentire parlare di dialoghi che possano portare a un avvicinamento delle Sei contee a Dublino.
Nel terzo giorno di questo lungo sciopero viene colpito il Sud dell’Irlanda, con 4 potenti autobombe che esplodono senza preavviso nell’ora di punta. La manovalanza viene fornita dal UVF, uno dei due principali gruppi armati antiirlandesi attivi nell’Irlanda del Nord dal 1966, ma molti elementi puntano fin da subito a una possibile collusione della polizia nordirlandese e dei servizi segreti britannici nell’azione.
Nel corso degli anni le indagini sugli attentati sono state ostacolate da una pervicace campagna di insabbiamento favorita da Londra, senza che Dublino facesse molto per rompere il muro dell’omertà.
I lavori di diverse commissioni d’inchiesta delle Camere irlandesi, le testimonianze emerse negli anni (anche da ex membri delle forze armate britanniche) lasciano pochi dubbi sul fatto che Londra fu direttamente o indirettamente coinvolta in questa azione.
Nonostante gli sforzi, tuttavia, nessuno è mai stato perseguito o condannato per gli attentati.

Partendo dalla coincidenza temporale di queste due terribili pagine della nostra storia recente, quella di piazza della Loggia e quelle di Dublino e Monaghan, l’Anpi di Brescia ha organizzato nella città lombarda un convegno per sabato 29 novembre che intende riflettere sui possibili elementi in comune fra due operazioni stragistiche così lontane geograficamente e per contesto storico-politico.
Due importanti elementi sembrano avvicinare queste due storie: l’impunità che accomuna le due stragi, con il seguito di una lunga ricerca della verità da parte delle famiglie delle vittime; e la strategia della tensione. Formula, quest’ultima, tipicamente italiana, ma perfettamente applicabile all’operazione di Dublino/Monaghan, chiaramente pianificata per far affondare il processo di pace di Sunningdale.

L’iniziativa, organizzata dall’Anpi di Brescia e intitolata “Stragi politiche e violenza. Uno sguardo internazionale. Maggio 1974: i casi di Piazza della Loggia e dell’operazione stragista di Dublino e Monaghan” si terrà per l’intera mattinata di sabato 29 novembre al teatro di S. Afra (vicolo dell’Ortaglia 6).
È rivolto agli studenti delle scuole ma è aperto a tutta la cittadinanza. Tra i relatori ci saranno esperti italiani e irlandesi

