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La seconda vita del memoriale italiano di Auschwitz

Avvenire, 8 maggio 2019

Diceva Primo Levi che “se Auschwitz sarà svuotato di un contenuto politico non riuscirà a spiegare niente alle nuove generazioni e diventerà un luogo tragicamente inutile”. I timori del grande scrittore torinese rischiarono di avverarsi alcuni anni fa quando il Blocco 21, il padiglione italiano dell’ex campo di sterminio nazista, fu sfrattato tra le polemiche al termine di un processo di ripensamento storiografico iniziato nei primi anni ‘90. Nel 2012 la direzione del museo, sostenuta dal governo di Varsavia, stabilì unilateralmente che il memoriale italiano aperto ad Auschwitz nel 1980 aveva fatto ormai il suo tempo e il progetto architettonico ideato da Ludovico Belgiojoso era diventato “fine a sé stesso e privo di valore educativo”. Si era fatta strada l’idea che il trascorrere del tempo avesse ormai reso inopportuno ricordare in quella sede lo sterminio dei prigionieri politici comunisti, degli omosessuali, dei rom e dei disabili. La direzione del museo la fece quindi rimuovere, minacciandone persino la distruzione, e chiese che al suo posto venisse realizzato un nuovo memoriale. Ma l’Aned, l’associazione degli ex deportati nei campi nazisti – proprietaria dell’opera – non si rassegnò all’idea di perdere un patrimonio culturale che appartiene a tutta la nazione, mobilitò il mondo artistico e accademico e riuscì infine a individuare a Firenze una nuova collocazione per l’opera. Dopo un lungo percorso burocratico culminato in oltre tre anni di restauri da parte dell’Opificio delle pietre dure, il memoriale italiano di Auschwitz inizia oggi la sua seconda vita a oltre un migliaio di chilometri dal luogo per il quale era stato inizialmente progettato. L’opera realizzata alla fine degli anni ‘70 dal gruppo di lavoro nel quale, oltre a Belgiojoso, spiccavano anche Primo Levi, Nelo Risi, Mario Samonà e Luigi Nono torna oggi a essere visitabile in una nuova suggestiva collocazione alla periferia di Firenze: lo spazio Ex3, un piccolo centro per l’arte contemporanea inutilizzato da anni, che la Regione Toscana e il Comune di Firenze hanno deciso di trasformare in un polo della memoria e in un museo diffuso sulla deportazione. Nella nuova casa fiorentina del memoriale di Auschwitz è dunque possibile incamminarsi ancora una volta nel tunnel affrescato che conduce al Blocco 21. Al suo interno è stato riproposto fedelmente il progetto architettonico originario, pensato come un’enorme spirale ad elica che aveva l’obiettivo di ricreare l’atmosfera da incubo vissuta nei campi. Uno spazio ossessivo e opprimente, dove il visitatore si incammina lungo una passerella in traversine di legno che evocano quelle ferroviarie, ascoltando una voce narrante che legge un testo di Primo Levi, “fa che il tuo viaggio non sia stato inutile, che non sia stata inutile la nostra morte”. E ancora: “Da qualunque paese tu provenga, tu non sei un estraneo”. Il percorso è accompagnato dalle note di Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz, composte per l’occasione da Luigi Nono. Il tutto con la regia di Nelo Risi. Le pareti dell’installazione sono rivestite da un affresco suddiviso in ventitré pannelli realizzato dal pittore Mario Samonà che racconta il fascismo e il nazismo, la Resistenza e la deportazione. I colori, ripetuti non casualmente, sono il nero del fascismo, il bianco che allude al movimento cattolico, il rosso del socialismo e il giallo che riconduce al mondo ebraico. Per mesi i restauratori hanno lavorato attorno alle tele della spirale dando nuova luce agli occhi e al volto di Antonio Gramsci raffigurati da Samonà. Con i suoi oltre cinquecento metri quadrati, ha spiegato il direttore dell’Opificio delle pietre dure, Marco Ciatti, l’opera rappresenta il più grande restauro di arte contemporanea mai realizzato. Continua la lettura di La seconda vita del memoriale italiano di Auschwitz

