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L’omaggio a Sarajevo del regista premio Oscar

Intervista al regista bosniaco Danis Tanovic (Avvenire, 23.1.2017)

“Nessuno, nella Bosnia di oggi, parla di futuro. Il mio paese non è riuscito a superare la tragedia della guerra, a creare nuovi eroi, nuovi punti di riferimento, una storia nuova. In compenso la mafia e la corruzione dilagano”. Lo sguardo amaro e disilluso del regista bosniaco Danis Tanovic, premio Oscar nel 2001 per No Man’s Land, si riflette anche nel suo nuovo film Morte a Sarajevo, che è una forte denuncia del potere e della società odierna, ma anche un atto d’amore per la sua città e per la sua gente. Proprio mentre si avvicina il venticinquesimo anniversario dell’inizio del più lungo assedio della storia moderna, Tanovic ha girato un lungometraggio a Sarajevo, la città dov’è cresciuto e dove vive tuttora. Ispirandosi al monologo teatrale Hotel Europe di Bernard-Henry Lévy, il regista bosniaco ha realizzato un film corale sullo stile di Robert Altman che si svolge nel miglior hotel di Sarajevo nei giorni delle celebrazioni del centenario dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, l’evento che segnò l’inizio della prima guerra mondiale. Mentre in città arrivano i grandi della Terra e il direttore riceve un noto attore francese – interpretato da Jacques Weber – che dovrà tenere un discorso, il personale dell’albergo si sta preparando a uno sciopero per reclamare i propri diritti, visto che non riceve lo stipendio da mesi. Sul tetto dell’hotel una giornalista sta registrando una trasmissione televisiva sul centenario, e tra gli intervistati c’è anche un giovane nazionalista serbo con il quale finirà per litigare furiosamente. La coralità della narrazione si sposta dal presente al passato toccando molteplici temi dal forte valore simbolico. Anche la scelta del luogo che ha ospitato il set ha un significato ben preciso, ci spiega Tanovic, che abbiamo incontrato nei giorni scorsi a Firenze, al festival Balkan Florence Express. “Ho girato all’Holiday Inn perché per chi è nato e vissuto a Sarajevo quell’albergo ha un valore quasi mitico. Fu costruito per i giochi olimpici invernali del 1984 e la tragica ironia della storia ha voluto che i primi colpi sparati dai cecchini nel 1992 provenissero proprio dalle sue finestre. Nelle facciate porta ancora i segni della guerra. Io stesso ho un forte legame sentimentale con quell’edificio. Me lo trovavo sempre di fronte da bambino, quando andavo a scuola. Il gigantesco salone che si trova al suo ingresso, e dove si svolgono molte scene del film, è una metafora della nostra identità, della grandezza perduta della Jugoslavia”. Nei locali dell’albergo si riflettono anche tutte le contraddizioni della società bosniaca del dopoguerra: l’opportunismo degli intellettuali che tacciono o si schierano dalla parte dei potenti, l’individualismo dei giovani, l’atteggiamento remissivo degli anziani a lungo costretti al silenzio. “É un’allegoria della vita nella Bosnia di oggi – spiega il regista – dove mafia e politica vanno a braccetto e i lavoratori sono privati anche dei diritti più elementari, mentre la gente si divide su questioni storiche di principio, come stabilire se Gavrilo Princip, l’attentatore dell’arciduca di oltre cento anni fa, era un eroe o un terrorista. Dalla fine del conflitto, la Bosnia vive un momento di transizione che sembra non avere mai fine”. Morte a Sarajevo – già vincitore del gran premio della giuria a Berlino – intreccia le storie private con la denuncia pubblica descrivendo un paese che non è riuscito a fare i conti con la propria memoria e continua quindi a vivere nel passato. “Il trauma della guerra è ovunque, pervade ancora le nostre vite. Il problema è che tutti cercano di far credere di essere stati dalla parte del giusto, di non avere alcuna colpa. Ma sono proprio i revisionismi a impedirci di guardare avanti, a generare nuovi e pericolosi nazionalismi. Nel XXI secolo continuiamo a dibattere su cosa accadde cento anni fa, mentre nella Sarajevo di oggi c’è ancora gente senz’acqua. La Bosnia non è mai stata ricca come adesso, eppure l’ineguaglianza sta crescendo e i giovani devono combattere ogni giorno contro la disoccupazione e la povertà”.
Quello che è certo è che la strada verso il futuro non può prescindere dalla verità e dalla giustizia nei confonti di ciò che accadde nella guerra dei primi anni ’90. Proprio in questi giorni, il governo bosniaco ha consegnato alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja un’istanza di revisione della sentenza che nel 2007 scagionò la Serbia dalle accuse di aggressione e genocidio. Un’iniziativa controversa, criticata da alcuni. Tanovic non ha alcun dubbio in proposito: “tutti sanno perfettamente che la Serbia era coinvolta nel genocidio, ci sono migliaia di documenti che lo affermano. In un mondo normale sarebbero i serbi a chiedere la revisione della sentenza e un nuovo processo. Dovrebbe essere nel loro interesse – prosegue – stabilire la verità su quanto accadde oltre vent’anni fa, facendo accertare i fatti da una corte imparziale. Solo così potrebbero chiudere per sempre quella storia riabilitando il nome dello stato serbo, come fecero i tedeschi dopo la Seconda guerra mondiale. Cosa sarebbe successo se la Germania si fosse rifiutata di mettere sotto processo Himmler? Sono molto arrabbiato con l’attuale governo serbo che fa di tutto per nascondere ciò che i nazionalismi degli anni ’90 fa hanno fatto nel nostro paese”.
Nelle sue opere precedenti Tanovic aveva denunciato le atrocità della guerra e le malefatte delle multinazionali del farmaco, raccogliendo riconoscimenti in tutto mondo. In un certo senso il suo cinema può essere definito “politico” perché cerca di dare voce alla gente, di porre domande, di far pensare. “Alcuni anni fa – conclude il regista e sceneggiatore bosniaco – decisi di impegnarmi direttamente in politica e fui tra i fondatori del partito Nasa Stranka. Quell’esperienza mi ha consentito di imparare cose che non sapevo, mi ha fatto vedere il mondo da cittadino, più che da artista. Ma quando mi sono reso conto che le mie domande cadevano nel vuoto e rimbalzavano contro un muro di gomma, ho smesso e sono tornato a fare il mio lavoro. Con un’idea fissa: realizzare film per dare voce a qualcuno. In questo caso, alla gente di Sarajevo”.
RM

