Bobby Sands: gli scritti inediti

Infine ce l’abbiamo fatta. Tra i mille ostacoli che si erano frapposti tra l’idea, il progetto e la sua realizzazione pratica ci si era messa persino la pandemia, ritardando l’uscita di alcuni mesi. Ma adesso, finalmente, è uscito.
Scritti dal carcere. Poesie e prose è il libro con i testi di Bobby Sands ancora inediti in Italia. L’ho curato insieme all’amico Enrico Terrinoni per le edizioni Paginauno, un’opera – con prefazione anch’essa inedita di Gerry Adams – che non avrebbe mai visto la luce senza la passione, l’ostinazione e il lavoro di Sara Agostinelli. Enrico ha tradotto le prose e ha scritto la postfazione, io mi sono occupato di tradurre i testi in prosa e di realizzare l’introduzione, della quale trovate una sintesi qui: Continua a leggere “Bobby Sands: gli scritti inediti”

Séamus Heaney lirico e “politico”

Avvenire, 30 luglio 2020

Dopo la lunga chiusura imposta dalla pandemia è stata finalmente riaperta al pubblico, nel centro di Dublino, la grande mostra dedicata alla vita e all’opera di Seamus Heaney ospitata negli spazi culturali della Bank of Ireland, di fronte al Trinity College. Fu Heaney in persona, alcuni mesi prima di morire, a consegnare alla National Library della capitale irlandese una dozzina di scatoloni contenenti centinaia di reperti cartacei, scritti, bozze di poesie, lettere e dattiloscritti. Materiale che, debitamente arricchito da alcuni oggetti personali del poeta, ha costituito l’embrione di “Listen Now Again”, la mostra curata da Geraldine Higgins che consente di rivisitare l’opera e l’eredità di uno dei più grandi poeti contemporanei. Nato da una famiglia cattolica in una fattoria dell’Irlanda del Nord, figlio di un commerciante di bestiame, Heaney ha saputo fondere magistralmente la povertà materiale e la ricchezza spirituale della campagna irlandese dov’era cresciuto con la sua cultura di fine conoscitore del latino, del gaelico, dell’antico anglosassone, di letterato che come pochi altri poteva confrontarsi con le opere di Virgilio, di Ovidio, di Sofocle. Continua a leggere “Séamus Heaney lirico e “politico””

Ritrovate le ossa di Hugh “il rosso”? Dublino rivive la resistenza gaelica

Avvenire, 26 luglio 2020

“Tutta Valladolid sa dove seppellirono Hugh il rosso”, scrisse alcuni anni fa il poeta irlandese modernista Thomas McGreevy, e oggi i suoi versi suonano profetici, dopo la scoperta dei presunti resti del grande principe guerriero Hugh O’Donnell. Anche senza attendere conferme dalle analisi del Dna, gli archeologi spagnoli sono già sicuri di aver ritrovato nelle viscere del centro storico di Valladolid le ossa del nobile ribelle che alla fine del XVI secolo si batté contro gli inglesi nel tentativo di resistere alla conquista dell’Irlanda. Gli approfonditi scavi effettuati nei pressi delle fondamenta di una banca hanno riportato alla luce le mura perimetrali della cappella dell’antico monastero di San Francesco, risalente al XIII secolo. Al suo interno sono stati rinvenuti un teschio e i resti completi di uno scheletro. Continua a leggere “Ritrovate le ossa di Hugh “il rosso”? Dublino rivive la resistenza gaelica”

Irlanda, la maglia del Linfield inneggia alla violenza

Avvenire, 14 giugno 2020

“Quella sarà la nostra nuova maglia da trasferta, non abbiamo niente da rimproverarci e non intendiamo modificarla”. Roy McGivern, presidente e padre padrone del Linfield FC, replica così, in modo lapidario, alle critiche rivolte in questi giorni alla società di Belfast, una delle più antiche e titolate squadre di calcio dell’Irlanda del Nord. I colori scelti dal club per la seconda maglia da gioco della stagione 2020/2021 (arancione e porpora con una banda trasversale) sono esattamente gli stessi del più famigerato gruppo paramilitare protestante, l’Ulster Volunteer Force. Continua a leggere “Irlanda, la maglia del Linfield inneggia alla violenza”

Un’Irlanda unita entro il 2025?

