Archivi categoria: Guerra

Sarajevo divisa dalla memoria di un “giusto”

Venerdì di Repubblica, 13.10.2017

A oltre vent’anni dalla fine del conflitto, la politica bosniaca riesce a spaccarsi persino di fronte alla memoria di un “giusto”. Alcuni giorni fa la municipalità a maggioranza musulmana di Novo Sarajevo, una delle quattro entità amministrative della capitale bosniaca, ha bocciato la proposta di intitolare un nuovo centro sportivo a Goran Čengić, popolarissimo ex atleta che fu ucciso durante l’ultima guerra dei Balcani mentre cercava di salvare un suo vicino. Non è bastata un’ampia mobilitazione popolare che lo riteneva un doveroso tributo a un uomo coraggioso e ancora molto amato in città. Diciassette consiglieri su trenta hanno votato contro l’intitolazione, facendo scoppiare la rabbia degli abitanti di Sarajevo, che hanno iniziato a far circolare sui social network le immagini dei frondisti corredate da insulti, mentre qualcuno ha scritto con lo spray ‘Goran Cengic Hall’ sulle vetrate del centro sportivo. Figlio di una coppia mista (suo padre, un ex partigiano serbo, fu il primo sindaco di Sarajevo dopo la Seconda guerra mondiale), nel 1992 Čengić aveva 46 anni e viveva a Grbavica, nella parte occupata della città. Era stato una stella della nazionale jugoslava di pallamano, ed era considerato una gloria sportiva cittadina. Ma un giorno la sua vita si intrecciò fatalmente con quella di Veselin Vlahović, noto come il “mostro di Grbavica”, uno tra i più sanguinari paramilitari serbo-bosniaci, che fece irruzione nel suo palazzo per uccidere un uomo musulmano anziano e malato. Goran sentì le urla del vicino, cercò invano di proteggerlo, e fu portato via insieme a lui da un gruppo di miliziani armati. Di loro non si seppe più niente finché, nove anni dopo, non furono rinvenuti i resti di Čengić. Da allora, il suo eroismo è stato celebrato con premi postumi e con il titolo di “Giusto per il coraggio civile” conferitogli dall’Ong Gariwo. La mancata intitolazione del centro sportivo di Novo Sarajevo è uno schiaffo alla sua memoria che può essere spiegato soltanto dalle sue origini serbe. “Goran è stato ucciso una seconda volta”, ha commentato con amarezza l’opinionista di Radio Sarajevo, Nataša Gaon-Grujić.
RM