Suor Maura, martire sulla strada di Romero

Avvenire, 28.1.2017

      C’è un episodio finora rimasto ignoto che è in grado di descrivere tutto il coraggio e la statura religiosa, morale e politica di suor Maura Clarke. Accadde in Nicaragua, alla fine degli anni ’70, quando questa piccola donna con gli occhiali afferrò per un braccio un alto ufficiale della Guardia Nazionale. “Perché avete arrestato queste persone? – gli chiese – stanno solo protestando per la mancanza di acqua potabile, è un loro diritto”. Il soldato, vedendo che ad affrontarlo era una religiosa, perlopiù straniera, le rispose con tono sprezzante. “Sorella, se ne torni al suo convento”. Allora Sister Maura perse la pazienza e iniziò a gridare, indicando la strada polverosa e piena di bisognosi: “questo è il mio convento! Questo è il mio convento!”. Qualche anno dopo, la sua storia avrebbe conosciuto un tragico epilogo in un altro dei disastrati paesi dell’America Centrale, il Salvador. Il 2 dicembre 1980, pochi mesi dopo il brutale assassinio dell’arcivescovo Oscar Romero, vennero ritrovati in una fossa i cadaveri di Maura Clarke e altre due religiose (Dorothy Kasel e Ita Ford), oltre a quello di una missionaria laica, Jean Donovan. Le quattro donne erano state torturate, violentate e barbaramente uccise dagli squadroni della morte del regime. Il colpo di stato militare dell’anno prima aveva rotto definitivamente gli argini della legalità nel piccolo, poverissimo paese centroamericano reduce da una lunga stagione di guerre civili e uccisioni indiscriminate. Il potere nelle mani delle forze armate e l’uso generalizzato della tortura e dell’assassinio contro gli oppositori – veri o presunti – avevano gettato il Salvador in un abisso di orrori senza fine. Gli omicidi, le stragi e le brutalità erano all’ordine del giorno: solo nel 1980 furono ammazzati circa ottomila uomini, donne e bambini ma l’assassinio delle quattro donne statunitensi segnò un punto di non ritorno destinato a passare alla storia. Continua la lettura di Suor Maura, martire sulla strada di Romero

Parigi, la morte ingiusta di Malik Oussekine

Gli avvenimenti di questi giorni in Francia hanno riportato sui giornali i nomi di Zyed Benna e Bouma Traoré. La loro morte, il 27 ottobre 2005, fu la miccia per la grande rivolta delle banlieue in novembre. Ma il ricordo corre anche a un’altra “mort indigne”, quella di Malik Oussekine.

(di Gianni Sartori)

Sabato 6 dicembre 1986. La mezzanotte è passata da venti minuti.
Nel garage della Prèfecture de Paris 43 poliziotti del Peloton de voltigeurs motoportés, (cagoule – passamontagna – nero e casco bianco, muniti di matraque – manganello – di legno lungo un metro) ricevono l’ordine atteso per oltre dieci ore: “PMV, en place!”.
Un’ora e mezza più tardi Malik Oussekine incrocerà la strada di questi vigilantes di Stato motorizzati. Non ne uscirà vivo. Nell’estate del 1986 il sindacato studentesco UNEF-ID lanciava una grande mobilitazione contro il progetto di riforma della scuola superiore proposto dal secrétaire d’Etat aux Universités, Alain Devaqut. Il 22 novembre vengono convocati gli états généraux étudiants alla Sorbonne. Da qui partirà l’indicazione di uno sciopero generale e di una grande manifestazione per il 27 novembre. Intanto, rispondendo all’appello della Féderation de l’Education nationale, il 23 novembre duecentomila persone scendono in piazza contro la politica educativa del governo. Non è che l’inizio: due giorni dopo, il 25 novembre, sono già una cinquantina (su 78) le università in sciopero. Migliaia di studenti medi organizzano manifestazioni spontanee a Parigi. Il 27 saranno oltre 500mila  in tutte le grandi città francesi. Continua la lettura di Parigi, la morte ingiusta di Malik Oussekine

