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Visegrad, il genocidio 25 anni dopo

Avvenire, 13.6.2017

“E il ponte continuava a stare, tale quale era da secoli, con la sua eterna giovinezza di perfetto disegno e di buona e grande opera umana, una di quelle opere che non conoscono vecchiaia e trasformazioni e che, almeno così sembra, non condividono la sorte delle cose transitorie di questo mondo”. Chissà cos’avrebbe pensato Ivo Andrić se avesse visto il meraviglioso “ponte vecchio” della cittadina bosniaca di Višegrad trasfigurato in un gigantesco patibolo, in uno dei luoghi dell’orrore del conflitto balcanico degli anni ’90. Quel gioiello architettonico in pietra bianca, costruito nel XVI secolo per volere del gran visir Mehmed Pascià Sokolović e oggi considerato patrimonio dell’umanità dall’Unesco, fece da sfondo al suo capolavoro assoluto, Il ponte sulla Drina, nel quale aveva narrato tre secoli di storia di una Bosnia crocevia di popoli e religioni, un mosaico di vicende corali e private costruite intorno alle sue undici arcate, “sotto le quali rumoreggia il fiume verde, rapido e profondo”. La sua narrazione, scandita dal ritmo delle rivolte e delle guerre intercorse nei secoli tra serbi, turchi e austriaci, si era interrotta bruscamente nel fatale 1914. “Se Dio ha tolto la sua mano da questa sventurata cittadina sulla Drina – aveva scritto – l’ha tolta forse anche da tutto il mondo e da tutta la terra che si trova sotto il cielo? Costoro non continueranno in eterno a comportarsi così”. Nel 1961, anche grazie a quel romanzo straordinario, Andrić era passato alla storia diventando il primo e finora l’unico vincitore del premio Nobel per la letteratura dell’area ex-jugoslava. Appena tre decenni più tardi le acque della Drina, a lungo simbolo di convivenza tra i popoli, si sarebbero trasformate nella più grande fossa comune di tutta la Bosnia. Višegrad, a causa della sua posizione strategica, divenne una delle tante città-martiri di quel conflitto: l’inferno cominciò esattamente venticinque anni fa, quando l’esercito regolare jugoslavo, dopo averla bombardata, l’abbandonò nelle mani del gruppo paramilitare delle Aquile bianche guidato da due cugini, Milan e Sredoje Lukic, che vi avrebbero instaurato un lungo regime di terrore e morte. Quelle vicende – che rappresentarono la prova generale del genocidio di Srebrenica e di altri luoghi tristemente passati alla storia in quegli anni – sono state ricostruite nel dettaglio dal giornalista Luca Leone in uno splendido reportage dal titolo Višegrad. L’odio, la morte, l’oblio (Infinito edizioni). I rastrellamenti, le deportazioni, i massacri e gli stupri di massa iniziarono alla fine di maggio del 1992 con un ritmo e una brutalità mai visti prima d’allora, che culminarono il 14 giugno nel rogo della casa di Pionirska Ulica, dove gli ultranazionalisti serbi rinchiusero decine di musulmani, perlopiù donne, vecchi e bambini, barricarono porte e finestre e poi appiccarono il fuoco. Sessantasei persone morirono bruciate vive, la più anziana aveva 75 anni, la più giovane appena due giorni. Mentre le fiamme si levavano nel cielo i cugini Lukic e i loro uomini aspettavano fuori, pronti a falciare a colpi di fucile chi tentava di scappare. Pochi giorni dopo lo stesso tragico destino toccò a un’altra settantina di musulmani, in un’altra casa alla periferia della città. Nel breve volgere di alcune settimane la pulizia etnica ai danni dei musulmani bosniaci (che costituivano il 63 per cento della popolazione locale) portò alla morte o alla scomparsa di almeno tremila persone. Molte vittime avrebbero trovato l’eterno riposo nelle acque della Drina: i carnefici usavano proprio quel ponte “voluto da Dio” per sgozzarle e poi liberarsi dei cadaveri. I corpi gettati nel fiume erano così tanti che già alla fine di giugno il direttore della diga di Višegrad fu costretto a inviare una comunicazione ufficiale chiedendo di rallentarne il flusso, altrimenti le turbine della diga rischiavano di incepparsi. Quelle stesse acque che oggi dividono la Bosnia dalla Serbia e che per oltre quattro secoli erano state confine naturale tra due mondi, linea di demarcazione tra l’Impero Romano d’Oriente e d’Occidente, si tramutarono in un’enorme cimitero, mentre lo stupro etnico divenne una pratica comune in luoghi come il Vilina Vlas, il terrificante albergo trasformato in un lager, dove circa duecento donne e bambine furono sottoposte a stupri di massa prima di essere uccise.
Luca Leone, già autore di opere fondamentali sul dopoguerra bosniaco, raccoglie in questo libro le testimonianze dirette dei sopravvissuti e di coloro che in questi anni si sono battuti – spesso invano – per ottenere giustizia. Oltre alla minuziosa ricostruzione di un orrore che può risultare inconcepibile per una normale mente umana, quello che colpisce maggiormente del suo racconto è la situazione nella quale si trova oggi Višegrad, una città “sonnolenta e omertosa”, dove le istituzioni cercano per prime di nascondere ciò che è accaduto. Un luogo che ha visto la maggior percentuale di donne e bambini uccisi in proporzione alla popolazione di tutta la Bosnia, che tuttora si regge su un equilibrio solo apparente, dove il revisionismo e il negazionismo hanno raggiunto livelli parossistici. Appena tre anni fa, tra lo sgomento e la rabbia dei sopravvissuti, un’ordinanza comunale ha imposto la rimozione della parola “genocidio” dal monumento che ricorda le vittime nel cimitero musulmano della città. Qualche anno prima Bakira Hasecic, fondatrice dell’associazione delle donne vittime di stupro etnico, aveva messo sul ponte una targa in ricordo delle tremila persone uccise e scomparse, ma qualcuno l’ha subito rimossa. Nella geografia del genocidio bosniaco Višegrad rappresenta l’inizio e Srebrenica la fine, ma nel primo caso nessun tribunale ha ancora riconosciuto ufficialmente il genocidio perché – spiega Leone – “coloro che non sono stati ammazzati sono stati deportati oppure indotti a scappare e a non ritornare più, modificando per sempre la composizione demografica della città e di tutto il territorio circostante”. Di conseguenza, il percorso verso la giustizia appare ancora assai lungo e tortuoso: Milan Lukic, considerato uno dei più atroci criminali di guerra dell’epoca, ribattezzato “Lucifero” dagli atti del Tribunale dell’Aja, è stato condannato all’ergastolo solo nel 2009, suo cugino Sredoje Lukic a 27 anni di carcere mentre i pochi altri condannati hanno beneficiato di sconti di pena e sono già tornati a vivere in città. Dove una parte della popolazione continua a considerarli degli eroi.
RM