Grande guerra, le lapidi rivivono su Twitter

Avvenire, 26.9.2017

“Vittima della menzogna/ che la guerra possa fermare la guerra”; “Quante speranze sono sepolte qua/ con il nostro unico figlio”; “Riposa nel Signore e attendi pazientemente la sua venuta”; “I tuoi passi lontani risuonano nel corridoio del tempo”. Centinaia di epitaffi per i caduti della Grande guerra, pubblicati uno al giorno per oltre quattro anni. Iscrizioni cariche di sofferenza e amore, di disperazione e orgoglio, alcune con riferimenti alla Bibbia e ai classici della letteratura, altre che raccontano un particolare della vita di un soldato o di un’infermiera morta negli anni del conflitto. È Twitter a far rivivere la memoria dei caduti britannici della Prima guerra mondiale con l’ambizioso progetto Great War Inscriptions ideato dalla storica inglese Sarah Wearne. Tre anni fa la studiosa ha iniziato a pubblicare giornalmente le iscrizioni tratte dalle tombe dei cimiteri di guerra sul profilo @WWInscriptions con l’intenzione di proseguire fino all’11 novembre 2018, solcando così il centenario dell’armistizio che pose fine alla brutale mattanza d’inizio ‘900. Ciascun tweet rimanda a una pagina del sito epitaphsofthegreatwar.com che indica il nome, l’età, la data di morte, il corpo di appartenenza e il cimitero dove si trova la lapide. Nella stessa pagina la storica spiega ogni singolo epitaffio citando gli eventuali riferimenti letterari – alcuni tratti da Orazio, Shakespeare, Kipling e Tennyson – e riporta, laddove possibile, anche una breve biografia del caduto. La fase di ricerca del progetto (che ha già superato ampiamente il migliaio di tweet) è durata molti anni, durante i quali Wearne ha studiato negli archivi e ha visitato i più remoti cimiteri di guerra europei riuscendo a riportare in vita le iscrizioni scelte all’epoca dai genitori o dalle mogli dei caduti. Frasi che non ricordano soltanto il sacrificio dei soldati ma anche l’eroismo delle infermiere che seguendo le orme di Florence Nightingale persero la vita nelle trincee, sui campi di battaglia o negli ospedali. Le lapidi riportano epitaffi in più lingue che rispecchiano la patria d’origine del caduto, dal gallese al gaelico scozzese, dall’Afrikaans al Maori. Alcuni di questi sono stati raccolti in due libri dedicati ai momenti cruciali del primo conflitto mondiale: la battaglia della Somme del 1916 e quella di Ypres dell’anno successivo (Epitaphs of the Great War: The Somme e Epitaphs of the Great War: Passchendaele). Ma il cuore del progetto resta la rievocazione quotidiana delle iscrizioni attraverso Twitter, dove il limite dei 140 caratteri appare persino ampio, considerando che all’epoca ai familiari ne furono concessi meno della metà – appena 66 – per ricordare i loro cari. Oggi la geografia di quella memoria bellica lontana un secolo è parte del nostro paesaggio e i cimiteri della Prima guerra mondiale, sparsi per l’Europa, sono ammirati per la loro silenziosa e sobria dignità, ma all’epoca le regole imposte dal governo britannico innescarono non poche controversie. Nel 1915, al culmine del conflitto, Londra proibì infatti il rimpatrio delle salme dalle zone di guerra ignorando le richieste delle famiglie, che non volevano vedere le spoglie dei loro cari inumate in un remoto angolo di un paese straniero. Molti si illusero che sarebbe stato sufficiente attendere la fine delle ostilità per poter dare una degna sepoltura ai propri cari ma il divieto sarebbe rimasto in vigore anche in seguito. A nessuno, neanche a chi aveva i mezzi per farlo, fu consentito di riportare a casa i resti dei propri cari, per evitare che nei cimiteri di guerra restassero soltanto le tombe dei più poveri. “Contrariamente a quanto si può pensare – ha spiegato Wearne – i cimiteri non intendevano riflettere l’uguaglianza dei morti di fronte a Dio, bensì di fronte all’Impero. Che arrivassero dall’Inghilterra, dal Canada o dall’Australia, i soldati dovevano essere tutti sepolti insieme”. Un’apposita commissione governativa stabilì poi che le lapidi dovevano essere uniformate e quindi le famiglie, quale che fosse il grado del soldato caduto, non ebbero neanche la possibilità di sceglierne la forma o le dimensioni. Fu la Chiesa cattolica a far notare che poiché non vi era stata quasi mai la possibilità di amministrare gli ultimi riti, sarebbe stato indispensabile dedicare una preghiera a ciascun morto per favorire il passaggio dell’anima nell’aldilà. Ma in presenza di caduti appartenenti a diverse confessioni religiose fu necessario trovare un compromesso. La commissione concesse che su ciascuna lapide fosse apposta una breve iscrizione lunga non più di 66 caratteri, fissando un costo di 3 pence e mezzo per ciascuna lettera. Una decisione che scatenò non poche proteste, considerando che nel Dopoguerra non tutti potevano permettersi una spesa del genere e furono costretti a rinunciare a quello che di fatto era rimasto l’unico modo per ricordare i propri cari. Ecco perché soltanto sul quaranta per cento di quelle lapidi è stata apposta un’iscrizione. Per tutti gli altri, per i quali l’assenza di un’epigrafe ha inevitabilmente favorito l’oblio, può valere quanto scrisse Rudyard Kipling sotto forma di poesia, pensando a suo figlio John, arruolatosi volontario e ucciso a pochi mesi dall’inizio della Grande guerra: “se qualcuno domanda perché siamo morti, ditegli perché i nostri padri hanno mentito”.
RM