Una spia di origine italiana a Belfast

Venerdì di Repubblica, 13.1.2017

“Quando chi fa le leggi è anche colui che le infrange, non esiste più legge”: una scritta a caratteri cubitali sulle mura di Derry, cittadina martire dell’Irlanda del Nord, esprime con eloquenza lo scontento della popolazione dopo quasi vent’anni di pace senza giustizia. Dalla firma degli Accordi del Venerdì Santo nel 1998 lo stato britannico resta ancora sotto accusa per la cosiddetta ‘guerra sporca’, una prassi sistematica di collusione ad altissimo livello che per anni ha visto le sue forze di sicurezza alleate con i gruppi paramilitari protestanti e coinvolte in omicidi settari e operazioni sotto copertura contro i civili. Uno scandalo più grande e diffuso della Bloody Sunday, la strage compiuta dall’esercito inglese nel 1972, sulla quale un’inchiesta lunga dodici anni ha già stabilito come andarono le cose, pur senza punire i colpevoli. Proprio sulla falsariga di quell’inchiesta è appena cominciata l’“Operation Kenova”, un’indagine giudiziaria che intende far luce sul ruolo dell’esercito, dei servizi segreti MI5 e della squadra politica della polizia nordirlandese nell’omicidio di decine di sospetti informatori. La figura-chiave sulla quale un gruppo di esperti britannici e internazionali è chiamato a indagare è l’agente soprannominato “Stakeknife”, da anni noto come la più importante spia infiltrata dall’esercito all’interno dell’IRA, ritenuto responsabile della morte di almeno una cinquantina di persone e pagato 80.000 sterline l’anno dal governo su un conto bancario segreto a Gibilterra. La sua identità è stata rivelata alcuni anni fa da fonti molto attendibili: si tratterebbe di Alfredo “Freddie” Scappaticci, ormai ultrasettantenne, originario di una famiglia italiana immigrata a Belfast nel Dopoguerra, per anni internato nel carcere di Long Kesh prima che il Consiglio militare dell’IRA lo mettesse a capo di una squadra speciale incaricata di eliminare i presunti informatori.

Nella foto: Freddie Scappaticci
Nella foto: Freddie Scappaticci

Un uomo violento e senza scrupoli che agiva da giudice, da giuria e da carnefice determinando la vita o la morte di decine di persone spesso innocenti, e che per almeno quindici anni sarebbe stato anche il collaboratore più prezioso dell’esercito britannico, tanto che il generale John Wilsey, ufficiale in comando in Irlanda quegli anni, l’ha definito “una gallina dalle uova d’oro”. Dopo aver negato con forza ogni accusa, Scappaticci ha fatto perdere le sue tracce, sapendo di rischiare non tanto il carcere quanto l’ineluttabile vendetta dei suoi ex compagni. Molti ritengono che sia già morto, altri sostengono invece che viva in Italia, dalle parti di Cassino, ormai irriconoscibile grazie a una plastica facciale.
L’indagine che lo riguarda durerà almeno cinque anni e sarà guidata da Jon Boutcher, capo della polizia del Bedfordshire, che ha già reso nota l’esistenza di nuove prove. Se andrà a buon fine scoprirà finalmente il vaso di Pandora sulla ‘guerra sporca’ accertando quanti e quali crimini sono stati compiuti dai membri dell’esercito e dei servizi di sicurezza collusi con i paramilitari protestanti. La ricercatrice Anne Cadwallader del Pat Finucane Centre, un’ong irlandese che si batte per i diritti umani, si dice fiduciosa. Molto più scettico è invece Ed Moloney, veterano dei giornalisti investigativi irlandesi: “l’inchiesta rischia di scoprire fatti talmente sensibili che non potranno essere resi pubblici, e i suoi esiti saranno secretati com’è già accaduto in passato”.
RM

Ankara come Pretoria: così i regimi autoritari reprimono il dissenso

La misteriosa morte dell’unico imputato nel processo sull’assassinio di tre attiviste curde

di Gianni Sartori

Nella foto: Fidan Dogan, Sakine Cansiz e Leyla Saylemez
Nella foto: Fidan Dogan, Sakine Cansiz e Leyla Saylemez

La militante antiapartheid Dulcie Septembre, esponente dell’African National Congress, venne assassinata a Parigi il 29 marzo 1988 da una squadra della morte composta presumibilmente da uomini dei servizi segreti sudafricani e da mercenari. Un delitto di stato rimasto impunito. Accadrà così anche per il triplice assassinio di tre militanti politiche curde uccise, sempre a Parigi, il 9 gennaio 2013? Dobbiamo aspettarci che non venga fatta luce nemmeno sulla morte di Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Saylemez?
Il rischio c’è, visto che l’unico imputato, Omer Guney, è morto improvvisamente il 19 dicembre, a pochi giorni dall’inizio del processo.
Dopo l’assassinio di Dulcie Septembre che stava indagando su un traffico di armi tra Parigi e Pretoria (si parlò anche di materiale nucleare) emerse la possibilità di un ruolo (per lo meno di copertura, di insabbiamento) dei servizi francesi. Forse di una fazione ostile a Mitterand che aveva tolto l’ANC dalla lista delle organizzazioni terroriste.
Un’analogia con il sostegno al popolo curdo espresso da Hollande (aveva anche incontrato una delle tre donne assassinate)?. Senza dimenticare che perfino la moglie di Mitterand sfuggì fortunosamente ad un attentato proprio mentre era impegnata a favore dei curdi con la sua fondazione (France Libertés fondation Danielle Mitterand). Risulta ancora attuale la lettera aperta (apparsa in Italia su “La Stampa”) che Danielle Mitterand aveva inviato nel 2003 al popolo curdo:
“Cari amici curdi, una volta di più gli interessi delle potenze straniere vi pongono al centro dell’attualità internazionale. Potreste spiegarmi che senso ha dato la potenza americana a questa ‘partnership’ con voi?
Potreste mostrarmi un solo documento ufficiale in cui un responsabile dell’amministrazione americana si sia impegnato a favore delle vostre richieste e rivendicazioni per uno Stato iracheno democratico e federale? Come sapete gli americani stanno minando nuovamente il vostro paese e hanno l’intenzione di usare ancora bombe all’uranio impoverito. Mi dite di non potervi opporre alla volontà della superpotenza americana nella guerra che conduce contro l’Iraq, tanto più che sono i vostri ‘protettori”. Ma potete fare affidamento su un Paese, gli Stati Uniti, che vi ha tradito tragicamente due volte, nel 1975 e nel 1991? Al vostro posto, non mi fiderei”. Continua la lettura di Ankara come Pretoria: così i regimi autoritari reprimono il dissenso

