I Giusti di Cotignola

Avvenire, 3 marzo 2021

Oltre alla Nonantola di don Arrigo Beccari vi fu un altro comune italiano che durante la Seconda guerra mondiale si mobilitò per salvare gli ebrei dalla ferocia nazi-fascista. Forse meno noto ma ugualmente degno di essere ricordato come esempio di coraggio e resistenza alla barbarie. È Cotignola, piccolo centro della bassa Romagna in provincia di Ravenna, dove tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945 l’intera popolazione – circa seimila abitanti – fece di tutto per impedire la deportazione degli ebrei nei campi di concentramento. E ci riuscì. Tutti uniti in un’impresa eroica che salvò la vita a quarantuno persone sfollate da Bologna e da altre località italiane. Continua a leggere “I Giusti di Cotignola”

L’inferno ucraino di Zhadan

Avvenire, 22 gennaio 2021

Gli echi dell’ultima guerra europea ci sono arrivati da lontano, quasi impercettibili. Abbiamo smesso di ascoltarli troppo presto, anche prima che scoppiasse la pandemia, fino quasi a dimenticarci che nella remota periferia orientale del Vecchio continente prosegue ancora oggi un conflitto scoppiato nella primavera del 2014. Solo l’arma potente della letteratura poteva riportarcelo alla memoria fino a farcene percepire i suoni, gli odori e le sensazioni ma rifuggendo al tempo stesso ogni retorica. Ci è riuscito alla perfezione Serhij Zhadan, considerato il più importante scrittore ucraino contemporaneo, con un poderoso affresco sugli orrori e le assurdità di una guerra che “non ha niente di eroico, di ideologico o di predeterminato”. Continua a leggere “L’inferno ucraino di Zhadan”

Igiene e distanziamento: così il ghetto di Varsavia sconfisse il tifo

Avvenire, 12 dicembre 2020

Per lo storico polacco Emanuel Ringelblum, fondatore dell’archivio del Ghetto di Varsavia, si trattò di un fenomeno semplicemente inspiegabile. Negli appunti ritrovati dopo la sua fucilazione da parte dei nazisti, lo studioso spiegava che quell’epidemia di tifo scoppiata nel ghetto all’inizio del 1941 doveva aumentare in modo esponenziale fino a raggiungere il suo picco in autunno. Invece la curva dei contagi calò improvvisamente del 40 percento fino a svanire del tutto proprio in concomitanza con l’arrivo del freddo, senza alcuna apparente spiegazione razionale. Continua a leggere “Igiene e distanziamento: così il ghetto di Varsavia sconfisse il tifo”

Sabra e Shatila: ce lo dissero le mosche

di Robert Fisk – settembre 1982

Robert Fisk, morto ieri all’età di 74 anni, era probabilmente il più grande reporter di guerra vivente. Quello che segue è il celebre reportage che scrisse dal campo profughi palestinese di Sabra e Chatila, dopo il massacro del 1982.

“Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito – a legioni – sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare. Continua a leggere “Sabra e Shatila: ce lo dissero le mosche”

Kjasif, testimone e vittima dei crimini serbi

Avvenire, 12 settembre 2020

“Temo che stiano venendo a prendere anche me. Eccoli, stanno arrivando, sento i loro passi. Temo che questa sia la mia ultima corrispondenza…”. Si conclude con queste poche righe strazianti l’ultimo manoscritto che il giornalista bosniaco Kjasif Smajlovic riuscì a trasmettere la mattina del 9 aprile 1992 alla redazione del quotidiano Oslobodenje dalla sua città, Zvornik, stretta sotto assedio dalle truppe irregolari serbe. Sembra di sentirli, i calci alla porta del suo ufficio, le grida e gli improperi, le inutili richieste d’aiuto e di pietà, a precedere i colpi, gli spari, il sangue. Sembra di rivedere al rallentatore gli ultimi e interminabili istanti di vita di un uomo che aveva deciso di non scappare di fronte alla violenta aggressione del suo paese. Avrebbe potuto andarsene, come avevano fatto molti altri. Ma scelse di restare. Fino all’ultimo rimase nel suo ufficio per inviare corrispondenze alla redazione di Sarajevo. Continua a leggere “Kjasif, testimone e vittima dei crimini serbi”