Montini, Dalla Costa e l’arte toscana salvata dai nazisti

Avvenire, 13.9.2017

Fu l’intenso lavoro diplomatico svolto dalla Santa Sede a consentire il salvataggio dei capolavori dell’arte toscana trafugati dai nazisti negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. Un vero e proprio canale parallelo a quello attivato dagli Alleati, che culminò in una lettera datata 15 novembre 1944, nella quale il segretario di Stato Vaticano Giovanni Battista Montini informò il cardinale di Firenze Elia Dalla Costa che il San Giorgio di Donatello, il Bacco di Michelangelo e decine di altre opere d’arte rubate dai nazisti in Toscana erano state finalmente individuate in un rifugio segreto in Alto Adige. “Le competenti autorità germaniche – scrive il futuro papa Paolo VI al cardinale – hanno inviato l’elenco degli oggetti contenuti nelle 58 casse, che sono adesso conservate nel castello di Neumelans, a Campo Tures”. Due mesi prima era stato lo stesso Dalla Costa a scrivere a Montini per informarlo che le truppe tedesche in ritirata avevano razziato la villa medicea di Poggio a Caiano, alle porte di Firenze, dove la Soprintendenza aveva nascosto quei capolavori per proteggerli dai bombardamenti. Questa corrispondenza, rinvenuta nel fondo Dalla Costa dell’Archivio storico diocesano fiorentino dalla studiosa Alessia Cecconi, conferma il ruolo decisivo svolto in quei mesi da Montini e dal cardinale di Firenze, che consentì infine il recupero di quei tesori con l’intervento della task force statunitense incaricata della protezione delle opere d’arte. “Durante la guerra – spiega Cecconi – Dalla Costa fu continuamente in contatto con il soprintendente fiorentino Giovanni Poggi e lavorò senza sosta per scoprire dove si trovassero le opere trafugate e nell’autunno 1944. Grazie alle indagini svolte attraverso i canali del Vaticano, che coinvolsero anche il cardinale di Bologna e il nunzio apostolico a Belluno, iniziarono a trapelare le prime informazioni sulla presenza di quei depositi in Alto Adige, che sarebbero stati infine individuati alcuni mesi più tardi, nel maggio 1945”. Si trovavano nei pressi di Bolzano, a San Leonardo in Passiria e a Campo Tures, nel castello di Neumelans. Oltre ai capolavori di Donatello e Michelangelo (trafugati dal museo del Bargello di Firenze), c’eano anche i più importanti bassorilievi monumentali di Pistoia, vere e proprie opere-simbolo della città: la lunetta del portale maggiore del Duomo con l’archinvolto e la volta di Andrea della Robbia, lo stemma civico cittadino della Scuola del Verrocchio e la lunetta con l’incoronazione della Vergine dell’Ospedale del Ceppo. Il racconto per immagini di quello straordinario ritrovamento è stato ricostruito – nell’ambito del programma di iniziative per Pistoia capitale della cultura 2017 – attraverso le sessanta foto inedite e i venti pannelli documentari della mostra Tesori in guerra. L’arte di Pistoia tra salvezza e distruzioni, realizzata dal locale Istituto storico della Resistenza insieme alla Fondazione CDSE nel Chiostro di San Lorenzo della città toscana (dall’8 al 20 settembre, con orario 15-18). La documentazione fotografica proviene dai fondi del Gabinetto fotografico della Galleria degli Uffizi e della Soprintendenza di Firenze, Pistoia e Prato. Le immagini, mai viste prima d’ora, raccontano anche l’emblematica vicenda di un altro capolavoro dell’arte sacra di Pistoia, la Visitazione di Luca della Robbia, particolarmente amata dai pistoiesi per motivi devozionali. L’opera, collocata nella chiesa di San Giovanni Fuorcivitas, si salvò grazie all’involucro di mattoni col quale era stata messa in sicurezza pochi giorni prima del terribile bombardamento del 24 ottobre 1943, che danneggiò pesantemente la chiesa. Soltanto in seguito lo straordinario gruppo robbiano fu smontato e trasportato a Firenze, nella Galleria dell’Accademia, dove rimase fino alla fine della guerra, accanto al monumentale David di Michelangelo. Considerata un obiettivo strategico a causa della presenza delle officine belliche San Giorgio e di tre grandi caserme tedesche, Pistoia subì massicci bombardamenti tra l’autunno 1943 e il gennaio 1944. Le bombe provocarono centinaia di morti e distruzioni gravissime, con dodici chiese rase al suolo e altre cinquanta gravemente danneggiate.
RM

Biafra 1967-2017

Cinquant’anni fa, per la prima volta, venivano contestate le frontiere degli stati africani

Il 30 maggio 1967 il colonnello Emeka Ojukwu, governatore della Regione Orientale della Nigeria, dichiara la secessione del territorio, che in questo modo assume il nome di Biafra. Questa è la reazione al mancato rispetto degli accordi di Aburi (4-5 gennaio 1967) da parte del governo di Lagos. Tali accordi prevedevano che la Nigeria divenisse una confederazione. Il governo centrale, anziché cercare una soluzione politica, risponde con una guerra che assume presto proporzioni mondiali. Dalla parte del Biafra si schierano molti paesi, fra i quali Cina, Israele, Portogallo e Rhodesia. Dall’altra parte, la Gran Bretagna e l’URSS forniscono un sostegno decisivo alla Nigeria, che fa di tutto per bloccare l’arrivo degli aiuti umanitari provocando una terribile carestia. Un genocidio dove muoiono circa due milioni di persone. La tragedia oscura velocemente le ragioni politiche della secessione. Il 30 gennnaio 1970, dopo 30 mesi di guerra, le truppe biafrane si arrendono. La regione viene reintegrata nel paese e la parola “Biafra” viene messa fuorilegge.

Il colonnello Ojukwu

Nata nel 1970 dopo circa 150 anni di dominazione britannica, la Nigeria ha conservato la struttura fissata dal colonialismo. Come in tutta l’Africa. Oggi, grazie a questo, l’uomo della strada ignora i popoli africani: i Diola e gli Oromo, i Berberi e gli Wolof, i Tuareg e gli Yoruba. Al loro posto conosce i Senegalesi e gli Algerini, i Nigeriani e gli Ivoriani, nomi senza volto e senza storia inventati per occultare il passato dell’Africa. Per poter presentare al resto del mondo un continente segnato dalla corruzione, dalla violenza e dalla povertà. Ma l’Africa non era questo. Il Biafra, che fin dal nome si ricollega al passato africano, resta un esempio tragico ma indimenticabile: la prima volta che gli africani hanno detto NO alla frontiere coloniali e hanno rivendicato il diritto di fissare le proprie. Le grandi potenze non hanno risposto “col dialogo”, come si sente dire oggi, ma con le armi.
Alessandro Michelucci

La squadra di Assad ai mondiali di calcio?

