Archivi categoria: Genocidio

La vera storia di Mala, l’angelo di Auschwitz

Avvenire, 27 giugno 2019

La giovane ebrea di origini polacche Mala Zimetbaum ebbe il coraggio di sfidare i nazisti nell’orrore di Auschwitz, si ribellò con tutte le sue forze alla disumanizzazione e riuscì a conservare anche nelle condizioni più estreme i sentimenti di amicizia, affetto, solidarietà e altruismo. La sua storia – già raccontata in passato da libri e film che ne avevano romanzato alcuni tratti – è stata ricostruita nel dettaglio nell’ultimo libro dello storico Frediano Sessi, L’angelo di Auschwitz (Marsilio). Durante la Seconda guerra mondiale Mala viveva con la sua famiglia ad Anversa. Fu lì che il 22 luglio 1942 venne arrestata nel corso di una retata e venne portata nel famigerato forte Breendonk, il centro di raccolta allestito dai nazisti alla periferia della città belga. Aveva 24 anni e parlava già fluentemente il francese, l’inglese, il tedesco e il russo, oltre al polacco e all’yiddish. Una volta deportata ad Auschwitz-Birkenau fu incaricata di svolgere le mansioni di interprete e portaordini dalla responsabile SS del campo femminile, la temutissima Maria Mandel. Ciò comportò per lei condizioni di vita migliori, cibo di buona qualità, vestiti puliti, la dispensa dalla rasatura dei capelli e la possibilità di movimento all’interno del lager. Entrò a far parte dei cosiddetti “Prominenten”, i detenuti privilegiati che – come precisa Sessi – si comportavano spesso con una durezza e un rigore maggiore delle stesse SS. Mala decise invece di sfruttare la sua posizione di privilegio per proteggere chi si trovava in difficoltà e aiutare il maggior numero di donne e uomini a sopravvivere. Svolse gran parte del suo lavoro di soccorso nell’infermeria del lager, che era spesso l’anticamera della morte, ma non si limitò a fornire aiuto, cibo e assistenza alle donne recluse, che in lei trovarono una luce nel buio della segregazione. Riuscì infatti anche a infondere speranza in molte di loro, tramutando il suo operato in una vera azione di resistenza. Già biografo di Primo Levi e Anna Frank, grande esperto dell’universo concentrazionario nazista, Sessi ha raccolto un’enorme quantità di testimonianze e materiale d’archivio per tracciare un profilo il più possibile completo di una donna che il 24 giugno 1944 si rese anche protagonista di una memorabile evasione da Auschwitz dall’esito drammatico. La rocambolesca fuga di Mala e del giovane prigioniero politico Edek Galinski durò tredici giorni, al termine dei quali i due vennero individuati e arrestati di nuovo, riportati al campo e rinchiusi nelle celle di isolamento dove restarono per oltre due mesi tra privazioni, torture e violenze indicibili. La storia di Mala sfuma nella leggenda e la sua drammatica fine resta in parte avvolta dal mistero. Il libro si conclude riportando le varie testimonianze, talvolta discordanti, sulla morte di colei che fu la dimostrazione vivente del fallimento di chi voleva distruggere l’umanità e il senso di solidarietà negli uomini e nelle donne rinchiuse nei campi di sterminio. “L’umanesimo di Mala – conclude Sessi – ha diritto a un posto d’onore, come faro che illumina la storia e le nostre vite, per la sua moralità e serietà che, decisamente, pongono un limite tra ciò che è possibile e ciò che è lecito, e non solo in condizioni estreme, perfino a costo del sacrificio della vita”.
RM

