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Il caso Khashoggi, un mondo di silenzio

di Fulvio Scaglione

Se vivessimo in un mondo più o meno normale, oggi tutte le cancellerie occidentali sarebbero impegnate a chiedere chiarimenti e inviare proteste alla casa reale dell’Arabia Saudita. E qualche Governo più deciso degli altri potrebbe magari convocarne l’ambasciatore per avere spiegazioni. Invece quasi tutto tace e, a parte le indiscrezioni lasciate filtrare ad arte dai servizi segreti della Turchia, un silenzio appena imbarazzato accompagna la sorte di Jamal Khashoggi, giornalista assai noto e apprezzato in Arabia Saudita e non solo, visto che di recente era diventato anche editorialista per il “Washington Post”. Donald Trump, grande sostenitore dei sauditi, ha taciuto per giorni e poi si è detto «preoccupato», lasciando a Mike Pompeo, il segretario di Stato, il compito di sfidare il ridicolo e invocare presso i sauditi una «inchiesta accurata» sulla sorte del giornalista.
Il problema è che c’è poco su cui indagare. Khashoggi è entrato nel consolato del proprio Paese a Istanbul il 2 ottobre, lasciando la fidanzata turca sul marciapiede ad attenderlo. E non ne è mai uscito perché, fanno sapere i turchi, sarebbe stato ucciso, poi addirittura fatto a pezzi e infine portato via da un commando di quindici agenti arrivati lo stesso giorno su due voli privati decollati dalla capitale saudita Riad. Ci sono i nomi, ci sono i volti, si sa che alcuni di loro fanno parte della guardia personale del principe ereditario Mohammed bin Salman e che con loro viaggiava anche un anatomopatologo, a quanto pare incaricato di sovrintendere allo smembramento del corpo.
Khashoggi, peraltro, non era un fanatico oppositore o , per dire, un qualche sovversivo che voleva minare le basi del regno sunnita-wahabita. Al contrario, era un giornalista sperimentato e, a suo tempo, molto inserito negli ambienti della casa reale saudita. Più volte aveva fatto parte della delegazione ristretta che accompagna il principe nei suoi spostamenti internazionali. Purtroppo per lui, negli ultimi tempi aveva cominciato a manifestare qualche dubbio sulla bontà delle politiche di Mohammed bin SalmanJamal Khashoggi. La guerra nello Yemen, che non approda a nulla tra mille atrocità. Il piano per la riforma economica del regno, chiamato “Vision 2030”, che fa acqua. Le purghe ai danni dei notabili sauditi della vecchia guardia. Troppo, a quanto pare. Non l’ha salvato nemmeno il fatto di essersi trasferito negli Usa.
Che altro serve per un minimo di sdegno? Soprattutto in America e in Europa, dove la libertà della stampa e dei giornalisti è un bene considerato prezioso e come tale sempre difeso. Invece nulla o quasi, anche da parte dei Governi che pure, or non è molto, hanno duramente criticato la Turchia per i giornalisti messi sotto processo e poi costretti all’esilio. Destino triste, il loro. Ma non come essere fatti a pezzi con una sega in una sede diplomatica.
Quanto avviene, o meglio non avviene, in questi giorni riflette a perfezione lo stato delle relazioni internazionali, in cui tutto il gran parlare di diritti e valori non vale per gli “amici” ma solo per i “nemici”. E l’Arabia Saudita è un amico troppo importante per tutti. Trump (ma anche Obama prima di lui) incassa miliardi rifornendola di armi e la considera fondamentale, insieme con Israele, nell’asse che dovrebbe opporsi alla crescente influenza dell’Iran. Nell’aprile scorso, Mohammed bin Salman ha compiuto una visita negli Usa in cui è stato onorato non soltanto alla Casa Bianca ma anche dai superintelligenti e superdemocratici boss della Silicon Valley e di Hollywood. Prima di sbarcare negli Usa, peraltro, lo stesso Salman aveva fatto tappa a Londra dove, portando in dote 100 miliardi di investimenti per l’Inghilterra post-Brexit, era stato accolto con tutti gli onori, pranzo con la regina Elisabetta compreso. E più o meno altrettanto potremmo dire per quasi tutti i Paesi europei.
L’Arabia Saudita lo sa e ne approfitta con l’arroganza di chi si sente intoccabile. Adesso c’è il caso Khashoggi, ma è solo l’ultimo di una lunga serie. In agosto Cynthia Freeland, ministro degli Esteri del Canada, aveva osato chiedere con un tweet la liberazione di un gruppo di saudite arrestate per le loro campagne in favore dei diritti delle donne. Per tutta risposta i sauditi cacciarono l’ambasciatore canadese, bloccarono tutti i voli per il Canada, congelarono le relazioni economiche e invitarono le migliaia di studenti sauditi a tornare a casa.
Nel 2016, a causa delle sue azioni nello Yemen, l’Arabia Saudita fu inserita nella lista Onu dei Paesi che violano i diritti dei bambini in zone di guerra. Subito partì il ricatto, poi ammesso dallo stesso segretario Ban Ki-moon: o ci cancellate dalla lista o tagliamo i fondi all’Onu. E cancellazione fu. Con la scomparsa di Khashoggi finirà allo stesso modo. Male che vada, Mohammed bin Salman farà qualche telefonata, ricorderà questo o quell’affare, parlerà del prezzo del petrolio o del terrorismo in Medio Oriente. Ma non dovrà nemmeno incomodarsi, il mondo gira così e tutti quelli che devono saperlo già lo sanno.
(Avvenire, 10.10.2018)