Grande carestia o grande fame?

Focus Storia n. 128, giugno 2017

C’è chi la chiama Great Famine (Grande Carestia), chi invece ritiene più corretto definirla Great Hunger (Grande Fame). Quella che a prima vista può apparire solo una piccola sfumatura lessicale, rivela in realtà una differenza di fondo capace di riaccendere rancori antichi e persino di innescare possibili richieste di risarcimenti a distanza di tanto tempo. Ma comunque la si voglia chiamare, quella che si verificò in Irlanda tra il 1845 e il 1850 fu la più immane tragedia avvenuta in epoca moderna nel Vecchio Continente prima dell’Olocausto. In poco meno di cinque anni, circa un milione di irlandesi furono uccisi dalla fame, dal tifo e dal colera, e altri due milioni furono costretti all’emigrazione. Le dimensioni epocali di quell’ecatombe, peraltro enormemente aggravate da un indubbio cinismo politico, avrebbero segnato per sempre i futuri rapporti con l’Inghilterra.
All’inizio del XIX secolo l’Irlanda era stata privata del proprio parlamento e costretta all’unione politica con l’isola vicina. Era dunque diventata parte integrante del potente Impero britannico e gli irlandesi erano a tutti gli effetti sudditi della regina Vittoria. All’epoca l’Irlanda era anche il paese più sovrappopolato d’Europa – oltre otto milioni e mezzo di abitanti, la più consistente densità media per chilometro quadrato di tutto il continente – e aveva enormi squilibri sociali. Non più del 20% della popolazione era composto infatti da ricche famiglie immigrate protestanti di origine inglese o scozzese mentre il restante 80% era costituito da autoctoni di religione cattolica divisi in due categorie, gli affittuari e gli operai agricoli. Al fine di favorire gli interessi dell’Impero, da almeno un secolo l’Irlanda era stata trasformata in un’enorme fattoria che riforniva di prodotti alimentari a basso costo le classi industriali britanniche attraverso un modello di sfruttamento economico studiato appositamente per impedire ai contadini di elevare il loro tenore di vita.
La patata era l’unico alimento che garantiva la sussistenza di gran parte della popolazione ma nell’estate del 1845 la rapida diffusione della Phytophtora infestans, un fungo proveniente dall’America del nord, causò la completa distruzione del raccolto e creò le premesse di una delle più gravi carestie dell’Europa contemporanea. Quando la gente cominciò a morire per le strade, i grandi latifondisti inglesi si preoccuparono soltanto di salvare i loro averi facendo espellere migliaia di contadini dalle loro terre e innescando un gigantesco esodo dal paese. In assenza di stime ufficiali è praticamente impossibile calcolare con precisione quante persone morirono di fame e malattie in quegli anni, ma gran parte degli storici e dei demografi considera attendibile la cifra di almeno un milione di morti. Quanto agli emigrati, si calcola che nello stesso quinquennio circa tre quarti delle persone che lasciarono l’Irlanda siano sbarcate negli Stati Uniti e in Canada effettuando viaggi transoceanici in condizioni disumane nelle cosiddette “navi bara” (coffin ships), dando vita alla grande diaspora irlandese. Nell’arco di una sola generazione l’isola conobbe un declino demografico senza paragoni in Europa e perse circa un terzo della sua popolazione. Anche in quegli anni l’Irlanda continuò a essere un’importante produttrice di grano e di altre materie prime che sarebbero state più che sufficienti per sfamare la popolazione, se non fossero state sistematicamente esportate in Inghilterra per pagare i debiti fondiari ai proprietari terrieri. Per questo motivo sono in molti, ancora oggi, a considerare quantomeno riduttivo sostenere che tutto ciò avvenne soltanto a causa della malattia delle patate. Le catastrofiche conseguenze della perdita dei raccolti dipesero dal contesto socio-economico di stampo coloniale e dall’atteggiamento del governo inglese, che decise di non intervenire per salvare coloro che da quasi mezzo secolo erano ormai a tutti gli effetti cittadini britannici. Per sottrarli alla morte sarebbe stato sufficiente interrompere le massicce esportazioni di generi alimentari che negli anni della Carestia proseguirono come se niente fosse dai porti irlandesi, conseguenza degli esosi affitti imposti a milioni di fittavoli poverissimi. Solo durante il cosiddetto Black ’47, l’anno più nero della Carestia, circa quattromila navi cariche di generi alimentari lasciarono l’isola con direzione Bristol, Glasgow, Liverpool e Londra.
Continua…