Chiesto l’ergastolo per Ratko Mladic

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“Qualsiasi pena inferiore al massimo previsto dalla legge sarebbe un insulto alle vittime, oltre che un affronto alla giustizia”. È quanto ha affermato ieri all’Aja il procuratore del Tribunale penale per l’ex Jugoslavia Alan Tieger, concludendo la sua requisitoria al processo per crimini contro l’umanità a carico di Ratko Mladic. Al termine di un’istruttoria durata oltre quattro anni l’accusa ha dunque chiesto l’ergastolo per il 74enne ex generale serbo-bosniaco, soprannominato il “boia dei Balcani” e chiamato a rispondere di ben undici capi d’imputazione, tra i quali figurano il genocidio di Srebrenica, le violenze contro la popolazione civile di Sarajevo e l’imprigionamento dei militari delle forze di pace delle Nazioni Unite. Arrestato in Serbia nel 2011 dopo una latitanza durata ben sedici anni, Mladic ha ribadito durante il processo la sua innocenza nonostante le prove schiaccianti prodotte contro di lui, a cominciare dalle intercettazioni radio dell’assedio di Sarajevo, nelle quali l’ex generale ordinava di aprire il fuoco sui quartieri “dove abita un minor numero di serbi” e di privare la popolazione di acqua, luce e aiuti umanitari per ridurla alla fame. Quello a suo carico è l’ultimo grande processo del tribunale per l’ex Jugoslavia: dopo l’arringa della difesa, la settimana prossima ci saranno le repliche finali, mentre la sentenza di primo grado è attesa per l’anno prossimo. Intanto, proprio tre giorni fa l’ex leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic ha presentato ricorso all’Aja contro la sentenza che nel marzo scorso l’aveva condannato a 40 anni di reclusione. Le obiezioni del cosiddetto “architetto della pulizia etnica” sono contenute in un lungo documento che cita una cinquantina di vizi sostanziali e procedurali, e afferma che “un processo errato ha portato a un esito ingiusto”.

Derry, quella domenica di sangue e menzogna

Intervista a Eamonn McCann (Avvenire, 18.11.2016)

La più lunga e costosa inchiesta dell’intera storia giudiziaria britannica non è riuscita a far emergere la verità sulla Bloody Sunday, la “Domenica di sangue” di Derry del 30 gennaio 1972, e a far archiviare definitivamente la strage di civili compiuta quel giorno dall’esercito britannico. Iniziata nel 1998 e durata dodici anni, l’inchiesta condotta dal giudice Lord Saville ha contato 434 giorni di udienze in aula e oltre 2500 testimonianze per un costo totale di circa 200 milioni di sterline: nel 2010 un tribunale britannico ha riconosciuto per la prima volta che i colpi dei paracadutisti inglesi avevano causato la morte di quattordici civili e il ferimento di altri sedici, che non vi fu nessuna battaglia per le strade di Derry ma soltanto una brutale aggressione a sangue freddo contro cittadini inermi. In un discorso alla Camera dei Comuni passato ormai alla storia, l’allora primo ministro britannico David Cameron definì “ingiustificato, ingiustificabile e sbagliato” ciò che accadde quel giorno maledetto, riconoscendo l’innocenza delle vittime, stigmatizzando l’operato dei soldati responsabili della strage ma scagionando di fatto gli alti vertici dell’esercito. In cambio, Londra impose al Bloody Sunday Trust – la fondazione dei familiari delle vittime – di interrompere la storica marcia che veniva svolta ogni anno in occasione dell’anniversario della strage, e che creava non poco imbarazzo al processo di pace. Ne nacque una spaccatura all’interno del fronte della protesta: secondo alcuni familiari era necessario reclamare la verità e la giustizia fino in fondo, e quindi continuare a marciare finché i colpevoli non fossero stati puniti. Tra quelli che abbandonarono la Fondazione vi fu anche Eamonn McCann, l’anziano scrittore e attivista per i diritti civili di Derry che organizzò la marcia del 1972 finita nel sangue. “Finché ci sarà qualcuno legato alle vittime che continuerà a marciare per l’anniversario, io marcerò con lui. Chiediamo la verità da 44 anni e continueremo a farlo all’infinito, finché non la otterremo”, ci dice a Firenze, dov’è stato ospite di un convegno sulla Bloody Sunday organizzato dall’Ateneo fiorentino.

