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Irlanda, il presidente Higgins verso un secondo mandato

Avvenire, 25.10.2018

Michael D. Higgins, il presidente-poeta della Repubblica d’Irlanda, corre per un secondo mandato. A sfidarlo, nelle elezioni che si terranno venerdì 26 ottobre, saranno cinque candidati di cui uno soltanto – la europarlamentare del Sinn Féin, Liadh Ní Riada – è espressione diretta di un partito. Le altre forze politiche del paese hanno deciso di sostenere il presidente uscente in una corsa il cui esito appare già scritto: gli ultimi sondaggi lo danno vincitore con percentuali intorno al 70 per cento. Nel settennato che volge al termine il socialista Higgins si è guadagnato una popolarità che lo ha reso uno dei presidenti più amati nella storia dell’Irlanda. Ma i suoi detrattori sostengono che a 77 anni sia ormai troppo vecchio per un altro mandato e lo accusano di aver sperperato fiumi di denaro pubblico in spese di rappresentanza e cerimoniale. Nella scheda gli irlandesi troveranno anche i nomi di tre imprenditori – Seán Gallagher (che corse già nel 2011), l’euroscettico Peter Casey e Gavin Duffy – oltre a quello della senatrice indipendente Joan Freeman, che si è attirata non poche critiche rivendicando il suo voto contrario al referendum del maggio scorso sulla legalizzazione dell’aborto. Il presidente irlandese ha un ruolo limitato di guardiano della Costituzione e di rappresentante dello Stato negli affari internazionali, che potrebbe tuttavia rivelarsi decisivo nel prossimo futuro, di fronte alle conseguenze della Brexit sul confine irlandese. Nel gennaio prossimo sarà chiamato a firmare la legge sulla regolamentazione dell’aborto volontario che il parlamento di Dublino sta discutendo in questi mesi.
RM