Il programma dell’iniziativa

“L’Arno scorre a Firenze”: è rinata Radio Cora

Radio Cora, l’emittente clandestina che durante la guerra di Liberazione dal nazifascismo mantenne i contatti tra la Resistenza toscana e i comandi alleati, è rinata settant’anni esatti dopo la sua tragica fine, con gli arresti, le torture e le fucilazioni del giugno 1944. È una rinascita che segue lo spirito dei tempi sia nella forma che nei contenuti: la nuova Radio Cora è infatti una web radio che sfrutta tutte le potenzialità delle nuove tecnologie e si ispira ai valori espressi dalla Carta Costituzionale, cercando di declinare in ogni singola fase della sua attività il concetto di “indipendenza”. radiocoraQuella che pare un’utopia irrealizzabile è invece già realtà perché Radio Cora – patrocinata dall’Anpi e diretta dal giornalista Domenico Guarino – funziona esclusivamente grazie al contributo degli ascoltatori, chiamati a sottoscrivere una quota annua minima di dieci euro l’anno per ottenere in cambio una programmazione davvero indipendente anche in termini di emissione, di formati, di programmi e di linguaggi. Alla presentazione ufficiale che si è svolta nei giorni scorsi a Firenze, al Circolo di San Niccolò (dove la radio ha anche la sua sede), hanno risposto in tantissimi. E in pochi giorni centinaia di persone hanno anche raccolto entusiasticamente l’appello sottoscrivendo la tessera.
firenze_monumento_all_ultima_sede_di_radio_coraPer capire quanto la rinascita di Radio Cora rappresenti un fatto dal forte sapore simbolico per la memoria della Resistenza di Firenze e di tutta Italia basta ricordare cosa rappresentò l’emittente durante la guerra di Liberazione. La Co.Ra. (acronimo di “Commissione Radio”) era un progetto di intelligence che tenne da Firenze i contatti con il Comando angloamericano dell’VIII Armata di stanza a Bari. Per circa cinque mesi, tra il gennaio e il giugno del 1944, la radio orientò i lanci alleati di materiali utili ai partigiani in montagna, guidò gli attacchi aerei alle truppe tedesche e cercò di fornire agli alleati dati sull’esatta ubicazione degli obiettivi militari, per evitare quelli che oggi chiameremmo “effetti collaterali” dei bombardamenti, ovvero le vittime civili delle incursioni aeree. Inoltre fornì informazioni che risultarono preziose anche per accelerare l’avanzata degli Alleati verso il nord Italia. Quella di Radio Cora è una storia eroica fatta di sedi per trasmettere che cambiano quasi ogni giorno, di pezzi di radio trasportati di nascosto a rischio della vita, di parole d’ordine criptate di cui la più famosa è rimasta nella memoria di molti, “L’Arno scorre a Firenze”. Per poter trasmettere con regolarità senza rischiare di essere scoperti dai nazisti, la radio veniva spostata di continuo e non trasmetteva mai due volte di seguito dallo stesso posto. Purtroppo neanche questa precauzione bastò a salvare le vite dei componenti del gruppo: la storia di Radio Cora si conclude tragicamente il 7 giugno 1944, quando i nazisti fanno irruzione nella sede di piazza D’Azeglio dopo aver individuato la ricetrasmittente, forse grazie a una spiata, forse semplicemente riuscendo a localizzarla con i radiogoniometri. Il giovane radiotelegrafista Luigi Morandi viene sorpreso mentre trasmette, ha la prontezza di sottrarre una pistola a un soldato tedesco e di ferirlo a morte, prima di essere crivellato di colpi a sua volta. Morirà due giorni dopo, in ospedale. Enrico Bocci, Italo Piccagli, Gilda Larocca e altri tre membri del gruppo – Carlo Campolmi, Guido Focacci e Franco Gilardini – vengono invece arrestati e tradotti a Villa Triste, il luogo di tortura allestito dai nazifascisti in città, dove subiscono sevizie inaudite. Il 12 giugno Piccagli viene fucilato nei boschi di Cercina, sul monte Morello, insieme a quattro paracadutisti che erano stati inviati dall’VIII Armata per rafforzare il gruppo. Bocci viene invece torturato per giorni: i suoi aguzzini lo mantengono in vita a forza con iniezioni di cardiotonici e cercano in tutti i modi, ma inutilmente, di farlo parlare. Il suo cadavere non sarà mai più ritrovato. La Rocca, Campolmi e Gilardini finiscono nel campo di concentramento di Fossoli, da dove riusciranno a scappare durante il trasferimento in Germania. I “martiri” di Radio Cora, cioè Enrico Bocci, Italo Piccagli e Luigi Morandi, hanno ricevuto la Medaglia d’Oro al valor militare alla memoria e tutti gli anni a Firenze, il 7 giugno, davanti al monumento di piazza D’Azeglio si svolgono commemorazioni per tramandare la memoria di Radio Cora.
RM

Per sostenere la nuova Radio Cora è possibile versare 10 euro sul conto aperto a nome dell’Associazione Radio Cora, presso Banca Etica, IT49 Y050 1802 8000 0000 0173 825 indicando nella causale ‘tesseramento 2014’

Roccatederighi, il lager in affitto dalla Curia

Viaggio nel campo d’internamento voluto dalla Repubblica di Salò nella provincia di Grosseto, e ospitato nei locali di un seminario vescovile.