Eamonn McCann
Eamonn McCann

Subito dopo la pubblicazione dell’inchiesta Saville, i familiari delle vittime hanno incaricato i propri legali di procedere per via giudiziaria contro i responsabili della strage ma da allora, nonostante l’esistenza di prove schiaccianti, sono trascorsi altri quattro anni senza incriminazioni a carico dei soldati o di chi dette l’ordine di sparare.
Che ricordi ha di quel giorno?
All’epoca la campagna per i diritti civili, a Derry e nel resto del paese, vedeva una grande partecipazione popolare. Nei quartieri a maggioranza cattolica della nostra città avevamo eretto barricate e creato una specie di stato indipendente per difenderci dai continui soprusi della polizia asservita a Londra. Il 30 gennaio 1972 tanti cittadini, famiglie e persone di tutte le età scesero in piazza per partecipare a una marcia pacifica per l’uguaglianza, reclamando i più fondamentali diritti civili, chiedendo la fine delle discriminazioni sul lavoro e nel diritto alla casa e la fine del voto per censo, che all’epoca esisteva ancora in Irlanda del Nord. Quella marcia è stata uno spartiacque perché per la prima volta il massacro fu compiuto alla luce del sole, durante una bella e luminosa giornata d’inverno, davanti agli occhi di centinaia di testimoni. Ogni singola vittima, ogni persona uccisa o ferita, è stata vista da centinaia di altre persone. Provenivano tutti dai quartieri cattolici della città e ci conoscevamo quasi tutti, io conoscevo personalmente tre delle vittime. Fu un attacco omicida e premeditato contro un’intera comunità.
Perché ancora oggi ritiene che sia necessario continuare a marciare nell’anniversario della strage?
Gli esiti dell’inchiesta Saville prevedevano una specie di scambio con gli inglesi. Alle famiglie fu chiesto di cessare la protesta per il bene del processo di pace. Bussarono alle porte delle case, una ad una, per far firmare loro un accordo nel quale si impegnavano a non scendere più in piazza. Purtroppo però l’inchiesta non ha rivelato tutta la verità su quanto accadde. In primo luogo ha esonerato, con una sola eccezione, tutti gli ufficiali di alto grado del reggimento dei paracadutisti che aprirono il fuoco sulla gente. È passata la tesi che tutto sia stato causato da un gruppo di soldati indisciplinati che ha disobbedito agli ordini. Ma noi sappiamo che non è vero. Il giudice ha fatto una scelta politica incolpando soltanto soldati di basso rango, senza citare per esempio le responsabilità di uomini come Michael Jackson, all’epoca vicecomandante dei parà, divenuto poi comandante in capo delle forze Nato in Bosnia, e infine Capo di Stato Maggiore dell’esercito britannico. Cameron ha affermato che la strage è stata compiuta da un piccolo gruppo di soldati non rappresentativi dell’esercito inglese, ma è una menzogna. Non un errore, non un equivoco, ma una vera e propria menzogna. È necessario continuare la protesta anche perché ad oggi nessuno dei soldati incolpati della strage è stato processato. Ci chiediamo perché i soldati incolpati di crimini così gravi da un’inchiesta giudiziaria così lunga e approfondita non siano stati ancora messi sotto processo. Il giudice Saville si è limitato a dire che tutte le vittime erano innocenti e disarmate, e che i soldati non le colpirono per legittima difesa. Riteniamo che lo Stato, quando uccide i suoi stessi cittadini debba essere chiamato a rispondere, non solo a Derry nel 1972 ma in qualunque parte del mondo.
A che punto è la nuova inchiesta affidata alla polizia nordirlandese? E quali sono le speranze di ottenere finalmente giustizia?
Per il momento è stato arrestato solo un soldato, un anno fa, per essere interrogato ma nessuno è stato ancora messo sotto processo. Londra sta facendo pressioni enormi sulle famiglie che non hanno accettato l’accordo. Io sono sempre al loro fianco, abbiamo incontrato tre diversi segretari di Stato, ai quali abbiamo ripetuto che i responsabili devono essere individuati e incriminati. Non solo i soldati ma anche i funzionari dello Stato, gli alti comandi militari che hanno pianificato, reso possibile e perpetrato la strage del 1972. Siamo consci che ci sono pochi precedenti storici in questo senso, ma teniamo a mente quello che accadde in seguito al massacro di My Lai, in Vietnam, del 1968. In quel caso un soldato statunitense fu dichiarato colpevole di omicidio premeditato per aver ordinato di sparare ed è stato condannato all’ergastolo.
RM

