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L’America? Chiamatela Schiavocrazia

Una maxi-inchiesta del New York Times riscrive la storia Usa partendo dal vero evento fondativo: la servitù coatta degli africani
di Enrico Deaglio

L’atto d’accusa è senza precedenti: «Cittadini americani, tutto quello che vi hanno sempre detto sulla purezza della nostra democrazia, sulle nostre libertà superiori a quelle di qualsiasi altro, sulla eticità del nostro capitalismo e della nostra Costituzione… è semplicemente falso, disonesto ed ipocrita. Le cose non andarono così: noi non siamo figli di una lotta di indipendenza, ma di una “schiavocrazia”, che ancora adesso plasma la nostra vita sociale ». Queste parole non sono scritte su un volantino di un centro sociale, su un sito di assatanati marginali o su una pubblicazione di un accademico eccentrico, ma sono stampate in grandi caratteri sul New York Times, il più importante giornale del mondo, in un “evento” destinato a segnare, se non altro, una svolta nel giornalismo.
Si tratta di The 1619 Project , un’”inchiesta- bomba” pubblicata con super tiratura sul magazine del quotidiano, che rivisita la storia americana a partire dal quattrocentesimo anniversario di una data mai veramente ricordata. Nell’anno 1619, davanti alle coste della Virginia, una nave pirata inglese assalì un vascello portoghese, cercando oro e dobloni. Trovò invece nella stiva «20 o più» africani, che erano stati rapiti in un territorio che oggi è l’Angola. Non sapendo che farsene, i pirati inglesi li barattarono per provviste, con uno sparuto gruppo di settlers inglesi. L’arrivo di quel gruppo di africani segnò l’inizio della schiavitù americana, che avrebbe portato in quel continente 12,5 milioni di loro fratelli, in catene, in viaggi attraverso l’oceano Atlantico che causarono la morte di altre due milioni di persone, nella «più grande migrazione forzata della storia fino alla Seconda guerra mondiale».
Era appunto il 1619, i Padri Pellegrini sarebbero arrivati solo l’anno dopo — quindi non sono loro i “founding fathers”; e solo 157 anni dopo i coloni inglesi decisero che erano stufi dell’Inghilterra che gli faceva pagare troppe tasse e produssero quel gioiello per le sorti dell’umanità («tutti gli uomini sono uguali»… «il diritto alla felicità») che è la Dichiarazione d’Indipendenza, ma si dimenticarono — anzi non li nominarono proprio — gli schiavi africani, che costituivano già allora un quinto della popolazione. Neanche la Costituzione fa cenno a loro, ma piuttosto si dilunga su tutti i sistemi con cui il governo si impegna a garantire agli schiavisti la loro “proprietà”, compreso l’uso gratuito dell’esercito e della polizia in caso di ribellioni o fughe. Solo nel 1870, dopo la guerra civile dai 600 mila morti e la liberazione di quattro milioni di schiavi, il Congresso approvò il diritto di voto per i neri, ma solo nel 1965, dopo anni di lotte civili, il presidente Johnson ottenne che quel diritto potesse essere esercitato. E ancora oggi è ostacolato.
L’impianto del 1619 Project è una sorta di candida rivoluzione copernicana: è bastato riguardare la storia mettendo al centro un “fenomeno” di cui si faceva fatica a parlare, e fargli ruotare il mondo intorno, per cambiare il significato degli eventi. E dunque, se si ammette che la forza lavoro schiava è stata determinante per la realizzazione dei grandi miti americani, dalla costruzione delle città, al disboscamento delle foreste e soprattutto alle enormi produzioni di zucchero e cotone (la potenza economica americana nell’Ottocento costruita con il lavoro forzato), si potrà osservare che da questa generazione di ricchezza a basso costo concentrata al Sud sono nate, al Nord, sia la rivoluzione industriale, sia il sistema bancario, sia la globalizzazione dell’epoca.
Dei primi 12 presidenti americani, 10 erano proprietari di schiavi; all’inizio dell’Ottocento, l’uomo più ricco d’America era un broker di schiavi del Rhode Island; la Wall Street di New York si chiama così per il Muro, davanti al quale si svolgevano le compravendite degli schiavi.
La guerra civile nel 1865 sancì la fine ufficiale della schiavitù, ma l’America fece molta difficoltà ad ammettere che quei quattro milioni di persone erano stati i protagonisti della nascita di una nazione. Lo stesso presidente Lincoln, il campione dell’abolizionismo e il vincitore della guerra, convocò alla Casa Bianca — ed era la prima volta che uomini neri varcavano la soglia di quell’edificio che i loro genitori o nonni avevano costruito come schiavi — un gruppo di afroamericani “prominenti” e spiegò loro che era meglio che le due razze si separassero; e li informò che aveva dato ordine al Congresso di trovare i soldi necessari per trasferire tutti in Africa.
Il progetto non andò in porto, anche perché Lincoln venne ucciso, ma quello che è certo — secondo The 1619 Project — è che tutte le successive conquiste della democrazia americana, sono avvenute non grazie ai bianchi, ma nonostante i bianchi, e solo perché i neri d’America sono stati più patriottici di tutti i loro concittadini, aprendo la strada alle conquiste di tutti gli altri.
È una ricostruzione romanticizzata della storia americana? Non proprio, anche se il 1619 Project arriva ad un pubblico di massa dopo una serie di successi letterari sullo stesso tema; si lega piuttosto a un movimento politico — che ha una certa consistenza, specie in un anno di elezioni presidenziali — e che chiede, per i neri d’America, una “compensazione” concreta e tangibile, per le ingiustizie subite da sempre.
Tutto il “progetto” — passato al vaglio dei più importanti storici, e che si avvale dei contributi di poeti, giornalisti, musicisti in una ricostruzione radicale e maestosa della storia americana — è stato coordinato da Nikole Hannah-Jones, giornalista del Times , 43enne nata a Greenwood, Mississipi dove suo padre era bracciante agricolo. La città è nota per essere stata una delle capitali del cotone, ma anche dei linciaggi e del razzismo. Presentando il suo lavoro, Hannah-Jones scrive: «I neri hanno visto il peggio dell’America, ma nonostante tutto credono ancora nel suo meglio. Una volta ci dissero che proprio perché eravamo stati schiavi, non avremmo mai potuto essere americani. Ma fu proprio in virtù della nostra schiavitù, che siamo diventati i più americani di tutti».
Allibita e furiosa per questa pubblicazione, tutta la destra americana, presidente in testa. Finora cauti i candidati democratici. Ma un successo democratico Nikole Hannah- Jones l’ha già ottenuto: ha conquistato il New York Times.
(Da “Repubblica”, 24 agosto 2019)