Avvenire, 29 febbraio 2020

Dublino – “Se volete davvero una repubblica irlandese votate Sinn Féin”. A Dublino, nei giorni dell’ultima campagna elettorale, un manifesto spiccava su tutti gli altri. Riproduceva lo slogan e la grafica di un poster affisso in città nel 1918, quando il partito repubblicano si presentò per la prima volta alle elezioni, in un’Irlanda non ancora divisa. E le vinse con largo margine. Il risultato non venne però accettato dagli inglesi: seguirono anni di guerra che furono il preludio alla nascita dell’Irlanda del Nord. Poco più di un secolo dopo lo Sinn Féin è tornato alla vittoria nella Repubblica d’Irlanda ottenendo un risultato elettorale che va ben oltre le aspettative e i sondaggi, e proietta l’isola verso una possibile riunificazione. Un’Irlanda unita è infatti da sempre in cima all’agenda politica dello Sinn Féin, che dopo essere tornato al governo a Belfast sta adesso cercando di formare un esecutivo anche nella capitale irlandese. Secondo Aidan Regan, docente di politica economica all’University College di Dublino, la sua vertiginosa ascesa è il risultato di tre fattori economici interconnessi: “un modello di crescita di cui hanno beneficiato in pochi, il grave conflitto sociale intergenerazionale generato dalla crisi abitativa e un decennio di austerità che ha causato un declino nei servizi e nelle infrastrutture”. Per la prima volta nella storia irlandese i due partiti centristi Fianna Fail e Fine Gael, dopo essersi alternati al governo per quasi un secolo, hanno ottenuto insieme meno della metà dei consensi. Considerando che l’Irlanda ha un livello elevato di crescita economica e un tasso di disoccupazione tra i più bassi dell’area UE, la clamorosa bocciatura dell’ex premier Leo Varadkar può a prima vista apparire inspiegabile. “La ripresa dopo la recessione di dieci anni fa è stata favorita dagli investimenti delle multinazionali dell’high-tech ma la situazione economica non è rosea come sembra”, ribatte Regan. “Secondo gli studi del Fondo Monetario Internazionale circa tre quarti degli investimenti diretti esteri sono fittizi, dovuti a semplici spostamenti di capitali per aggirare gli obblighi fiscali”. In compenso il costo della vita è aumentato in modo esponenziale, creando un divario sociale sempre più insostenibile sulla sanità, l’assistenza all’infanzia e la scuola. Per non parlare del costo delle case ormai alle stelle, con Dublino che è oggi una delle città più care d’Europa. “Gli elettori hanno voluto punire le politiche di austerità imposte negli ultimi anni dai governi Fianna Fail-Fine Gael e hanno dato invece fiducia allo Sinn Féin, che si è presentato come il partito dei lavoratori e della gente comune, deciso a tassare le multinazionali, le banche e i grandi capitali investendo nei servizi pubblici e nell’edilizia popolare”.
Spesso definito sbrigativamente ‘l’ex braccio politico dell’IRA’, lo Sinn Féin è in realtà il più antico partito politico d’Irlanda, fondato nel 1905 quando il paese era ancora una colonia britannica, e pur mantenendo fede all’obiettivo iscritto nel suo Dna – la piena sovranità nazionale irlandese – ha più volte cambiato pelle nel corso del tempo. In passato è stato convintamente anti-europeo: nel 1973 si oppose all’adesione di Dublino alla CEE ma poi, di fronte ai benefici portati dai fondi strutturali e alla spinta di Bruxelles al processo di pace, ha virato verso un euroscetticismo morbido che non gli ha impedito di schierarsi contro i vari trattati di riforma, da Maastricht, a Nizza, fino a Lisbona. Due anni fa un calcolo politico interno portò il partito anche a modificare la propria posizione sull’aborto, diventando a favore della nuova legislazione pur di cavalcare l’onda del consenso popolare. Fino a poco più di trent’anni fa lo Sinn Féin era solo un piccolo partito astensionista ma ha saputo trasformarsi in una