Uno sguardo femminile sulla guerra dell’Eta

Avvenire, 1 maggio 2019

Gli “anni di piombo” del paese basco visti attraverso una prospettiva intima e familiare, con la violenza politica che fa da sfondo alla violenza patriarcale e i traumi che si accumulano fin dall’infanzia. Amaia, la piccola protagonista del romanzo Meglio l’assenza (ed. Lindau, traduzione di Thais Siciliano), potente esordio letterario della scrittrice basca Edurne Portela, è una bambina che si fa donna nella provincia di Bilbao tra gli anni ‘80 e ‘90, costretta a crescere in una famiglia lacerata dalla lotta indipendentista e in una società fortemente patriarcale. Tutto sembra crollare intorno a lei: il padre manesco che scompare sempre più spesso, la madre che si perde nell’alcol ed entra in un vortice di depressione. Lei e i suoi fratelli sembrano non avere scampo, in un ambiente ostile dominato dall’eroina e dalla disoccupazione, dai proiettili di gomma e dai gas lacrimogeni, tra le botte del padre e la violenza che scoppia improvvisamente nelle strade. I lividi guariscono ma le paure e le ferite interiori si sedimentano e l’unico conforto per Amaia è Buni, il coniglio di peluche che stringe a sé nei momenti di disperazione. Originaria dei Paesi Baschi, Edurne Portela ha vissuto a lungo negli Stati Uniti, dove ha insegnato letteratura latinoamericana all’Università della Pennsylvania. Questo suo romanzo d’esordio ha vinto l’anno scorso il premio come miglior opera di narrativa dall’associazione delle librerie madrilene e sta riscuotendo grande successo in Spagna.
Meglio l’assenza è un romanzo autobiografico?
Non in senso stretto. Io non sono Amaia e la sua infanzia e la sua vita non corrispondono alle mie. Tuttavia condividiamo molte cose, in primo luogo le nostre origini. Entrambe siamo nate nel 1974 a Santurce, una cittadina a poca distanza da Bilbao, nel paese basco. A lei ho affidato parte dei miei ricordi, in particolare quelli che fanno riferimento all’atmosfera di violenza e di crisi economica nella quale sono cresciuta.
Ha trovato la ‘voce’ della protagonista del suo romanzo soltanto durante la stesura del libro. Ciò ha in qualche modo cambiato la prospettiva della narrazione?
All’inizio del processo di scrittura il romanzo era narrato in terza persona e si concentrava soprattutto sul padre di Amaia, Amadeo, e sulle sue vicende di doppio agente per l’Eta e il governo spagnolo. Ma poi mi sono resa conto che non ero realmente interessata a quella storia. Era divertente da scrivere ma non mi consentiva di imparare niente di nuovo sull’esperienza della violenza nel paese basco e come questa aveva coinvolto me e quelli della mia generazione. Dopo aver scritto un’ottantina di pagine ho cominciato a provare maggior interesse nei confronti del personaggio di Amaia, quella dolce e sveglia ragazzina che stava crescendo in un contesto realmente ostile, sia all’interno della sua casa che all’esterno. Allora ho cominciato a scrivere dal suo punto di vista ed è stata una scoperta straordinaria. Osservare il mondo attraverso i suoi occhi, servirsi della sua voce, mi ha fatto entrare in quel tipo di approccio che ero interessata ad esplorare. Quanto ci condiziona crescere in una società fondata sulla violenza, dove essa è normale? E non sto parlando soltanto della violenza politica ma anche della violenza di genere. Il romanzo è diventato la voce e la percezione di Amaia. Tutto quello che sappiamo lo apprendiamo attraverso di lei: da quando ha cinque anni a quando ne ha trentacinque.
Il suo lavoro è stato paragonato a “Patria” di Fernando Aramburu perché l’ambientazione è la stessa. Però il suo romanzo non spiega il contesto politico del passato recente nel paese basco come ha fatto lui. Qual è l’obiettivo che si era proposta con il suo lavoro?
Infatti, è proprio così. Io non cerco di spiegare la storia o il contesto politico, soprattutto perché non penso che la letteratura debba avere il ruolo di spiegare, bensì quello di fornire suggestioni. Credo che possa far luce su quelle parti della realtà che spesso restano oscure, indefinite, o nelle quali talvolta abbiamo timore di addentrarci. Quando ho deciso di scrivere questa storia non disponevo di un messaggio, di una teoria o di un’interpretazione della storia da poter offrire a nessuno. Volevo soltanto esplorare un’epoca del nostro passato recente che è piena di ombre ed è assai difficile da comprendere, dove le famiglie e le comunità sono state colpite da molte forme di violenza. Volevo indagare tutto questo attraverso una storia molto intima, evitando interpretazioni manichee della storia. Tutti i miei personaggi hanno lati oscuri e sono al tempo stesso vittime e colpevoli.
Quali sono le ferite rimaste aperte nel paese basco dopo la fine della lotta armata?
Molte cose sono cambiate negli ultimi anni. Il fatto che non ci sia più la violenza armata, che lo scontro politico sia terminato non significa che i problemi sociali siano risolti. Al contrario, resta ancora molto lavoro da fare per delegittimare ogni tipo di violenza, non solo quella che dell’Eta e dei suoi sostenitori. Anche lo stato spagnolo deve riconoscere gli orrori del passato, ad esempio l’uso della tortura da parte della polizia, la creazione di gruppi paramilitari come il GAL negli anni ‘80 e altre forme di abuso. Ma soprattutto il paese basco è ancora una società patriarcale, una situazione purtroppo ancora comune a molti paesi europei.
Il suo romanzo è stato definito un romanzo femminista. Condivide questa descrizione?
Io stessa mi definisco una scrittrice femminista perché scrivo da quel punto di vista, e quello è il modo attraverso il quale interpreto la realtà. Nel mio romanzo racconto la violenza sessuale e la violenza di genere, quelle forme di violenza che molte volte hanno luogo all’interno delle famiglie, dentro le mura di casa, ma che riflettono il tipo di società in cui stiamo vivendo.
Quando ritiene che sia giusto dire Meglio l’assenza?
Quando ciò che sta intorno a noi ci ferisce o ci fa soffrire. In quel caso credo che sia meglio andarsene.
RM