Sopravvivere all’assedio

Betlemme (Palestina)

Questa terra è della tua famiglia, da quattro generazioni. Lo dimostrano i documenti ufficiali di epoca ottomana, datati 1916. Quarantadue ettari di terreno coltivabile a 900 metri d’altezza, affacciati sulla valle. Ma quasi trent’anni fa il governo israeliano iniziò a far costruire tutto intorno nuove case per i coloni. Quei mostri di cemento spuntavano uno dopo l’altro come funghi velenosi. A est, a sud, a nord. Finché non ti hanno circondato con cinque insediamenti di coloni ebraici. Eravate sotto assedio. Solo il verde dei tuoi alberi d’ulivo riusciva a curare le ferite di quella vista. I tuoi antenati avevano piantato i loro rami nella terra e le loro radici nel cielo. A te e alla tua famiglia sono serviti anni di sudore per coltivarli. Poi un giorno vi hanno detto che dovevate andarvene, perché serviva spazio per costruire altri mostri. Proprio lì, sulla tua terra. Li hai zittiti tirando fuori quegli antichi documenti. Mi chiamo Daoud, in arabo significa Davide, come il secondo re di Israele. Gli hai spiegato che il tuo bisnonno aveva comprato quei terreni ai tempi degli ottomani. La legge ti dava ragione ma intanto in fondo alla valle continuavano a costruire, mentre i soldati e i coloni iniziarono a intimidirvi. Un giorno sono arrivate le ruspe per distruggere i tuoi alberi di ulivo. Sapevano bene che per un palestinese come te quella pianta è un albero sacro, quasi come un figlio, e proprio per quello ne hanno abbattuti più di duecento. Quel giorno ti hanno strappato un pezzo di anima. Mahmoud Darwish diceva che l’ulivo insegna ai soldati a deporre le armi e li rieduca alla tenerezza e all’umiltà. Allora anche un grande poeta può sbagliarsi, hai pensato. Ma sei riuscito a controllare la tua rabbia, a non farla diventare odio, a trasfigurare le forze negative in energia positiva.