Sul web il più grande archivio mondiale sulle vittime del nazismo

Avvenire, 18 luglio 2020

Fino a poco tempo fa sembrava una sfida affascinante ma troppo velleitaria per poter essere realizzata in tempi brevi. Poi è arrivata la pandemia e nelle lunghe settimane di isolamento domestico migliaia di persone di tutto il mondo si sono fatte coinvolgere nel progetto che porterà alla completa digitalizzazione del più grande archivio mondiale sulle vittime del nazismo. Era iniziato tutto quasi per caso, all’inizio dell’anno, quando a un gruppo di studenti delle scuole superiori tedesche era stato chiesto di contribuire all’inserimento sul web dei dati degli Arolsen Archives, il cosiddetto “archivio della Shoah”, ovvero ciò che resta dell’ossessione nazista di documentare e catalogare ogni singolo aspetto dello sterminio. Situato nella piccola cittadina tedesca di Bad Arolsen, l’archivio custodisce un patrimonio di oltre quaranta milioni di documenti sulla persecuzione nazista, il lavoro forzato e i sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale. Continua a leggere “Sul web il più grande archivio mondiale sulle vittime del nazismo”

Siria, la speranza abita in una biblioteca segreta

Avvenire, 27 novembre 2019

Amjad, il piccolo bibliotecario di Daraya

Solo in un paese distrutto dalla guerra e in una città assediata, i cui abitanti sono ridotti alla fame e presi di mira dai cecchini, si può comprendere fino in fondo quanto sia straordinario il potere salvifico dei libri. Era il 2013 e da due anni la città siriana di Daraya, alla periferia meridionale di Damasco, si trovava stretta nella morsa dell’assedio delle forze governative di Assad, quando un gruppo di giovani abitanti iniziò a rovistare tra le macerie delle case e degli uffici distrutti, nei negozi e nelle cantine. Molti di loro erano ex studenti universitari che, mossi da un coraggio poetico e da una lucida follia, si misero alla ricerca dei libri rimasti sepolti sotto la terrificante devastazione della città. Mettendo a rischio la loro stessa vita. Una volta trovati, quelli rimasti integri li avvolgevano in pezzi di stoffa – quasi fossero vittime umane della guerra – e li trasportavano nel sottosuolo di un palazzo semidistrutto. In poco tempo furono allineate alle pareti delle stanze lunghe file di libri di tutte le dimensioni e di tutti i generi, antichi e moderni, alcuni dei quali – soprattutto i testi di medicina e i manuali tecnici – avrebbero consentito a molti giovani di continuare gli studi interrotti a causa della guerra. Mentre nelle strade rimbombavano le esplosioni e i colpi di mortaio, i sotterranei del palazzo si trasformarono in un’oasi di pace e tranquillità, un luogo dove si alimentava la speranza nel futuro e si faceva crescere il senso di comunità tra la popolazione assediata. La “biblioteca segreta” prese forma in un’area della città che era stata quasi completamente rasa al suolo, all’esterno non c’era niente che segnalava la sua presenza e lasciava credere che non vi fosse nient’altro da bombardare. Ma dentro c’era quasi sempre il giovanissimo Amjad, il libraio appena 14enne, che annotava in un grande registro i libri presi in prestito e poi si rimetteva a leggere. Con il trascorrere del tempo, in mezzo agli scaffali e ai sacchi di sabbia, vennero organizzati gruppi di lettura settimanali, lezioni di inglese, matematica e storia, dibattiti sulla letteratura e la religione. Quella raccontata dal reporter della Bbc Mike Thomson nel suo libro Syria’s Secret Library. Reading and Redemption in a Town Under Siege è la storia quasi incredibile di un luogo straordinario e delle persone che l’hanno reso possibile. Il ritratto appassionato e a tratti commovente di chi non ha voluto arrendersi di fronte all’orrore. “Durante l’assedio nacque il dilemma di promuovere le attività della biblioteca senza comprometterne la sicurezza”, ci spiega, “e temendo che potesse diventare un bersaglio dell’esercito siriano fu utilizzato il semplice passaparola tra le persone”.