Venerdì di Repubblica, 28 aprile 2017

Può una squadra di calcio senza tifosi, senza stadio e senza soldi qualificarsi per i mondiali che si disputeranno in Russia nel 2018? La nazionale siriana potrebbe partecipare a una fase finale del campionato del mondo per la prima volta nella sua storia proprio mentre il paese è dilaniato dalla guerra civile. Quello che anche in tempo di pace è sempre stato un sogno proibito è diventato una possibilità concreta qualche settimana fa, grazie a un’inaspettata vittoria casalinga sull’Uzbekistan nel girone di qualificazione. La partita sembrava avviata verso un inutile pareggio, quando a pochi minuti dalla fine il ct Ayman Hakeem ha fatto entrare l’anziano attaccante Firas al-Khatib. Erano cinque anni che il 33enne numero dieci originario di Homs, considerato il più forte giocatore siriano di tutti i tempi, non indossava più la maglia della nazionale. Nel 2012 aveva infatti  abbandonato “la squadra del regime” per motivi politici, non facendo mistero del suo sostegno nei confronti dei ribelli anti-Assad, prima di trasferirsi in Kuwait. Ma poi ha deciso di riprendere il suo posto in squadra affermando che la nazionale è di tutti, e che vale la pena contribuire alla corsa verso il Mondiale. A un minuto dalla fine è stato proprio lui a procurarsi il rigore decisivo che è stato trasformato dal giovane compagno di squadra Omar Kharbin, proiettando la squadra a ridosso del terzo posto nella classifica del girone eliminatorio, che garantirebbe l’accesso ai playoff per Russia 2018. Per ovvi motivi di sicurezza le “aquile di Qassioun” (questo il soprannome dei giocatori siriani, dal nome del monte che sovrasta la capitale) sono costrette da anni a giocare le partite casalinghe fuori casa, anche perché lo stadio Abbasyn di Damasco che era il tempio della nazionale è stato trasformato in una base militare e molti altri sono diventati centri di detenzione. I match interni di qualificazione sono stati disputati prima in Oman, poi in Malesia: alla partita con l’Uzbekistan, giocata allo stadio Hang Jebat di Malacca, hanno assistito appena trecento tifosi. Ma il ritorno di al-Khatib – da molti considerato un traditore della patria – è stato visto come un provvidenziale segno del destino e una speranza per il futuro del paese, come hanno dimostrato le lacrime versate nel dopo partita dal ct Hakeem, che ha dedicato il successo a tutto il popolo siriano. La nazionale è da sempre un potente strumento di propaganda del regime di Bashar al-Assad e negli ultimi anni non è stata immune da tensioni politiche, con giocatori arrestati, costretti a fuggire o addirittura uccisi a causa del loro sostegno ai ribelli. Ma pur priva di tifo al seguito e costretta a convocare giocatori sparsi per il Golfo, la squadra si era già resa protagonista di un’impresa nell’ottobre scorso, quando aveva strappato una clamorosa vittoria in trasferta contro la Cina di Marcello Lippi, al Coca Cola Stadium della provincia di Shaanxi. In quell’occasione l’orgoglio siriano aveva prevalso su una squadra ricca e sostenuta da circa cinquantamila tifosi locali. Adesso, tra giugno e settembre, restano da giocare tre partite contro Qatar, Iran e Cina, e il terzo posto appare ancora alla portata dell’undici siriano, il cui segreto è lo spirito con il quale i giocatori scendono in campo. “Non importa se uno di noi è cristiano, musulmano o di qualsiasi altra confessione”, ha dichiarato al Guardian il capitano Abdulrazak al Hussein. “Siamo una squadra e giochiamo per il nostro paese”.
RM