Srebrenica, il calcio cura le ferite

Avvenire, 12.5.2017

C’è qualcosa di unico e di inspiegabile nella storia del FK Guber, la squadra di calcio di Srebrenica. In un’area della Bosnia che circa vent’anni fa è stata teatro del più grande orrore compiuto in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale, in una città ancora paralizzata dai fantasmi del genocidio, per una volta è il pallone a favorire la convivenza, la tolleranza e l’amicizia tra i giovani di tutte le etnie. Come se una misteriosa alchimia avesse reso possibile sul campo da gioco quello che ancora oggi rimane un miraggio nella vita di tutti i giorni. Per cercare di spiegare le ragioni di questo vero e proprio miracolo sportivo è necessario risalire alle sue radici. Ci si imbatte nel piccolo stadio del Guber poco prima di arrivare a Srebrenica, qualche chilometro dopo l’imponente memoriale di Potocari, dedicato agli ottomila bosniaci musulmani massacrati dalle milizie serbe nel 1995. La squadra di calcio fu fondata nel 1924 da un serbo e da un musulmano che donarono i loro appezzamenti di terreno confinanti per consentire la realizzazione del campo e delle piccole tribune. Nella sua storia ormai quasi centenaria, il Guber ha sempre militato nelle serie minori dando spazio a giocatori e dirigenti di tutte le etnie.

Una formazione del FK Guber Srebrenica

Raramente si è affacciato nel calcio che conta, ma i più anziani ricordano ancora la straordinaria impresa compiuta nel 1989 nei sedicesimi di finale della coppa nazionale di Jugoslava, quando i biancazzurri di Srebrenica si concessero il lusso di battere ai rigori una squadra di prima divisione, il Buducnost di Titograd (l’attuale Podgorica). A indossare i panni dell’eroe, quel giorno, ci pensò il portiere Jusuf Malagic, parando il rigore decisivo calciato da un giovane campione, fresco vincitore dei mondiali juniores e pronto a diventare la stella del Partizan Belgrado e poi del Real Madrid: Predrag Mijatovic. Partite e allenamenti sono proseguiti anche durante la prima fase della guerra degli anni ’90, quasi a voler esorcizzare i massacri e le deportazioni attraverso il potere salvifico dello sport. Ma di lì a poco anche quella piccola e fragile utopia sarebbe stata travolta dalla barbarie, molti dei suoi giocatori furono uccisi e finirono nelle fosse comuni disseminate nella campagna, lungo il corso della Drina. La ricostruzione sarebbe arrivata una decina d’anni più tardi, nel 2004. Tra i rifugiati che fecero ritorno in città c’era anche Malagic, il portiere “eroe” del 1989. Fu lui il primo a credere che il Guber potesse rinascere dalle proprie ceneri e tornare a promuovere quei principi che erano stati spazzati via insieme a tante vite umane. A poco a poco, grazie al fondamentale aiuto finanziario di alcune Ong e federazioni calcistiche europee, è stata rimessa in piedi una scuola calcio per i più giovani. All’inizio erano in pochi a credere in un progetto che traeva la propria forza dall’integrazione e dal dialogo interculturale. Ma col tempo la passione è riuscita a prevalere sulla diffidenza e sul pregiudizio, mentre la prima squadra ha cominciato a scalare le classifiche dei campionati dilettantistici. “Alcuni dei nostri ragazzi hanno perso i familiari durante la guerra oppure hanno avuto padri, zii o fratelli maggiori che hanno combattuto gli uni contro gli altri”, spiega l’allenatore Emir Bektic. “Eppure oggi il passato non li divide più e grazie al calcio sono riusciti a diventare amici”. L’anno scorso la squadra è stata promossa nella seconda divisione della Repubblica Srpska, il corrispettivo della Lega Pro per il campionato di calcio italiano. Anche adesso che si trova appena due gradini sotto l’ambitissima Premier League bosniaca, continua ad annoverare nel suo organico giocatori serbi, croati e musulmani. “Riuscire a convivere è la nostra vera vittoria – conclude Bektic – credo che il Guber rappresenti un modello di speranza per il futuro di Srebrenica e di tutta la Bosnia”.
RM