Il regime considerava Daraya una roccaforte dei ribelli perché per anni la popolazione era scesa in piazza periodicamente reclamando riforme. Durante l’assedio era rimasto appena un decimo degli oltre ottantamila abitanti che ci vivevano prima della guerra, e ogni giorno le persone erano costrette a fare i conti con i bombardamenti, la scarsità di cibo, il razionamento dell’acqua e dell’elettricità. “Non deve stupire che in condizioni simili qualcuno possa pensare ai libri – sostiene Thomson – poiché, come mi diceva uno dei fondatori della biblioteca, l’anima ha bisogno dei libri proprio come il corpo ha bisogno del cibo”.
Com’è venuto a sapere dell’esistenza della biblioteca?
Mi sono imbattuto in questa storia mentre stavo seguendo per la Bbc l’assedio di Daraya da parte delle forze governative siriane. Durante un’intervista mi capitò di chiedere a un abitante come facevano le persone a resistere sul piano psichico alla fame, alle bombe e ai cecchini. Quell’uomo mi parlò di un luogo segreto nel sottosuolo di un palazzo semidistrutto che funzionava come una biblioteca, al cui interno lui e altri si recavano a volte per cercare rifugio. Quel luogo, mi spiegò, è stato trasformato in un mondo di pace e conoscenza. Fu allora che cominciai a indagare per trovarlo.
Perché queste persone sono rimaste a Daraya e non hanno cercato di scappare come hanno fatto molti altri siriani?
Me lo sono chiesto a lungo anch’io. La risposta più frequente era che se avessero lasciato Daraya, il luogo dove molti di loro erano nati ed erano sempre vissuti, con ogni probabilità non avrebbero più potuto farvi ritorno. Molti di quelli che erano rimasti erano giovani e da anni manifestavano contro il regime, quasi sempre in modo pacifico. Erano convinti che valesse la pena restare lì, nella speranza che a breve le cose potessero migliorare. Purtroppo sono stati costretti a ricredersi. Stando a contatto con loro mi sono anche convinto di quanto certe notizie su di loro fossero false. Daraya, in particolare, ha una lunga storia di proteste pacifiche e gran parte della popolazione è assai più interessata alla penna che alla spada.
Ma da cosa deriva tutta questa devozione per i libri, in una realtà dove la gente veniva uccisa o moriva di fame?
Anas, uno dei fondatori della biblioteca, mi ha spiegato che è stato anche un antidoto alla disperazione, un buon motivo per continuare a sentirsi vivi in quell’inferno. La guerra civile ha oscurato, direi che ha quasi cancellato, la grande eredità culturale e letteraria del paese e la biblioteca segreta di Daraya rappresenta un simbolo della lunga ricerca del sapere del popolo siriano. Abdel, un altro dei ragazzi, mi ha detto che la biblioteca è stata talmente importante per loro che un giorno, quando avranno finalmente fatto ritorno nella loro città, la riapriranno di nuovo.
Com’è riuscito a intervistare gli organizzatori e gli utenti della biblioteca e a raccogliere il materiale per questo libro?
Usando Skype, WhatsApp e la posta elettronica. Ho trascorso mesi a intervistare i volontari della biblioteca e le persone che vi si recavano. Devo dire che non è stato affatto facile, a causa della connessione internet che spesso saltava o era periodicamente interrotta. Tuttavia le forze governative non hanno mai oscurato completamente i mezzi di comunicazione per evitare di sottrarli anche ai loro stessi soldati.
Nell’agosto 2016, dopo quattro anni di bombardamenti, i ribelli e le forze governative hanno stabilito finalmente un cessate il fuoco su Daraya. Cos’è successo da allora?
Migliaia di civili sono stati evacuati e hanno lasciato alle loro spalle le rovine della città. Molti di loro sono andati a Idlib, vicino al confine turco-siriano, altri si sono invece spostati in Turchia dove sono riusciti anche a continuare gli studi. Altri ancora si sono invece rifiutati di lasciare il paese e vivono nella speranza di poter tornare a Daraya, prima o poi. Purtroppo negli ultimi mesi i cacciabombardieri russi e siriani hanno continuato a colpire Idlib e la conta dei morti continua a salire. Per questo sono molto sollevato quando ricevo notizie dalle persone che conosco, e mi confermano che stanno bene. Due dei ragazzi della biblioteca si sono rifugiati in Italia, dove si sono sposati e hanno avuto dei bambini.
RM