Srebrenica, i conti con la memoria

Avvenire, 8.7.2018

Quest’anno Omer Dudic potrà finalmente seppellire i suoi cari morti nel genocidio. I resti di suo fratello Nijazija e di sua cognata Remzija, all’epoca incinta di sei mesi, sono stati riconosciuti grazie all’analisi del dna nel centro di identificazione di Tuzla e i loro nomi figurano oggi nella lista delle 35 persone che saranno tumulate l’11 luglio durante le celebrazioni per l’anniversario del massacro di Srebrenica. “In quei giorni del 1995 avevo appena vent’anni – ci racconta visibilmente commosso – e riuscii a salvarmi per miracolo, fuggendo attraverso i boschi e camminando per oltre cento chilometri a piedi nudi. Da allora non ho mai smesso di cercare i miei parenti”. Oggi Omer fa il contadino a Osmace, un villaggio a poca distanza da Srebrenica, immerso tra le verdi campagne che circondano la valle della Drina, al confine tra la Bosnia e la Serbia. Si stenta a credere che solo pochi anni fa un luogo così silenzioso e poetico sia stato teatro di una feroce pulizia etnica. Dei circa mille abitanti che vivevano qui all’epoca adesso ne sono rimasti appena un’ottantina. Poche case sparse abitate perlopiù da qualche anziana vedova, un memoriale alle vitime della guerra e intorno distese di campi a perdita d’occhio. Campi che potrebbero essere coltivati, se solo ci fossero ancora le braccia per farlo. Da qui si arriva a Srebrenica in meno di mezz’ora, scendendo lungo la strada che Ratko Mladic e le sue truppe di carnefici percorsero dopo la definitiva caduta della città. La fisionomia della piccola piazza del centro è stata modificata di recente da un imponente edificio rosso che ospita un albergo e una banca turca. Di fianco, il minareto della principale moschea cittadina è sovrastato dalla cupola della chiesa ortodossa. Dopo quanto è accaduto nella prima metà degli anni ’90, la convivenza tra la comunità serba e la minoranza musulmana è una scommessa quotidiana. Anche quest’ultima vive ormai con fastidio la rumorosa macchina delle celebrazioni che si attiva ogni anno l’11 luglio, la sfilata annuale delle delegazioni internazionali, i riflettori che si accendono per mezza giornata e poi si spengono di nuovo fino all’anno successivo. “È vero, questo sarà il primo anniversario dopo la condanna di Mladic e la chiusura della Corte penale dell’Aja – riconosce Bekir, che era un bambino durante la guerra – ma qua le notizie delle condanne arrivano come un’eco distante, che non sposta gli equilibri quotidiani della gente comune”. I sopravvissuti e i parenti delle vittime sono costretti a convivere ogni giorno con la memoria del genocidio e a confrontarsi con una ricostruzione morale e materiale che pur dopo tanti anni stenta ancora a decollare. Nonostante le iniziative di riconciliazione nate in questi anni il tessuto sociale della città appare irrimediabilmente distrutto. Lo si percepisce negli sguardi degli abitanti e nell’atmosfera surreale che si respira nelle strade, dove i segni della guerra sono ancora ben visibili, con palazzi bombardati e mai ricostruiti a cominciare dal grandioso hotel Domavia, affacciato sulla piazza principale, alle spalle della grande moschea cittadina. Di quella che un tempo era un’elleccenza turistica dell’era titina, oggi resta soltanto un macabro scheletro di cemento abbandonato. Ma tutta la città è ancora costellata da edifici distrutti e case ricostruite, in un’alternanza che pare una metafora delle cicatrici lasciate nelle persone. “Il processo di riconciliazione continua a essere ostacolato dalle ideologie nazionaliste che gettano sale sulle ferite di un dramma cominciato molto tempo prima di quello che il mondo ricorda”, ci spiega Hasan Hasanovic, curatore del centro di documentazione del memoriale di Potocari, nel quale è sepolto anche suo padre. L’assedio dei nazionalisti serbi alla città iniziò in un giorno di primavera di venticinque anni fa, nel 1993. “L’Onu aveva negoziato un cessate il fuoco, la popolazione si illuse di poter tirare il fiato e noi bambini uscimmo a giocare a calcio nel cortile della scuola – ricorda – ma all’improvviso dalle montagne circostanti iniziarono a piovere granate sulla città. Una colpì in pieno il campo da gioco ed esplose a pochi metri da me”. Quel giorno Hasan si salvò per miracolo ma vide morire quattordici suoi compagni di scuola. La mattanza che si sarebbe compiuta due anni più tardi segnò anche il fallimento della comunità internazionale, come ricorda anche la mostra fotografica allestita nei locali dell’ex base Onu di Potocari. Con le 35 sepolture previste quest’anno, il totale delle inumazioni supererà quota 6800 ma il lungo processo per ridare un’identità ai resti delle vittime prosegue, anche perché i boschi intorno a Srebrenica continuano a restituire le ossa sepolte nelle fosse comuni. Dragana Vucetic, antropologa forense del centro di ricerca sulle persone scomparse di Tuzla, confema che sono circa un migliaio di vittime che restano ancora da identificare.
RM