Duffy’s Cut, una storia di odio verso i migranti

Avvenire, 24.8.2016

Ci sono vicende sepolte in un passato lontano e cancellate dalla storia che a volte possono riemergere dall’oblio come un fiume carsico, e diventare un tragico monito per il presente. Quasi due secoli fa, lungo un anonimo tratto della ferrovia statunitense che porta a Philadelphia si consumò uno degli episodi più terribili e misteriosi dell’emigrazione irlandese cattolica negli Stati Uniti. Gran parte dei pendolari che ancora oggi partono tutte le mattine dalla stazione della piccola cittadina di Malvern – poco meno di tremila anime – sui treni diretti nella vicina capitale della Pennsylvania ignorano che lì vicino una grande targa ricorda i 57 immigrati irlandesi che morirono per posare quelle rotaie. Ma neanche la storia raccontata da quell’insegna nera potrebbe aiutarli a comprendere fino in fondo il dramma che si consumò in quel luogo nell’agosto del 1832. La targa, posta in mezzo agli alberi appena una decina d’anni fa, si limita infatti a spiegare che quei lavoratori morirono a causa di un’epidemia di colera e delle cure che furono negate loro a causa dei pregiudizi contro i cattolici irlandesi. Non c’è niente di meglio di una tragica fatalità, nella forma salvifica e rassicurante di uno dei flagelli del XIX secolo, per rimuovere un dramma cancellato dalla memoria collettiva e lavare la coscienza di un’intera comunità.
duffy375_52308846_300 Tutto ebbe inizio il 23 giugno di quell’anno, quando al porto di Philadelphia attraccò una nave proveniente dall’Irlanda. A bordo c’erano quasi duecento persone provenienti dalle contee irlandesi di Donegal, Derry e Tyrone. Uomini giovani, alcuni poco più che ventenni, e anche qualche donna, alla ricerca di una nuova vita lontana dalla miseria della madrepatria, si erano imbarcati affrontando un’estenuante traversata di due mesi. L’Irlanda era allora uno dei paesi più miserabili d’Europa, prostrato dalla fame e dalla povertà indotta dal dominio inglese. Erano infine sbarcati nella Terra Promessa e ad aspettarli, sulla banchina del porto, avevano trovato un impresario di nome Philip Duffy, irlandese pure lui. La potente Philadelphia & Columbia Railroad Company gli aveva appena affidato l’incarico di costruire il cosiddetto Mile 59, un tratto ferroviario che doveva collegare le città di Philadelphia e Columbia, in Pennsylvania, attraversando trenta miglia di aree boschive. Duffy aveva bisogno di manodopera per disboscare il terreno, trasportare e montare le pesanti traversine in ferro sulle quali sarebbero passati i treni nel tratto ferroviario che fu presto denominato Duffy’s Cut. Appena sei settimane dopo erano morti tutti, i loro nomi spariti da ogni registro storico americano, come se non fossero mai esistiti. Nessuno seppe più niente di loro. I giornali dell’epoca raccontarono che nell’area del cantiere era scoppiata un’epidemia di colera e la tesi fu confermata dalla compagnia ferroviaria, che in una lettera esprimeva solidarietà all’indirizzo di Duffy, per aver perso parte della sua manovalanza. Ma sulla sorte di quei lavoratori cominciarono a circolare dubbi e misteri destinati ad alimentare non poche leggende popolari. L’area fu recintata e resa inaccessibile, mentre in Irlanda una carestia di dimensioni apocalittiche avrebbe di lì a poco generato una nuova, gigantesca ondata migratoria verso gli Stati Uniti. Nel 1909 un funzionario delle ferrovie fu incaricato di indagare su quei fatti ma gli esiti della sua indagine non furono mai resi pubblici.
La tragica verità sulla fine degli operai irlandesi sarebbe emersa soltanto un secolo più tardi, in tempi recenti, dopo la definitiva chiusura della società costruttrice della linea ferroviaria. Alcuni anni fa due fratelli del posto, Bill e Frank Watson, nipoti dell’assistente dell’ultimo direttore della compagnia, scovarono tra le carte del nonno appena defunto un documento che l’uomo aveva conservato con cura dopo il fallimento della società, avvenuto nel 1970. Sul frontespizio c’era scritto “da non far uscire mai dagli uffici”; all’interno si affermava che nel Duffy’s Cut erano morti ben 57 lavoratori e si indicava il luogo dov’erano stati sepolti. I ritagli di giornale dell’epoca allegati al documento parlavano invece di appena otto morti, sebbene in quegli anni le informazioni relative alle morti per colera fossero di solito estremamente accurate proprio per evitare i contagi. I due fratelli Watson – il primo uno storico, il secondo un ministro luterano – si insospettirono e, convinti che il colera raccontasse soltanto una parte di verità, si misero a indagare. Chiesero e ottennero l’autorizzazione dalla Amtrak, la compagnia nazionale ferroviaria degli Stati Uniti, e nel 2005, grazie ai fondi raccolti dalla locale Università dell’Immacolata e da un’associazione vicina alla cattedrale di San Patrizio di Dublino, iniziarono gli scavi utilizzando radar e tecniche all’avanguardia. Il ritrovamento di alcuni oggetti personali – frammenti di pipe, posate, bottoni – fu il preludio della scoperta dei primi resti di ossa umane, e le successive analisi forensi compiute sui teschi e sulle tibie rivelarono finalmente la tragica verità. Su alcuni teschi c’era il foro di un proiettile, altri recavano evidenti segni di fratture causate da asce e da oggetti appuntiti. Quei lavoratori non erano morti a causa della malattia: erano stati massacrati. All’epoca gli immigrati irlandesi cattolici erano oggetto di un odio feroce e irrazionale, erano discriminati e sfruttati come bestie. Se ritenuti pericolosi, venivano eliminati senza pietà. L’epidemia di colera era scoppiata nell’area prima del loro arrivo, ma furono considerati responsabili di averla portata dall’Irlanda e quindi brutalizzati, uccisi e gettati in una fossa comune per paura della diffusione del contagio. Negli ultimi tre anni, studiando il Dna dei resti umani rinvenuti, è stato perlomeno possibile dare un nome a tutte le vittime, le cui spoglie hanno ottenuto degna sepoltura intorno a un’enorme croce celtica nel cimitero di West Laurel Hill, in Pennsylvania. La forte ondata emotiva e il cupo dolore evocati dalla vicenda che suona come una tragica lezione anche per il presente hanno colpito profondamente le coscienze degli irlandesi. Il cantante Christy Moore ha dedicato a questa storia un brano struggente intitolato semplicemente Duffy’s Cut mentre lo scrittore Paul Lynch, uno degli emergenti oggi più quotati d’Irlanda, ha incentrato proprio su quella tragica vicenda il suo straordinario romanzo d’esordio Red Sky in Morning, che nel 2017 uscirà anche in traduzione italiana.
RM