Il naufragio dell’Arandora Star diventa un romanzo

Avvenire, 13 novembre 2019

Decenni di silenzi, censure ed equivoci hanno avvolto nell’oblio la terribile vicenda dell’Arandora Star, la nave britannica piena di internati italiani che affondò nell’Atlantico il 2 luglio 1940. Oltre quattrocento civili italiani furono uccisi da un siluro lanciato dagli alleati tedeschi pochi giorni dopo l’ingresso in guerra dell’Italia. Un’immane tragedia riemersa dal dimenticatoio della Storia soltanto in anni recenti, grazie agli approfonditi studi storici che sono riusciti finalmente a gettare luce sulla dinamica della strage. Dopo la dichiarazione di guerra di Mussolini gli italiani che vivevano in Gran Bretagna divennero improvvisamente dei nemici. Centinaia di essi si ritrovarono nella scomoda condizione di stranieri indesiderati e finirono rinchiusi nei campi di internamento, sospettati di simpatie fasciste e di legami più o meno diretti con il regime. Una celebre espressione di Winston Churchill – “Collar the Lot” (“metteteli tutti al guinzaglio”) – ricorda la misura preventiva contro lo spionaggio che stabilì l’internamento di tutti i cittadini originari dei paesi nemici. Il 1° luglio 1940 dal porto di Liverpool salpò l’Arandora Star, una nave da crociera britannica requisita per esigenze belliche e carica di internati civili. Era diretta in un campo di prigionia canadese ma poche ore dopo la partenza venne silurata e affondata da un U-Boot tedesco al largo delle coste irlandesi. Da questa tragedia, nella quale persero la vita 805 civili di cui 446 italiani, prende spunto il romanzo di Maura Maffei, Quel che abisso tace (Parallelo45 edizioni). Un’opera nata in seguito alla casuale scoperta della parentela che lega l’autrice a una delle vittime: il giornalista Cesare Vairo, all’epoca corrispondente dall’Inghilterra di alcune testate italiane. Vairo è una delle figure – alcune realmente esistite, altre frutto di fantasia – che riprendono vita nel romanzo animando prima il campo d’internamento britannico di Whart Mills, poi la nave destinata a una fine tragica. Mantenendo un equilibrio costante tra verità e immaginazione, e nonostante il comprensibile trasporto emotivo, l’autrice riesce a rendere giustizia a una storia maledetta. Per tanti, troppi anni l’Arandora Star si è portata dietro una fama tanto terribile quanto ingiusta, ovvero quella di essere una nave carica di oppositori fascisti. A bordo c’erano invece molti antifascisti convinti e persino alcuni ebrei scappati dall’Italia dopo la promulgazione delle Leggi razziali. Furono tutti vittime innocenti di un crimine di guerra – ribadisce Maffei – poiché fu apertamente violata la Convenzione Ginevra del 1929. La nave non esponeva infatti alcun segnale che potesse far identificare la sua funzione, come ad esempio il simbolo della Croce Rossa, e prima di salpare era stata ridipinta di grigio divenendo quindi facilmente scambiabile con un mercantile militare. Né all’equipaggio, né agli internati furono inoltre date istruzioni sulle procedure d’emergenza. Ma non vi fu alcuna pietà neanche per i sopravvissuti, che pochi giorni dopo il naufragio vennero di nuovo imbarcati su un’altra nave destinata in Australia. Il dramma più grande fu però l’indifferenza della stampa italiana asservita al regime che ignorò le vittime della tragedia. Ad aprire uno squarcio di speranza di fronte a tanto dolore c’è almeno il potere della finzione, che dà forma all’epilogo immaginifico di questo romanzo.
RM