Irlanda, la rivoluzione di Higgins

Avvenire, 3.10.2018

Sono trascorsi molti anni da quando Norberto Bobbio denunciò per la prima volta il cortocircuito tra etica e politica. “Il senso comune sembra aver accettato che la politica ubbidisca a un codice di regole differente e in parte incompatibile con la condotta morale” affermò il grande filosofo, le cui parole suonano oggi profetiche di fronte alla deriva cui stiamo assistendo in Italia e in altre parti del mondo. Quando nel 2014 ci capitò di incontrare il presidente della Repubblica d’Irlanda Michael D. Higgins in occasione della lunga intervista che concesse ad Avvenire, la sensazione fu quella di trovarsi di fronte a un alieno. Un poeta, un personaggio dalla grande statura morale che spiccava come un gigante nell’attuale panorama politico internazionale. Ci colpì per la sua profonda cultura e per la sua semplicità d’altri tempi, la stessa che gli irlandesi hanno avuto modo di apprezzare in questi anni in cui, pur essendo il presidente, l’hanno visto comportarsi come un comune cittadino, passeggiare con i suoi cani, fare la fila al bancomat. “In politica la penso esattamente come papa Francesco – ci aveva detto in quell’intervista – per secoli il mondo occidentale si è battuto per raggiungere una forma compiuta di democrazia. Ma adesso è condizionato dalla gestione tecnocratica di un singolo modello economico che è incapace di affrontare una gigantesca bolla speculativa, e che sta di fatto rendendo schiavo il mondo”. Grande intellettuale ma al tempo stesso uomo profondamente impegnato nella sfera pubblica, Higgins incarna alla perfezione il rapporto simbiotico che la cultura e la politica hanno da sempre nel suo paese, è l’esempio tangibile di come la letteratura e i diritti civili, la poesia e la lotta pacifista possano dialogare fino a completarsi a vicenda. Negli anni la sua opera poetica ha dato forma alle grida dei poveri, degli emarginati e di tutti i senza voce, mentre il suo impegno politico è stato improntato con coerenza a una critica radicale nei confronti delle tendenze neoliberali e populiste. Della sua ricca produzione letteraria era già uscita in Italia la raccolta Il tradimento e altre poesie (Del Vecchio editore), ma il pubblico italiano non aveva finora avuto occasione di conoscere il profilo politico di “Michael D”, come viene chiamato affettuosamente dagli irlandesi. Per colmare questa lacuna viene adesso pubblicato per la prima volta in Italia un piccolo ma significativo libro che raccoglie alcuni suoi recenti discorsi sulla pace, la cooperazione internazionale, i diritti civili e l’emancipazione femminile. Si chiama Donne e uomini d’Irlanda. Discorsi sulla rivoluzione (Aguaplano editore, traduzione e introduzione di Enrico Terrinoni) ed evoca alcuni momenti decisivi del ‘900 irlandese testimoniando la volontà di un ritorno a principi basilari dell’umanità come l’uguaglianza, la pari dignità, il rifiuto della guerra e del razzismo, la forza di schierarsi dalla parte dei deboli e di respingere ogni pensiero dominante. Pur citando alcuni snodi cruciali della recente storia dell’Irlanda (in primo luogo l’insurrezione di Pasqua del 1916) è una lettura che assume ben presto un respiro universale. D’altra parte non è un caso che persino un grande storico del XX secolo come Eric Hobsbawm abbia affermato che la rivolta irlandese ‘16 favorì e accelerò il processo di decolonizzazione, e sia stata d’esempio per altri paesi in lotta per l’emancipazione come India, Australia e Sudafrica. Higgins si sofferma sulla visione politica lungimirante ed egalitaria del movimento indipendentista e del suo leader storico, il socialista James Connolly, e usa tutta la sua autorevolezza di poeta-presidente per correggere alcune ingiustizie promosse da una storiografia di parte che – al pari di quanto accaduto per la Resistenza italiana – ha messo ad esempio la sordina al ruolo svolto dalle donne in quella rivolta che segnò l’atto fondativo dell’Irlanda moderna. Finora la storia ha infatti ingiustamente trascurato il contributo fondamentale di figure come Leslie Price, Kathleen Browne, Margaret Skinnider e tante suore cattoliche che si prodigarono in un periodo in cui l’accesso all’istruzione e alle carriere professionali era quasi precluso alle donne. Ma appare soprattutto inspiegabile, fa notare Higgins, che sia caduto nell’oblio un personaggio straordinario come Eva Gore-Booth, pacifista, suffragetta e sindacalista che si batté per i diritti delle lavoratrici e difese l’obiezione coscienza contro la coscrizione obbligatoria durante una fase storica dominata dal militarismo, come quella della Prima guerra mondiale.
Dopo aver viaggiato a lungo in America Latina prima di diventare presidente, Higgins si dice ormai convinto – citando Eduardo Galeano – che il sistema capitalista abbia sacrificato la giustizia in nome della libertà mentre il cosiddetto “socialismo reale” abbia invece sacrificato la libertà in nome della giustizia. La sfida del nuovo millennio è dunque quella di cercare di farle camminare insieme, con pari dignità. “Ci siamo avvicinati a un punto di crisi politica, sociale, culturale ed ecologica – afferma in un discorso pronunciato a Cuba – che richiede l’articolazione di nuovi modelli di coesistenza, di sviluppo e di cooperazione internazionale. Da qui la necessità di imboccare la strada di uno sviluppo socialmente sostenibile, legato alla promozione della libertà politica e dei diritti civili, lontano da ogni forma di autoritarismo”. Ormai giunto al termine del suo primo mandato, Higgins cercherà di essere confermato alle elezioni del 26 ottobre prossimo, forte di una popolarità che l’ha fatto diventare uno dei presidenti più amati nella storia dell’Irlanda. Una figura, quella del presidente irlandese, che pur essendo eletta dal popolo ha un ruolo assai limitato di guardiano della Costituzione e di rappresentante dello Stato negli affari internazionali. Ma con il potere della parola, della cultura e con il suo esempio di moralità, Higgins è riuscito a dare una lezione di umanesimo che ha varcato i confini del suo paese e ha lanciato un segnale di speranza e ottimismo per il futuro.
RM

Il sogno spezzato del Belfast Celtic

Avvenire, 7.9.2018

La leggenda del Belfast Celtic finì per sempre nella notte di Santo Stefano del 1948. Nell’Irlanda del Nord di quegli anni, in preda al settarismo e alla violenza, non poteva esserci spazio per una squadra che pur rappresentando la parte indipendentista e cattolica di una città divisa praticava la tolleranza e l’inclusione, tesserava giocatori di qualsiasi confessione religiosa e vantava tifosi anche nei quartieri protestanti.