Condanna definitiva all’ergastolo per Karadzic

Avvenire, 21 marzo 2019

Alla lettura della sentenza sono esplosi in un boato di giubilo, tra abbracci e occhi lucidi. I familiari delle vittime e le associazioni bosniache che chiedono giustizia per la guerra degli anni ‘90 si erano riuniti all’Aja, a Sarajevo e a Potocari, il cimitero-memoriale alle porte di Srebrenica. Aspettavano questo giorno da tre anni esatti, da quando, nel marzo del 2016, il Tribunale penale per l’ex Jugoslavia aveva condannato in primo grado Radovan Karadzic a quarant’anni di reclusione. Intorno alle 15 di ieri, dopo aver rigettato tutti i ricorsi presentati dalla difesa, il giudice danese Vagn Prüsse Joensen ha affermato che la pena inflitta tre anni fa era “incomprensibile” e “ingiusta” alla luce della gravità dei crimini commessi dall’imputato, lasciando quindi intendere che sarebbe stata inasprita. Il 73enne ex leader serbo-bosniaco è stato condannato in via definitiva all’ergastolo: i giudici della corte d’appello dell’Aja, proprio come nella sentenza di primo grado, l’hanno ritenuto colpevole di genocidio per il massacro di Srebrenica del luglio 1995 – quando vennero ammazzati oltre ottomila musulmani – e anche di aver terrorizzato la popolazione di Sarajevo, tenendo la città sotto assedio per 43 mesi durante i quali rimasero uccisi oltre 11500 civili, un decimo dei quali erano bambini. Il tribunale non ha però accolto le richieste dell’accusa che chiedeva il riconoscimento del reato di genocidio anche per i crimini di guerra commessi nelle municipalità di Bratunac, Foca, Kljuc, Prijedor, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik. Stavolta alla lettura del verdetto finale non c’è stato alcun colpo di teatro, nessuna fiala di veleno ingerita in diretta tv – come nel caso del generale croato Slobodan Praljak -, né plateali gesti di disprezzo nei confronti dei giudici, come fece Ratko Mladic quando fu condannato in primo grado all’ergastolo, nel novembre 2017. Karadzic è rimasto immobile al suo posto in aula, imperturbabile, ascoltando in silenzio le parole del presidente del tribunale, senza mostrare alcuna reazione. Soltanto nel pomeriggio ha fatto sapere tramite il suo legale, l’avvocato Goran Petronjevic, che si tratta di una sentenza “politica” che “non ha alcun legame con la giustizia”. Lo stesso Petronjevic non ha escluso una richiesta di revisione del processo alla luce di elementi e dettagli che non sarebbero finora emersi. L’ergastolo per Radovan Karadzic rappresenta la prima condanna definitiva per genocidio e crimini di guerra pronunciata nei confronti d’un leader politico europeo dai tempi del processo di Norimberga. L’ex capo dei serbi di Bosnia era stato arrestato a Belgrado nel 2008 al termine di una lunga latitanza condotta sotto falso nome e grazie a una catena di appoggi e protettori. Il processo a suo carico, davanti ai giudici del Tribunale penale internazionale per i crimini nell’ex Jugoslavia, è durato complessivamente quasi dieci anni, ha coinvolto centinaia di testimoni e prodotto decine di migliaia di documenti. A un quarto di secolo dai fatti contestati, i giudici dell’Aja hanno dunque detto la parola definitiva sul percorso giudiziario di uno dei principali protagonisti delle vicende che sconvolsero la Bosnia-Erzegovina negli anni ‘90. Con la fine del processo Karadzic, l’ultimo compito del Meccanismo residuale (l’organo subentrato al Tribunale penale per l’ex-Jugoslavia che ha chiuso i battenti l’anno scorso) sarà il processo d’appello di Ratko Mladic, già condannato all’ergastolo in primo grado per genocidio. La sentenza definitiva, per lui, è attesa entro la fine del 2019.
RM