In ricordo di tutti i genocidi

È uscito il terzo numero di “La causa dei popoli”, la rivista telematica dedicata ai problemi delle minoranze, dei popoli indigeni e delle nazioni senza stato. Nell’interessante focus sugli “altri” genocidi – quelli meno noti o dimenticati – c’è posto anche per la Grande fame irlandese della metà del XIX secolo.

Una giornata della memoria dedicata a tutti i genocidi. La rivista telematica La causa dei popoli (pubblicata dal Centro di documentazione sui popoli minacciati) rilancia una proposta più che opportuna, che servirebbe a fugare una volta per tutte molti equivoci sul nostro recente passato.
“Il termine genocidio fu coniato nel 1943 dall’avvocato polacco Raphael Lemkin – si ricorda nell’introduzione al numero 3 della rivista, interamente dedicato al tema “altri genocidi” – erano i tempi bui della Shoah, quindi fu naturale che la tragedia ebraica fosse il primo caso al quale veniva applicata la nuova definizione. Poi, per circa mezzo secolo, lo sterminio della minoranza israelita è stato considerato una tragedia unica e irripetibile, il crimine contro l’umanità per eccellenza. Ogni confronto con altri genocidi era considerato un sacrilegio. Lemkin era stato il primo a studiare la materia approfondendo una grande varietà di casi, dal genocidio armeno a quello degli aborigeni della Tasmania. Grazie a questi studi aveva elaborato la Convenzione sul genocidio, approvata dall’ONU il 9 dicembre 1948 ed entrata in vigore tre anni dopo”. Troppe volte è stato detto “mai più”, ma purtroppo sappiamo che da quando il genocidio è stato dichiarato un crimine di diritto internazionale nell’ultimo mezzo secolo drammi simili si sono susseguiti con una regolarità quasi scientifica: dalla Cambogia al Biafra, dal Ruanda alla Bosnia. Inserire la tragedia ebraica in un contesto più ampio, accanto ad altri genocidi, non significherebbe certo diminuirne il rilievo storico. Al contrario, significherebbe sottrarla a una terra di nessuno dove spesso resta un fenomeno incomprensibile. E proprio seguendo lo spirito degli studi di Lemkin, il nuovo numero monografico sui genocidi della rivista La causa dei popoli ricostruisce e analizza eventi altrettanto tragici che hanno preceduto la Shoah. Dalla “Grande fame” irlandese della metà dell’Ottocento al genocidio ucraino degli anni ’30 del XX secolo, dai drammi dei popoli Nama e Herero all’inizio del ‘900 a quelli degli indigeni della Terra del Fuoco. Un contributo originale e in larga parte inedito – almeno in lingua italiana – che appare indispensabile per aprire un dibattito su temi troppo spesso considerati patrimonio esclusivo di accademici e specialisti.
RM

