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Vukovar, memoria di un urbicidio

Avvenire, 25.8.2018

“L’immagine di Vukovar al termine dell’ottantasettesimo giorno di assedio rimarrà per sempre nella memoria dei testimoni di questi tempi. È uno spettacolo spaventoso. Si sente forte l’odore di bruciato, si cammina sui corpi, sulle macerie e sui detriti in un silenzio raccapricciante. Speriamo solo che i tormenti della città siano finiti”. Il 18 novembre 1991, giorno della definitiva caduta della città croata sotto i colpi incessanti dell’artiglieria serba, andò in onda l’ultima, disperata corrispondenza radiofonica di Siniša Glavašević, prima che il coraggioso giornalista trentunenne di Radio Vukovar sparisse per sempre, come inghiottito nel vuoto. La sua voce trasmessa nell’etere e i suoi resoconti quotidiani avevano offerto un conforto e una speranza di salvezza alla popolazione per l’intera durata dell’assedio e col tempo erano divenuti familiari anche al di fuori della città. La verità sulla tragica fine di Glavašević si sarebbe conosciuta soltanto molti anni più tardi, a conflitto ormai concluso, trasfigurando il giovane reporter nel simbolo di uno dei più terrificanti massacri compiuti in Croazia dopo la dichiarazione di indipendenza del 1991.
Quello che si stava consumando in quei giorni, nella graziosa cittadina affacciata sulle rive del Danubio, era il primo drammatico atto delle guerre che avrebbero devastato i Balcani negli anni ‘90. Dopo un assedio durato tre mesi, Vukovar cadde nelle mani dell’esercito e dei paramilitari serbi che si resero protagonisti di indicibili atrocità a danno della popolazione civile. Il 19 novembre i soldati serbi entrarono nell’ospedale cittadino dove avevano trovato rifugio centinaia di persone, nella speranza di poter procedere a un’evacuazione controllata dalla comunità internazionale. Circa trecento persone furono prelevate e trasportate in autobus fino a una fattoria nei pressi di Ovčara, a una decina di chilometri a sud-est della città. Dopo ore di pestaggi e torture, i prigionieri furono infine trasferiti in un campo vicino, dove vennero uccisi e sepolti in una fossa comune in aperta campagna. L’evocativo memoriale di Ovčara, aperto nel 2006, si trova nel punto esatto dove sorgeva quella fattoria. Tra i numerosissimi visitatori che arrivano qui ogni giorno spiccano le comitive di studenti delle scuole croate, perché i programmi scolastici ministeriali varati a Zagabria l’hanno reso una tappa obbligatoria del percorso educativo nazionale. Varcato il grande portone di legno, si notano i bossoli delle mitragliatrici incastonati nel pavimento. Non sono originali dell’epoca ma fanno anch’essi parte di un’allestimento che è stato studiato nei minimi dettagli. La luce all’interno non viene mai accesa perché tutti i prigionieri furono uccisi durante la notte. Sul soffitto brillano oltre duecento stelle in memoria delle vittime, i cui volti in bianco e nero si accendono a intermittenza sulle pareti. C’è anche quello di Glavašević, i cui resti sono stati rinvenuti nel 1997 in una fossa comune nei campi, a poche centinaia di metri di distanza da qua. Una teca di vetro lungo il muro perimetrale conserva invece gli effetti personali ritrovati insieme ai corpi delle vittime: carte d’identità, quaderni, occhiali, chiavi, pacchetti di sigarette, altre immagini. Piccoli brandelli di vita cancellati dall’odio cieco di quella guerra. “I corpi riesumati finora sono duecento. Ne mancano all’appello altri sessanta, che non sono mai stati ritrovati e quelle persone risultano tuttora scomparse”, spiega il direttore del memoriale, Zdravko Komsic. “Le ricerche di nuove fosse comuni proseguono, anche se purtroppo il numero verde anonimo che il governo croato ha messo a disposizione da tempo non ha avuto finora alcun esito. Nessun serbo della zona si è deciso a fornire informazioni utili per individuare i resti delle altre vittime. Eppure siamo certi che c’è chi sa dove si trovano”, conclude Komsic. Nel 2010 il memoriale di Ovčara è stato visitato per la prima volta dai vertici dello stato serbo. In quell’occasione l’allora presidente Boris Tadic ha reso omaggio alle vittime chiedendo perdono per il massacro a nome di Belgrado. Fu un momento decisivo per la normalizzazione delle relazioni serbo-croate ma non è bastato per chiudere definitivamente una delle pagine più nere della recente storia europea.

