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Churchill? L’antesignano delle fake news

Avvenire, 10 gennaio 2019

È il 1940: la Gran Bretagna è in guerra contro la Germania e durante l’ispezione di una portaerei il ministro della Marina Winston Churchill viene avvicinato da un giovane ufficiale. “Signore, è tutto vero quello che ci sta dicendo?”, gli chiede. “Ragazzo, ho detto molte bugie per il mio paese e nel futuro ne dirò ancora di più”. Qualche mese più tardi lo stesso Churchill annuncia pubblicamente che la flotta britannica ha affondato metà dei sommergibili con cui la Germania aveva iniziato la guerra. Il capitano Arthur Talbot, direttore della divisione antisottomarino dell’Ammiragliato di Sua Maestà, lo contraddice facendogli presente che ne risultano affondati appena 9 su 57. “Ci sono due modi per affondare sommergibili in questa guerra”, replica allora il ministro. “Possiamo farlo nell’Atlantico ma anche in Parlamento. Il problema è che voi ci state impiegando il doppio del tempo”. Winston Churchill conosceva molto bene il valore dei fatti. Quando voleva, riusciva a essere puntiglioso fino alla noia. Alla fine degli anni ‘30 produsse una quantità impressionante di numeri, statistiche e prove documentali per mettere in guardia la Camera dei Comuni sul riarmo della Germania. Ma conosceva altrettanto bene il valore della finzione e sapeva quando era invece il caso di fare un uso parsimonioso della verità. Di omettere, se non addirittura di celare, pericolose verità. La sua oratoria era leggendaria e si servì delle sue abilità di narratore per dare forma alla storia del suo paese. Per elaborare una visione dell’impero britannico profondamente gratificante per il suo popolo, con frequenti citazioni da Shakespeare e da Plutarco, dalla Bibbia di re Giacomo e dalle opere di Malory e Tennyson. “Conosco il popolo britannico, la sua infinita capacità di sopportare, resistere e contrattaccare. La gente di quest’isola è la più dura di tutte”, usava ripetere durante i giorni più bui della Seconda guerra mondiale. Non è affatto un caso, sostiene lo storico britannico Andrew Roberts, che nel 1953 Churchill sia stato insignito del premio Nobel per la letteratura per le sue indubbie noti di narratore oltre che per la sua prolifica attività di scrittore. Roberts ha appena pubblicato una nuova e attesissima biografia del leader britannico, Churchill: Walking with Destiny, nella quale ha analizzato nel dettaglio le sue tecniche oratorie, i suoi memorabili discorsi, il suo modo tutto personale di prepararli e declamarli in pubblico. “A elevarlo al rango di grande statista in tempo di guerra – ci dice – fu soprattutto la sua visione da storico, la stessa che gli consentì di guardare agli assetti strategici dal 1940 in poi paragonandoli alle grandi crisi del passato, l’affondamento dell’Invincibile Armata, le guerre napoleoniche, la Prima guerra mondiale. Avvalendosi di questi precedenti e della sua straordinaria vis oratoria, convinse il popolo britannico che sarebbe riuscito ad avere la meglio anche sui nazisti”. Nei suoi discorsi Churchill faceva largo uso di frasi brevi, di sostantivi monosillabici anglosassoni, di allitterazioni costruite in modo ineccepibile, rafforzate da uno stile iperbolico e dalla sua proverbiale magniloquenza. Ma il suo talento per la fiction non era limitato all’arte di affinare i paragrafi: Churchill non ebbe infatti alcuno scrupolo nel ricorrere spesso a quelle che oggi definiremmo “fake news”. Alla disinformazione, alla propaganda e alla diffusione di notizie false o di mezze verità, sia in tempo di guerra che di pace. Il grande leader britannico è forse il personaggio storico più studiato e analizzato dell’era contemporanea. Su di lui sono state scritti centinaia di studi. Il libro di Roberts – già autore di una recente