80 anni dopo Guernica bombe fasciste sul Rojava

Gianni Sartori

Con un drammatico appello l’Unione delle Comunità del Kurdistan (KNK) ha informato l’opinione pubblica che l’esercito turco sta attaccando i curdi yezidi e i villaggi del Rojava. Aerei da guerra turchi hanno bombardato Şengal (Sinjar-Iraq/Kurdistan) e Dêrik (Karaçokê-Rojava/Kurdistan). Sarebbero almeno ventisei gli aerei da guerra turchi che hanno attaccato Amûd e Geliyê Kersê di Şengal/Sinjar. In queste ore (tarda serata del 25 aprile) il bombardamento è ancora in corso. Preventivamente, in vista dei bombardamenti, a Dêrik e nelle zone circostanti sono state completamente interrotte le reti di comunicazione. Molti civili e molti combattenti curdi sono rimasti uccisi e altri feriti a causa degli attacchi aerei.
La scorsa notte aerei da guerra turchi avevano bombardato Dengê Rojava Radio e ÇIRA-FM e anche il quartier generale delle YPG a Karaçokê presso la città di Dêrik. Dal comando generale delle YPG era partito un appello all’autodifesa e all’insurrezione rivolto alla popolazione del Rojava.
Riporto testuale:
“Alle 2.00 di martedì, 25 aprile 2017, aerei da guerra turchi hanno lanciato un attacco su larga scala sul quartier generale del Comando Generale delle Unità di Difesa del popolo (YPG) sul monte Karaçokê vicino alla città di Dêrik, dove si trovano anche un media center, una radio locale, il quartier generale della comunicazione e alcune istituzioni militari. Questo vile attacco ha portato la morte e il ferimento di diversi nostri compagni. Ulteriori dettagli sulle loro generalità verranno resi noti più avanti.
E il comunicato prosegue:
“Noi come Unità di Difesa del Popolo ribadiamo che questo vile attacco non scoraggerà la nostra determinazione e la nostra libera volontà di combattere e scontrarci con il terrorismo. Chiediamo anche al nostro popolo nel Rojava con tutte le sue componenti di prendere posizione al fianco delle sue forze legittime a fronte di questa offensiva.”
Per il co-presidente del PYD “questi attacchi aerei vengono eseguiti per dare sostegno a ISIS e per questo le forze della coalizione devono chiarire la loro posizione”. Ha poi specificato che l’aviazione turca sta attaccando “una società che sta combattendo contro il terrorismo. Le forze della coalizione non devono rimanere in silenzio di fronte a questo. Nessuno deve accettare questo attacco.”
Appare evidente che con questi atti irresponsabili (azzardo un’ipotesi: terrorismo di stato?) il governo turco sta tentando di neutralizzare l’operato anti-Isis dei curdi a Raqqa.
Ed è esattamente questa la convinzione espressa dalla Assemblea Siriana Democratica (MSD): Mentre è in corso l’operazione a Raqqa e le nostre forze stanno prendendo il sopravvento su ISIS, aerei da guerra turchi stanno bombardando il nostro quartier generale sia nella zona di Karaçokê che di Şengal. Questi attacchi mostrano che lo Stato turco vuole neutralizzare l’operazione a Raqqa per far prendere fiato a ISIS.
Ma in ogni caso, ribadisce la MSD: “un attacco del genere servirà solo a rafforzare la nostra determinazione contro il terrorismo”.

L’omaggio a Sarajevo del regista premio Oscar

Intervista al regista bosniaco Danis Tanovic (Avvenire, 23.1.2017)