Il memoriale di Ovcara

Ancora oggi, a Vukovar, il peso della memoria è soffocante. Quella che fino al 1991 era stata una tranquilla città di confine dove la popolazione mista croata e serba conviveva pacificamente, si ritrovò al centro di un territorio conteso durante la guerra. Nei tre mesi di assedio finì completamente distrutta, guadagnandosi il triste appellativo di “piccola Stalingrado sul Danubio”. Nel 1995 tornò a far parte della Croazia in seguito alla cosiddetta “Operazione Tempesta”, con la quale l’esercito croato riconquistò definitivamente il territorio della Krajina. Da allora in poi è diventata il luogo simbolo della resistenza croata, tanto che ancora oggi la prima cosa che si nota entrando in città dalla strada principale è la gigantesca torre di cemento e mattoni dell’acquedotto cittadino. A suo tempo crivellata dai colpi delle granate serbe, è stata lasciata in rovina fino ai giorni nostri come memento perpetuo dei giorni della guerra. Anche l’ospedale cittadino – che in quei mesi non cessò mai le sue attività – è stato trasformato in un luogo della memoria. Nel seminterrato è stato costruito uno spazio museale con oggetti d’epoca che riproducono la vita quotidiana dei feriti, dei medici e degli infermieri durante l’assedio. Le pareti dei corridoi descrivono cronologicamente quei giorni in base alle testimonianze e ai ricordi dei sopravvissuti. Una stanza è stata riservata alla meditazione. Ogni anno, in occasione dell’anniversario della fine dell’assedio, migliaia di persone partecipano alla tradizionale “via crucis” cittadina marciando dall’ospedale fino al memoriale delle vittime della guerra.

Sinisa Glavasevic

Una strada e una scuola elementare di Vukovar sono state intitolate alla memoria di Siniša Glavašević.
RM