biografia di Napoleone – si avvale di importanti materiali d’archivio rimasti finora inediti. “Negli ultimi anni il Churchill College di Cambridge ha reso disponibili decine di nuovi documenti – spiega lo storico – la regina mi ha inoltre consentito di visionare per la prima volta i diari di suo padre, re Giorgio VI, che rivelano molti aspetti dei loro rapporti e dei pensieri di Churchill nei giorni più difficili della Seconda guerra mondiale. Inoltre ho potuto lavorare sulle trascrizioni inedite del Gabinetto di guerra”. Churchill era un uomo che credeva fermamente nel suo destino, che non aspirava solo al potere ma anche alla gloria eterna. Aveva appena sedici anni quando confessò a un compagno di scuola, “prima o poi questo paese subirà una tremenda invasione. Quando accadrà sarà compito mio salvare l’Impero”. Roberts non nega che durante la sua lunga parabola politica abbia commesso molti errori ma vuole correggere quei biografi che hanno sottolineato le sue colpe cercando di attenuarne il mito. “Tra le sue molte debolezze – prosegue lo storico britannico – c’era quella di non capire molto di economia, di fidarsi delle persone anche dopo che lo avevano deluso più di una volta, e di avere non pochi pregiudizi nei confronti di alcuni popoli”. Era arrogante, vanaglorioso, patriottico e sicuro di sé fino al parossismo ma anche determinato, lungimirante e dotato di un coraggio non comune. Da molti discorsi emerge il suo profilo di guerrafondaio, di sostenitore di una presunta supremazia della razza bianca, di uomo profondamente sessista e snob. Tra i suoi numerosi critici c’è anche un altro statista inglese del recente passato, l’ex primo ministro conservatore Harold Macmillan, il quale lo definì ‘un aristocratico inglese e al tempo stesso un giocatore d’azzardo statunitense’. Un profilo politico che oggi, in un’epoca dominata dall’ego e dalle “fake news”, potrebbe quasi farlo accostare a Trump. Ma Roberts ha in mente un paragone di ben altro spessore: “credo che Churchill sia stato il più grande politico del ‘900 e si sia ispirato al più importante statista del secolo precedente: Napoleone. Il generale còrso gli aveva dimostrato che un uomo, da solo, poteva cambiare il mondo e fare la differenza per un’intera nazione. E Churchill aveva una personalità persino più forte di lui”.
RM

Jovan Divjak, eroe di guerra e di…dopoguerra

Avvenire, 5 gennaio 2019

“Quando capii quali erano le intenzioni di Karadžić decisi di restare a Sarajevo per difendere le vite dei miei concittadini e per cercare di salvare l’ideale del multiculturalismo”. Dopo essere stato un eroe di guerra, Jovan Divjak è oggi un ex soldato che da anni lavora per la pace, aiutando le nuove generazioni nate e cresciute al tempo della mattanza bosniaca. Nel 1994, a guerra ancora in corso, ha fondato Obrazovanje Gradi BiH (L’educazione costruisce la Bosnia-Erzegovina), l’associazione con la quale è riuscito a dare un futuro a molti bambini e ragazzi orfani. A Sarajevo Divjak è una figura quasi leggendaria: è stato lui a organizzare e a guidare la difesa della città durante il lungo assedio degli anni ‘90. Di origini serbe, figlio di un insegnante elementare, in gioventù ha fatto parte del gruppo di ufficiali della guardia personale di Tito. Poi entrò nella difesa territoriale della Bosnia-Erzegovina fino a raggiungere il grado di generale ma nel 1992, all’inizio della guerra, disattese i comandi e lasciò l’esercito jugoslavo per schierarsi dalla parte della popolazione di Sarajevo. Da allora la Serbia lo considera un traditore. Oggi è un ottantenne che ci accoglie in jeans e camicia a quadri nell’ufficio della sua associazione, una piccola palazzina alla periferia di Sarajevo. Le pareti della stanza color giallo ocra, sulla scrivania alcune foto lo ritraggono in divisa militare. Altre appese al