Il diario di Renia, l’Anne Frank polacca

Avvenire, 1 ottobre 2019

“C’è sangue ovunque io mi giri. Lo sterminio è terribile. Ovunque morte e uccisioni. Dio onnipotente, per l’ennesima volta ci umiliano davanti a te, aiutaci, salvaci! Signore Dio, lasciaci vivere, ti prego, voglio vivere! Ho vissuto così poco della vita. Non voglio morire. Ho paura della morte. È tutto così stupido, così meschino, così poco importante, così piccolo. Domani potrei smettere di pensare per sempre”. È il 31 luglio 1942 quando la diciottenne ebrea polacca Renia Spiegel, rifugiata in un nascondiglio segreto, scrive sul suo diario queste ultime, drammatiche righe. Poche ore dopo viene scoperta dai nazisti e uccisa a colpi d’arma da fuoco. Di lei rimangono soltanto sette quaderni scolastici cuciti insieme: centinaia di pagine che raccontano gli ultimi tre anni e mezzo della sua vita. Un diario fitto di appunti, ricordi, confidenze e brevi poesie ma anche osservazioni e pensieri sul mondo che le stava lentamente crollando addosso. Aveva cominciato a compilarlo il 31 gennaio 1939, alcuni mesi prima dell’invasione nazista del suo paese e dell’inizio della guerra. All’epoca era una quindicenne appassionata di poesia che viveva con la famiglia nella Polonia meridionale, non lontano dal confine con l’Ucraina. Di lì a poco sua madre sarà costretta a trasferirsi a Varsavia per lavoro e Renia, insieme alla sorella minore Ariana, rimarrà con i nonni a Przemyśl, una cittadina popolata quasi esclusivamente da famiglie ebree, nella parte di territorio controllata dai russi. Un luogo che con l’arrivo dei tedeschi si trasformerà in un gigantesco ghetto. Nelle pagine del suo diario Renia documenta la vita prima dell’invasione nazista, poi il lento precipitare degli eventi, l’inizio dei bombardamenti, la fame e le privazioni, la misteriosa scomparsa delle famiglie ebree. “Ricordate questo giorno, ricordatelo bene”, scrive il 15 luglio 1942. “Ne parlerete alle generazioni future. Dalle otto di oggi siamo stati chiusi nel ghetto. Ora vivo qua. Il mondo è separato da me e io sono separata dal mondo”. Alcuni giorni prima il diario riporta il racconto del suo primo bacio, e del suo amore per un ragazzo di nome Zygmunt Schwarzer. figlio di un importante medico ebreo, che cercherà invano di salvarla. Il giovane fa scappare lei e sua sorella dal ghetto prima che entrambe vengano deportate dai nazisti: affida Ariana al padre di un’amica e nasconde Renia nella soffitta di una casa dove viveva suo zio. Ma i soldati tedeschi scoprono il nascondiglio e la uccidono. Da quel momento in poi la storia di Renia scivola lentamente nell’oblio, dove rimane fino ai giorni nostri. Soltanto in tempi recenti si è venuti a sapere che era stato lo stesso Zygmunt a recuperare il diario, e a concluderlo aggiungendo queste parole: “Tre colpi! Tre vite perse! Tutto ciò che sento sono i colpi, i colpi”. Dopo la guerra, sopravvissuto ad Auschwitz, il ragazzo l’aveva restituito alla madre e alla sorella di Renia, che nel frattempo si erano rifugiate negli Stati Uniti. Ma quelle pagine facevano riaffiorare il ricordo della ragazza inghiottita