Srebrenica, i conti con la memoria

Avvenire, 8.7.2018

Quest’anno Omer Dudic potrà finalmente seppellire i suoi cari morti nel genocidio. I resti di suo fratello Nijazija e di sua cognata Remzija, all’epoca incinta di sei mesi, sono stati riconosciuti grazie all’analisi del dna nel centro di identificazione di Tuzla e i loro nomi figurano oggi nella lista delle 35 persone che saranno tumulate l’11 luglio durante le celebrazioni per l’anniversario del massacro di Srebrenica. “In quei giorni del 1995 avevo appena vent’anni – ci racconta visibilmente commosso – e riuscii a salvarmi per miracolo, fuggendo attraverso i boschi e camminando per oltre cento chilometri a piedi nudi. Da allora non ho mai smesso di cercare i miei parenti”. Oggi Omer fa il contadino a Osmace, un villaggio a poca distanza da Srebrenica, immerso tra le verdi campagne che circondano la valle della Drina, al confine tra la Bosnia e la Serbia. Si stenta a credere che solo pochi anni fa un luogo così silenzioso e poetico sia stato teatro di una feroce pulizia etnica. Dei circa mille abitanti che vivevano qui all’epoca adesso ne sono rimasti appena un’ottantina. Poche case sparse abitate perlopiù da qualche anziana vedova, un memoriale alle vitime della guerra e intorno distese di campi a perdita d’occhio. Campi che potrebbero essere coltivati, se solo ci fossero ancora le braccia per farlo. Da qui si arriva a Srebrenica in meno di mezz’ora, scendendo lungo la strada che Ratko Mladic e le sue truppe di carnefici percorsero dopo la definitiva caduta della città. La fisionomia della piccola piazza del centro è stata modificata di recente da un imponente edificio rosso che ospita un albergo e una banca turca. Di fianco, il minareto della principale moschea cittadina è sovrastato dalla cupola della chiesa ortodossa. Dopo quanto è accaduto nella prima metà degli anni ’90, la convivenza tra la comunità serba e la minoranza musulmana è una scommessa quotidiana. Anche quest’ultima vive ormai con fastidio la rumorosa macchina delle celebrazioni che si attiva ogni anno l’11 luglio, la sfilata annuale delle delegazioni internazionali, i riflettori che si accendono per mezza giornata e poi si spengono di nuovo fino all’anno successivo. “È vero, questo sarà il primo anniversario dopo la condanna di Mladic e la chiusura della Corte penale dell’Aja – riconosce Bekir, che era un bambino durante la guerra – ma qua le notizie delle condanne arrivano come un’eco distante, che non sposta gli equilibri quotidiani della gente comune”. I sopravvissuti e i parenti delle vittime sono costretti a convivere ogni giorno con la memoria del genocidio e a confrontarsi con una ricostruzione morale e materiale che pur dopo tanti anni stenta ancora a decollare. Nonostante le iniziative di riconciliazione nate in questi anni il tessuto sociale della città appare irrimediabilmente distrutto. Lo si percepisce negli sguardi degli abitanti e nell’atmosfera surreale che si respira nelle strade, dove i segni della guerra sono ancora ben visibili, con palazzi bombardati e mai ricostruiti a cominciare dal grandioso hotel Domavia, affacciato sulla piazza principale, alle spalle della grande moschea cittadina. Di quella che un tempo era un’elleccenza turistica dell’era titina, oggi resta soltanto un macabro scheletro di cemento abbandonato. Ma tutta la città è ancora costellata da edifici distrutti e case ricostruite, in un’alternanza che pare una metafora delle cicatrici lasciate nelle persone. “Il processo di riconciliazione continua a essere ostacolato dalle ideologie nazionaliste che gettano sale sulle ferite di un dramma cominciato molto tempo prima di quello che il mondo ricorda”, ci spiega Hasan Hasanovic, curatore del centro di documentazione del memoriale di Potocari, nel quale è sepolto anche suo padre. L’assedio dei nazionalisti serbi alla città iniziò in un giorno di primavera di venticinque anni fa, nel 1993. “L’Onu aveva negoziato un cessate il fuoco, la popolazione si illuse di poter tirare il fiato e noi bambini uscimmo a giocare a calcio nel cortile della scuola – ricorda – ma all’improvviso dalle montagne circostanti iniziarono a piovere granate sulla città. Una colpì in pieno il campo da gioco ed esplose a pochi metri da me”. Quel giorno Hasan si salvò per miracolo ma vide morire quattordici suoi compagni di scuola. La mattanza che si sarebbe compiuta due anni più tardi segnò anche il fallimento della comunità internazionale, come ricorda anche la mostra fotografica allestita nei locali dell’ex base Onu di Potocari. Con le 35 sepolture previste quest’anno, il totale delle inumazioni supererà quota 6800 ma il lungo processo per ridare un’identità ai resti delle vittime prosegue, anche perché i boschi intorno a Srebrenica continuano a restituire le ossa sepolte nelle fosse comuni. Dragana Vucetic, antropologa forense del centro di ricerca sulle persone scomparse di Tuzla, confema che sono circa un migliaio di vittime che restano ancora da identificare.
RM