I mondiali della vergogna

Focus Storia n. 140, giugno 2018

Quelli che si giocarono nel 1978 in Argentina saranno sempre ricordati come “i mondiali della vergogna”. Mai come in quell’occasione lo sport più popolare, il calcio, venne trasformato in un colossale strumento di propaganda da una feroce dittatura militare. Il trionfo sportivo della squadra di casa rappresentò l’apice del consenso internazionale per il regime e servì a coprire i terribili crimini che stava commettendo. Mentre gli occhi del mondo erano puntati sui campi di calcio, a poca distanza dagli stadi dove si sfidavano i migliori giocatori del mondo continuò a funzionare a pieno ritmo la macchina della repressione. Nei luoghi di prigionia languivano decine di migliaia di oppositori politici veri e presunti. Ogni giorno le persone venivano rapite e fatte sparire, alimentando il terrore inaugurato due anni prima, con il colpo di stato del 24 marzo 1976. Alcuni superstiti hanno raccontato che durante le partite del Mondiale sia le torture che i “voli della morte” – con i quali le vittime erano gettate vive nell’Oceano – venivano sospese ma al fischio finale tutto riprendeva come prima, come se niente fosse. Dal primo al venticinque giugno di quarant’anni fa, i giorni in cui si svolsero quei campionati del mondo, l’elenco dei desaparecidos si allungò con altri 63 nomi.
Eppure quasi tutti fecero finta di non sapere quanto stava accadendo a Buenos Aires e nelle altre città del paese. Nessuna federazione calcistica prese neanche in considerazione l’ipotesi di rifiutare la partecipazione al torneo. Nessun giocatore rilasciò dichiarazioni di critica del regime o a sostegno delle vittime, sostenendo che il calcio dovesse restare estraneo alla politica. Al ritorno nei loro paesi, i calciatori e gli addetti ai lavori portarono come unico ricordo della dittatura la presenza asfissiante dei militari nei ritiri e negli spostamenti. Il capitano della squadra tedesca, Berti Vogts, dichiarò: “L’Argentina è un paese dove regna l’ordine. Io non ho visto nessun prigioniero politico”. Qualcuno si illuse che la mancata partecipazione al torneo di Johann Crujiff, all’epoca il più grande calciatore del mondo, fosse un gesto di protesta politica; ma anni dopo lo stesso giocatore olandese spiegò che la sua assenza era dovuta al tentativo di rapimento subito mesi prima a Barcellona, che lo aveva convinto a limitare gli spostamenti.
Per Jorge Rafaèl Videla, il dittatore argentino, quel palcoscenico straordinario fu un regalo della storia che giunse quasi inaspettato. I mondiali erano stati infatti assegnati al paese sudamericano una decina d’anni prima, in base alla regola in vigore all’epoca dell’alternanza tra Europa e America. La giunta militare, al potere da due anni, decise di sfruttarli al massimo per ottenere il consenso del popolo e rafforzare la propria immagine internazionale. Fiumi di denaro pubblico furono impiegati senza curarsi della crisi economica in corso in un paese fortemente impoverito. La manifestazione costò una cifra quattro volte superiore a quella che la Spagna avrebbe speso quattro anni dopo, per ospitare i mondiali del 1982. Sullo sfondo delle partite tutti avrebbero visto un paese efficiente, senza miseria, né violenza. I quartieri malfamati di Buenos Aires e di Rosario vennero abbattuti prima del calcio d’inizio, gli arresti furono intensificati arrivando a circa duecento al giorno, per impedire contatti tra i dissidenti e la stampa estera. Il giornalista argentino Pablo Llonto, che nel 1978 seguì i Mondiali per il più importante quotidiano di Buenos Aires, Clarìn, ha raccontato nel suo