formidabile macchina elettorale. Nel medio-lungo periodo punta adesso al grande progetto politico della riunificazione, da ottenersi attraverso un referendum in tutta l’isola. Il suo programma prevede l’immediata istituzione di un apposito comitato parlamentare e di un’assemblea di cittadini che discuta i piani per l’unità, mentre una consultazione popolare vera e propria dovrebbe svolgersi entro il 2025, ovvero prima che finisca la legislatura. Finora l’ipotesi di una riunificazione era stata poco più che un sogno proibito dei repubblicani. La paura di possibili reazioni violente da parte dei paramilitari protestanti (da sempre ostili a Dublino) e le temute conseguenze di carattere economico l’avevano sempre fatta accantonare a priori. Ma adesso ci sono davvero le condizioni perché si possa realizzare. A cambiare le carte in tavola ci ha pensato la Brexit: i cittadini dell’Irlanda del Nord hanno votato a maggioranza per il Remain e, sebbene l’intesa raggiunta da Boris Johnson con l’UE abbia fatto venir meno l’ipotesi di un confine terrestre tra le due parti dell’Irlanda, l’accordo minimalista sul commercio che Londra intende stringere con Bruxelles non funzionerebbe per le due parti dell’Irlanda, le cui economie sono da tempo profondamente legate e interdipendenti. Inoltre l’Irlanda del Nord non vuole perdere i 700 milioni di euro che arrivano ogni anno dall’Europa a sostegno dell’agricoltura, della crescita economica, dei progetti per la riconciliazione e delle iniziative culturali.
Già l’Accordo di pace del Venerdì Santo del 1998 stabiliva la possibilità di una futura riunificazione “quando entrambe le parti dell’isola lo avessero voluto” e negli ultimi due anni – complice la stessa Brexit – i sondaggi hanno mostrato un sostegno crescente nei confronti di una possibile riunificazione, persino all’interno della comunità protestante. L’ultima rilevazione si è svolta qualche settimana prima delle elezioni e ha visto circa due terzi degli intervistati al di sotto dei cinquant’anni dichiararsi a favore di un’Irlanda unita. Da tempo il dibattito ha anche varcato i confini dell’isola. La potente diaspora irlandese degli Stati Uniti – di cui fanno parte oltre trenta milioni di persone – solidarizza da sempre con i cattolici dell’Irlanda del Nord, ritenendo che la divisione del paese rappresenti un retaggio illegittimo del lungo dominio britannico. E c’è poi il censimento del 2021, che in Irlanda del Nord vedrà molto probabilmente i cattolici superare i protestanti per la prima volta nella storia. La presidente dello Sinn Féin, Mary Lou McDonald, non perde occasione per cercare alleati che possano sostenere il progetto del suo partito. In una recente intervista alla Bbc ha ribadito che l’UE deve prendere posizione sull’Irlanda come fece per la Germania dopo la caduta del Muro di Berlino. Un paragone affascinante ma forse non del tutto plausibile: lo sgretolamento del Regno Unito sarebbe in questo caso la conseguenza, non la causa della riunificazione irlandese, come fu invece il crollo del comunismo per la rinascita della Germania unita. Nel caso dell’Irlanda il processo di riavvicinamento appare assai più complicato, poiché secoli di divisioni tra le due comunità rendono alto il rischio di un ritorno alla violenza, se non sarà individuato un progetto unitario convincente per gli unionisti protestanti del Nord. Sul piano istituzionale il modello più credibile è quello di uno stato confederale con due giurisdizioni che condividano i poteri magari mantenendo un legame con la Corona britannica, sull’esempio del Canada. Al di là delle non trascurabili questioni identitarie vi sono poi anche problemi pratici, a partire dall’elevato costo della vita nella Repubblica d’Irlanda e dal suo programma di assistenza sanitaria privata che non può certo competere con il generoso National Health Service britannico.
RM