muro raccontano invece il suo lungo impegno umanitario. In una di esse c’è lui che tiene in braccio un bambino piccolo, sullo sfondo di un muro crivellato dai colpi. “Questa foto è un po’ il simbolo della nostra associazione”, ci spiega. “Rappresenta la tragedia ma anche la speranza per il nostro paese”. Ci racconta che il 10 giugno del 1992 due fratelli adolescenti rimasero uccisi da una granata e lui dovette portare le condoglianze alla madre. Tre anni dopo quella donna, Halida, bussò al suo ufficio e gli chiese di fare da padrino al figlio che avrebbe partorito di lì a poco. Quel bambino si chiama Muhammed, oggi ha 23 anni ed è iscritto al quarto anno di giurisprudenza. Dalla fine della guerra migliaia di giovani come lui sono stati aiutati dall’associazione dell’ex generale, il cui obiettivo è quello di favorire l’inserimento dei bambini orfani o disagiati nei percorsi scolastici. “Tutti i bambini, a prescindere dalla loro nazionalità, etnia o religione”, tiene a precisare lui. In venticinque anni d’attività l’associazione ha stanziato tre milioni di euro aiutando quasi settemila borsisti in tutto il paese. Ha distribuito materiale scolastico, cibo, vestiario e medicine. Ha organizzato campi estivi che si sono trasformati in straordinari momenti di condivisione per ragazzi serbi, croati, musulmani e rom. Centinaia dei “suoi” ragazzi sono riusciti in questi anni a laurearsi e a trovare un lavoro.
Durante la guerra lei avrebbe potuto andarsene dalla città sotto assedio e mettersi al sicuro. Perché decise invece di restare?
Perché Sarajevo è la mia vita. L’ambasciatore statunitense poteva aiutarmi a lasciare la città, anche un generale britannico mi offrì un salvacondotto. Ma io rifiutai perché qui, tra i miei soldati e la mia gente, mi sentivo al sicuro. È strano a dirsi ma durante la guerra non avevo paura mentre ne ho tanta adesso, se ripenso a quegli anni.
Sarajevo ha subito il più lungo assedio militare della storia moderna, un inferno durato quasi quattro anni. Come avete fatto a resistere così a lungo?
Per molte ragioni. Innanzitutto a Belgrado dettero per scontato che tutti i serbi residenti in città, che all’epoca erano un terzo della popolazione, avrebbero abbandonato Sarajevo. Al contrario molti serbi si unirono alla resistenza. E poi chi ci attaccò fece l’errore di sottovalutare le nostre capacità difensive. Radovan Karadžić, che all’epoca comandava l’esercito serbo-bosniaco, affermò che i suoi uomini avrebbero conquistato Sarajevo in una settimana e il resto della Bosnia in un mese.
Eppure il rapporto di forze era del tutto squilibrato. Il vostro esercito aveva equipaggiamenti scarsi e antiquati, mentre i serbi disponevano delle armi del potente esercito federale jugoslavo e tenevano sotto controllo Sarajevo dall’alto. Perché non riuscirono mai a entrare in città e a occuparla?
Perché noi eravamo comunque più numerosi. Assediare e bombardare una città dalla mattina alla sera è cosa assai diversa dall’occuparla. Gli Stati Uniti ne sanno qualcosa, basti pensare all’Iraq. I serbi sapevano che avrebbero pagato un prezzo molto alto in una battaglia per le strade e cercarono in tutti i modi di costringerci alla resa.
Si sente dire spesso che a salvare Sarajevo fu innanzitutto il carattere dei suoi abitanti.
Fu proprio così. I sarajevesi non si limitarono a difendere la propria città ma anche un’idea di convivenza che qui si respira da sempre. Chi è moralmente determinato a difendersi è più forte di chi attacca. Gli uomini hanno difeso la città ma sono state le donne a salvarla, lo dico senza alcuna retorica. Nonostante tutto ebbero il coraggio di far nascere i bambini in quell’inferno, di lavorare negli ospedali, di mandare avanti le scuole. Mentre i mariti e i figli erano al fronte, furono loro a custodire la voglia di vivere di questa città.