libro I mondiali della vergogna che i militari riuscirono a imporre il silenzio ai giornalisti di tutto il mondo, costringendoli a scrivere solo di calcio, evitando ogni riferimento alla società, alla politica e all’economia. La stampa argentina obbedì quasi totalmente agli ordini del regime tacciando i contestatori e gli esuli di essere “antiargentini” e descrivendo un paese tranquillo, ordinato e finalmente libero dai “sovversivi”. Nelle telecronache delle squadra di casa, il giornalista José Maria Muñoz irrideva i nemici della dittatura con un gioco di parole, ripetendo che gli argentini erano “derechos y humanos” (giusti e umani). L’unica forma di opposizione fu quella silenziosa delle Madri di Plaza de Mayo, che ogni giovedì sera si ritrovavano davanti al palazzo presidenziale, a Buenos Aires, e sfilavano in cerchio reclamando verità e giustizia per i figli scomparsi. Le loro manifestazioni vennero ignorate dai mezzi di informazione di tutto il mondo con l’unica eccezione della televisione olandese, che mandò in onda un servizio su quei coraggiosi cortei proprio nel giorno dell’inaugurazione dei Mondiali.
Ma per realizzare fino in fondo l’obiettivo della giunta militare, l’Argentina doveva vincere la coppa a tutti i costi. La guida della squadra fu affidata a Cesar Luis Menotti detto ‘El Flaco’, un allenatore di vedute politiche completamente opposte a quelle del regime ma ritenuto l’unico in grado di far vincere alla Selecciòn biancoceleste il primo titolo della sua storia. Su di lui, e su campioni come il capitano Daniel Passarella, il centravanti Mario Kempes e il regista Osvaldo Ardiles, si riversarono le speranze di una nazione. Dopo una prima fase poco convincente iniziata con la sconfitta contro l’Italia di Enzo Bearzot, l’Argentina arrivò in finale grazie a qualche arbitraggio favorevole e a una partita con il Perù che – come si sospettò fin da subito – era stata truccata per favorire la squadra di casa. Prima del fischio d’inizio il dittatore Videla si era presentato nello spogliatoio dei giocatori peruviani in compagnia del segretario di stato americano Henry Kissinger. La sfida si concluse con un clamoroso sei a zero per gli argentini, che sfruttando la differenza reti guadagnarono l’accesso alla finale a discapito del Brasile. Alcuni anni dopo, una dettagliata inchiesta del giornalista statunitense Tim Pears ha confermato che il governo argentino aveva regalato un milione di tonnellate di grano al Perù per “ammorbidire” i suoi giocatori.
Il 25 giugno 1978 Argentina e Olanda si sfidarono per l’atto conclusivo del Mondiale, davanti agli ottantamila spettatori che gremivano lo stadio monumentale di Buenos Aires. A poche centinaia di metri di distanza si trovava la famigerata Scuola di meccanica della Marina (Esma), il principale luogo di tortura del regime, eloquentemente definito l’“l’Auschwitz argentino” dallo scrittore Eduardo Galeano in Splendori e miserie del gioco del calcio. Negli anni della dittatura (1976-1983) circa cinquemila persone furono rinchiuse là dentro e appena cinquecento ne sono uscite vive. Prima di scendere in campo per la finale, Menotti chiese ai suoi uomini di giocare per alleviare il dolore del popolo e non per i generali seduti in tribuna d’onore. Al termine della partita la nazionale argentina sconfisse quella olandese per tre a uno dopo i tempi supplementari, aggiudicandosi il trofeo e facendo esplodere la festa in tutto il paese. Per i militari fu un trionfo che consacrò il regime agli occhi del mondo. Anche grazie a quella vittoria, i generali poterono contare su altri cinque anni di silenzio e di impunità.
RM