Niccioleta, quella strage dimenticata

Avvenire, 25 aprile 2019

I rastrellamenti iniziarono all’alba del 13 giugno 1944. Decine di soldati tedeschi e milizie fasciste sorpresero nel sonno gli abitanti di Niccioleta, un piccolo villaggio di minatori della Maremma toscana ritenuti colpevoli di aver organizzato turni di guardia armati alla miniera di pirite. A pochi giorni dall’arrivo delle truppe statunitensi al comando del generale Clark, i nazifascisti fucilarono sei minatori nel piccolo cortile dietro al forno della dispensa. Altri centosessanta li deportarono nel vicino paese di Castelnuovo Val di Cecina, ammassandoli all’interno del teatro cittadino. L’accusa nei loro confronti era quella di essere partigiani. Il pretesto fu fornito dagli elenchi dei turni di guardia alla miniera. L’epilogo del feroce massacro andò in scena la sera del 14 giugno, quando altri settantasette minatori vennero condotti nei pressi di una centrale geotermica poco distante e abbattuti a raffiche di mitra. Le vittime furono complessivamente ottantatre e fecero di Niccioleta il luogo del più grave eccidio di lavoratori compiuto dai nazifascisti durante l’ultima fase della loro ritirata verso la Linea gotica.
A lungo dimenticata anche dalla storiografia sulla Resistenza, quella strage è stata oggetto di una capillare ricerca che rivela con testimonianze orali di prima mano il tragico destino dei familiari delle vittime, i costi materiali, emotivi e psichici pagati dagli orfani e dalle vedove. Frutto del lavoro certosino della storica Nadia Pagni, La strage e gli innocenti. Figlie e figli dei martiri della Niccioleta (edizioni Effigi) indaga le conseguenze drammatiche di quell’eccidio raccogliendo piccole storie intime e personali di infanzie non vissute, di vedove abbandonate dallo Stato e di famiglie senza più i padri che all’improvviso vennero espulse dal villaggio e furono costrette a tornare alla miseria della montagna da cui erano scappate. Chi si ostinò a restare – sia le donne che i figli minorenni – fu invece costretto a sua volta ad andare in miniera. Colpevolmente ignorate dallo Stato italiano uscito dalla guerra, le vedove soffrirono per il resto della loro vita di depressione, di crisi epilettiche, fino a rasentare in alcuni casi la follia. Alcune si suicidarono, altre manifestarono disinteresse e indifferenza nei confronti dei figli fino ad abbandonarli negli orfanotrofi. Il libro contiene decine di interviste raccolte tra gli orfani – in gran parte ancora vivi – nelle quali emergono ferite che sanguinano a distanza di settant’anni e un senso di frustrazione che si trascina inesorabilmente da allora. Unanimi sono le denunce che affiorano dai racconti. L’assoluta mancanza di aiuto da parte delle istituzioni che nel Dopoguerra li lasciarono soli condannandoli all’oblio. Le colpe della Società Montecatini (proprietaria della miniera), che nascose ai familiari delle vittime il diritto a ottenere i certificati di orfanità che avrebbe consentito loro di accedere ai concorsi pubblici invece che alla miniera. Infine l’amnistia di Togliatti, che mise a tacere tutto riducendo definitivamente le vittime al silenzio. Un libro di testimonianze doloroso ma necessario, che analizza sotto una luce inedita uno dei tanti drammi dimenticati della Seconda guerra mondiale.
RM