I mondiali della vergogna

Focus Storia n. 140, giugno 2018

Quelli che si giocarono nel 1978 in Argentina saranno sempre ricordati come “i mondiali della vergogna”. Mai come in quell’occasione lo sport più popolare, il calcio, venne trasformato in un colossale strumento di propaganda da una feroce dittatura militare. Il trionfo sportivo della squadra di casa rappresentò l’apice del consenso internazionale per il regime e servì a coprire i terribili crimini che stava commettendo. Mentre gli occhi del mondo erano puntati sui campi di calcio, a poca distanza dagli stadi dove si sfidavano i migliori giocatori del mondo continuò a funzionare a pieno ritmo la macchina della repressione. Nei luoghi di prigionia languivano decine di migliaia di oppositori politici veri e presunti. Ogni giorno le persone venivano rapite e fatte sparire, alimentando il terrore inaugurato due anni prima, con il colpo di stato del 24 marzo 1976. Alcuni superstiti hanno raccontato che durante le partite del Mondiale sia le torture che i “voli della morte” – con i quali le vittime erano gettate vive nell’Oceano – venivano sospese ma al fischio finale tutto riprendeva come prima, come se niente fosse. Dal primo al venticinque giugno di quarant’anni fa, i giorni in cui si svolsero quei campionati del mondo, l’elenco dei desaparecidos si allungò con altri 63 nomi.
Eppure quasi tutti fecero finta di non sapere quanto stava accadendo a Buenos Aires e nelle altre città del paese. Nessuna federazione calcistica prese neanche in considerazione l’ipotesi di rifiutare la partecipazione al torneo. Nessun giocatore rilasciò dichiarazioni di critica del regime o a sostegno delle vittime, sostenendo che il calcio dovesse restare estraneo alla politica. Al ritorno nei loro paesi, i calciatori e gli addetti ai lavori portarono come unico ricordo della dittatura la presenza asfissiante dei militari nei ritiri e negli spostamenti. Il capitano della squadra tedesca, Berti Vogts, dichiarò: “L’Argentina è un paese dove regna l’ordine. Io non ho visto nessun prigioniero politico”. Qualcuno si illuse che la mancata partecipazione al torneo di Johann Crujiff, all’epoca il più grande calciatore del mondo, fosse un gesto di protesta politica; ma anni dopo lo stesso giocatore olandese spiegò che la sua assenza era dovuta al tentativo di rapimento subito mesi prima a Barcellona, che lo aveva convinto a limitare gli spostamenti.
Per Jorge Rafaèl Videla, il dittatore argentino, quel palcoscenico straordinario fu un regalo della storia che giunse quasi inaspettato. I mondiali erano stati infatti assegnati al paese sudamericano una decina d’anni prima, in base alla regola in vigore all’epoca dell’alternanza tra Europa e America. La giunta militare, al potere da due anni, decise di sfruttarli al massimo per ottenere il consenso del popolo e rafforzare la propria immagine internazionale. Fiumi di denaro pubblico furono impiegati senza curarsi della crisi economica in corso in un paese fortemente impoverito. La manifestazione costò una cifra quattro volte superiore a quella che la Spagna avrebbe speso quattro anni dopo, per ospitare i mondiali del 1982. Sullo sfondo delle partite tutti avrebbero visto un paese efficiente, senza miseria, né violenza. I quartieri malfamati di Buenos Aires e di Rosario vennero abbattuti prima del calcio d’inizio, gli arresti furono intensificati arrivando a circa duecento al giorno, per impedire contatti tra i dissidenti e la stampa estera. Il giornalista argentino Pablo Llonto, che nel 1978 seguì i Mondiali per il più importante quotidiano di Buenos Aires, Clarìn, ha raccontato nel suo