Eppure, anche a tanti anni di distanza, la Bosnia porta ancora addosso le cicatrici di quella guerra, è un paese diviso, che vive uno stallo politico perenne. Perchè?
Purtroppo i partiti nazionalisti continuano a manipolare la gente cercando di metterci gli uni contro gli altri. Ma il vero oppio delle nuove generazioni è l’attuale sistema educativo, che alimenta la frammentazione etnica di questo paese. Si studiano tre storie, tre geografie e tre lingue, in base alle diverse nazionalità. Negli ultimi anni ogni tentativo di varare testi che includessero il punto di vista degli altri è sistematicamente fallito e nei dodici distretti in cui oggi è divisa la Bosnia si adottano dodici programmi scolastici differenti.
Qual è il bilancio dei primi 25 anni di attività della sua associazione?
Grazie a tanti amici, volontari e sostenitori continuiamo a essere un punto di riferimento quotidiano per gli orfani di guerra, per i bambini svantaggiati e per quelli vittime di razzismo. Mi riferisco in particolare alla minoranza di etnia rom cui viene negata la cittadinanza. Abbiamo erogato migliaia di borse di studio senza ricevere alcun aiuto governativo. Ci siamo sempre autofinanziati con l’associazionismo e con il sostegno e la collaborazione di tante organizzazioni umanitarie di tutta Europa.
RM

Del Ponte: “giustizia per le vittime in Siria”

Left, 28.12.2018

Da almeno vent’anni Carla Del Ponte è il terrore dei governanti e dei capi di stato chiamati a rispondere davanti ai tribunali internazionali per crimini contro l’umanità. La donna che ha portato alla sbarra Milosevic e Karadzic, nonché i principali responsabili del genocidio del Ruanda. Ma dopo aver trascorso gran parte della sua lunga carriera dando la caccia ai criminali di guerra, persino lei ha dovuto alzare bandiera bianca di fronte ai massacri compiuti in Siria. Un anno fa la magistrata ticinese ha lasciato polemicamente la Commissione d’inchiesta Onu sui crimini siriani. Si è ritirata dalla scena lanciando un duro atto d’accusa nei confronti della comunità internazionale. “È una vergogna”, ci dice quando la raggiungiamo al telefono nella sua natia Svizzera. “Avevamo trovato prove a sufficienza per condannare Assad e i suoi gerarchi, ma anche i ribelli che si erano resi colpevoli di gravi crimini. Per cinque anni ho provato a convincere il Consiglio di Sicurezza a istituire un tribunale per la Siria sulla falsariga di quelli per l’ex Jugoslavia e il Ruanda. Purtroppo è sempre mancata la volontà politica per farlo”. L’accusa di Del Ponte – circostanziata nel suo nuovo libro Gli impuniti (Sperling&Kupfer) – è rivolta in particolare nei confronti di Mosca per aver sempre esercitato il diritto di veto, bloccando le risoluzioni presentate al Consiglio di Sicurezza che chiedevano la creazione di un tribunale ad hoc sul modello di quello da lei presieduto sull’ex Jugoslavia. Eppure all’inizio sembrava che ottenere giustizia per le vittime fosse un obiettivo ragionevolmente possibile. Nel 2011 il Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu aveva istituito una commissione d’inchiesta sulla Siria e aveva chiamato la stessa Del Ponte a farne parte per accertare le violazioni, stabilire l’entità dei crimini e arrestare i responsabili. Un incarico che doveva durare pochi mesi e invece si è protratto per sei anni. Fino al 2017, quando Del Ponte ha deciso di andarsene sbattendo la porta.
Quando si è accorta che mancava la volontà politica di fare giustizia in Siria?