Suor Maura, martire sulla strada di Romero

Avvenire, 28.1.2017

      C’è un episodio finora rimasto ignoto che è in grado di descrivere tutto il coraggio e la statura religiosa, morale e politica di suor Maura Clarke. Accadde in Nicaragua, alla fine degli anni ’70, quando questa piccola donna con gli occhiali afferrò per un braccio un alto ufficiale della Guardia Nazionale. “Perché avete arrestato queste persone? – gli chiese – stanno solo protestando per la mancanza di acqua potabile, è un loro diritto”. Il soldato, vedendo che ad affrontarlo era una religiosa, perlopiù straniera, le rispose con tono sprezzante. “Sorella, se ne torni al suo convento”. Allora Sister Maura perse la pazienza e iniziò a gridare, indicando la strada polverosa e piena di bisognosi: “questo è il mio convento! Questo è il mio convento!”. Qualche anno dopo, la sua storia avrebbe conosciuto un tragico epilogo in un altro dei disastrati paesi dell’America Centrale, il Salvador. Il 2 dicembre 1980, pochi mesi dopo il brutale assassinio dell’arcivescovo Oscar Romero, vennero ritrovati in una fossa i cadaveri di Maura Clarke e altre due religiose (Dorothy Kasel e Ita Ford), oltre a quello di una missionaria laica, Jean Donovan. Le quattro donne erano state torturate, violentate e barbaramente uccise dagli squadroni della morte del regime. Il colpo di stato militare dell’anno prima aveva rotto definitivamente gli argini della legalità nel piccolo, poverissimo paese centroamericano reduce da una lunga stagione di guerre civili e uccisioni indiscriminate. Il potere nelle mani delle forze armate e l’uso generalizzato della tortura e dell’assassinio contro gli oppositori – veri o presunti – avevano gettato il Salvador in un abisso di orrori senza fine. Gli omicidi, le stragi e le brutalità erano all’ordine del giorno: solo nel 1980 furono ammazzati circa ottomila uomini, donne e bambini ma l’assassinio delle quattro donne statunitensi segnò un punto di non ritorno destinato a passare alla storia. Continua la lettura di Suor Maura, martire sulla strada di Romero

Eva Heyman, “Anna Frank” d’Ungheria

Avvenire, 18.1.2017

“Mio piccolo Diario, io non voglio morire, voglio vivere anche se di tutto il distretto rimanessi soltanto io. Aspetterei la fine della guerra in una cantina o in una soffitta, o in un buco qualsiasi; mio piccolo Diario io mi lascerei baciare dal gendarme dagli occhi storti che ci ha portato via la farina, basta che non mi uccidano, che mi lascino vivere!”. L’ultima, struggente pagina delle memorie della tredicenne Éva Heyman prende forma il 30 maggio 1944. Appena una settimana più tardi, mentre gli Alleati stanno sbarcando in Europa per la prima volta, la ragazzina sorridente con le lunghe trecce viene deportata ad Auschwitz dove morirà insieme a mezzo milione di ebrei ungheresi. Per più di due mesi, a partire dal 13 febbraio di quell’anno, la piccola Éva raccoglie in un piccolo diario pensieri e riflessioni intime, oltre a racconti dettagliati sulla situazione sempre più drammatica degli ebrei della cittadina di Nagyvárad, l’attuale Oradea, al confine tra la Romania e l’Ungheria. In poco tempo vede il mondo intorno a sé precipitare inesorabilmente verso un abisso senza ritorno: prima l’internamento nel ghetto, le notizie degli arresti e delle persecuzioni che si susseguono, poi la deportazione di Márta, la sua migliore amica. È il segnale ineluttabile che presto la stessa sorte toccherà anche a lei, eppure dai suoi scritti lucidi e commoventi continua a trasparire una speranza di salvezza, la convinzione di poter continuare a vivere. “A Budapest ci sono continui allarmi antiaereo – scrive il 18 marzo -, ho tanta paura che presto ce ne saranno anche qui. Non riesco quasi a scrivere a causa della preoccupazione per quello che potrebbe succedere se dovessero bombardare Nagyvárad. Io voglio vivere a tutti i costi”. Continua la lettura di Eva Heyman, “Anna Frank” d’Ungheria

Chiesto l’ergastolo per Ratko Mladic

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“Qualsiasi pena inferiore al massimo previsto dalla legge sarebbe un insulto alle vittime, oltre che un affronto alla giustizia”. È quanto ha affermato ieri all’Aja il procuratore del Tribunale penale per l’ex Jugoslavia Alan Tieger, concludendo la sua requisitoria al processo per crimini contro l’umanità a carico di Ratko Mladic. Al termine di un’istruttoria durata oltre quattro anni l’accusa ha dunque chiesto l’ergastolo per il 74enne ex generale serbo-bosniaco, soprannominato il “boia dei Balcani” e chiamato a rispondere di ben undici capi d’imputazione, tra i quali figurano il genocidio di Srebrenica, le violenze contro la popolazione civile di Sarajevo e l’imprigionamento dei militari delle forze di pace delle Nazioni Unite. Arrestato in Serbia nel 2011 dopo una latitanza durata ben sedici anni, Mladic ha ribadito durante il processo la sua innocenza nonostante le prove schiaccianti prodotte contro di lui, a cominciare dalle intercettazioni radio dell’assedio di Sarajevo, nelle quali l’ex generale ordinava di aprire il fuoco sui quartieri “dove abita un minor numero di serbi” e di privare la popolazione di acqua, luce e aiuti umanitari per ridurla alla fame. Quello a suo carico è l’ultimo grande processo del tribunale per l’ex Jugoslavia: dopo l’arringa della difesa, la settimana prossima ci saranno le repliche finali, mentre la sentenza di primo grado è attesa per l’anno prossimo. Intanto, proprio tre giorni fa l’ex leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic ha presentato ricorso all’Aja contro la sentenza che nel marzo scorso l’aveva condannato a 40 anni di reclusione. Le obiezioni del cosiddetto “architetto della pulizia etnica” sono contenute in un lungo documento che cita una cinquantina di vizi sostanziali e procedurali, e afferma che “un processo errato ha portato a un esito ingiusto”.