La “Nuova IRA” soffia sulla Brexit

Venerdì di Repubblica, 15 febbraio 2019

Se pensavate che la guerra in Irlanda del Nord fosse un lontano ricordo del passato forse dovrete cominciare a ricredervi. Per farlo vi basterà andare a Derry, la cittadina tristemente famosa per la “Bloody Sunday” del 30 gennaio 1972, quando i paracadutisti britannici uccisero quattordici persone inermi durante una manifestazione pacifica per i diritti civili. Secondo la polizia e i servizi segreti del MI5 si trova qui la roccaforte dei dissidenti repubblicani, quelli da sempre contrari all’Accordo di pace del 1998 e ritenuti responsabili di almeno la metà dei 150 morti contati da allora. La violenza è rimasta sotto traccia per anni ma adesso – complice la Brexit – rischia di riaccendersi. Dal 2017 risultano in crescita le spedizioni punitive e gli attentati contro la polizia e le guardie carcerarie, mentre gli arresti e i ritrovamenti di armi ed esplosivi non fanno quasi più notizia. Il 19 gennaio scorso davanti al tribunale di Derry, nel cuore del centro cittadino, è esplosa un’autobomba attribuita alla cosiddetta ‘New IRA’, un gruppo armato attivo dal 2012 e considerato oggi la principale minaccia alla pace in Irlanda. Se durante il conflitto l’IRA ebbe il suo braccio politico nel Sinn Féin di Gerry Adams, questa “nuova IRA” avrebbe il proprio alter-ego in Saoradh (termine irlandese che si legge ‘sirù’ e significa “liberazione”), un partito rivoluzionario di estrema sinistra fondato tre anni fa e ispirato alle idee di James Connolly, il leader socialista fucilato dagli inglesi dopo la rivolta di Pasqua del 1916. Il capo della polizia dell’Irlanda del Nord, George Hamilton, non ha dubbi: Saoradh è il braccio politico della New IRA. Ma i membri del partito hanno sempre negato di avere alcun legame con il gruppo paramilitare e denunciano di essere perseguitati dalle forze dell’ordine. I cinque uomini arrestati dopo l’attentato al tribunale – e poi rilasciati senza alcuna accusa – erano tutti suoi militanti. A Derry la sede del partito si trova al piano terra di un edificio del Bogside, il quartiere dove si consumò la strage del 1972. L’ufficio è intitolato a James “Junior” McDaid, un comandante dell’IRA ucciso in uno scontro a fuoco con l’esercito britannico alla fine di quell’anno maledetto. Un murale sulla facciata del palazzo raffigura un combattente a volto coperto che imbraccia un lanciagranate. Alcuni mesi fa la polizia fece irruzione durante una conferenza stampa e arrestò dieci membri del partito rei di aver preso parte a una marcia in uniforme militare con i volti coperti. La vicepresidente del partito, Mandy Duffy, 40 anni, ci accoglie all’interno spiegandoci che il loro obiettivo è porre fine alla presenza britannica in Irlanda e riunificare l’isola. “Non è una questione di hard border o di soft border. La Brexit conferma che siamo un paese a sovranità limitata. La presenza delle forze di sicurezza al confine aumenterà la violenza perché sarà una dimostrazione concreta del dominio britannico sul nostro paese e riporterà alla memoria i tempi in cui la nostra gente veniva maltrattata e persino ammazzata dai soldati ai controlli di frontiera”. Duffy ribadisce che Saoradh non ha alcun legame con gli autori dell’attentato al tribunale e non sarà mai controllato da altre organizzazioni, siano esse armate o meno. “Ma finché il potere dominante sarà l’imperialismo – spiega – ci saranno sempre donne e uomini disposti a impegnarsi nella lotta armata rivoluzionaria”. Poi aggiunge che Saoradh sta aprendo sedi in tutta l’isola ed è tutto tranne che un partito di nostalgici. Accanto a lei siede Nathan