dagli orrori dell’Olocausto ed erano troppo dolorose per i suoi familiari, che non riuscirono neanche a leggerle e preferirono dimenticarle. I sette quaderni furono depositati nella cassaforte di una banca newyorkese, dove sono rimasti confinati per quasi settant’anni, finché nel 2016 Alexandra Bellak, nipote di Renia, non ha deciso che era giunto il momento di rendere pubblico il diario della zia, facendolo pubblicare da un piccolo editore polacco. In questi giorni le memorie degli ultimi tre anni di vita di questa giovane vittima della Shoah sono uscite finalmente per la prima volta anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna con il titolo Renia’s Diary: A Young Girl’s Life in the Shadow of the Holocaust. Le edizioni in lingua inglese del corposo manoscritto – quasi 700 pagine – sono state pubblicate quasi in contemporanea anche in una decina di altri paesi, tra cui la Germania, la Russia e la Spagna (non ancora in Italia). Annunciando la pubblicazione del libro, la casa editrice britannica Penguin l’ha definito “un testamento straordinario sugli orrori della guerra e sulla vita che può esistere anche nei tempi più bui”. La stampa statunitense e quella inglese hanno subito ribattezzato Renia “l’Anne Frank polacca”, affrettandosi ad accostare la sua opera al celeberrimo diario della giovane ebrea tedesca. Un raffronto che lo storico Frediano Sessi, massimo esperto italiano dell’opera di Anne Frank, non può condividere: “anche senza analizzare i due testi, e compararli sul piano stilistico, le due ragazze hanno vissuto vicende assai diverse che non ci consentono un paragone credibile. Renia visse pochi giorni nel ghetto, nel quale trascorse un’esistenza difficile e di breve durata, prima di essere uccisa nell’estate del 1942. Invece Anne Frank si trasferì insieme alla sua famiglia nell’alloggio segreto di Amsterdam con scorte di cibo per appena un mese. Sperava di non restarci più di due-tre settimane ma alla fine vi rimase due anni”. Oltre alle differenti condizioni dell’ultima fase della loro vita, è dunque lo scarto temporale a tracciare un solco tra i due diari. Quando Renia Spiegel muore, Anne Frank ha iniziato a compilare il suo diario soltanto da pochi giorni. “Anne viene arrestata nell’agosto del 1944, quando la Germania è ormai in ginocchio”, prosegue Sessi. “All’epoca Hitler aveva deciso di far sterminare tutti gli ebrei e in Ungheria, per fare un’esempio, c’era quasi riuscito. Anne Frank era a conoscenza della fine degli ebrei ungheresi perché nel suo nascondiglio ascoltava Radio Londra. In quei lunghi mesi patisce la sofferenza della solitudine ma anche la paura, poiché nei diari completi alcuni passaggi testimoniano i suoi timori di essere scoperta. Anne sa che gli ebrei vengono deportati e poi uccisi nelle camere a gas. Renia invece non può ancora avere questa consapevolezza, e infatti è all’oscuro di tutto”. “Ciò non toglie – conclude lo studioso – che il diario di Renia Spiegel rappresenti un documento dall’importante valore storico e sia assai utile per conoscere la vita quotidiana degli ebrei nei ghetti durante la Seconda guerra mondiale”.
RM