Ma il Metz Yeghern non venne da solo

Avvenire, 8 marzo 2019

Il Metz Yeghérn, ovvero il genocidio degli armeni in Turchia, non fu un evento isolato. Quell’orrore risalente ai primi del ‘900 fece parte, in realtà, di un progetto organico di “decristianizzazione” dell’Impero ottomano volto alla creazione di uno stato omogeneo sul piano etnico e religioso. È la sconvolgente tesi del nuovo ponderoso studio dello storico israeliano Benny Morris, Il genocidio dei cristiani. 1894-1924. La guerra dei turchi per creare uno stato islamico puro, appena uscito in traduzione italiana per Rizzoli. Per circa dieci anni Morris e il suo collega Dror Ze’evi (co-autore del libro) hanno scandagliato gli archivi americani, britannici, francesi, turchi e tedeschi giungendo alla conclusione che dalla fine del XIX secolo le comunità cristiane della Turchia e di altre regioni adiacenti furono gradualmente annientate per iniziativa dei governi turchi, con il contributo di parte della popolazione musulmana. Il loro libro elenca una serie impressionante di massacri, espulsioni sistematiche e conversioni forzate che si sviluppò lungo un arco temporale di tre decenni e riuscì letteralmente a decimare la popolazione cristiana dell’Asia Minore. Armeni, greci e assiri furono spogliati dei propri beni e deportati, i loro cimiteri vennero distrutti, le chiese e le scuole rase al suolo o trasformate in strutture islamiche. La maggior parte dei turchi, compresi gli stessi leader, erano convinti che le minoranze cristiane costituissero la principale minaccia all’unità nazionale. Temevano che fossero intenzionate a destabilizzare il paese e che potessero smembrarlo attraverso una serie di rivolte, atti di terrorismo e interventi stranieri. Per questo misero in atto un progetto di pulizia etnica che coinvolse tre diversi regimi – quello del sultano Abdul Hamid II, il governo dei Giovani turchi e infine la repubblica di Atatürk – e sfociò in una vera ecatombe. Dal 1894 al 1924 si contarono tra il milione e mezzo e i due milioni e mezzo di vittime cristiane. I carnefici turchi, secondo quando sostengono Morris e Ze’evi, si avvalsero anche del contributo di popolazioni curde, circasse, cecene e arabe. Ma i due studiosi ci tengono a precisare che le stragi furono commesse sotto governi differenti e distanti tra loro. “Dobbiamo quindi resistere – scrivono – alla tentazione di attribuire quanto accaduto a un’unica ideologia aberrante, a una particolare fazione o a un singolo dittatore malvagio. La maggior parte dei responsabili commise simili atrocità in nome dell’Islam. Ma l’Islam in sé non è una spiegazione sufficiente. Dopotutto, per secoli, l’Impero ottomano si era mostrato capace di rispettare le minoranze religiose, proteggendole e concedendo loro una certa autonomia. Fu piuttosto la specifica convergenza, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, tra un governo e un popolo musulmani minacciati e in declino e l’ascesa bramosa dei moderni nazionalismi a creare le condizioni per una simile parentesi di protratta malvagità”.
Docente all’università Ben Gurion del Negev, Benny Morris è oggi uno degli studiosi più autorevoli in Israele e fa parte del gruppo dei cosiddetti “nuovi storici”, noti per aver offerto una lettura sovversiva e revisionista della storia del conflitto israelo-palestinese. Lo studio che ha realizzato con Ze’evi era nato con l’intenzione di scoprire la verità sulle sorti degli armeni nell’Impero ottomano durante la Prima guerra mondiale ma si è poi allargato in corso d’opera, adombrando una storia ben più complessa e articolata. Un lavoro di ricerca che ha comportato notevoli difficoltà, poiché gran parte del materiale d’archivio di epoca ottomana è stata censurata o addirittura cancellata. Tuttavia le migliaia di rapporti, lettere e documenti prodotti dagli stranieri che si trovavano all’epoca in varie parti dell’Anatolia delineano un quadro chiaro, peraltro corroborato dai documenti turchi tuttora consultabili. Finora la storiografia aveva ricondotto i massacri hamidiani di fine Ottocento al desiderio del sultano di irreggimentare le turbolente minoranze cristiane; aveva spesso considerato il genocidio armeno un’orrore influenzato dal contesto bellico, mentre la pulizia etnica condotta tra il 1919 e il 1924 era stata invece inquadrata nello spargimento di sangue scatenato dalle invasioni straniere e dalla guerra turca di liberazione nazionale. I due storici israeliani ritengono invece che i tre periodi non vadano isolati, poiché trattandoli separatamente non si comprenderebbe il progetto unitario elaborato dai turchi ed evolutosi nel tempo. Il loro libro contribuisce inoltre a ritrarre a tinte assai cupe Mustafa Kemal Atatürk. Secondo quanto si apprende dalle sue pagine fu proprio il fondatore della Turchia moderna a volere la liquidazione degli ultimi armeni rimasti nel paese e a favorire lo sterminio o l’esilio di centinaia di migliaia di greci e di assiri. Numerose testimonianze di diplomatici e missionari occidentali indicano che, in più occasioni, Atatürk affermò in loro presenza che voleva una Turchia “priva di cristiani” e di aver ordinato l’attuazione di una politica di pulizia etnica a tale scopo.
RM

Del Ponte: “giustizia per le vittime in Siria”