Una formazione del Belfast Celtic

Il 26 dicembre di settant’anni fa, quel club capace di vincere decine di titoli nazionali e di formare alcuni dei più grandi giocatori del calcio irlandese disputò la sua ultima partita nello stadio di Windsor Park, già teatro negli anni precedenti di gravi episodi di violenza aizzati dalle divisioni politico-sociali. Ventisettemila spettatori infreddoliti assistettero all’ennesimo derby cittadino con il Linfield, una squadra da sempre dichiaratamente lealista e anti-cattolica, al cui interno vigeva la regola non scritta di tesserare soltanto giocatori protestanti. A pochi minuti dal fischio finale, con il Celtic in vantaggio per uno a zero, il Linfield trovò all’improvviso l’insperato gol del pareggio. Sugli spalti si scatenò il finimondo: i tifosi della squadra di casa invasero il campo per festeggiare la rete ma poi si avventarono sui giocatori avversari, ferendone tre in modo grave. Ad avere la peggio fu il giovane centravanti Jimmy Jones, considerato un traditore perché era protestante ma giocava con gli odiatissimi rivali del Celtic. Il branco lo aggredì, lo picchiò a sangue e gli spezzò una gamba. Jones riuscì a salvarsi quasi per miracolo con l’aiuto dei suoi compagni ma poté riprendere l’attività agonistica soltanto due anni dopo, reduce da una serie di delicati interventi chirurgici. In passato, soprattutto ai tempi della guerra d’indipendenza, i derby tra le due principali squadre di Belfast erano stati segnati persino da sparatorie tra i tifosi ma stavolta era stato oltrepassato ogni limite. Quella notte stessa i dirigenti del Celtic decisero di ritirare la squadra dal campionato e di non partecipare ai campionati successivi. Giocare a calcio era diventato troppo pericoloso. Alcuni anni dopo la squadra più gloriosa della città fu sciolta definitivamente. Si concludeva così, dopo una storia costellata da epiche vittorie e da tragici incidenti con le tifoserie lealiste, la leggenda del “Grand Old Team”, una squadra nata per dare un’opportunità di riscatto alla derelitta comunità cattolica di Belfast. Non solo il nome ma anche le maglie bianco-verdi erano un omaggio al Celtic di Glasgow, la squadra degli emigranti irlandesi in Scozia. E persino lo stadio, il grandioso Celtic Park che poteva contenere ben 55000 spettatori, era stato ribattezzato “Paradise” dai tifosi, proprio come a Glasgow. Oggi quel mitico impianto non esiste più – è stato abbattuto per lasciare spazio a un centro commerciale – ma nel cuore del ghetto cattolico di West Belfast una targa, al numero 88 di Falls Road, ricorda il luogo esatto dove fu fondato il club che è rimasto vivo nella memoria popolare fino ai giorni nostri.
Quella del Belfast Celtic è una delle tante storie contenute in The Poppy e the Lily. Calcio ed etnia a Belfast (Urbone publishing) di Gianluca Cettineo, un libro che racconta le divisioni politiche, sociali e culturali dell’Irlanda del Nord dall’angolatura insolita ma illuminante dei campi di calcio. La geografia urbana, a Belfast, ricalca tali divisioni in modo simmetrico: il Linfield fu fondato nel lontano 1866 a Sandy Row, un quartiere del centro solitamente ostile ai cattolici, da una comunità di operai protestanti affiliati all’Ordine d’Orange. La sua prima uniforme di gara bianca, rossa e blu richiama i tradizionali colori dell’Union Jack britannica mentre la seconda maglia è arancione proprio in onore dell’Orange Order. La squadra dei quartieri protestanti di Belfast est è invece il Glentoran, il secondo club più titolato del paese, famoso anche perché negli anni ‘60 scartò un giovane di Belfast che sarebbe diventato uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi: George Best. Sui muri della città può capitare ancora oggi di imbattersi nella scritta “Maradona good, Pelè better, George Best”, l’orgogliosa rivendicazione di aver dato i natali a un campionissimo. Ma dopo di lui il calcio nordirlandese non ha prodotto molto altro, nonostante la clamorosa qualificazione agli europei 2016. Tra i nomi da ricordare, in passato, figurano soltanto Charlie Tully, colonna del Celtic Glasgow negli anni ‘50, e Patrick O’Connell, celebre allenatore che guidò il Barcellona negli anni tra le due guerre mondiali.