Srebrenica avrà un sindaco serbo

Avvenire, 6.10.2016

Nella foto: Mladen Grujicic
Nella foto: Mladen Grujicic

A meno di clamorosi colpi di scena, la città martire di Srebrenica avrà un sindaco serbo per la prima volta dal genocidio del 1995. Alle elezioni amministrative di domenica scorsa il 34enne Mladen Grujicic, candidato dell’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (Snsd) guidata dal leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, ha ottenuto circa il 70% battendo il sindaco uscente, il musulmano Camil Durakovic, che ha però chiesto il riconteggio dei voti. La commissione elettorale centrale ha stabilito che in alcuni seggi lo spoglio deve essere ripetuto, ma per avere un risultato definitivo si dovrà aspettare anche lo scrutinio dei voti a distanza che potrebbero ribaltare l’esito delle urne. La giornata elettorale si è svolta in un clima di tensione alla presenza di ingenti forze di polizia che hanno presidiato la cittadina per evitare scontri tra le opposte fazioni. Le Madri di Srebrenica contestano l’elezione del candidato serbo accusandolo di negazionismo. Grujicic, da parte sua, ha garantito che le commemorazioni dell’anniversario del genocidio continueranno a essere organizzate, e anche il presidente serbo Tomislav Nikolic ha affermato da Belgrado che l’elezione di Grujicic “non significherebbe l’oblio dei crimini commessi dai serbi a Srebrenica”. Le elezioni hanno visto la vittoria dei nazionalisti in tutto il paese: il Snsd di Dodik si è confermato primo partito nella Repubblica Srpska, il partito di azione democratica (Sda) di Bakir Izetbegovic ha prevalso invece nella Federazione croato-musulmana. Il municipio del centro di Sarajevo avrà per la prima volta una giunta guidata dai democratici musulmani, mentre nella cittadina nordoccidentale di Velika Kladusa è stato eletto sindaco Fikret Abdic, già condannato a 20 anni di carcere per crimini di guerra. La coalizione di Ong “Pod Ludom” ha denunciato numerose irregolarità e tentativi di corruzione dei commissari elettorali, definendolo “il voto più violento degli ultimi dieci anni”. L’incidente più grave si è verificato a Stolac, dove le procedure di votazione sono state sospese in seguito all’aggressione del presidente della Commissione elettorale locale da parte del candidato sindaco dell’Sda, Salmir Kaplan.
RM