Left, 28.12.2018

Da almeno vent’anni Carla Del Ponte è il terrore dei governanti e dei capi di stato chiamati a rispondere davanti ai tribunali internazionali per crimini contro l’umanità. La donna che ha portato alla sbarra Milosevic e Karadzic, nonché i principali responsabili del genocidio del Ruanda. Ma dopo aver trascorso gran parte della sua lunga carriera dando la caccia ai criminali di guerra, persino lei ha dovuto alzare bandiera bianca di fronte ai massacri compiuti in Siria. Un anno fa la magistrata ticinese ha lasciato polemicamente la Commissione d’inchiesta Onu sui crimini siriani. Si è ritirata dalla scena lanciando un duro atto d’accusa nei confronti della comunità internazionale. “È una vergogna”, ci dice quando la raggiungiamo al telefono nella sua natia Svizzera. “Avevamo trovato prove a sufficienza per condannare Assad e i suoi gerarchi, ma anche i ribelli che si erano resi colpevoli di gravi crimini. Per cinque anni ho provato a convincere il Consiglio di Sicurezza a istituire un tribunale per la Siria sulla falsariga di quelli per l’ex Jugoslavia e il Ruanda. Purtroppo è sempre mancata la volontà politica per farlo”. L’accusa di Del Ponte – circostanziata nel suo nuovo libro Gli impuniti (Sperling&Kupfer) – è rivolta in particolare nei confronti di Mosca per aver sempre esercitato il diritto di veto, bloccando le risoluzioni presentate al Consiglio di Sicurezza che chiedevano la creazione di un tribunale ad hoc sul modello di quello da lei presieduto sull’ex Jugoslavia. Eppure all’inizio sembrava che ottenere giustizia per le vittime fosse un obiettivo ragionevolmente possibile. Nel 2011 il Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu aveva istituito una commissione d’inchiesta sulla Siria e aveva chiamato la stessa Del Ponte a farne parte per accertare le violazioni, stabilire l’entità dei crimini e arrestare i responsabili. Un incarico che doveva durare pochi mesi e invece si è protratto per sei anni. Fino al 2017, quando Del Ponte ha deciso di andarsene sbattendo la porta.
Quando si è accorta che mancava la volontà politica di fare giustizia in Siria?
Molto presto. Ma non è nel mio carattere arrendermi facilmente e allora ho deciso di restare per cercare di cambiare le cose dall’interno. In tanti anni di attività non ho mai visto una ferocia simile in un conflitto. Bambini torturati e uccisi, raid aerei che colpivano gli ospedali, bombe lanciate sulle persone in fila per il pane. Un orrore indicibile e documentato. I crimini erano così tanti e così gravi che continuavo a sperare che i nostri rapporti avrebbero infine smosso la politica. Per quasi sei anni mi sono impegnata in questo senso, non è stato possibile e allora non potevo far altro che andarmene. Spero che altri riescano laddove io non sono riuscita.
È ormai trascorso più di un anno dalle sue dimissioni dalla Commissione per la Siria. Da allora ha visto qualche cambiamento?