George Best ricordato su un murale di Belfast

Dopo la scomparsa del Belfast Celtic, gli indipendentisti cattolici della capitale tifano quasi tutti per i biancorossi del Cliftonville, che giocano i match interni nel piccolo “Solitude”, lo stadio dell’enclave cattolica di Ardoyne, a Belfast nord. Negli ultimi anni la squadra ha adottato una decisa politica anti-settarismo e la sua tifoseria organizzata partecipa attivamente alla vita del club, persino occupandosi della raccolta dei rifiuti e delle pulizie dentro lo stadio.
Il conflitto ha segnato anche la storia del Derry Football club, la squadra del ghetto cattolico di Bogside dove ebbe luogo la strage della “Bloody Sunday” del 1972, quattordici civili massacrati dai paracadutisti inglesi durante un corteo per i diritti civili. I bianco-rossi di Derry non sono scomparsi come il Celtic ma sono stati ostracizzati e costretti ad auto-esiliarsi al di là del confine. Dopo anni di violenti scontri con i tifosi delle squadre protestanti, nel 1971 la polizia chiuse il loro stadio per motivi di sicurezza, obbligando il club a giocare le partite casalinghe nella vicina città di Coleraine, a maggioranza protestante. Nel 1985, con l’intercessione della Fifa, il club di Derry è infine ‘emigrato’ nella Lega calcistica della Repubblica irlandese, dove milita ancora con ottimi risultati, tra i quali spicca uno storico “triplete” di trofei nazionali, nel 1989. Neanche l’accordo di pace siglato vent’anni fa è riuscito a spegnere del tutto le tensioni negli stadi e il football in Irlanda del Nord continua a essere uno dei modi in cui si manifesta lo scontro identitario tra repubblicani cattolici e unionisti protestanti. I cori delle curve – opportunamente citati nel libro di Cettineo – trasudano ancora un odio ancestrale che è capace persino di irridere un’immane tragedia come la Grande Carestia del XIX secolo.
RM