Genocidio Herero, il mea culpa di Berlino

Avvenire, 5.8.2016

Con oltre cento anni di ritardo il governo tedesco riconoscerà finalmente le sue colpe per quella che molti storici hanno definito l’“Auschwitz africana”, il genocidio perpetrato in Namibia alcuni decenni prima della Shoah. Il ministero degli Esteri tedesco sta lavorando a una dichiarazione congiunta con il governo namibiano che conterrà, per la prima volta, le scuse ufficiali di Berlino per lo sterminio di circa centomila esponenti della tribù Herero e Nama colpevoli di essersi ribellati al dominio tedesco nella regione tra il 1904 e il 1907. La Germania ha però escluso a priori il riconoscimento di alcuna forma di indennizzo ai discendenti delle vittime, spiegando che i torti subiti dalla popolazione sono stati ampiamente ripagati con anni di aiuti economici stanziati a favore della Namibia. Una prima apertura in tal senso c’era già stata una decina d’anni fa, quando l’ex ministro Heidemarie Wieczorek-Zeul si recò in Namibia in occasione del centesimo anniversario della decisiva battaglia di Waterberg. In quell’occasione, per la prima volta un funzionario dello stato tedesco chiese scusa agli africani per i fatti avvenuti all’inizio del XX secolo, parlando chiaramente di ‘genocidio’. Namibia1_300D’altra parte, già nel 1985 il rapporto Whitaker delle Nazioni Unite aveva inserito a pieno titolo lo sterminio delle tribù Herero e Nama tra i primi atti genocidari del ‘900. L’esecutivo guidato da Angela Merkel ha deciso adesso di accelerare sul riconoscimento ufficiale con un tempismo tutt’altro che casuale. Alcune settimane fa il Bundestag, la camera bassa del Parlamento tedesco, ha infatti votato quasi all’unanimità una risoluzione che riconosce il genocidio della popolazione armena da parte delle forze ottomane nel 1915, scatenando la durissima reazione della Turchia, che ha immediatamente richiamato il suo ambasciatore a Berlino. Il presidente turco Erdogan ha accusato i tedeschi di ipocrisia sulle stragi compiute in Namibia alcuni anni prima del Metz Yeghern. Prima di condannare gli altri paesi la Germania dovrebbe fare i conti col proprio passato, ha detto Erdogan, le cui argomentazioni sono apparse per una volta convincenti almeno per gli storici. Da qui la necessità immediata, per Berlino, di cancellare una volta per tutte i fantasmi di un crimine lontano e quasi rimosso, mettendo a tacere le polemiche e ogni possibile parallelismo con il genocidio armeno. Anche perché, se è vero che la fredda contabilità delle due tragedie appare assai diversa, la dinamica e la brutalità con le quali sono state perpetrate appaiono invece drammaticamente speculari.
All’epoca in cui risalgono i fatti la Namibia era il fiore all’occhiello delle colonie tedesche dell’Africa sud-orientale, governata da un regime durissimo che prevedeva lavori forzati, schiavitù, violenze e confische delle terre e del bestiame. Nel gennaio del 1904 scoppiò la rivolta della tribù Herero. Circa duecento coloni tedeschi furono uccisi scatenando la reazione di Berlino, che inviò un nuovo governatore deciso a reprimere la sommossa con qualunque mezzo. Il famigerato generale Lothar Von Trotha lanciò un ultimatum alla popolazione della colonia: ogni esponente della tribù  presente all’interno dei confini tedeschi – a prescindere dall’età e dalla sua partecipazione o meno alla rivolta – sarebbe stato eliminato senza pietà. In poco tempo le truppe di von Trotha, armate di artiglieria e mitragliatrici, annientarono la debole resistenza africana e massacrarono tutti quelli che trovavano sul loro cammino, avvelenando fiumi e torrenti. Nei mesi successivi non si contarono i villaggi rasi al suolo, le impiccagioni di massa, le stragi e le violenze gratuite secondo un copione che sarebbe stato recitato di lì a poco anche dai turchi contro gli armeni e dai nazisti nella Seconda guerra mondiale. In circa tre anni le truppe tedesche sterminarono l’85% della popolazione Herero,  confinando i pochi sopravvissuti in riserve tribali per utilizzarli come schiavi. Centinaia di vittime furono decapitate e i loro teschi spediti in Germania per effettuare ‘ricerche scientifiche’ ed esperimenti per cercare di dimostrare la superiorità della razza ariana. Nel campo di concentramento dell’isola di Shark l’antropologo Eugen Fischer condusse esperimenti medici su cavie umane ai quali contribuì anche l’antropologo italiano Sergio Sergi, autore di uno studio intitolato eloquentemente Craniologia Hererica. Fischer divenne in seguito uno scienziato di spicco dell’eugenetica nazista e un teorico delle leggi razziali, mentre uno dei suoi allievi più promettenti – Josef Mengele – sarebbe passato alla storia come il boia di Auschwitz. Qualche anno più tardi, ben prima che le risoluzioni delle Nazioni Unite chiarissero la natura genocidaria dell’intervento tedesco in Namibia, Hannah Arendt comprese chiaramente che il massacro degli Herero era stato in un certo senso la “premessa” della Shoah. “La distruzione dei popoli coloniali fu una preparazione all’Olocausto – scrisse la grande filosofa nel suo Le origini del totalitarismo del 1951 – i campi di raccolta e le impiccagioni di massa degli Herero, un gigantesco e infernale addestramento ai campi di concentramento nazisti; stessi i cognomi dei protagonisti, identici i metodi; gli africani – prima e durante la Shoah – vittime tra le vittime”. Non a caso, il primo governatore della colonia africana era stato Heinrich Goering, padre di quell’Hermann Goering divenuto poi il braccio destro di Hitler. Nel 1990, dopo decenni di guerre interne, la Namibia ha raggiunto finalmente l’indipendenza e ha oggi un’economia in grande espansione che trae la sua ricchezza dai giacimenti di diamanti, dal turismo e dalle energie rinnovabili. Ancora oggi però, i discendenti degli indigeni cacciati dalle loro terre un secolo fa minacciano periodicamente di riprendersele con la forza. Nel 2001 l’associazione per i risarcimenti al popolo Herero ha intentato una causa davanti ai tribunali americani chiedendo al governo di Berlino e alle imprese tedesche presenti all’epoca in Namibia milioni di dollari che difficilmente riusciranno a ottenere. Il riconoscimento ufficiale del genocidio che inaugurò nel peggiore dei modi il XX secolo contribuirà, almeno in parte, a rendere giustizia alle vittime.
RM