“Nessuno, nella Bosnia di oggi, parla di futuro. Il mio paese non è riuscito a superare la tragedia della guerra, a creare nuovi eroi, nuovi punti di riferimento, una storia nuova. In compenso la mafia e la corruzione dilagano”. Lo sguardo amaro e disilluso del regista bosniaco Danis Tanovic, premio Oscar nel 2001 per No Man’s Land, si riflette anche nel suo nuovo film Morte a Sarajevo, che è una forte denuncia del potere e della società odierna, ma anche un atto d’amore per la sua città e per la sua gente. Proprio mentre si avvicina il venticinquesimo anniversario dell’inizio del più lungo assedio della storia moderna, Tanovic ha girato un lungometraggio a Sarajevo, la città dov’è cresciuto e dove vive tuttora. Ispirandosi al monologo teatrale Hotel Europe di Bernard-Henry Lévy, il regista bosniaco ha realizzato un film corale sullo stile di Robert Altman che si svolge nel miglior hotel di Sarajevo nei giorni delle celebrazioni del centenario dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, l’evento che segnò l’inizio della prima guerra mondiale. Mentre in città arrivano i grandi della Terra e il direttore riceve un noto attore francese – interpretato da Jacques Weber – che dovrà tenere un discorso, il personale dell’albergo si sta preparando a uno sciopero per reclamare i propri diritti, visto che non riceve lo stipendio da mesi. Sul tetto dell’hotel una giornalista sta registrando una trasmissione televisiva sul centenario, e tra gli intervistati c’è anche un giovane nazionalista serbo con il quale finirà per litigare furiosamente. La coralità della narrazione si sposta dal presente al passato toccando molteplici temi dal forte valore simbolico. Anche la scelta del luogo che ha ospitato il set ha un significato ben preciso, ci spiega Tanovic, che abbiamo incontrato nei giorni scorsi a Firenze, al festival Balkan Florence Express. “Ho girato all’Holiday Inn perché per chi è nato e vissuto a Sarajevo quell’albergo ha un valore quasi mitico. Fu costruito per i giochi olimpici invernali del 1984 e la tragica ironia della storia ha voluto che i primi colpi sparati dai cecchini nel 1992 provenissero proprio dalle sue finestre. Nelle facciate porta ancora i segni della guerra. Io stesso ho un forte legame sentimentale con quell’edificio. Me lo trovavo sempre di fronte da bambino, quando andavo a scuola. Il gigantesco salone che si trova al suo ingresso, e dove si svolgono molte scene del film, è una metafora della nostra identità, della grandezza perduta della Jugoslavia”. Nei locali dell’albergo si riflettono anche tutte le contraddizioni della società bosniaca del dopoguerra: l’opportunismo degli intellettuali che tacciono o si schierano dalla parte dei potenti, l’individualismo dei giovani, l’atteggiamento remissivo degli anziani a lungo costretti al silenzio. “É un’allegoria della vita nella Bosnia di oggi – spiega il regista – dove mafia e politica vanno a braccetto e i lavoratori sono privati anche dei diritti più elementari, mentre la gente si divide su questioni storiche di principio, come stabilire se Gavrilo Princip, l’attentatore dell’arciduca di oltre cento anni fa, era un eroe o un terrorista. Dalla fine del conflitto, la Bosnia vive un momento di transizione che sembra non avere mai fine”. Morte a Sarajevo – già vincitore del gran premio della giuria a Berlino – intreccia le storie private con la denuncia pubblica descrivendo un paese che non è riuscito a fare i conti con la propria memoria e continua quindi a vivere nel passato. “Il trauma della guerra è ovunque, pervade ancora le nostre vite. Il problema è che tutti cercano di far credere di essere stati dalla parte del giusto, di non avere alcuna colpa. Ma sono proprio i revisionismi a impedirci di guardare avanti, a generare nuovi e pericolosi nazionalismi. Nel XXI secolo continuiamo a dibattere su cosa accadde cento anni fa, mentre nella Sarajevo di oggi c’è ancora gente senz’acqua. La Bosnia non è mai stata ricca come adesso, eppure l’ineguaglianza sta crescendo e i giovani devono combattere ogni giorno contro la disoccupazione e la povertà”.
Quello che è certo è che la strada verso il futuro non può prescindere dalla verità e dalla giustizia nei confonti di ciò che accadde nella guerra dei primi anni ’90. Proprio in questi giorni, il governo bosniaco ha consegnato alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja un’istanza di revisione della sentenza che nel 2007 scagionò la Serbia dalle accuse di aggressione e genocidio. Un’iniziativa controversa, criticata da alcuni. Tanovic non ha alcun dubbio in proposito: “tutti sanno perfettamente che la Serbia era coinvolta nel genocidio, ci sono migliaia di documenti che lo affermano. In un mondo normale sarebbero i serbi a chiedere la revisione della sentenza e un nuovo processo. Dovrebbe essere nel loro interesse – prosegue – stabilire la verità su quanto accadde oltre vent’anni fa, facendo accertare i fatti da una corte imparziale. Solo così potrebbero chiudere per sempre quella storia riabilitando il nome dello stato serbo, come fecero i tedeschi dopo la Seconda guerra mondiale. Cosa sarebbe successo se la Germania si fosse rifiutata di mettere sotto processo Himmler? Sono molto arrabbiato con l’attuale governo serbo che fa di tutto per nascondere ciò che i nazionalismi degli anni ’90 fa hanno fatto nel nostro paese”.
Nelle sue opere precedenti Tanovic aveva denunciato le atrocità della guerra e le malefatte delle multinazionali del farmaco, raccogliendo riconoscimenti in tutto mondo. In un certo senso il suo cinema può essere definito “politico” perché cerca di dare voce alla gente, di porre domande, di far pensare. “Alcuni anni fa – conclude il regista e sceneggiatore bosniaco – decisi di impegnarmi direttamente in politica e fui tra i fondatori del partito Nasa Stranka. Quell’esperienza mi ha consentito di imparare cose che non sapevo, mi ha fatto vedere il mondo da cittadino, più che da artista. Ma quando mi sono reso conto che le mie domande cadevano nel vuoto e rimbalzavano contro un muro di gomma, ho smesso e sono tornato a fare il mio lavoro. Con un’idea fissa: realizzare film per dare voce a qualcuno. In questo caso, alla gente di Sarajevo”.
RM

Spoon River d’Irlanda

Reportage dal cimitero cattolico di Milltown, Belfast, uscito su Avvenire il 10 marzo 2017