A sinistra:: Daoud Nassar

Intanto la solidarietà che continuava ad arrivarvi da tutto il mondo era diventata un fiume in piena. Una marea inarrestabile di giovani volevano partecipare al progetto di nonviolenza attiva e di educazione all’ambiente che avevate chiamato Tenda delle nazioni. Al cuore della vostra scelta nonviolenta c’era una profonda fede cristiana. “Ci rifiutiamo di essere nemici”, hai scritto su quella grossa pietra, davanti all’ingresso della fattoria. Eppure i coloni e l’esercito stavano facendo di tutto per renderti la vita impossibile. Dopo gli ulivi hanno tagliato gli albicocchi, a centinaia, hanno bloccato la principale strada di accesso alle tue terre. E poi le minacce, le intimidazioni, le piccole violenze quotidiane. Quando hanno capito che non cedevi, e che la legge era dalla tua parte, hanno anche provato a comprarti. Dicci quanto vuoi e vattene di qua per sempre. Un sorriso amaro ha solcato le tue labbra mentre gli spiegavi che nessuna cifra potrà mai convincerti a vendere una terra che hai ereditato dai tuoi avi. Hanno cercato di isolarvi in tutti i modi. Ma non ci sono riusciti. Niente è impossibile, dicevi, neanche far crescere una grande fattoria senza acqua, né luce. Ti sei convinto che abbandonarsi al vittimismo non sarebbe servito a niente. Che non avresti mai risposto alle loro provocazioni, perché violenza genera solo altra violenza. Ma di abbandonare tutto e andartene non vuoi neanche sentir parlare. Per procurarti l’elettricità hai realizzato un sistema di pannelli solari che ti consente di avere la luce tutto il giorno. Per rifornirti di acqua hai costruito un meccanismo di raccolta delle acque piovane. Non ti sei fermato neanche di fronte ai divieti di costruire sulla tua terra. Se non posso costruirci sopra vorrà dire che lo farò nel sottosuolo, hai pensato. E con l’aiuto di tanti volontari hai scavato quelle grandi grotte attrezzate con camere, bagni e cucine. Da allora vivete là dentro, proprio come il tuo bisnonno cento anni fa. Avevi deciso di dimostrare a te stesso che tutto è possibile, che anche i grandi problemi possono diventare piccoli ostacoli, quando si imbocca la strada della resistenza nonviolenta, della creatività, della fede. Così avete ripiantato gli alberi e adesso avete raccolti tutti i mesi dell’anno, in un luogo dove cristiani e musulmani lavorano insieme per la pace, per la tolleranza, per l’ambiente. Presto Israele avrà completato il muro dell’apartheid e voi vi ritroverete completamente isolati. Ma il cielo, almeno quello, non potranno mai dividerlo.
RM

La forza di un uomo chiamato Mandela

Avvenire, 20 febbraio 2019

“Mandela ripeteva sempre che era stata la speranza a dargli la forza di continuare a lottare. Se lui non l’ha persa in ventisette anni di carcere come possiamo pensare di perderla noi?” Sello Hatang è stato chiamato a dirigere la Fondazione Nelson Mandela durante gli ultimi mesi di vita del grande leader sudafricano, spentosi nella sua casa di Johannesburg il 5 dicembre 2013. Ha dovuto gestire la fase cruciale della sua scomparsa e poi si è dedicato anima e corpo al futuro dell’organizzazione che ha il compito di preservare e diffondere la sua gigantesca eredità politica, intellettuale e umana. Nei giorni scorsi Hatang è stato a Firenze, dove ha ricevuto le chiavi della città a conclusione delle iniziative organizzate in tutto il mondo per il centenario della nascita dello statista sudafricano. L’abbiamo incontrato al Mandela Forum, la struttura fiorentina che anni fa è stata intitolata al Premio Nobel per la pace, e al cui ingresso è stata riprodotta in vetro la cella del carcere di Robben Island dove l’ex presidente trascorse gran parte dei suoi anni di prigionia.

Sello Hatang a Firenze

Poco più che quarantenne, Sello Hatang è oggi uno dei simboli del riscatto del Sudafrica: originario di una famiglia poverissima, ha da sempre un rapporto molto stretto con la chiesa cattolica del suo paese. “In gioventù ho studiato in seminario e stavo per prendere i voti”, ci racconta”. “Ma dopo la morte dei miei fratelli ho cambiato idea anche per aiutare mia madre a tirare avanti. Devo comunque la mia carriera alla Chiesa cattolica sudafricana, che ha finanziato i miei studi universitari”. Prima di arrivare alla Fondazione Hatang ha lavorato alla Commissione per la verità e riconciliazione, l’organismo presieduto dall’arcivescovo Desmond Tutu che fece luce sulle violazioni dei diritti umani commesse durante l’apartheid con un modello di giustizia inedito, fondato sull’ascolto delle vittime e la concessione dell’amnistia ai carnefici.
Com’è cambiata la vita della Fondazione dopo la morte di Mandela?
Nelson Mandela è stato un sognatore, la cui visione lungimirante ha cambiato il mondo. Ci diceva sempre che per preservare la sua eredità morale avremmo dovuto legare le lotte del Sudafrica a tutte le altre battaglie per la giustizia sparse per il mondo. A lungo la fondazione si è impegnata nella realizzazione di progetti educativi e sanitari ma poi ci siamo resi conto che era giunto il momento di concentrarsi sui temi della memoria e del dialogo. Gran parte della nostra attività è oggi dedicata calla conservazione e alla diffusione del suo gigantesco archivio di scritti. Mandela non ha mai usato un computer in vita sua, ha sempre scritto tutto a mano. Continua la lettura di La forza di un uomo chiamato Mandela