Serbia, assolto Seselj, il “duce” dei cetnici

Avvenire, 1.4.2016

Seselj.gun.90sSe la sentenza della settimana scorsa contro Radovan Karadzic aveva deluso i familiari delle vittime di Sarajevo e di Srebrenica, il verdetto emesso ieri dal Tribunale penale per l’ex Jugoslavia contro l’ultranazionalista serbo Vojislav Šešelj ha sorpreso tutti, ed è destinato a far discutere a lungo. L’attuale leader del partito radicale serbo è stato infatti prosciolto da tutte le accuse a suo carico, tra le quali figurava la deportazione dei civili non serbi per motivi politici, religiosi e razziali, la violazione degli usi e costumi di guerra, l’omicidio, la tortura e la devastazione. “Da oggi Šešelj è un uomo libero”, ha affermato il presidente del Tribunale Jean Claude Antonetti, a conclusione del primo grado di un processo durato ben dodici anni. Nove erano i capi d’accusa contro di lui (tre crimini contro l’umanità e sei crimini di guerra), ma in ciascun caso Šešelj è stato dichiarato non colpevole per mancanza di prove o perché l’accusa non ha potuto dimostrare che il suo ruolo di leader o i suoi discorsi abbiano influenzato i miliziani nel commettere i crimini. Il Tribunale ha sostanzialmente scollegato il suo operato durante la guerra dagli eventi che furono commessi al di fuori dei confini nazionali, affermando che una volta inviate al fronte, le milizie paramilitari serbe non sarebbero state controllate direttamente da lui. Lo stesso progetto della “Grande Serbia”, che l’accusa aveva portato come prova dei crimini commessi tra il 1991 e il 1993, non è stato considerato passibile d’incriminazione. “Propagare ideologie nazionaliste non è reato”, ha dichiarato lo stesso Antonetti. I giudici hanno ritenuto che la procura non sia riuscita a contraddire l’affermazione della difesa, secondo la quale i civili che fuggirono dalle aree di combattimento per trovare rifugio e gli autobus che portarono via la popolazione croata lo fecero per motivi umanitari e non per obbligarli ad abbandonare le loro abitazioni. La richiesta dell’accusa a 28 anni di carcere è stata quindi rigettata dalla Corte quasi all’unanimità, con l’unica voce discordante della giudice italiana Flavia Lattanzi. Al momento della lettura della sentenza l’imputato Šešelj – che si è difeso sempre da solo, come Karadzic – non si trovava in aula. Alla fine del 2014, a causa di un tumore, aveva infatti ottenuto la possibilità di recarsi in Serbia per essere curato. Da Belgrado ha fatto sapere che, nonostante l’assoluzione, non cambia il suo giudizio nei confronti di una Corte che reputa “anti-serba e strumento del nuovo ordine mondiale”. Šešelj ha poi preannunciato anche una richiesta di 14 milioni di euro come risarcimento per gli anni che ha trascorso in carcere. Il presidente serbo Tomislav Nikolic si è detto “indifferente” verso la sentenza, mentre i politici e i mezzi d’informazione in Croazia e in Bosnia hanno reagito con sdegno. A partire dal premier croato Tihomir Oreskovic, che ha parlato di sentenza “vergognosa” anche in considerazione del fatto che Šešelj “non si è mai pentito di nulla”. Da Sarajevo il premier del governo centrale bosniaco Denis Zvizdic ha invece manifestato incredulità, affermando però di sperare ancora in una condanna in appello. Nei prossimi giorni la procura del Tribunale deciderà se presentare ricorso.
RM

CHI È VOJISLAV SESELJ
Nato a Sarajevo nel 1954, docente di diritto, Vojislav Šešelj diviene nel 1991 il leader del partito radicale serbo SRS. Anni prima era finito in carcere a causa delle sue idee granserbe, che l’avevano portato a teorizzare la riduzione della Croazia a quanto si può vedere dalla guglia della cattedrale di Zagabria e a vantarsi di essere il vojvoda, ovvero il duce della milizia cetnica. Dotato di un grande carisma e di un’oratoria eccezionale, incita i suoi connazionali alla rivolta armata e diviene uno degli ideologi della pulizia etnica. Il suo nome viene spesso accostato alle “Aquile bianche”, uno dei gruppi paramilitari che radono al suolo la città croata di Vukovar. Nel gennaio 2003 il Tribunale internazionale dell’Aja lo accusa d’aver organizzato le milizie ultranazionaliste che tra il 1991 e il 1993 operarono in Croazia, in Bosnia e in Vojvodina. Un mese dopo si consegna spontaneamente e viene estradato all’Aja, dove resta in carcere fino alla fine del 2014. Anche dopo la guerra, i suoi interventi al vetriolo hanno sempre soffiato sul fuoco dell’odio nazionale tra le varie comunità balcaniche.