Bobby Sands e i martiri dell’indipendenza irlandese dormono su una collina che sovrasta il centro di Belfast, in un luogo che anche col trascorrere delle epoche storiche ha mantenuto intatta tutta la sacralità del suo passato. Nel cuore dell’ex ghetto cattolico di Falls road, il quartiere che fu per decenni il crocevia della lotta dell’IRA, si erge silenzioso e imponente il cimitero di Milltown. L’area che lo circonda è diventata ormai un percorso turistico e talvolta si stenta quasi a riconoscerla. La gigantesca stazione di polizia che ai tempi del conflitto incombeva sull’ingresso della necropoli con il suo massiccio apparato di sistemi di sicurezza è stata demolita alcuni anni fa: tonnellate di cemento e lamiera sono state rimosse per lasciare spazio a una piccola piazza, all’angolo con Springfield road. Sull’altro lato della strada le enormi volumetrie di una catena di supermercati inglesi hanno affiancato impietosamente quell’antologia di lapidi e croci celtiche, e le sue insegne luminose oscurano con irriverenza la prospettiva del cimitero.
Fin dagli anni ’20, le strade circostanti sono state teatro dei brutali pogrom anticattolici che alcuni decenni più tardi avrebbero innescato gli scontri culminati nei cosiddetti Troubles e nella fase moderna del conflitto anglo-irlandese. Milltown non è semplicemente un luogo della memoria, del silenzio e della preghiera, perché nelle sue pietre raccoglie oltre due secoli di storia della causa indipendentista irlandese. Nessun cimitero in tutta l’Irlanda – neanche il monumentale Glasnevin di Dublino – può annoverare al suo interno un numero così grande di caduti per la libertà del paese. Nel 1869 Patrick Dorrian, vescovo di Down e Connor, investì poco più di quattromila sterline per acquisire ventidue ettari di terreno sui quali fece realizzare un cimitero che, contrariamente al vicino City cemetery, doveva essere destinato esclusivamente alla sepoltura dei cattolici. Le tombe che ospita oggi sono circa 200mila, e tra queste soltanto una appartiene a un protestante: James Moore Neeley Hunter, un carpentiere navale morto nel 1954 all’età di 75 anni, sposato con una donna cattolica.

A Milltown si accede varcando il grande arco triangolare in pietra che segna l’ingresso principale, su Falls road, e percorrendo i viali che digradano giù verso l’autostrada e il centro cittadino. Curiosamente, sono poche le tombe risalenti alle due guerre mondiale – in totale centocinquanta – e l’unico monumento di rilievo è quello eretto a ricordo delle vittime non identificate del blitz dell’aviazione nazista che distrusse Belfast nella primavera del 1941. Basta spingersi poche centinaia di metri oltre l’ingresso per ritrovarsi nei cosiddetti poor ground, i prati dove sono state inumate decine di migliaia di vittime dell’influenza spagnola che flagellò l’Europa nel 1918 e solo a Belfast causò la morte di quasi ottantamila persone. I loro corpi giacciono anonimi in una zona che è quasi un’immensa fossa comune. Poco più avanti inizia il pantheon dei martiri della causa repubblicana indipendentista, disseminato in più aree non distanti tra loro. Il primo Republican Plot, dedicato alla memoria del feniano William Harbinson, morto nel 1867, ospita i resti di alcuni dei più noti caduti dell’IRA degli anni ’20, tra i quali spiccano Liam Mellows e Rory O’Connor, fucilati dalle truppe governative irlandesi durante la guerra civile nel 1922. Percorrendo sentieri costellati di lapidi e croci celtiche, ci si imbatte in un grande memoriale nero restaurato di recente che rappresenta un tributo ai caduti repubblicani della Contea di Antrim, dalla rivolta del 1798 ai giorni nostri. Più avanti, una stele nera segnata dal tempo ricorda Winifred Carney, una delle più grandi figure femminili della Rivolta di Pasqua del 1916. Fu la più stretta collaboratrice del leader socialista James Connolly, nonché l’unica donna che combatté con i rivoltosi asserragliati nell’edificio delle Poste Centrali di Dublino. Centinaia di cattolici caduti durante il conflitto e di volontari dell’IRA sono sepolti nelle rispettive tombe di famiglia. Tra questi c’è anche Tom Williams, uno dei più importanti martiri della storia repubblicana, impiccato ad appena diciotto anni nel 1942 per aver preso parte all’attentato contro un poliziotto. I suoi resti sono stati traslati a Milltown soltanto nel 2000, dopo essere rimasti per decenni nel vecchio carcere cittadino di Crumlin road, ormai chiuso. Tra i testimoni illustri della complessità del passato irlandese ci sono religiosi che hanno scritto la storia della comunità cattolica di Belfast dalla fine del XIX secolo. In uno spazio dedicato ai padri redentoristi riposa da tre anni Alec Reid, figura di spicco del processo di pace, che rese il vicino monastero di Clonard uno dei simboli del dialogo negli anni più cupi del conflitto. Bobby Sands è sepolto nel cosiddetto New Republican Plot, un vialetto circoscritto da un piccolo muro e costellato di lapidi ornate da corone di fiori e sormontato da un monumento sul quale sventola il tricolore irlandese. Il suo nome è iscritto su una lapide di marmo nero insieme a quello di Joe McDonnell (il compagno che prese il suo posto nello sciopero della fame del 1981 e morì qualche settimana dopo di lui) e Terence O’Neill. Purtroppo la sua tomba viene periodicamente profanata e sfregiata da attacchi che confermano quanto certe ferite siano ancora aperte e al tempo stesso ne riconoscono, implicitamente, l’importanza storica. Nel 2004 fu addirittura distrutta da un blitz dei fanatici orangisti, mentre l’ultimo oltraggio risale all’estate scorsa, e vide tutta l’area circostante imbrattata con graffiti e slogan neonazisti. Ma il fatto più tragico avvenne il 16 marzo 1988, quando il cimitero divenne teatro di una strage. Durante i funerali di tre volontari dell’IRA uccisi a Gibilterra dalle forze di sicurezza britanniche, Michael Stone, militante del gruppo paramilitare lealista Ulster Defence Association attaccò la folla a colpi di granate e fucilate, a pochi passi dalla tomba di Bobby Sands. Uccise tre persone e ne ferì una quarantina prima di sfuggire al linciaggio grazie all’intervento di una pattuglia della polizia. L’agghiacciante sequenza, ripresa dalle televisioni, è tristemente passata alla storia come uno dei fatti più tragici avvenuti negli ultimi anni del conflitto.
RM