Via dei Georgofili, 25 anni senza verità

Avvenire, 27.5.2018

“Non possiamo perdonare i mafiosi e continueremo a lottare finché non verrà fuori tutta la verità”. Le parole di Giovanna Maggiani Chelli, portavoce dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Via dei Georgofili sono rotte dall’emozione, nel ricordare il venticinquesimo anniversario dell’attentato che colpì il centro di Firenze nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1993. Erano da poco passate le una quando in tutta la città si sentì un boato assordante. L’esplosione di una bomba a pochi passi dalla Galleria degli Uffizi ridusse in cenere il palazzo dove aveva sede l’antica accademia dei Georgofili, uccidendo Fabrizio e Angela Nencioni e le loro figlie Nadia, di 9 anni, e Caterina, di appena 50 giorni, oltre allo studente 22enne Dario Capolicchio. I feriti furono una cinquantina, incalcolabili i danni al patrimonio storico-artistico. È trascorso un quarto di secolo da quella terribile notte che oggi Firenze celebra con una serie di iniziative che coinvolgono la cittadinanza e le scuole e con una messa in suffragio delle vittime nella chiesa di San Carlo, in via dei Calzaiuoli, a poche centinaia di metri dal luogo della strage, dove la notte scorsa è stata deposta una corona d’alloro nell’ora esatta dell’esplosione. La cerimonia è stata preceduta da uno spettacolo musicale e dagli interventi istituzionali in Piazza della Signoria, di fronte a Palazzo Vecchio. “Sono passati tanti anni ma la nostra rabbia nei confronti di Riina, di Brusca e di Graviano è sempre la stessa – ha detto Maggiani Chelli dal palco, a nome dei familiari delle vittime – di certo non abbiamo intenzione di fare come la figlia del giudice Borsellino, che è andata a trovare Graviano in carcere chiedendogli di pentirsi. Riteniamo che sia del tutto inutile. Appurato che è lui il responsabile materiale della strage, continuiamo a chiederci perché non parla dicendo tutto quello che sa”. Per quell’attentato sono stati comminati ben diciotto ergastoli ma a venticinque anni di distanza non è stata ancora messa la parola fine sulle indagini e la procura di Firenze ha da poco aperto una nuova inchiesta sui cosiddetti “mandanti occulti” di quell’atto terroristico che avvenne un anno dopo le stragi nelle quali rimasero uccisi i giudici Falcone e Borsellino insieme agli uomini delle rispettive scorte.
Le sentenze hanno stabilito che i boss mafiosi Totò Riina e Bernardo Provenzano, con i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, avevano progettato di colpire lo Stato per chiedere di allentare il regime del 41 bis. Il primo processo si concluse con quattordici condanne all’ergastolo. Quattro anni dopo, un altro processo terminò con la condanna all’ergastolo per Riina, considerato l’ideatore dell’attentato. Infine arrivarono le condanne per Francesco Tagliavia e per Cosimo d’Amato, che fornì il tritolo. Ma già nei mesi successivi alla strage il procuratore capo Piero Luigi Vigna e il pm Gabriele Chelazzi cominciarono a parlare di “mandanti occulti”. “Chelazzi, in particolare, si è battuto a lungo per cercare la verità indagando anche oltre il livello mafioso – prosegue Maggiani Chelli – ma purtroppo è morto prematuramente nel 2003. Finora abbiamo sperato invano che qualcuno continuasse sulla sua strada, scoprendo una volta per tutte chi c’era accanto alla mafia quella notte”. Tanti sono i punti che rimangono al momento ancora oscuri sulla vicenda e su un capitolo terribile della recente storia italiana, a cominciare dalla trattativa stato-mafia – la cui esistenza è stata accertata da una sentenza passata in Cassazione – e sul ruolo dei servizi segreti. “Non ho mai creduto a un loro diretto coinvolgimento – conclude la portavoce dei familiari delle vittime – ma ritengo quantomeno che non abbiano fatto il loro dovere. Non capisco infatti come possa essere stato possibile, all’epoca, che duemila chili di tritolo abbiano girato per l’Italia a loro insaputa”. Almeno un segnale di speranza, ieri, c’è stato: uno degli affreschi più danneggiati dalla bomba è tornato finalmente al suo posto, agli Uffizi, dopo un complesso restauro. È il dipinto “I giocatori di Carte” del pittore di scuola caravaggesca Bartolomeo Manfredi.
RM