La contea “ribelle” d’Irlanda teme i viaggi dell’aborto

Avvenire, 21.8.2018

Migliaia di croci bianche lungo la strada che collega Letterkenny a Bridge End, e unisce il centro urbano più popoloso del Donegal al confine con l’Irlanda del Nord. Erano stati gli attivisti Pro-Life della zona a piantarle ai bordi della carreggiata, in una sola notte, alcuni giorni prima dello storico referendum che ha azzerato in un colpo solo la legislazione irlandese sull’aborto. “Quelle croci rappresentavano le vite che saranno sacrificate in Irlanda ogni anno con la vittoria del Sì”, ha spiegato una volontaria che ha voluto restare anonima per non rischiare problemi con la polizia locale. Sono state rimosse una ad una qualche giorno prima del voto ma quella protesta silenziosa e spettacolare ha lasciato il segno, anticipando in un certo senso l’esito delle urne. Il Donegal, la contea ribelle, una delle anime più autentiche dell’antica Irlanda, ha detto di nuovo “No”, andando ancora una volta in direzione ostinata e contraria rispetto al resto del paese. È stata l’unica delle ventisei contee della Repubblica dove la maggioranza dell’elettorato si è espressa contro l’abolizione dell’Ottavo emendamento alla Costituzione, che dal 1983 equiparava il diritto alla vita della madre a quello del nascituro. Qui il “No” ha prevalso con il 52%, mentre a livello nazionale ha raggiunto appena il 33,5%. Il divario appare assai più netto nelle aree rurali e insulari del Donegal a ridosso del confine con il Nord, dove sono stati registrati picchi fino al 70%. D’altra parte nel Dún na nGall – questo il nome gaelico dell’area – sono stati respinti ben otto dei dieci referendum indetti da Dublino negli ultimi vent’anni, a cominciare da quello sul divorzio nel 1995, che fu bocciato con oltre il 60% dei voti.
Situata nella zona nord-occidentale dell’isola e affacciata sull’Oceano Atlantico, la contea del Donegal è collegata soltanto da un piccolo lembo di terra al resto della nazione, dal quale si differenzia sotto tutti i punti di vista. Non è un caso che fino a qualche anno fa uno degli slogan turistici più in voga nella regione fosse “Up here it’s different (“Quassù è diverso”). La città più grande è Letterkenny – non più di ventimila abitanti – ma il capoluogo è Lifford, minuscola cittadina di appena millesettecento anime a meno di mezz’ora di macchina da Derry. Il Donegal ricade sotto la sovranità della Repubblica d’Irlanda ma fa parte della provincia dell’Ulster, poiché insieme a Cavan e Monaghan è una delle tre contee che ai tempi della divisione del paese non furono incluse nell’Irlanda del Nord. D’altra parte il confine artificiale imposto dagli inglesi nel 1921 mirava a creare uno staterello protestante, e a tale scopo risultò indispensabile escludere dall’Irlanda del Nord le contee a maggioranza cattolica. Dopo la divisione l’area fu tagliata fuori dal resto dell’isola, l’economia locale subì un crollo verticale e a causa della sua posizione geografica fu anche una delle contee più colpite dal conflitto. L’identità del Donegal affonda le sue radici nei secoli precedenti: i suoi abitanti sono da sempre profondamente orgogliosi di aver dato i natali a uno dei dodici apostoli della scuola di San Finnian di Clonard, quel San Columba di Iona che dopo aver fondato decine di comunità monastiche in Irlanda e in Scozia sarebbe diventato uno dei tre santi patroni d’Irlanda, insieme a Patrizio e Brigida. Ma il Donegal è anche la terra di Brian Friel, uno dei più grandi drammaturghi irlandesi contemporanei, e di un gigante del rock come il compianto chitarrista Rory Gallagher.
Il giorno dopo lo storico referendum sull’aborto, le strade delle città e dei villaggi della contea erano già state ripulite dai manifesti elettorali e la gente aveva poca voglia di parlare, quasi come se quel voto non ci fosse mai stato e si cercasse in un certo senso di rimuoverlo. Ma quando l’esito delle urne è risultato chiaro, i social network hanno iniziato a infiammarsi vomitando insulti d’ogni genere contro gli abitanti della regione dissidente, rei di essersi pronunciati in maggioranza per il “No”, proprio come accadde nel 2015 quando la contea di Roscommon votò controcorrente al referendum sulle nozze gay. Nella suggestiva cittadina costiera di Buncrana, padre Francis Bradley si è rivolto ai fedeli durante l’omelia domenicale dall’altare dell’oratorio di Santa Maria, affermando che devono sentirsi orgogliosi “di aver tenuto duro contro la reintroduzione della pena di morte per le vittime innocenti”. La stampa nazionale ha ricordato che il Donegal ha la popolazione più anziana del paese e anche il più alto numero di fedeli che vanno a messa, e si è affrettata a concludere che il voto è stato in parte una ripicca nei confronti di Dublino, poiché tra la gente del posto è forte la convinzione di essere sempre stati ignorati dal governo centrale, anche nei periodi di crisi. Mentre le straordinarie bellezze naturali dell’area richiamano sempre più turisti, i principali nodi irrisolti continuano a essere l’assenza di collegamenti stradali e ferroviari e la crescente disoccupazione giovanile. Soltanto per fare un esempio, l’ampliamento dell’autostrada Derry-Dublino promessa oltre un decennio fa rimane tuttora lettera morta. A non condividere una lettura tutta “politica” del voto è Ann McCloskey di Cherish All The Children Equally, un’associazione ispirata ai principi della storica Proclamazione di Pasqua del 1916. “La vittoria del No da queste parti è il risultato del duro lavoro che abbiamo svolto in questi mesi – ci dice – i nostri volontari hanno compreso fin dall’inizio quale fosse la posta in gioco e si sono impegnati in una campagna capillare, lavorando senza sosta”. Secondo McCloskey c’è stato invece un grave problema di disinformazione nel resto del paese. “Sulla stampa non si faceva altro che parlare di stupri, di incesti o di anomalie del feto. Si sentivano continue menzogne, ad esempio che alle donne venissero negate le terapie anti-cancro durante la gravidanza, mentre in realtà la battaglia era volta soltanto a ottenere l’aborto su richiesta nelle prime dodici settimane”.
Quando sarà approvata la legge che liberalizzerà l’interruzione di gravidanza in tutta la Repubblica d’Irlanda – entro l’inizio del 2019, stando agli annunci del primo ministro Varadkar – il Donegal potrebbe persino ritrovarsi in una situazione paradossale. Rischia infatti di diventare in breve tempo una delle aree del paese con il più alto tasso di aborti: trovandosi al confine con l’Irlanda del Nord – dove l’aborto resta illegale – è facile prevedere che d’ora in avanti le donne nordirlandesi che vogliono abortire non avranno più motivo di prendere l’aereo per l’Inghilterra ma sceglieranno piuttosto di recarsi nel Donegal, a pochi chilometri da casa. Le statistiche ufficiali del ministero della Sanità britannico hanno registrato 724 casi nel 2016 e nei giorni scorsi l’attuale ministro per le politiche giovanili di Dublino, Katherine Zappone, ha persino lanciato una sorta di appello in tal senso alle donne del Nord. Intanto l’IMO, il sindacato dei medici irlandesi, ha iniziato a fare pressione perché la nuova legge tuteli perlomeno la libertà di scelta dei medici obiettori.
RM