Hastings, 26 anni, da poco uscito dal carcere di massima sicurezza di Maghaberry, vicino a Belfast, dove ha scontato una condanna a cinque anni per possesso di armi ed esplosivi. Nel 1998, quando fu firmato l’accordo di pace, era un bambino. Ha frequentato con il massimo dei voti il collegio cattolico St. Columb di Derry, lo stesso dove studiarono due futuri premi Nobel: Seamus Heaney e John Hume. Hastings pensava di andare all’università, prima di aderire alla lotta armata entrando nelle file della New IRA. Dopo aver trascorso lunghi periodi di isolamento in carcere si è avvicinato a Saoradh e adesso dirige il dipartimento che si occupa dei prigionieri politici. “Ancora oggi ci sono decine di detenuti repubblicani che subiscono pestaggi, perquisizioni forzate e altre vessazioni”, denuncia. “Per questo ci ispiriamo alla tradizione delle lotte carcerarie degli anni ‘80, quelle di Bobby Sands”. L’accenno al grande martire del repubblicanesimo irlandese non è casuale. Il linguaggio, la liturgia e i punti di riferimento culturali di Saoradh coincidono con quelli usati dal Sinn Féin in passato. Nel novembre scorso il congresso del partito ha eletto presidente il 57enne Brian Kenna, di Dublino, un ex prigioniero dell’IRA allontanatosi dal Sinn Féin subito dopo la firma dell’accordo di pace. L’assemblea ha ribadito la linea orgogliosamente astensionista, considera illegittimo il parlamento di Stormont e ritiene che quelli come Gerry Adams abbiano svenduto la causa dell’indipendentismo sull’altare della realpolitik. Il sostegno popolare nei loro confronti non appare paragonabile a quello di cui godeva il Sinn Féin durante il conflitto, tuttavia i repubblicani dissidenti sono decisi a sfruttare fino in fondo le incertezze politiche in cui versa l’Irlanda del Nord. Da due anni le istituzioni sono bloccate a causa della sospensione di Stormont ma soprattutto la Brexit ha fatto tornare al centro dell’agenda politica la questione del confine irlandese, con il rischio concreto di una possibile escalation di violenza. “Escludo che lo scontro possa tornare ai livelli di venti o trent’anni fa”, assicura Peter Taylor, veterano della Bbc, uno dei giornalisti più esperti del conflitto anglo-irlandese. “Tuttavia il livello di allerta è considerato molto alto perché la New IRA rappresenta una grave minaccia alla pace”. Dal 2012 a oggi il gruppo ha ucciso due guardie carcerarie e ha messo a segno decine di piccoli attentati contro caserme e postazioni militari, molti dei quali proprio a Derry. Rispolverando anche un classico dei tempi del conflitto: gli attacchi a colpi di mortaio. La sua capacità di reclutare uomini e di finanziarsi con il contrabbando di benzina e il commercio illegale di sigarette è considerata in forte crescita. “Le sue origini – ricorda Taylor – risalgono all’assemblea straordinaria che i vertici dell’IRA organizzarono nel 1997, sei mesi prima dell’accordo di pace, in un piccolo villaggio del Donegal. Le decisioni di Gerry Adams non furono approvate all’unanimità. Alcuni se ne andarono in segno di protesta, sentendosi traditi. Erano contrari alla linea della leadership del Sinn Féin e volevano continuare a battersi con la forza per la riunificazione dell’isola”. Tra loro c’erano uomini esperti che conoscevano i nascondigli di una parte del vasto arsenale dell’IRA. Armi che adesso sono in mano alla New IRA. “In assenza di dati ufficiali – conclude Taylor – possiamo stimare il loro potenziale tra i cinquanta e i cento membri militarmente attivi. Di qualsiasi età. Al culmine del conflitto, per rendere l’idea, gli effettivi della vecchia IRA erano poco più di cinquecento”.
RM