Molto presto. Ma non è nel mio carattere arrendermi facilmente e allora ho deciso di restare per cercare di cambiare le cose dall’interno. In tanti anni di attività non ho mai visto una ferocia simile in un conflitto. Bambini torturati e uccisi, raid aerei che colpivano gli ospedali, bombe lanciate sulle persone in fila per il pane. Un orrore indicibile e documentato. I crimini erano così tanti e così gravi che continuavo a sperare che i nostri rapporti avrebbero infine smosso la politica. Per quasi sei anni mi sono impegnata in questo senso, non è stato possibile e allora non potevo far altro che andarmene. Spero che altri riescano laddove io non sono riuscita.
È ormai trascorso più di un anno dalle sue dimissioni dalla Commissione per la Siria. Da allora ha visto qualche cambiamento?
No. Sotto il profilo della giustizia non è cambiato niente. Continua a non esserci la volontà politica di istituire un tribunale che si occupi di quei crimini. La commissione esiste ancora ma non ha più alcuna efficacia. Rappresenta soltanto un alibi per la comunità internazionale, che attraverso di essa vuole far credere che sta facendo qualcosa. Ma in realtà non sta facendo niente. Gli sviluppi, in prospettiva, potrebbero esserci almeno dal punto di vista politico. È possibile che si arrivi finalmente alla pace, poiché il presidente Assad sta riconquistando tutto il territorio del paese. Ma mi domando fino a quando durerà. E purtroppo sono certa che le vittime non otterrano alcuna giustizia. Una pace che non affronta il problema della giustizia sarà sempre una pace fragile. Molto fragile.
Alcuni mesi fa però la Germania ha spiccato un mandato di cattura internazionale nei confronti di Jamil Hassan, una figura-chiave della repressione del regime, accusandolo di crimini contro l’umanità. Può essere il segnale che qualcosa sta finalmente cambiando?
È stato senz’altro un fatto positivo. Almeno qualcuno cerca di fare qualcosa di concreto, ma purtroppo sappiamo già che Hassan non sarà mai né arrestato, né processato per l’iniziativa di un singolo stato straniero.
Eppure i colpevoli hanno nomi e cognomi. La Commissione di cui lei ha fatto parte ha consegnato all’Alto Commissariato dell’ONU una lista che indica almeno un centinaio di criminali di guerra.
Gli impuniti di cui parlo nel libro sono tantissimi, quella lista non pretende certo di essere esaustiva. Il maggior responsabile dei crimini è il presidente della Siria, Assad. Ma abbiamo riscontrato gravi e ripeture violazioni del diritto internazionale da entrambe le parti. Sia le forze governative che i ribelli hanno per esempio fatto uso di armi chimiche. I casi accertati sono almeno ventisette. Abbiamo fornito le prove ma non basta: ci vuole un ufficio del Procuratore che possa terminare le inchieste, che formuli le accuse e soprattutto alla fine emetta i mandati d’arresto internazionali.
Perché nonostante tutto conclude il suo libro affermando che Assad verrà condannato all’ergastolo?
Volevo chiuderlo con una speranza. Non posso assolutamente accettare di aver lavorato oltre otto anni, e con successo, nei tribunali internazionali e dovermi adesso convincere che è stato tutto invano. Che adesso si torna indietro. Allora resto dell’idea che un giorno o l’altro qualcuno dovrà rispondere dei gravissimi crimini commessi in Siria. Sono i passi avanti compiuti dal diritto internazionale a 70 anni dall’approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani a fornirmi questa speranza.
Il suo libro contiene un’accusa anche nei confronti dell’UE per come ha gestito la questione dei profughi.
Sì, ritengo vergognoso il fatto che l’UE non sia mai riuscita a trovare un accordo tra gli stati membri. Che ogni stato abbia deciso cosa fare per conto suo. È vergognoso anche perché i profughi non resteranno per sempre dispersi in Europa ma al momento opportuno torneranno a casa loro. Tutti i siriani con i quali ho parlato non aspettano altro che il momento di fare ritorno nel loro paese.
Anche dopo il caso siriano la sua fiducia nei confronti dei meccanismi di giustizia internazionale resta immutata?