No. Sotto il profilo della giustizia non è cambiato niente. Continua a non esserci la volontà politica di istituire un tribunale che si occupi di quei crimini. La commissione esiste ancora ma non ha più alcuna efficacia. Rappresenta soltanto un alibi per la comunità internazionale, che attraverso di essa vuole far credere che sta facendo qualcosa. Ma in realtà non sta facendo niente. Gli sviluppi, in prospettiva, potrebbero esserci almeno dal punto di vista politico. È possibile che si arrivi finalmente alla pace, poiché il presidente Assad sta riconquistando tutto il territorio del paese. Ma mi domando fino a quando durerà. E purtroppo sono certa che le vittime non otterrano alcuna giustizia. Una pace che non affronta il problema della giustizia sarà sempre una pace fragile. Molto fragile.
Alcuni mesi fa però la Germania ha spiccato un mandato di cattura internazionale nei confronti di Jamil Hassan, una figura-chiave della repressione del regime, accusandolo di crimini contro l’umanità. Può essere il segnale che qualcosa sta finalmente cambiando?
È stato senz’altro un fatto positivo. Almeno qualcuno cerca di fare qualcosa di concreto, ma purtroppo sappiamo già che Hassan non sarà mai né arrestato, né processato per l’iniziativa di un singolo stato straniero.
Eppure i colpevoli hanno nomi e cognomi. La Commissione di cui lei ha fatto parte ha consegnato all’Alto Commissariato dell’ONU una lista che indica almeno un centinaio di criminali di guerra.
Gli impuniti di cui parlo nel libro sono tantissimi, quella lista non pretende certo di essere esaustiva. Il maggior responsabile dei crimini è il presidente della Siria, Assad. Ma abbiamo riscontrato gravi e ripeture violazioni del diritto internazionale da entrambe le parti. Sia le forze governative che i ribelli hanno per esempio fatto uso di armi chimiche. I casi accertati sono almeno ventisette. Abbiamo fornito le prove ma non basta: ci vuole un ufficio del Procuratore che possa terminare le inchieste, che formuli le accuse e soprattutto alla fine emetta i mandati d’arresto internazionali.
Perché nonostante tutto conclude il suo libro affermando che Assad verrà condannato all’ergastolo?
Volevo chiuderlo con una speranza. Non posso assolutamente accettare di aver lavorato oltre otto anni, e con successo, nei tribunali internazionali e dovermi adesso convincere che è stato tutto invano. Che adesso si torna indietro. Allora resto dell’idea che un giorno o l’altro qualcuno dovrà rispondere dei gravissimi crimini commessi in Siria. Sono i passi avanti compiuti dal diritto internazionale a 70 anni dall’approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani a fornirmi questa speranza.
Il suo libro contiene un’accusa anche nei confronti dell’UE per come ha gestito la questione dei profughi.
Sì, ritengo vergognoso il fatto che l’UE non sia mai riuscita a trovare un accordo tra gli stati membri. Che ogni stato abbia deciso cosa fare per conto suo. È vergognoso anche perché i profughi non resteranno per sempre dispersi in Europa ma al momento opportuno torneranno a casa loro. Tutti i siriani con i quali ho parlato non aspettano altro che il momento di fare ritorno nel loro paese.
Anche dopo il caso siriano la sua fiducia nei confronti dei meccanismi di giustizia internazionale resta immutata?
Assolutamente sì. Riconosco che il momento sia delicato, poiché dopo i buoni risultati ottenuti con i tribunali per l’ex Jugoslavia e per il Ruanda adesso dobbiamo purtroppo registrare un passo indietro. Non solo in Siria, ma anche in Myanmar e in Yemen. Ma lo sapevamo fin dall’inizio: la giustizia internazionale funziona soltanto se sono gli stati a volerlo.
RM