Wole Soyinka: “liberare la libertà”

Intervista al premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka
(Avvenire, 23.5.2018)

Due anni fa Wole Soyinka strappò il suo permesso di soggiorno e decise di abbandonare per sempre gli Stati Uniti dopo l’elezione di Donald Trump, in segno di protesta per le sue politiche anti-immigrati. Dopo aver lottato tutta la vita per la libertà – spiegò – non sopportava di vedere un presidente statunitense che erigeva muri “non solo nelle menti degli americani, ma in tutto il mondo”. Si interruppe così, con un gesto plateale, un esilio durato due decenni che aveva visto il più famoso intellettuale africano contemporaneo insegnare in un numero imprecisato di università e istituzioni statunitensi. Soyinka si è sempre battuto con coraggio in difesa delle proprie idee, denunciando apertamente gli orrori del suo paese, dal genocidio del Biafra al terrorismo odierno di Boko Haram. Dagli anni ‘60 è protagonista delle lotte contro i soprusi e le violenze delle dittature africane: durante la guerra civile nigeriana fu accusato di cospirazione con i ribelli del Biafra per aver pubblicato un articolo che invitava a cessare il fuoco e finì in cella di isolamento per 22 mesi. Negli anni ‘90 venne a lungo perseguitato e infine condannato a morte e costretto all’esilio dalla dittatura militare di Sani Abacha. Nigeriano di etnia Yoruba ma da sempre pervaso da un profondo senso di appartenenza all’intero continente africano, Soyinka è un intellettuale estremamente poliedrico – drammaturgo, romanziere, poeta, saggista – che nel 1986 divenne anche il primo africano insignito del premio Nobel per la letteratura. Da quando ha lasciato gli Stati Uniti è tornato a trascorrere gran parte della sua vita in Nigeria, dividendosi tra Abeokuta, la città che gli ha dato i natali nel 1934, e la capitale Lagos, dove l’abbiamo raggiunto al telefono per questa intervista, rilasciata in occasione del suo nuovo arrivo in Italia. Sabato 26 maggio Soyinka riceverà infatti il premio internazionale “Dialoghi sull’uomo” all’omonimo festival di antropologia del contemporaneo che si svolge a Pistoia.
Da sempre lei sostiene la necessità di un dialogo tra l’Africa e l’Europa. Come mai finora non è stato possibile?
Perché per adesso più che un dialogo abbiamo avuto piuttosto un monologo, dove a parlare era soltanto l’Europa, o comunque il mondo occidentale. Purtroppo non c’è mai stato uno scambio o un riconoscimento reciproco che prendesse atto delle condizioni economiche profondamente cambiate negli ultimi tempi, bensì un confronto mono-direzionale. Lo vediamo con la risposta che l’Europa dà alle istanze che arrivano dall’Africa, e che rappresentano criticità in tutti i campi, dal commercio, alla cultura, alle questioni umanitarie. Ovviamente anche i leader africani hanno le loro responsabilità. È un peccato, perché un dialogo tra pari favorirebbe non poco lo sviluppo delle relazioni umane.
In che modo è cambiato il concetto di libertà in un mondo sempre più connesso come quello nel quale stiamo vivendo?
Senza dubbio la crescente connessione, non solo in tempi recenti, ma direi a partire dall’epoca post-coloniale, ha definitivamente approfondito e favorito la causa della libertà. Lo dimostra il proliferare di studiosi, scrittori e intellettuali, e anche di politici progressisti, provenienti dal continente africano nell’ultimo mezzo secolo. Dopo la decolonizzazione, una volta raggiunta l’indipendenza, le singole nazioni africane hanno dovuto affrontare il cosiddetto colonialismo interno, nelle relazioni tra i leader africani e le rispettive popolazioni. Gli attivisti politici e le forze progressiste hanno potuto però ispirarsi all’esempio degli ex colonizzatori e dire ai tiranni, ‘perché non offrite anche a noi quei modelli di partecipazione che contemplano una maggiore libertà di espressione e associazione?’. Tuttavia le grandi opportunità offerte da Internet non sono esenti da rischi.