Assolutamente sì. Riconosco che il momento sia delicato, poiché dopo i buoni risultati ottenuti con i tribunali per l’ex Jugoslavia e per il Ruanda adesso dobbiamo purtroppo registrare un passo indietro. Non solo in Siria, ma anche in Myanmar e in Yemen. Ma lo sapevamo fin dall’inizio: la giustizia internazionale funziona soltanto se sono gli stati a volerlo.
RM

Bombe turche sui profughi di Mexmûr

di Gianni Sartori

Nella notte tra il 13 e il 14 dicembre l’aviazione turca ha attaccato il campo profughi di Mexmûr, nel Kurdistan iracheno, sotto la tutela dell’Onu dal 1998. Quattro persone sono rimaste uccise: Eylem Muhammed Emer, 23 anni, Asya Ali Muhammed, 73 e sua figlia Narinc Ferhan Qasim, 26 e la nipote Evin Kawa Mahmud, di 14 anni.
È il terzo attacco aereo registrato negli ultimi mesi contro questo campo e nel corso di ogni azione si sono contate numerose vittime sia tra le Unità di Autodifesa, sia tra i civili. La maggior parte dei residenti di Mexmûr vengono dal Kurdistan del nord (Bakur, sotto l’amministrazione di Ankara) dai villaggi di Colemêrg (Hakkari), Şirnex (Şırnak) e Van. Si tratta perlopiù dio persone che hanno rifiutato di diventare collaborazionisti in veste di “Guardiani di villaggio”. Le loro case sono state incendiate; ognuno di loro annovera tra i familiari qualche vittima della repressione statale. Contemporaneamente veniva attaccata e bombardata anche la yazida – ezida, come dicono i curdi – Şengal. Forse non casualmente le bombe sono state lanciate proprio alla vigilia della festa Êzî, quando la popolazione era impegnata nei preparativi per i festeggiamenti.
L’eterno calvario di Gernika. Ancora. Sempre. In che altra modo classificare l’atteggiamento del regime turco contro yazide e yazidi se non come puro e semplice odio?
Forse Erdogan vuole completare l’opera avviata dallo “Stato islamico” contro tale popolazione? Non dimentichiamo quali furono le prime località contro le quali si scagliò l’Isis dopo la presa di Mosul. Si trattava proprio di Mexmûr e Şengal, abitate da yazidi. Dove incontrò comunque – va ribadito – la coraggiosa resistenza dei guerriglieri curdi del PKK. È lecito sospettare che questi attacchi siano in parte una ritorsione per tale resistenza.
All’assordante silenzio dell’ONU, dei Paesi occidentali – e in particolare degli USA – si è prontamente associato quello dei governi iracheno e regionale (del Kurdistan del sud). Pavidità, indifferenza o forse sostanziale complicità con gli assassini e genocidi di Ankara.
Secondo le organizzazioni curde “non è possibile che gli attacchi (nella notte del 13-14 dicembre) contro Mexmûr e Şengal siano avvenuti senza l’assenso degli USA e sicuramente non è sbagliato pensare che gli USA, anche se non apertamente, abbiano partecipato alla pianificazione. Questa decisione non può essere vista come un fatto disgiunto dalla decisione degli USA di emettere un mandato di cattura contro tre quadri dirigenti del Movimento di Liberazione Curdo”.
In passato gli Stati Uniti non lesinavano l’utilizzo delle brigate curde come carne da macello, sul terreno, contro gli integralisti. Ma ora applicano la solita tattica … dell’USA e getta. Sugli attacchi contro Mexmûr, Şengal e anche il Rojava (Kurdistan siriano) è intervenuto il Consiglio Esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK) dichiarando che tali efferati bombardamenti “su zone abitate prevalentemente da civili servono allo scopo di tenere in piedi il regime fascista nello Stato turco”.