Eva Heyman, “Anna Frank” d’Ungheria

Avvenire, 18.1.2017

“Mio piccolo Diario, io non voglio morire, voglio vivere anche se di tutto il distretto rimanessi soltanto io. Aspetterei la fine della guerra in una cantina o in una soffitta, o in un buco qualsiasi; mio piccolo Diario io mi lascerei baciare dal gendarme dagli occhi storti che ci ha portato via la farina, basta che non mi uccidano, che mi lascino vivere!”. L’ultima, struggente pagina delle memorie della tredicenne Éva Heyman prende forma il 30 maggio 1944. Appena una settimana più tardi, mentre gli Alleati stanno sbarcando in Europa per la prima volta, la ragazzina sorridente con le lunghe trecce viene deportata ad Auschwitz dove morirà insieme a mezzo milione di ebrei ungheresi. Per più di due mesi, a partire dal 13 febbraio di quell’anno, la piccola Éva raccoglie in un piccolo diario pensieri e riflessioni intime, oltre a racconti dettagliati sulla situazione sempre più drammatica degli ebrei della cittadina di Nagyvárad, l’attuale Oradea, al confine tra la Romania e l’Ungheria. In poco tempo vede il mondo intorno a sé precipitare inesorabilmente verso un abisso senza ritorno: prima l’internamento nel ghetto, le notizie degli arresti e delle persecuzioni che si susseguono, poi la deportazione di Márta, la sua migliore amica. È il segnale ineluttabile che presto la stessa sorte toccherà anche a lei, eppure dai suoi scritti lucidi e commoventi continua a trasparire una speranza di salvezza, la convinzione di poter continuare a vivere. “A Budapest ci sono continui allarmi antiaereo – scrive il 18 marzo -, ho tanta paura che presto ce ne saranno anche qui. Non riesco quasi a scrivere a causa della preoccupazione per quello che potrebbe succedere se dovessero bombardare Nagyvárad. Io voglio vivere a tutti i costi”. Continua la lettura di Eva Heyman, “Anna Frank” d’Ungheria

Beirut, Antigone ferma la guerra

Avvenire, 19.1.2017

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Sfidare la guerra, la violenza, la morte con la forza politica dirompente dell’arte e del teatro. Forse non può esistere un’utopia più grande di quella immaginata dallo scrittore francese Sorj Chalandon nel suo ultimo romanzo tradotto in italiano, La quarta parete (Keller editore, traduzione di Silvia Turato, pp. 288). Ambientato nei primi anni ’80 in una Beirut dilaniata dalla guerra, il libro racconta la storia di un giovane francese che cerca in tutti i modi di mantenere la promessa fatta a un amico, compagno di ideali e di lotte universitarie: mettere in scena l’Antigone di Jean Anouilh in una zona di guerra, offrendo un ruolo a ciascuno dei belligeranti, portando la pace tra casa e casa, mischiando ex oppressori ed ex oppressi per una sola, breve rappresentazione. Chalandon è stato per trent’anni inviato del quotidiano francese Libération sui fronti di guerra di tutto il mondo, prima di iniziare a dedicarsi con successo all’attività di romanziere. Memorabili i suoi precedenti libri tradotti in italiano, Il mio traditore (Mondadori, 2009) e soprattutto Chiederò perdono ai sogni (Keller, 2014), entrambi ambientati ai tempi della guerra in Irlanda del Nord.

Sorj Chalandon
Sorj Chalandon

Dal 1981 al 1987 ha seguito il conflitto in Libano, innescato in quegli anni dal corto circuito che aveva fatto saltare il fragile equilibrio tra le comunità cristiane, perlopiù maronite, e quelle musulmane, sciite e druse. Anche stavolta, come nei due romanzi precedenti, l’universo narrativo di Chalandon è ispirato a una realtà ben precisa che lascia ben poco spazio alla finzione. La quarta parete è un libro sull’assurda quotidianità della guerra, sull’implosione dei rapporti umani e sulla perdita dei valori morali e ideologici di fronte agli orrori del mondo. Ma è anche un romanzo fortemente autobiografico, dove l’autore è trasfigurato nei panni di Georges, il protagonista, un giovane appartenente a una generazione idealista e disillusa. “Georges è una parte di me – ci spiega Chalandon – ed esprime tutti i fantasmi che ho accumulato in quell’epoca, rappresenta tutto ciò che non mi piace di me stesso. Ho scritto questo libro anche per uccidere una parte del mio passato”. Continua la lettura di Beirut, Antigone ferma la guerra