Ovvero?
Prendiamo per esempio quanto accadde con le cosiddette “Primavere arabe”. È chiaro che gran parte di esse sono state favorite proprio da internet e dalla connettività. In molti casi si è riusciti a cacciare i dittatori, a scoprire e a denunciare i loro crimini e le loro ruberie in un modo che in passato non sarebbe stato possibile. Molti di essi si erano limitati a sostituire i vecchi imperi coloniali con imperi personali. Non dobbiamo però illuderci che il potere ci consenta sempre di usare il massimo della tecnologia, poiché ci saranno sempre delle limitazioni. Inoltre Internet ha favorito anche il proliferare di notizie false o distorte, e purtroppo a volte la democratizzazione della tecnologia ha fatto finire il potere nelle mani delle persone sbagliate, aumentando quindi i rischi in termini di oppressione politica.
Nel suo saggio “Smurare la libertà”, lei sostiene che la religione rappresenta uno spazio di libertà. Come spiega che oggi le persone siano sempre più spesso impaurite dalla religione?
Innanzitutto ci tengo a fare una distinzione tra la religione e la spiritualità, talvolta innata, delle persone. Quando questa spiritualità, qualunque forma essa abbia assunto, è costretta in uno strumento di controllo degli esseri umani, prima o poi si sviluppano forme di fondamentalismo estremamente pericolose, che sono capaci di distruggere la società e il dono individuale della scelta. E di conseguenza, tutti quelli che dissentono diventano automaticamente nemici da perseguitare, torturare, decapitare. Mi riferisco ovviamente al fondamentalismo dilagante di gruppi come Isis (anzi Daesh, questo è il nome che preferisco di gran lunga), Al-Shabaab, Al Qaeda, Boko Haram. Quando la religione è usata come uno strumento per soffocare, diventa un’espressione di tirannia.
Qual è la radice dell’intolleranza religiosa nel suo paese?
È stata portata dall’esterno. Non esiste alcuna forma di fanatismo nella tradizione religiosa degli Orisha, le divinità dell’Africa occidentale, che è tipica degli Yoruba, il mio popolo. È una religione ecumenica, del tutto priva di fanatismo, al cui interno non c’è nessuno spazio per l’estremismo. Quelli di Boko Haram sono barbari che vogliono islamizzare la nazione, il cui fondamentalismo religioso si unisce a una sete smisurata di risorse petrolifere. Poi ci sono anche molti politici corrotti che cercano di manipolarlo, quell’estremismo religioso.
In luglio cadrà il centenario della nascita di Nelson Mandela, al quale lei dedicò il suo discorso del Nobel, denunciando la segregazione razziale in Sudafrica. La sua lotta è stata una fonte di ispirazione anche per lei?
Proprio la settimana scorsa sono stato a Johannesburg e ho partecipato a un’iniziativa per il centenario di Mandela. In un certo senso è stato il mio fratello maggiore, ma forse io ero già troppo vecchio perché potessi trarre ispirazione da lui. Penso che in primo luogo Mandela sia stato – e sia ancora – un modello di possibilità, una giudiziosa combinazione di combattività e di compassione umana che ha reso possibile il progresso dell’umanità verso una società nonviolenta, da raggiungere attraverso la libertà e la dignità umana. Era assolutamente privo della sete di potere che è invece una delle piaghe di molti leader africani.
RM