Per continuare, lapidariamente: “Lo Stato turco dalla fondazione costruisce la sua esistenza su un genocidio fisico e culturale nei confronti di popoli e comunità religiose”. E intanto anche “il nord e l’est della Siria sono sotto la minaccia di un’invasione militare”.
Come ha commentato il KCK: “La gente sa benissimo che questo attacco non è solo contro i curdi ma contro la vita democratica e libera costruita insieme”. Nel mirino di Ankara ci sono soprattutto le minoranze e le comunità religiose che hanno dimostrato con i fatti di voler lottare per l’autodeterminazione. Un atteggiamento che non è esclusivo del popolo yazida, ma anche di aleviti, kakai, suryote, cristiani…e infatti gli attacchi turchi non sono rivolti soltanto contro i curdi.
Resistere è una colpa imperdonabile agli occhi di Erdogan. In qualche modo si vuol ripercorrere la strada lastricata di sangue già intrapresa all’epoca della Prima Guerra Mondiale. Quando le persecuzioni e lo sterminio operati dalla Turchia contro le popolazioni minoritarie non avvenivano sicuramente all’insaputa delle potenze internazionali. Come è noto lo spazio aereo iracheno è oggi sotto il controllo degli Stati Uniti e senza il loro permesso gli attacchi non sarebbero nemmeno ipotizzabili. Stesso discorso, come già detto, sia per il governo iracheno che per il governo regionale.

Sarajevo, la rinascita è salita in funivia

Avvenire, 26.10.2018

Da lassù, Sarajevo sembra un’astronave sospesa tra le nuvole. È una vista che toglie il fiato, circondata da una natura rigogliosa e selvaggia. Sulle pendici del monte Trebević sono ormai tornati anche gli uccelli. Erano stati i primi a scappare, nell’aprile del 1992, quando l’armata serbo-bosniaca cominciò ad assediare la città da queste alture. Da pochi mesi anche gli abitanti si sono finalmente riappropriati della montagna sacra che venne trasformata in parco naturale dal Maresciallo Tito, che ospitò alcuni impianti delle Olimpiadi invernali del 1984 e poi divenne un simbolo di morte poiché da lì, per oltre quattro anni, piovvero le granate e i colpi dei cecchini. Prima che si scatenasse l’inferno, la salita al monte Trebević con la Žičara, la funivia che partiva dal centro cittadino, era la gita fuori porta preferita dai sarajevesi, un luogo di incontro amato dalle famiglie, un filo teso verso il cielo che consentiva di volare a 1200 metri sopra il livello del mare. Finché la guerra non cambiò tutto, trasformando la montagna sacra in un luogo maledetto popolato dai fantasmi. Mentre preparavano l’assedio della città, le truppe di Ratko Mladić distrussero la Žičara e uccisero senza pietà Ramo Biber, il giovane guardiano dell’impianto, destinato a passare alla storia come una delle prime vittime del conflitto. Poi le milizie serbo-bosniache occuparono la montagna e di lì a poco su quel territorio impervio e fitto di vegetazione fu insediata la prima linea del fronte, che in alcuni punti arrivava a ridosso delle case della città. La strada che risaliva il Trebević venne interrotta dai check-point dell’armata bosniaca e da quelli serbi, che impedivano persino il passaggio dei convogli umanitari diretti alla popolazione assediata. Finito il conflitto nel 1995, la priorità fu data alla ricostruzione di ospedali, scuole, edifici pubblici e luoghi di culto. Ma ciò non basta a spiegare un ritardo di oltre vent’anni per veder tornare in funzione la funivia. Più dei soldi è mancata a lungo la volontà politica di ricostruire un simbolo dell’unità cittadina, un tracciato che segna la linea di confine fra le due entità che compongono la Bosnia nata dagli accordi di pace di Dayton. Da un lato la Federazione di Bosnia-Erzegovina, dall’altro la Republika Srpska, l’area serbo-bosniaca in cui si trova la montagna. Sulle pendici del Trebević si trova anche la fossa comune di Kazani, dove i paramilitari bosniaci gettarono decine di civili, in gran parte serbi. Nel 2008 un’associazione di Belgrado cercò a tutti i costi di issare sulla cima del monte una gigantesca croce ortodossa alta ventisei metri. Doveva essere visibile da qualsiasi punto di Sarajevo, come quella eretta dai croati sul monte Hum, che sovrasta la città di Mostar. Il progetto suscitò forti proteste e venne infine accantonato in seguito all’intervento dell’Alto Rappresentante della comunità internazionale.