Galway, capitale di cultura e di migrazioni

Avvenire, 14 febbraio 2020

In un giorno di sole la passeggiata lungo il fiume Corrib sembra trasformare la città di Galway in un’isola. I pescatori di salmoni sono allineati in piedi, davanti al grande estuario che si affaccia sull’oceano e lascia intravedere in lontananza quel porto da cui alla metà dell’Ottocento salparono in migliaia, per sfuggire alla più grave carestia dell’Europa contemporanea. Affrontarono traversate apocalittiche stipati su navi-colabrodo che per varcare l’oceano potevano impiegare anche più di due mesi. Nessun evento storico recente è rimasto scolpito nella memoria irlandese più della “Grande fame” che in pochi anni cancellò un terzo della popolazione del paese. Continua a leggere “Galway, capitale di cultura e di migrazioni”

Irlanda, lo Sinn Féin in trionfo punta a un governo di coalizione

Avvenire, 11 febbraio 2020

Nelle stesse ore in cui la tempesta Ciara soffiava forte sull’isola, l’uragano Sinn Féin si è abbattuto sulla politica irlandese rompendo il duopolio che per quasi cento anni – dalla nascita dello stato indipendente – ha sempre portato al governo uno dei due partiti centristi, il Fine Gael del premier uscente Leo Varadkar e il Fianna Fail. I repubblicani di sinistra del Sinn Féin hanno ottenuto la percentuale di voti più alta della loro storia e sono oggi il primo partito nella Repubblica, un risultato che accelera l’avvicinamento tra le due Irlande e aumenta le probabilità di una riunificazione dell’isola, poiché il referendum per l’unità è uno dei punti centrali del programma di Sinn Féin. Gli elettori irlandesi si sono identificati nel messaggio di cambiamento lanciato dalla sua leader Mary Lou McDonald, che nel 2018 ha preso il posto occupato per oltre tre decenni da Gerry Adams. Finora McDonald aveva però raccolto solo sconfitte sia a livello locale, che alle europee e alle presidenziali dell’anno scorso, dove la candidata di Sinn Féin era arrivata appena al 6%. Ma a queste elezioni il suo partito ha ottenuto invece il 24,5% e ha conquistato 37 seggi, allargando il proprio consenso in tutto il paese. Un’affermazione che sarebbe risultata ancora più netta se la leadership del partito non avesse presentato soltanto 42 candidati, ritenendo improbabile un trionfo simile. “Non si tratta di una rivoluzione ma di un’evoluzione, che per Sinn Féin è andata ben oltre il consolidamento”, ha commentato lapidaria Theresa Reidy, analista elettorale dell’università di Cork. A rivelarsi vincente è stata la scelta di incentrare il programma sulla grave emergenza abitativa, la sanità, il taglio dei costi pubblici e l’abbassamento dell’età pensionabile. Fianna Fail e Fine Gael si sono fermati rispettivamente al 22 e al 21%, il gruppo degli Indipendenti al 15,4%, i Verdi al 7%, i laburisti al 4,4%. Lo scontento degli elettori verso quelli che fino a ieri erano i due principali partiti è apparso evidente in una delle circoscrizioni di Cork, all’estremo sud del paese. Qui il 31enne Donnchadh Ó Laoghaire, un candidato quasi sconosciuto di Sinn Féin, ha ottenuto più voti del leader di Fianna Fail, Michéal Martin e dell’ex ministro degli esteri Simon Coveney, di Fine Gael. Tuttavia lo scenario politico che si apre da oggi a Dublino appare incerto, perché Sinn Féin non ha i numeri per governare da solo e dar vita a un esecutivo di coalizione sarà tutt’altro che facile. Fine Gael ha escluso categoricamente un’alleanza con Sinn Féin e fino a due giorni fa anche il Fianna Fail era sulla stessa linea, ma poi il suo leader Michéal Martin non ha escluso la possibilità di trovare un accordo. Nel 2016 per formare un governo ci vollero due mesi e mezzo di consultazioni e anche stavolta non sarà facile. Al momento un governo Sinn Féin-Fianna Fail appare l’ipotesi più probabile ma non è escluso un ritorno immediato alle elezioni.
RM