Marcinelle: sacrificati al progresso

Avvenire, 6.8.2016

Marcinelle“C’è ormai da temere che la catastrofe sia totale. Essa si amplia come un incubo in un tetro quadro di torri metalliche, squallidi capannoni, caligine, neri fantasmi. E se per le troppe vittime la fine è stata ugualmente atroce, se il pianto della madre belga è uguale al pianto di una delle nostre, è pur anche comprensibile che noi si pensi soprattutto ai 139 partiti dall’Italia per farsi una minuscola faticatissima fortuna e imprigionati per l’eternità dalla terra straniera che doveva dar loro, a costo di incredibili calvari, un modestissimo avvenire”. Così scrisse Dino Buzzati in un editoriale che uscì sul Corriere della Sera il 9 agosto 1956, all’indomani del disastro della miniera di Marcinelle, in Belgio. Sessant’anni fa, un’Europa da poco uscita dalle macerie del Dopoguerra fu sconvolta da un’immane tragedia mineraria che inghiottì a quasi mille metri di profondità le vite di 262 minatori di dodici nazionalità, uccisi dalla mancanza di misure di sicurezza e dalla disorganizzazione, vittime sacrificali di un modello produttivo basato sulla rincorsa frenetica all’energia. Le commissioni d’inchiesta avrebbero poi accertato le gravi inadempienze della direzione della miniera, che era vecchia e spremuta all’inverosimile, accertando anche la fatale inadeguatezza delle misure intraprese dopo lo scoppio dell’incendio, che impedirono di salvare un maggior numero di vite. Fu l’Italia a pagare il più alto tributo di sangue: 136 morti erano immigrati provenienti in gran parte dall’Abruzzo, in cerca di un futuro migliore a costo di enormi sacrifici. Toni Ricciardi, docente di storia delle migrazioni all’università di Ginevra, li definisce eloquentemente “braccia e vite offerte dai governi italiani per far ripartire l’economia del paese e far diventare l’Italia una grande potenza”. In un autorevole saggio appena uscito (Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone, Donzelli) Ricciardi traccia un necessario bilancio storiografico dell’evento più doloroso della recente storia dell’emigrazione italiana, riportando le vittime al centro della narrazione e cercando di fare i conti con la memoria collettiva di quella tragedia. “Quella degli italiani in Belgio fu in quegli anni una vera e propria emigrazione di stato, conseguenza di un accordo siglato con Bruxelles il 23 giugno del 1946, due giorni prima che si insediasse l’Assemblea Costituente, il cosiddetto scambio ‘minatori-carbone’, che seguendo una logica meramente geopolitica affondava le radici nell’antico rapporto tra i due regni”. “Il governo De Gasperi – prosegue lo storico – copiò di fatto un accordo siglato nel 1937 dall’Italia fascista con i nazisti per spedire braccianti in Germania e creò il più grande sistema di esportazione di forza lavoro della storia dell’Occidente, impegnandosi a trasferire cinquantamila lavoratori da destinare alle miniere belghe, una media di duemila a settimana”.
L’Italia, da nord a sud, fu tappezzata di manifesti rosa che incitavano a partire per i distretti minerari del Belgio, a scavare nelle viscere della terra quella risorsa necessaria al rilancio economico del paese. Ma ben presto si scoprì che le forniture di carbone tardavano ad arrivare, o erano molto inferiori del previsto, mentre molti emigrati rimpatriavano o venivano arrestati perché si rifiutavano di sottostare alle condizioni disumane stabilite tra Roma e Bruxelles. I minatori e le loro famiglie erano ospitati in baracche prive di acqua, gas ed elettricità, con tetti precari e bagni collettivi rigorosamente all’esterno. “Emerse con evidenza – prosegue Ricciardi – il contrasto tra un’Italia del benessere, proiettata verso nuovi consumi e stili di vita, che divenne in pochi anni la settima potenza economica mondiale e un Italia stracciona, miserabile, che stava vivendo un processo migratorio gigantesco. Usando un cliché identitario vagamente xenofobo i belgi ci chiamavano ‘macaronì’, con l’accento sull’ultima i, e ci accolsero come dei prigionieri di guerra”. I nostri connazionali arrivavano dopo 24 ore di viaggio in treno nello scalo merci di Bruxelles, perché non dovevano essere visti, e poi montati sui camion che avevano appena scaricato il carbone, quindi sporchi e maleodoranti. Infine venivano portati negli ex campi di concentramento della Seconda guerra mondiale che erano ancora disseminati in tutto il paese. Insieme ai centri di emigrazione si sviluppò in quegli anni anche la rete dei trafficanti di migranti, “individui privi di scrupoli, cooperative, società di spregiudicati che illegalmente reclutavano nelle campagne braccia e famiglie da destinare al fruttuoso business dell’immigrazione”. Una tragedia che assomiglia per molti aspetti all’attualità. Basato sulle più recenti ricerche d’archivio, il saggio di Ricciardi inquadra la centralità storica della strage di Marcinelle, che segnò di fatto il momento di cesura di un percorso migratorio. “Proprio nel 1956 – spiega lo storico – l’Italia firmò accordi simili in mezza Europa, in primo luogo con la Svizzera, e quindi interruppe la direttrice verso il Belgio, dove dal 1840 al 1965 erano morte nelle miniere di carbone oltre 24mila persone, una cifra peraltro calcolata per difetto”. Quella catastrofe rappresentò uno spartiacque anche perché per la prima volta fu raccontata in diretta dalla radio, facendo ascoltare gli elenchi dei dispersi e dei sopravvissuti, e cambiando per sempre il modo di fare giornalismo. “L’opinione pubblica italiana rimase all’epoca molto colpita da quella tragedia e in poche settimane furono raccolti oltre 534 milioni di lire in solidarietà, poi nel 1968 fu istituita una commissione d’inchiesta per chiarire com’erano stati spesi quei soldi, e non è chiaro dove ne finì una buona parte, circa 200 milioni”. L’ondata emotiva durò circa un paio di mesi, dopodiché su quei fatti calò una fitta coltre di oblio, che avrebbe relegato i 262 minatori morti e le loro famiglie in un angolo remoto della storia italiana per circa 40 anni. Il dramma di Marcinelle è stato riscoperto solo in tempi recenti: nel 2001 fu istituita una giornata della memoria dei morti dell’emigrazione e da allora tanti studi, analisi e film hanno contribuito a renderlo un momento centrale della nostra memoria collettiva recente. “Quattro decenni sono una distanza quasi fisiologica per rielaborare certi fatti – conclude Ricciardi – e ormai Marcinelle rappresenta un mondo lontano, quello delle miniere di carbone, che in Europa non esiste più. Ma rileggendo i documenti dell’epoca si capisce chiaramente come quelle persone furono davvero svendute sull’altare dell’industrializzazione”.
RM