Ci sono voluti ventisei anni esatti dall’inizio della guerra, per rivedere finalmente la Žičara nel cielo di Sarajevo. Se dalla primavera scorsa è finalmente possibile tornare in cima al Trebević in pochi minuti gran parte del merito è di Edmond Offermann, un fisico nucleare olandese sposato con una donna di Sarajevo che ha donato quattro milioni di euro per contribuire alla ricostruzione dell’impianto. La nuovissima e luccicante funivia è stata progettata dall’architetto Mufid Garibija e realizzata dall’azienda altoatesina Leitner, ha trentatré cabine con dieci posti ciascuna che consentono di risalire la montagna dal centro città in appena sette minuti. Alla stazione di partenza è stata collocata una delle vecchie cabine dell’epoca, un monumento alla memoria di un recente passato che tutti qua ricordano con nostalgia. È rossa, ha ancora i simboli olimpici sui lati e colpisce per le sue piccole dimensioni. La salita è spettacolare, e per apprezzarla fino in fondo è necessario dare le spalle alla montagna. Appena partiti, volgendo lo sguardo di là dal fiume, si scorge l’inconfondibile profilo moresco color giallo-ocra della biblioteca nazionale, la Vijećnica, che fu bruciata durante la guerra e nel 2014 è stata riaperta per ospitare l’amministrazione cittadina. Poi la città si allontana assumendo contorni rarefatti e sfumati dalla fitta coltre di nebbia che la avvolge intorno al calar del sole. La stazione di arrivo è intitolata a Ramo Biber, come ricorda una targa alla sua memoria. La discesa dalla funivia è un brusco ritorno alla realtà, perché tutto intorno non c’è quasi niente. Per affacciarsi sulla città e scattare una foto ricordo c’è al momento solo una grande spianata di cemento grezzo. Gli anziani sarajevesi raccontano che in un tempo non troppo lontano lassù c’era il Vidikovac (Belvedere), un ristorante che prima della guerra era considerato ancora tra i migliori del paese. D’estate si cenava in terrazza all’aria aperta, contemplando le luci della città che sembravano stelle cadute dal cielo. Imboccando il sentiero che scende a valle ci si addentra velocemente nel bosco, dove sono ancora visibili i segni delle trincee e dei bunker antiaerei scavati un quarto di secolo fa. Le massicce operazioni di sminamento compiute in anni recenti consentono ormai di attraversare senza patemi quello che durante la guerra era stato trasformato in un gigantesco campo minato. Non lontano dai piloni della funivia, nascosti in mezzo agli alberi, spuntano quasi all’improvviso i resti della vecchia pista da bob usata durante le Olimpiadi del 1984. È un grigio binario di cemento ravvivato dai graffiti degli artisti di strada che oggi viene a volte usato dagli skaters. In alcuni punti si notano ancora i fori praticati ad altezza d’uomo, dai quali durante la guerra venivano fatte passare le canne delle mitragliatrici. Ma dall’altro lato della montagna è possibile imbattersi anche nelle piste da sci della Jahorina, tuttora funzionanti. Il trascorrere del tempo sta aiutando Sarajevo a lasciarsi alle spalle i ricordi terribili, e mentre gli abitanti riprendono confidenza con il loro immenso parco, a valle aprono caffetterie e ristoranti, le case sono ormai quasi tutte ricostruite, sono comparsi nuovissimi campi da tennis. Nell’opinione di molti, la riapertura della Žičara rappresenta il passo decisivo verso la rinascita della città.
RM