libro I mondiali della vergogna che i militari riuscirono a imporre il silenzio ai giornalisti di tutto il mondo, costringendoli a scrivere solo di calcio, evitando ogni riferimento alla società, alla politica e all’economia. La stampa argentina obbedì quasi totalmente agli ordini del regime tacciando i contestatori e gli esuli di essere “antiargentini” e descrivendo un paese tranquillo, ordinato e finalmente libero dai “sovversivi”. Nelle telecronache delle squadra di casa, il giornalista José Maria Muñoz irrideva i nemici della dittatura con un gioco di parole, ripetendo che gli argentini erano “derechos y humanos” (giusti e umani). L’unica forma di opposizione fu quella silenziosa delle Madri di Plaza de Mayo, che ogni giovedì sera si ritrovavano davanti al palazzo presidenziale, a Buenos Aires, e sfilavano in cerchio reclamando verità e giustizia per i figli scomparsi. Le loro manifestazioni vennero ignorate dai mezzi di informazione di tutto il mondo con l’unica eccezione della televisione olandese, che mandò in onda un servizio su quei coraggiosi cortei proprio nel giorno dell’inaugurazione dei Mondiali.
Ma per realizzare fino in fondo l’obiettivo della giunta militare, l’Argentina doveva vincere la coppa a tutti i costi. La guida della squadra fu affidata a Cesar Luis Menotti detto ‘El Flaco’, un allenatore di vedute politiche completamente opposte a quelle del regime ma ritenuto l’unico in grado di far vincere alla Selecciòn biancoceleste il primo titolo della sua storia. Su di lui, e su campioni come il capitano Daniel Passarella, il centravanti Mario Kempes e il regista Osvaldo Ardiles, si riversarono le speranze di una nazione. Dopo una prima fase poco convincente iniziata con la sconfitta contro l’Italia di Enzo Bearzot, l’Argentina arrivò in finale grazie a qualche arbitraggio favorevole e a una partita con il Perù che – come si sospettò fin da subito – era stata truccata per favorire la squadra di casa. Prima del fischio d’inizio il dittatore Videla si era presentato nello spogliatoio dei giocatori peruviani in compagnia del segretario di stato americano Henry Kissinger. La sfida si concluse con un clamoroso sei a zero per gli argentini, che sfruttando la differenza reti guadagnarono l’accesso alla finale a discapito del Brasile. Alcuni anni dopo, una dettagliata inchiesta del giornalista statunitense Tim Pears ha confermato che il governo argentino aveva regalato un milione di tonnellate di grano al Perù per “ammorbidire” i suoi giocatori.
Il 25 giugno 1978 Argentina e Olanda si sfidarono per l’atto conclusivo del Mondiale, davanti agli ottantamila spettatori che gremivano lo stadio monumentale di Buenos Aires. A poche centinaia di metri di distanza si trovava la famigerata Scuola di meccanica della Marina (Esma), il principale luogo di tortura del regime, eloquentemente definito l’“l’Auschwitz argentino” dallo scrittore Eduardo Galeano in Splendori e miserie del gioco del calcio. Negli anni della dittatura (1976-1983) circa cinquemila persone furono rinchiuse là dentro e appena cinquecento ne sono uscite vive. Prima di scendere in campo per la finale, Menotti chiese ai suoi uomini di giocare per alleviare il dolore del popolo e non per i generali seduti in tribuna d’onore. Al termine della partita la nazionale argentina sconfisse quella olandese per tre a uno dopo i tempi supplementari, aggiudicandosi il trofeo e facendo esplodere la festa in tutto il paese. Per i militari fu un trionfo che consacrò il regime agli occhi del mondo. Anche grazie a quella vittoria, i generali poterono contare su altri cinque anni di silenzio e di impunità.
RM