Roccatederighi è un piccolo paese a 500 metri d’altezza a una trentina di chilometri da Grosseto, con un bel borgo medievale e una macchia terribile nella sua storia recente. È qui che alla fine del 1943 il prefetto dell’epoca Alceo Ercolani, fascista convinto e solerte collaborazionista degli invasori nazisti, si mise alla ricerca di una sede adatta per rinchiudere i circa centocinquanta ebrei censiti tra Grosseto, Pitigliano e altre località della Maremma. La sua non fu una ricerca lunga, né difficile, perché la Curia grossetana guidata dal vescovo Paolo Galeazzi corse presto in suo aiuto proponendogli di affittare un’ala dei locali del Seminario estivo vescovile, una bella struttura situata nel cuore del bosco, a circa un chilometro dal paese. Dal dicembre del 1943 le stanze del Seminario vescovile cominciarono a essere adibite a campo di internamento e quindi a riempirsi di persone arrestate, italiane e straniere, oltre ad ebrei stranieri già custoditi in carceri della provincia. La vicenda è stata scoperta non molto più di un decennio fa in seguito alle ricerche della direttrice dell’Istituto storico della Resistenza di Grosseto, la professoressa Luciana Rocchi. È saltata fuori una copia del contratto di affitto firmato dal vescovo e dal maresciallo di Pubblica sicurezza Gaetano Rizziello, che fu designato a dirigere il campo d’internamento.
20140615_124435Il contratto dice che “dietro invito motivato dalle emergenze di guerra” e “in prova di speciale omaggio presso il nuovo Governo” (quello di Salò), la Curia cede in affitto il Seminario Estivo presso Roccatederighi per farvi la sede del “Campo di Concentramento Ebraico” a un canone di locazione mensile di 5000 lire, una cifra ragguardevole per l’epoca, e includeva l’opera di cinque suore per “la cucina, dispensa, guardaroba, infermeria, nonché per l’ordine nelle camerate delle donne”. Si sarebbe scoperto in seguito che lo stesso Monsignor Galeazzi visse per mesi accanto agli internati perché, a causa dei bombardamenti, la sede vescovile era stata trasferita nel seminario di Roccatederighi.
Questo lager toscano, maremmano, era recintato col filo spinato e posto sotto la sorveglianza di alcune decine di soldati della Repubblica di Salò. Vi furono internate in totale 80 persone (41 italiani e 39 stranieri). Fra l’aprile e il giugno del 1944 oltre la metà di questi furono trasferiti in campi più a Nord. Ad Auschwitz finirono 33 di loro, soltanto quattro dei quali sopravvissero. Dopo la fine della guerra, il prefetto Ercolani fu processato per le stragi ordinate nella zona e condannato a trent’anni di carcere. Fu rilasciato nel 1953, dopo averne scontati appena sette. Il vescovo rimase invece al suo posto fino al 1960 senza subire alcuna sanzione, neanche da parte del Vaticano. Al contrario, come un buon esattore presentò formale richiesta di risarcimento al governo italiano per l’affitto e gli stipendi che i repubblichini non avevano pagato.
Da tempo volevo visitare quello che resta del campo di internamento di Roccatederighi e oggi ci sono finalmente riuscito. Una memoria fredda e sbiadita avvolge quel che resta di questo luogo, che è privo di qualunque rimando a quei fatti tremendi accaduti appena settant’anni fa. Meno male che in occasione del Giorno della Memoria del 2008 – meglio tardi che mai -, una lapide per commemorare gli ebrei che da lì partirono per la Germania è stata collocata fuori dal complesso, che da anni si trova in ristrutturazione per farne un ricovero per malati di Alzheimer. La struttura è chiusa e abbandonata. I lavori, come testimoniano le erbacce e la desolante incuria, sono fermi da tempo, e tutto fa pensare che lo resteranno ancora a lungo.
RM

Il 25 Aprile negli occhi di due sedicenni

È finalmente disponibile on line la versione integrale del film 16 “Un 25 aprile a Monte Sole”, con la regia di Stefano Ballini (già autore del bel documentario “Il treno che bucò il fronte”). È la storia di due sedicenni, Cosimo Ballini – studente di San Casciano Val di Pesa – e Ferruccio Laffi, sopravvissuto alla strage di Marzabotto nel 1944, anno in cui aveva anche lui sedici anni. Due generazioni, due mondi apparentemente lontanissimi, eppure più vicini di quanto si sarebbe portati a pensare, s’incontrano nella cornice del 25 aprile a Monte Sole, luogo dove ogni anno in quella data si ritrovano almeno ventimila persone per commemorare l’eccidio compiuto dai nazisti durante la guerra.25 aprile
I due “sedicenni” parlano, si confrontano e nasce una bella amicizia, in mezzo a questa storia c’è quella di Riccardo Lolli, il più anziano partigiano della Brigata Stella Rossa ancora in vita, che narra una storia a lieto fine.
16 “Un 25 aprile a Monte Sole” ha ottenuto l’apprezzamento ufficiale del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che l’ha definita “un’iniziativa volta a trasmettere alle giovani generazioni, attraverso testimonianze e ricordi, la memoria storica delle atrocità belliche che caratterizzarono tristemente il nostro paese durante la Seconda guerra mondiale.  Solo ricordando gli avvenimenti, anche terribili, accaduti nel passato, è possibile evitare che essi si ripetano”.
Fra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 nell’area di Monte Sole vennero massacrate 770 persone, nei modi più violenti e brutali, nelle case, nei luoghi di culto, nei rifugi, in decine e decine di località. Diverse testimonianze raccontano della presenza di fascisti insieme ai tedeschi. Le uccisioni continuano anche dopo quei giorni infernali e alla fine della guerra i comuni di Marzabotto, Monzuno e Grizzana contano 955 uccisi per mano dei nazifascisti. Di questi 216 sono i bambini, 316 le donne, 142 gli anziani, cinque i sacerdoti.