Genocidio Herero, il mea culpa di Berlino

Avvenire, 5.8.2016

Con oltre cento anni di ritardo il governo tedesco riconoscerà finalmente le sue colpe per quella che molti storici hanno definito l’“Auschwitz africana”, il genocidio perpetrato in Namibia alcuni decenni prima della Shoah. Il ministero degli Esteri tedesco sta lavorando a una dichiarazione congiunta con il governo namibiano che conterrà, per la prima volta, le scuse ufficiali di Berlino per lo sterminio di circa centomila esponenti della tribù Herero e Nama colpevoli di essersi ribellati al dominio tedesco nella regione tra il 1904 e il 1907. La Germania ha però escluso a priori il riconoscimento di alcuna forma di indennizzo ai discendenti delle vittime, spiegando che i torti subiti dalla popolazione sono stati ampiamente ripagati con anni di aiuti economici stanziati a favore della Namibia. Una prima apertura in tal senso c’era già stata una decina d’anni fa, quando l’ex ministro Heidemarie Wieczorek-Zeul si recò in Namibia in occasione del centesimo anniversario della decisiva battaglia di Waterberg. In quell’occasione, per la prima volta un funzionario dello stato tedesco chiese scusa agli africani per i fatti avvenuti all’inizio del XX secolo, parlando chiaramente di ‘genocidio’. Namibia1_300D’altra parte, già nel 1985 il rapporto Whitaker delle Nazioni Unite aveva inserito a pieno titolo lo sterminio delle tribù Herero e Nama tra i primi atti genocidari del ‘900. L’esecutivo guidato da Angela Merkel ha deciso adesso di accelerare sul riconoscimento ufficiale con un tempismo tutt’altro che casuale. Alcune settimane fa il Bundestag, la camera bassa del Parlamento tedesco, ha infatti votato quasi all’unanimità una risoluzione che riconosce il genocidio della popolazione armena da parte delle forze ottomane nel 1915, scatenando la durissima reazione della Turchia, che ha immediatamente richiamato il suo ambasciatore a Berlino. Il presidente turco Erdogan ha accusato i tedeschi di ipocrisia sulle stragi compiute in Namibia alcuni anni prima del Metz Yeghern. Prima di condannare gli altri paesi la Germania dovrebbe fare i conti col proprio passato, ha detto Erdogan, le cui argomentazioni sono apparse per una volta convincenti almeno per gli storici. Da qui la necessità immediata, per Berlino, di cancellare una volta per tutte i fantasmi di un crimine lontano e quasi rimosso, mettendo a tacere le polemiche e ogni possibile parallelismo con il genocidio armeno. Anche perché, se è vero che la fredda contabilità delle due tragedie appare assai diversa, la dinamica e la brutalità con le quali sono state perpetrate appaiono invece drammaticamente speculari.
All’epoca in cui risalgono i fatti la Namibia era il fiore all’occhiello delle colonie tedesche dell’Africa sud-orientale, governata da un regime durissimo che prevedeva lavori forzati, schiavitù, violenze e confische delle terre e del bestiame. Nel gennaio del 1904 scoppiò la rivolta della tribù Herero. Circa duecento coloni tedeschi furono uccisi scatenando la reazione di Berlino, che inviò un nuovo governatore deciso a reprimere la sommossa con qualunque mezzo. Il famigerato generale Lothar Von Trotha lanciò un ultimatum alla popolazione della colonia: ogni esponente della tribù  presente all’interno dei confini tedeschi – a prescindere dall’età e dalla sua partecipazione o meno alla rivolta – sarebbe stato eliminato senza pietà. In poco tempo le truppe di von Trotha, armate di artiglieria e mitragliatrici, annientarono la debole resistenza africana e massacrarono tutti quelli che trovavano sul loro cammino, avvelenando fiumi e torrenti. Nei mesi successivi non si contarono i villaggi rasi al suolo, le impiccagioni di massa, le stragi e le violenze gratuite secondo un copione che sarebbe stato recitato di lì a poco anche dai turchi contro gli armeni e dai nazisti nella Seconda guerra mondiale. In circa tre anni le truppe tedesche sterminarono l’85% della popolazione Herero,  confinando i pochi sopravvissuti in riserve tribali per utilizzarli come schiavi. Centinaia di vittime furono decapitate e i loro teschi spediti in Germania per effettuare ‘ricerche scientifiche’ ed esperimenti per cercare di dimostrare la superiorità della razza ariana. Nel campo di concentramento dell’isola di Shark l’antropologo Eugen Fischer condusse esperimenti medici su cavie umane ai quali contribuì anche l’antropologo italiano Sergio Sergi, autore di uno studio intitolato eloquentemente Craniologia Hererica. Fischer divenne in seguito uno scienziato di spicco dell’eugenetica nazista e un teorico delle leggi razziali, mentre uno dei suoi allievi più promettenti – Josef Mengele – sarebbe passato alla storia come il boia di Auschwitz. Qualche anno più tardi, ben prima che le risoluzioni delle Nazioni Unite chiarissero la natura genocidaria dell’intervento tedesco in Namibia, Hannah Arendt comprese chiaramente che il massacro degli Herero era stato in un certo senso la “premessa” della Shoah. “La distruzione dei popoli coloniali fu una preparazione all’Olocausto – scrisse la grande filosofa nel suo Le origini del totalitarismo del 1951 – i campi di raccolta e le impiccagioni di massa degli Herero, un gigantesco e infernale addestramento ai campi di concentramento nazisti; stessi i cognomi dei protagonisti, identici i metodi; gli africani – prima e durante la Shoah – vittime tra le vittime”. Non a caso, il primo governatore della colonia africana era stato Heinrich Goering, padre di quell’Hermann Goering divenuto poi il braccio destro di Hitler. Nel 1990, dopo decenni di guerre interne, la Namibia ha raggiunto finalmente l’indipendenza e ha oggi un’economia in grande espansione che trae la sua ricchezza dai giacimenti di diamanti, dal turismo e dalle energie rinnovabili. Ancora oggi però, i discendenti degli indigeni cacciati dalle loro terre un secolo fa minacciano periodicamente di riprendersele con la forza. Nel 2001 l’associazione per i risarcimenti al popolo Herero ha intentato una causa davanti ai tribunali americani chiedendo al governo di Berlino e alle imprese tedesche presenti all’epoca in Namibia milioni di dollari che difficilmente riusciranno a ottenere. Il riconoscimento ufficiale del genocidio che inaugurò nel peggiore dei modi il XX secolo contribuirà, almeno in parte, a rendere giustizia alle vittime.
RM