La famiglia “desaparecida”

Avvenire, 13.3.2018

Non era mai successo, neanche nei giorni più bui della dittatura argentina, che la barbarie dei militari golpisti inghiottisse un’intera famiglia. “Arrivarono a casa nostra il 15 luglio del 1976, fecero saltare la porta d’ingresso con una bomba e portarono via i miei genitori, mio fratello, mia cognata e mia sorella di soli quindici anni. Io riuscii a salvarmi solo per caso, perché ero nascosto in casa di amici e neanche i miei sapevano dove fossi”.

La famiglia Tarnopolsky al completo (Daniel è il secondo da sinistra)

Quel giorno maledetto, Daniel Tarnopolsky aveva appena diciott’anni e all’improvviso si ritrovò solo, costretto a fare i conti con l’esilio e con un vuoto incolmabile. Trovò rifugio prima in Israele, poi in Francia, potendo contare soltanto su una nonna materna distrutta dal dolore e su una rete di amici di famiglia che lo aiutò a ricostruirsi una vita lontano dall’Argentina. “Quando di colpo niente esiste più perché te l’hanno strappato”, spiega, “ciò che resta è un buco impossibile da riempire, con ferite sanguinanti incurabili che per anni continuano a farti male”. Col trascorrere dei mesi le ricerche dei familiari si rivelano inutili, seguendo il triste copione di migliaia di altri desaparecidos, e al dolore, alla paura, all’incertezza e al senso di smarrimento si unisce l’impossibilità di comprendere le ragioni della loro scomparsa. I Tarnopolsky erano una famiglia ebrea di idee progressiste ma soltanto Sergio, il primogenito, era politicamente impegnato. I genitori di Daniel erano due professionisti: il padre, Hugo, era un chimico, la madre Blanca lavorava in ospedale come psicopedagoga, e il loro rapimento era apparentemente inspiegabile anche in quel periodo terribile. Solo molti anni dopo, grazie alle testimonianze di alcuni sopravvissuti, emerse che Sergio aveva provato a piazzare una bomba all’interno della Esma, la famigerata Scuola di meccanica della Marina, ma era stato scoperto. Dopo averla disinnescata, i militari avevano deciso di vendicarsi di lui accanendosi contro la sua famiglia. “Peraltro eravamo ebrei, e nella logica deviata dall’antisemitismo dei militari, questo costituiva un’aggravante”, spiega Daniel, che ha trascorso il resto della sua vita cercando di dare un senso a quel vuoto. Alcuni anni fa ha scritto un libro che è stato appena tradotto anche in italiano (Betina sin aparecer. La storia intima del caso Tarnopolsky, qudulibri, traduzione di Antonella Cancellier), nel quale ricostruisce la sua esperienza di sopravvissuto e la sua ricerca incessante di una giustizia terrena per quei crimini che cancellarono la sua famiglia. Nel 2004, dopo una coraggiosa battaglia legale, è riuscito a far condannare uno dei massimi esponenti della giunta militare golpista, l’ammiraglio Eduardo Massera. Già punito con l’ergastolo in precedenza per crimini contro l’umanità, Massera fu costretto a pagare un cospicuo risarcimento economico che Daniel ha interamente devoluto alle Abuelas de Plaza del Mayo, le nonne impegnate nella ricerca dei nipoti sottratti ai tempi della dittatura. Quello stesso anno il presidente Kirchner trasformò l’Esma, uno dei più orribili luoghi di tortura e di morte, dal quale passarono anche i suoi familiari, in un museo per la memoria di quei crimini. È in quel momento che Daniel decide di raccontare la sua storia di superstite rielaborando i tentativi di ricostruzione della sua vita che aveva compiuto fino ad allora. Quando tutto sprofondò intorno a lui, aveva sentito il bisogno di stabilire un legame tra la vita e la morte che lo aiutasse a sostenere le assenze eterne e prive di risposta dei suoi cari. Aveva trovato conforto nella mistica e nella religione. “Fin dai primi tempi, poiché non c’era alcun modo di conoscere la sorte dei miei familiari, dove si trovavano, se erano ancora vivi, iniziai a cercare informazioni anche con l’aiuto di veggenti e di medium. Tanti familiari di desaparecidos lo facevano, pur senza ammetterlo, per paura di essere giudicati”. Continua la lettura di La famiglia “desaparecida”