Belfast, dopo tre anni c’è il governo

Avvenire, 11 gennaio 2020

Ci sono voluti esattamente tre anni e alcuni gravi episodi di violenza – culminati nell’aprile scorso con l’omicidio della giovane giornalista Lyra McKee – per sbloccare lo stallo politico delle istituzioni nordirlandesi che dura dal gennaio 2017, da quando l’allora vicepremier Martin McGuinness fece cadere il governo dopo un lungo scontro tra i due partiti di maggioranza dell’esecutivo condiviso. La svolta decisiva è arrivata nella notte di giovedì scorso: il Segretario britannico per l’Irlanda del Nord Julian Smith e il vicepremier irlandese Simon Coveney hanno reso pubblico un accordo di una sessantina di pagine intitolato “Nuovo decennio, nuovo approccio”, che entro lunedì prossimo dovrebbe consentire finalmente il ripristino dell’esecutivo di Stormont. “È stata la morte di Lyra McKee a dare nuova linfa ai colloqui – ha spiegato Coveney – adesso i cinque principali partiti dell’assemblea non potranno non accettare quest’intesa, che è piena di compromessi equi ed equilibrati”. Immediato il riscontro positivo degli unionisti del DUP, che per una volta sembrano aver messo da parte la loro tradizionale intransigenza. Secondo la loro leader, Arlene Foster, il documento è soddisfacente e il partito è quindi disposto sin da subito a tornare all’interno dell’assemblea di Stormont. Inizialmente più cauto, invece, l’atteggiamento dei repubblicani del Sinn Féin, la cui presidente Mary Lou McDonald ha convocato d’urgenza la direzione del partito per analizzare nel dettaglio la proposta congiunta Londra-Dublino. Ma nel tardo pomeriggio di ieri è arrivata anche la fumata bianca del Sinn Féin, che ha in pratica certificato la fine dell’impasse.

Mary Lou McDonald, presidente del Sinn Fein, annuncia il sì del suo partito all’accordo

Stavolta era difficile che il banco possa saltare di nuovo, sia perché l’imminente avvio della Brexit rende oltremodo necessario il pieno funzionamento delle istituzioni dell’Irlanda del Nord, sia perché urge dare una risposta politica agli scioperi nella sanità e nella scuola che si susseguono da mesi. Con il ripristino delle istituzioni Londra e Dublino hanno inoltre promesso che stanzieranno nuovi fondi per il settore pubblico nordirlandese, sebbene l’allegato finanziario all’intesa non ne specifichi l’entità. Tra i punti centrali dell’accordo figurano anche il riconoscimento legislativo di uno status ufficiale per la lingua irlandese, iniziative per promuovere la diversità culturale e l’eliminazione di alcuni veti per semplificare il funzionamento delle istituzioni create con l’Accordo di Pace del 1998.
RM

Addio a padre Des Wilson

Avvenire, 7 novembre 2019

Padre Desmond Wilson se n’è andato per sempre il 5 novembre scorso, all’età di 94 anni, gettando nel lutto i quartiere cattolico-nazionalista di Ballymurphy, a Belfast. Per oltre mezzo secolo era stato il sacerdote di una delle aree più derelitte della città, e durante il conflitto in Irlanda del Nord si era immedesimato totalmente nel desiderio di riscatto della popolazione svolgendo un ruolo cruciale nel processo di pace. Fin dagli anni ‘60 era stato in prima fila nella denuncia delle violazioni dei diritti umani, diventando una delle voci più autorevoli della “Chiesa dei poveri” del suo paese. Nel 1972 aveva reso pubblico un documento – poi sottoscritto da decine di religiosi – nel quale denunciava i gravi soprusi dell’esercito britannico a danno dei civili. In quegli stessi anni fondò poi la Comunità di Springhill, per contrastare l’analfabetismo e la disoccupazione dei ghetti cattolici. Non ebbe mai paura di assumere posizioni scomode, arrivando talvolta anche a sfidare le gerarchie ecclesiastiche, e attaccando ripetutamente Londra “per aver creato in Irlanda del Nord – come scrisse – il sistema di potere più antidemocratico di tutta l’Europa”.
Gli anni ‘80 lo videro protagonista della svolta: insieme al padre redentorista Alec Reid promosse i colloqui segreti che riuscirono finalmente a far dialogare i paramilitari delle opposte fazioni, favorendo il primo storico avvicinamento tra due mondi fino ad allora inconciliabili. Il suo silenzioso ma incessante lavoro di tessitura convinse infine la leadership dell’IRA a cessare la lotta armata, finché i suoi sforzi non furono coronati nel cessate il fuoco del 1994 che aprì la strada all’Accordo del Venerdì Santo, quattro anni più tardi. Gerry Adams, storico presidente del Sinn Féin, l’ha definito “una leggenda vivente”, spiegando che senza di lui non sarebbe stato possibile alcun processo di pace. In estate Father Des aveva festeggiato i settant’anni di sacerdozio, quasi tutti trascorsi alla parrocchia del Corpus Christi di Ballymurphy, che domattina ospiterà le sue esequie.
RM