Graziato il martire di Maumtrasna, vittima di razzismo

Venerdì di Repubblica, 4.5.2018

Ci sono voluti 135 anni e un’approfondita ricerca storica per chiudere definitivamente uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia britannica recente. Nel 1882 il sessantenne Maolra Seoighe conosceva soltanto la sua lingua natale, il gaelico irlandese, quando fu accusato ingiustamente di un brutale eccidio e condannato a morte dopo un processo che si svolse tutto in inglese, nel quale lui non riuscì neanche a comunicare con il suo avvocato. Morì da innocente quello stesso anno, impiccato nel carcere di Galway. Il 4 aprile scorso l’attuale presidente della Repubblica d’Irlanda Michael D. Higgins gli ha concesso la grazia postuma, affermando che la sua condanna fu un’ingiustizia dettata solo da motivazioni di tipo razziale. All’epoca l’Irlanda era ancora una colonia inglese e le autorità britanniche – ha spiegato lo stesso Higgins – non trattavano gli irlandesi alla stregua degli altri popoli civilizzati. I fatti si svolsero a Maumtrasna, un paesino del Connemara, all’estremità occidentale dell’Irlanda, dove il 17 agosto 1882 un’intera famiglia fu sterminata per vendetta dopo un furto di bestiame. Otto uomini della zona furono incriminati e processati per il massacro. Tre di questi (tra cui Seoighe) vennero condannati a morte, gli altri finirono invece all’ergastolo.

Maolra Seoighe (anglicizzato in Myles Joyce)

Alcuni anni più tardi si occupò del caso anche James Joyce, in uno degli articoli scritti in italiano per il quotidiano Il Piccolo della Sera, durante la sua permanenza a Trieste. L’autore di Ulysses ricostruì la cronaca del processo descrivendo l’aula del tribunale, sulla quale aleggiavano sentenze già scritte contro imputati che non potevano difendersi in alcun modo. “Maolra Seoighe gesticolava, facendo appello agli altri imputati, al cielo, e di fronte alle domande del giudice, si rimetteva a parlare, a protestare, a gridare, quasi fuori di sé dall’angoscia di non farsi capire, piangendo d’ira e di terrore”. Prima dell’esecuzione l’uomo era stato persino scagionato dagli altri due condannati all’impiccagione, che ammisero invece la loro colpevolezza. Ma neanche quello bastò per salvargli la vita. Un paio d’anni dopo, uno dei testimoni chiave dell’accusa confessò che la sua deposizione davanti al giudice era completamente falsa. Recenti ricerche storiche hanno poi rivelato che il pubblico ministero aveva distrutto prove fondamentali e soprattutto che Lord John Spencer, all’epoca rappresentante della Corona in Irlanda (nonché prozio degli attuali principi William e Harry), aveva ricompensato i testimoni con laute somme di denaro. L’equivalente, oggi, di circa 157mila euro a testa. La clemenza presidenziale è stata possibile anche grazie al lavoro di David Alton, un parlamentare britannico la cui madre era nativa di Maumtrasna. Dopo aver condotto una lunga campagna per la verità, Alton ha anche fatto notare che la lontana vicenda di Maolra Seoighe è drammaticamente speculare ad alcuni casi di giustizia discriminatoria anti-irlandese avvenuti durante il conflitto degli anni ‘70: quelli dei “Quattro di Guildford” e dei “Sei di Birmingham”, ingiustamente condannati all’ergastolo sulla base di prove false, la cui innocenza fu risconosciuta soltanto molti anni dopo.
RM