Stalin pianificò il genocidio in Ucraina

Avvenire, 21.12.2017

Washington, il memoriale all’Holodomor

Poco più di trent’anni fa, il grande storico inglese Robert Conquest inaugurò gli studi sul cosiddetto “Holodomor”, il più imponente sterminio della storia europea del XX secolo dopo l’Olocausto. Nel suo monumentale lavoro pionieristico Harvest of Sorrow, uscito nel 1986 – prima del crollo dell’Unione Sovietica -, riuscì a documentare il disegno criminale di Stalin che causò la morte per fame di milioni di ucraini, nei primi anni ‘30. Da allora il dibattito storiografico ha visto gli storici dividersi non tanto sulle cause scatenanti di quella carestia, quanto per stabilire se sia corretto o meno definirla ‘un atto di genocidio’, con le implicazioni politiche che ne deriverebbero. Il primo a ritenerlo tale, molti anni prima dello stesso Conquest, era stato Raphael Lemkin, il giurista polacco che coniò il termine genocidio e si batté per inserirlo nel diritto internazionale. Un riconoscimento ufficiale del dramma ucraino è stato però finora sempre ostacolato dalla strenua opposizione prima dell’Unione Sovietica, poi della Russia. Un contributo importante in questo dibattito arriva adesso dal saggio Red Famine: Stalin’s War on Ukraine della studiosa Anne Applebaum, già vincitrice del premio Pulitzer nel 2004 per un libro sui gulag dell’era sovietica. Editorialista del Washington Post e grande esperta di storia russa, Applebaum si è avvalsa di una gigantesca mole di fonti documentarie inedite provenienti da archivi locali e nazionali russi e ucraini – alcuni dei quali aperti per la prima volta negli anni ‘90 -, nonché testimonianze orali dei sopravvissuti pubblicate dall’Istituto ucraino della memoria nazionale.
Com’è già stato sottolineato da altri storici, la brutale collettivizzazione delle terre voluta da Stalin scatenò e poi intensificò quella carestia, che non colpì soltanto l’Ucraina ma interessò anche altre parti dell’Unione Sovietica. Nelle lettere private degli archivi di stato russi, i leader sovietici parlano di “spezzare la schiena alla classe contadina”, e la stessa politica venne attuata nei confronti della Siberia, del Caucaso del nord e della zona del Volga, causando anche l’annientamento di oltre la metà della popolazione nomade del Kazakhstan. Non v’è dubbio, però, che i maggiori danni e il più alto numero di vittime sia stato registrato proprio in Ucraina, dove le radici storiche di quei fatti – come racconta Applebaum – affondano nei secoli precedenti. I territori che gli zar avevano confiscato agli ottomani e ai cosacchi nel XVII e XVIII secolo cominciarono a essere considerati parte essenziale dell’impero russo fin dall’ascesa della dinastia Romanoff. Durante la guerra civile che seguì la rivoluzione bolscevica, la classe contadina ucraina – essenzialmente conservatrice e anti-comunista – non volle mai sottomettersi al nuovo potere e resistette strenuamente alle armate di Lenin. Sul finire degli anni ‘20 i contadini furono costretti ad abbandonare le loro terre per aderire alle fattorie collettive dello stato. Gran parte di essi si opposero duramente alla collettivizzazione, rifiutandosi di cedere il grano, nascondendo le derrate alimentari e uccidendo il bestiame. Il politburo sovietico lo considerò un atto di ribellione e, pur di fronte alla sempre più grave carenza di cibo nelle campagne, mandò gli agenti e gli attivisti locali del partito a requisire tutto quello che trovavano nelle case e nelle fattorie, compresi gli animali. Al tempo stesso fu creato un cordone attorno al territorio ucraino per impedire la fuga della popolazione. Il risultato fu un’immane catastrofe: almeno cinque milioni di persone morirono di fame in tutta l’Unione Sovietica non a causa del fallimento delle coltivazioni, ma perché furono deliberatamente private dei mezzi di sostentamento. Di questi, circa quattro milioni erano ucraini.
Stalin rifiutò qualsiasi forma di aiuto dall’esterno, accusò i contadini che stavano morendo di fame di essere loro stessi colpevoli di quanto stava accadendo e promulgò leggi draconiane che esacerbarono la crisi. Chiunque veniva trovato in possesso anche soltanto di una buccia di patata era passato per le armi. Applebaum spiega che la carestia non fu causata direttamente dalla collettivizzazione ma fu il risultato della confisca del cibo, dei blocchi stradali che impedirono alla popolazione di spostarsi, nonché delle feroci liste di proscrizione imposte a fattorie e villaggi. Il capitolo sulle conseguenze della carestia è a dir poco agghiacciante: dopo aver citato un rapporto riservato nel quale il capo della polizia segreta di Kiev elenca 69 casi di cannibalismo in appena due mesi, racconta casi di persone che uccisero e mangiarono i propri figli, la totale estinzione di cani e gatti, la scomparsa della popolazione di interi villaggi, i carri per il trasporto dei defunti che raccoglieva anche i moribondi e poi li seppelliva ancora vivi. Il mondo contadino ucraino fu il bersaglio principale di quegli anni di terrore che vide anche brutali persecuzioni antireligiose, con la sconsacrazione e la distruzione delle chiese, la lotta allo scampanio che rappresentava un’antica tradizione popolare. Lo sguardo della studiosa statunitense si sofferma poi su tutti gli aspetti storiografici e politici della vicenda, analizzando anche il modo in cui l’identità nazionale dell’Ucraina post-sovietica sia stata costruita attorno a questa tragedia, e approfondisce il tema delle coperture nazionali e internazionali che per decenni hanno consentito di celarla agli occhi del mondo. Non solo l’Unione Sovietica non la riconobbe mai, ma soffocò qualsiasi forma di dissenso e infine manipolò le statistiche demografiche, secondo le quali nel 1937 circa otto milioni di persone risultavano svanite dal paese. Quanto ai corrispondenti a Mosca dei giornali stranieri, con la sola eccezione dell’eroico giornalista gallese Gareth Jones, non si sognarono neanche di provare a raccontare quei fatti. William Henry Chamberlin del Christian Science Monitor scrisse che i cronisti stranieri “lavorano con una spada di Damocle sulla testa: la minaccia di espulsione, o il rifiuto di un permesso per rientrare, che è poi la stessa cosa”. Ma l’Holodomor fu davvero un atto di genocidio? Applebaum non ha dubbi e ritiene che quanto accadde tra il 1932 e il 1933 coincide perfettamente con la definizione di Lemkin ma resta purtroppo escluso dalla formulazione redatta nel 1948 con la Convenzione sul genocidio. Non a caso l’Unione Sovietica vi contribuì in modo decisivo proprio al fine di escludere l’olocausto ucraino. Finché il diritto internazionale non sarà aggiornato in tal senso, l’Holodomor continuerà dunque a rimanere formalmente escluso dalla lista dei genocidi.
RM