Vukovar, memoria di un urbicidio

Avvenire, 25.8.2018

“L’immagine di Vukovar al termine dell’ottantasettesimo giorno di assedio rimarrà per sempre nella memoria dei testimoni di questi tempi. È uno spettacolo spaventoso. Si sente forte l’odore di bruciato, si cammina sui corpi, sulle macerie e sui detriti in un silenzio raccapricciante. Speriamo solo che i tormenti della città siano finiti”. Il 18 novembre 1991, giorno della definitiva caduta della città croata sotto i colpi incessanti dell’artiglieria serba, andò in onda l’ultima, disperata corrispondenza radiofonica di Siniša Glavašević, prima che il coraggioso giornalista trentunenne di Radio Vukovar sparisse per sempre, come inghiottito nel vuoto. La sua voce trasmessa nell’etere e i suoi resoconti quotidiani avevano offerto un conforto e una speranza di salvezza alla popolazione per l’intera durata dell’assedio e col tempo erano divenuti familiari anche al di fuori della città. La verità sulla tragica fine di Glavašević si sarebbe conosciuta soltanto molti anni più tardi, a conflitto ormai concluso, trasfigurando il giovane reporter nel simbolo di uno dei più terrificanti massacri compiuti in Croazia dopo la dichiarazione di indipendenza del 1991.
Quello che si stava consumando in quei giorni, nella graziosa cittadina affacciata sulle rive del Danubio, era il primo drammatico atto delle guerre che avrebbero devastato i Balcani negli anni ‘90. Dopo un assedio durato tre mesi, Vukovar cadde nelle mani dell’esercito e dei paramilitari serbi che si resero protagonisti di indicibili atrocità a danno della popolazione civile. Il 19 novembre i soldati serbi entrarono nell’ospedale cittadino dove avevano trovato rifugio centinaia di persone, nella speranza di poter procedere a un’evacuazione controllata dalla comunità internazionale. Circa trecento persone furono prelevate e trasportate in autobus fino a una fattoria nei pressi di Ovčara, a una decina di chilometri a sud-est della città. Dopo ore di pestaggi e torture, i prigionieri furono infine trasferiti in un campo vicino, dove vennero uccisi e sepolti in una fossa comune in aperta campagna. L’evocativo memoriale di Ovčara, aperto nel 2006, si trova nel punto esatto dove sorgeva quella fattoria. Tra i numerosissimi visitatori che arrivano qui ogni giorno spiccano le comitive di studenti delle scuole croate, perché i programmi scolastici ministeriali varati a Zagabria l’hanno reso una tappa obbligatoria del percorso educativo nazionale. Varcato il grande portone di legno, si notano i bossoli delle mitragliatrici incastonati nel pavimento. Non sono originali dell’epoca ma fanno anch’essi parte di un’allestimento che è stato studiato nei minimi dettagli. La luce all’interno non viene mai accesa perché tutti i prigionieri furono uccisi durante la notte. Sul soffitto brillano oltre duecento stelle in memoria delle vittime, i cui volti in bianco e nero si accendono a intermittenza sulle pareti. C’è anche quello di Glavašević, i cui resti sono stati rinvenuti nel 1997 in una fossa comune nei campi, a poche centinaia di metri di distanza da qua. Una teca di vetro lungo il muro perimetrale conserva invece gli effetti personali ritrovati insieme ai corpi delle vittime: carte d’identità, quaderni, occhiali, chiavi, pacchetti di sigarette, altre immagini. Piccoli brandelli di vita cancellati dall’odio cieco di quella guerra. “I corpi riesumati finora sono duecento. Ne mancano all’appello altri sessanta, che non sono mai stati ritrovati e quelle persone risultano tuttora scomparse”, spiega il direttore del memoriale, Zdravko Komsic. “Le ricerche di nuove fosse comuni proseguono, anche se purtroppo il numero verde anonimo che il governo croato ha messo a disposizione da tempo non ha avuto finora alcun esito. Nessun serbo della zona si è deciso a fornire informazioni utili per individuare i resti delle altre vittime. Eppure siamo certi che c’è chi sa dove si trovano”, conclude Komsic. Nel 2010 il memoriale di Ovčara è stato visitato per la prima volta dai vertici dello stato serbo. In quell’occasione l’allora presidente Boris Tadic ha reso omaggio alle vittime chiedendo perdono per il massacro a nome di Belgrado. Fu un momento decisivo per la normalizzazione delle relazioni serbo-croate ma non è bastato per chiudere definitivamente una delle pagine più nere della recente storia europea.

Il memoriale di Ovcara

Ancora oggi, a Vukovar, il peso della memoria è soffocante. Quella che fino al 1991 era stata una tranquilla città di confine dove la popolazione mista croata e serba conviveva pacificamente, si ritrovò al centro di un territorio conteso durante la guerra. Nei tre mesi di assedio finì completamente distrutta, guadagnandosi il triste appellativo di “piccola Stalingrado sul Danubio”. Nel 1995 tornò a far parte della Croazia in seguito alla cosiddetta “Operazione Tempesta”, con la quale l’esercito croato riconquistò definitivamente il territorio della Krajina. Da allora in poi è diventata il luogo simbolo della resistenza croata, tanto che ancora oggi la prima cosa che si nota entrando in città dalla strada principale è la gigantesca torre di cemento e mattoni dell’acquedotto cittadino. A suo tempo crivellata dai colpi delle granate serbe, è stata lasciata in rovina fino ai giorni nostri come memento perpetuo dei giorni della guerra. Anche l’ospedale cittadino – che in quei mesi non cessò mai le sue attività – è stato trasformato in un luogo della memoria. Nel seminterrato è stato costruito uno spazio museale con oggetti d’epoca che riproducono la vita quotidiana dei feriti, dei medici e degli infermieri durante l’assedio. Le pareti dei corridoi descrivono cronologicamente quei giorni in base alle testimonianze e ai ricordi dei sopravvissuti. Una stanza è stata riservata alla meditazione. Ogni anno, in occasione dell’anniversario della fine dell’assedio, migliaia di persone partecipano alla tradizionale “via crucis” cittadina marciando dall’ospedale fino al memoriale delle vittime della guerra.

Sinisa Glavasevic

Una strada e una scuola elementare di Vukovar sono state intitolate alla memoria di Siniša Glavašević.
RM