Bruno Neri, il calciatore partigiano

Morì il 10 luglio del 1944, nelle ultime settimane di guerra, lottando insieme ai partigiani sull’Appennino tosco-romagnolo. Bruno Neri, terzino destro trasformato poi in mediano, era stato convocato qualche anno prima anche dal commissario tecnico Vittorio Pozzo per giocare nella mitica nazionale italiana campione del mondo. Ma soprattutto, questo faentino classe 1910 era un uomo tutto d’un pezzo, mai disposto a scendere a patti con la propria coscienza. Per questo, a poco più di vent’anni si era reso protagonista di un gesto rimasto nella storia del calcio italiano.
È il 1931 e si inaugura il nuovo stadio di Firenze intitolato a Giovanni Berta, uno squadrista locale ucciso dieci anni prima. La Fiorentina – la squadra dove Neri militò dal 1929 al 1936 – è impegnata in una partita amichevole contro gli austriaci dell’Admiral Vienna. Prima del calcio d’inizio i calciatori in maglia viola rivolgono un deferente saluto romano ai gerarchi fascisti in tribuna. È un gesto tradizionale, per molti scontato, che accompagna soprattutto gli eventi sportivi, per ribadire la fedeltà al Duce e per celebrare l’orgoglio nazionalistico italiano. Tra gli undici atleti in campo ce n’è uno solo che si distingue, che non tende il braccio e resta platealmente immobile. Il ‘ribelle’ è lui, Bruno Neri, all’epoca appena ventunenne, che non si fa alcuno scrupolo a mostrare la sua disapprovazione nei confronti del regime fascista.bruno-neri-stadio
In seguito, pur continuando l’attività di calciatore che lo porterà a militare nel Torino e nella Lucchese, si avvicina agli ambienti antifascisti. Dopo l’armistizio del settembre 1943 entra nelle file della Resistenza, in una formazione legata al Partito d’Azione, dove in poco tempo diventa vicecomandante del Battaglione Ravenna, col nome di battaglia “Berni”. È impegnato attivamente nel recupero di armi e di viveri lanciati dagli Alleati, ma l’attività partigiana non gli impedisce di continuare la carriera di calciatore: nel 1944 partecipa infatti al Campionato Alta Italia con la maglia del Faenza. Giocherà fino alla fine dei suoi giorni, per la precisione fino al 7 maggio 1944, quando scende in campo nel derby contro il Bologna. Pochi giorni dopo, Faenza subirà un nuovo, terribile, bombardamento che colpirà anche lo stadio. Il raggio d’azione del partigiano Neri si sposterà infine sull’Appennino tosco-romagnolo, dove i partigiani tentano di impedire i rastrellamenti repubblichini. Ed è proprio lì che Bruno Neri cade, il 10 luglio di 69 anni fa, ucciso dalle raffiche nemiche mentre è impegnato a perlustrare il percorso che avrebbe dovuto condurre il suo battaglione a recuperare un aviolancio alleato sul Monte Lavane, nei pressi di Marradi. “Dopo aver primeggiato come atleta nelle sportive competizioni – si legge nella lapide posta nella sua casa, a Faenza – rivelò nell’azione clandestina prima, nella guerra guerreggiata poi magnifiche virtù di combattente e di guida, esempio e monito alle generazioni future”.
RM