Derry, rabbia e paura dopo l’autobomba

Avvenire, 31 gennaio 2019

Erano sette anni che non esplodeva un’autobomba da queste parti. Per la popolazione di Derry è stato un brusco risveglio: ha fatto svanire di colpo la convinzione che la guerra fosse ormai solo un lontano ricordo. “Sembrava un sabato sera come tutti gli altri, finché non abbiamo ricevuto la chiamata della polizia che ci ordinava di evacuare immediatamente l’edificio”. Ciaran O’Neill è il direttore del Bishop’s Gate Hotel, l’elegante albergo che si trova a poche decine di metri dal luogo dell’attentato del 19 gennaio scorso.

Il luogo dell’attentato del 19 gennaio
(foto R.Michelucci)

Erano le otto di sera, e il ristorante dell’hotel era pieno di gente. “Gran parte del mio staff ha meno di trent’anni e non si era mai trovato in una situazione simile. In pochi minuti siamo stati costretti a portare al sicuro quasi duecento persone”. Aperto nell’estate di due anni fa, il Bishop’s Gate è stato votato secondo miglior albergo del Regno Unito dagli utenti di Tripadvisor ed è il simbolo più eloquente della riqualificazione di un’area che negli ultimi anni ha visto fiorire nuovi negozi, bar, ristoranti e un mercato coperto. Adesso O’Neill teme che l’evento possa avere gravi ricadute sull’economia cittadina. All’angolo della strada si trova invece la libreria Little Acorn. La proprietaria, Jenny Doherty, non si è ancora ripresa dallo choc. Il sabato sera di solito chiude alle sei ma quel giorno aveva deciso di restare più a lungo per rimettere a posto il negozio. “Stavo per chiudere la saracinesca quando ho sentito un botto enorme. Mi sono affacciata fuori e ho visto i poliziotti che stavano evacuando l’area in tutta fretta. Uno di loro mi ha gridato di tornare nel negozio e restare chiusa all’interno”. Jenny abita all’interno dell’area che è stata evacuata per motivi di sicurezza, e ha potuto far ritorno a casa solo due giorni dopo, quando l’allerta è terminata. Quasi per miracolo il potente ordigno sistemato nel veicolo in sosta di fronte al tribunale non ha fatto vittime.

(foto R.Michelucci)

Ma chi l’ha piazzato ha scelto con cura sia il luogo che una data precisa per compiere l’attentato. Eamonn McCann, 75 anni, scrittore e storico attivista politico di Derry, è convinto che la bomba non abbia avuto niente a che fare con la Brexit. “I repubblicani dissidenti contrari al processo di pace hanno voluto celebrare in questo modo il centenario dell’inizio della guerra d’indipendenza, nel 1919. L’eredità della storia è ancora pesante da queste parti, e alcuni vorrebbero rivivere il passato”, spiega McCann, che nel 1972 fu uno degli organizzatori della marcia che culminò nella strage della Bloody Sunday.
Bishop street, dov’è esplosa l’autobomba, si trova nel cuore del centro di Derry, all’interno delle mura cittadine, in un luogo dal forte valore simbolico. Il piccolo tratto di strada scende verso il Diamond – la piazza centrale -, costeggia la cattedrale anglicana di San Columba ed è adiacente al Fountain, una piccola enclave protestante chiusa dietro a un recinto di grate metalliche. Uno dei tanti muri che continuano a dividere le città dell’Irlanda del Nord. L’area è controllata da decine di telecamere a circuito della polizia e pare impossibile che gli autori dell’attentato non siano stati ancora scovati. Le cinque persone arrestate finora sono state rilasciate nel giro di poche ore, senza alcuna accusa. Il giorno dopo la bomba, gruppi di uomini armati hanno sequestrato tre veicoli seminando il caos in città. Anche adesso che l’allarme è finito gli agenti continuano a pattugliare il centro giorno e notte con i cani anti-esplosivo.

La polizia sulle mura di Derry (foto R.Michelucci)

La gente è scossa, ma la paura delle prime ore ha ormai lasciato spazio a una profonda rabbia nei confronti di chi vorrebbe riportare l’Irlanda del Nord agli anni bui del passato. Un gruppo che si è presentato con il nome di “IRA” ha inviato una dichiarazione al Derry Journal rivendicando l’attentato al tribunale e minacciando nuovi attacchi. Molti temono che i gruppi paramilitari possano usare la Brexit e l’eventuale ripristino del confine con la Repubblica d’Irlanda come pretesto per compiere nuovi atti di violenza ma nessuno crede che il conflitto possa riesplodere come in passato. Nei giorni scorsi alcune centinaia di persone si sono radunate in centro, al Giardino della pace, per manifestare contro i dissidenti. C’erano i rappresentanti dei principali partiti nordirlandesi, anche quelli un tempo vicini alla lotta armata come Sinn Féin e gli unionisti del DUP. Dalla manifestazione sono emerse critiche nei confronti dei leader politici, per l’impasse che da oltre due anni blocca il parlamento di Stormont. Dal palco ha infine preso la parola Antoinette McMillen del NIPSA, il più grande sindacato d’Irlanda. “I nostalgici della lotta armata – ha gridato – dovrebbero innanzitutto dare ascolto alla gente comune e ai lavoratori, che non vogliono un ritorno al passato e sono decisi a resistere a qualsiasi forma di intimidazione”.
RM