Tunisia, la riconciliazione ispirata al Sudafrica

Avvenire, 5 febbraio 2019

Sihem Bensedrine

A otto anni di distanza dalla Rivoluzione dei Gelsomini che inaugurò con tante speranze la stagione delle Primavere arabe, per la Tunisia è arrivato il momento della catarsi. Per la prima volta un paese del Medioriente è riuscito a far funzionare un organismo incaricato di indagare sui crimini compiuti dal vecchio regime. Merito anche della caparbia determinazione di Sihem Bensedrine, giornalista e storica militante per i diritti umani già vincitrice del Pen Award per la libertà di espressione, il premio assegnato ogni anno agli scrittori perseguitati a causa del loro lavoro. È stata questa carismatica signora 68enne dal sorriso gentile a presiedere i lavori dell’Instance Verité et Dignité (IVD), la Commissione tunisina per la verità e la dignità ispirata all’analogo organismo che operò con successo nel Sudafrica post-apartheid. In quattro anni di intenso lavoro la Commissione ha ascoltato le testimonianze di decine di migliaia di vittime cercando di dar voce alle loro sofferenze, e ha messo finalmente in luce i crimini compiuti dagli apparati repressivi dei regimi di Habib Bourguiba (1957-1987) e del suo successore Ben Ali (1987-2011). Vicende terribili tenute nascoste per decenni a causa dell’omertà, della vergogna e della paura. Il rapporto conclusivo della Commissione – presentato a Tunisi nel dicembre scorso – ha documentato oltre 60mila casi di violazioni dei diritti umani. Un interminabile elenco di omicidi, sparizioni, torture e violenze compiute dalle forze dell’ordine ma anche innumerevoli casi di corruzione di giudici e poliziotti. I numeri della repressione appaiono particolarmente spaventosi per quanto riguarda le donne (circa un quarto dei dossier documentano casi di violenze sessuali) e dei minori, che venivano spesso presi di mira senza alcuna pietà al fine di ricattare i loro genitori. Secondo la Commissione il sistema dispotico si basava proprio su un legame diretto tra le violazioni dei diritti umani e la corruzione finanziaria. Tuttavia è ancora presto per poter affermare che la Tunisia sia riuscita a fare i conti con il suo passato. “Abbiamo lavorato in un clima di forte ostilità”, accusa Bensedrine, “e con tutti gli ostacoli che ci siamo trovati di fronte è un miracolo che siamo riusciti a portare a termine il nostro lavoro”. Non è un caso che nessun esponente dell’attuale governo, né della presidenza della Repubblica sia intervenuto alla presentazione del rapporto finale dell’IVD.
Quali conseguenze potrà avere adesso il lavoro svolto dalla Commissione da lei presieduta?
In primo luogo speriamo che contribuisca a trasformare finalmente la Tunisia in uno stato di diritto. Per farlo è indispensabile conservare la memoria dei crimini del passato e proporre riforme per impedire che fatti simili si ripetano. Molto importante è anche il fondo pubblico creato per risarcire le vittime. Al momento sono stati già trasferiti alla giustizia ordinaria 170 casi di crimini contro l’umanità e di grave corruzione. Il meccanismo di arbitrato ha fatto sì che molti colpevoli accettassero di restituire il denaro sottratto illegalmente allo Stato e in questo modo sono stati recuperati circa 635 milioni di dinari (circa 200 milioni di euro).
Per la prima volta in un paese arabo funziona un organismo di giustizia transizionale. Avete preso esempio in particolare dall’esperienza sudafricana?
Non solo. Nel periodo preparatorio del nostro lavoro, durato circa sei mesi, ci siamo ispirati a tutti gli esperimenti simili che avevano avuto successo in passato. Quindi l’esperienza del Sudafrica ma anche quella della Polonia, dell’Argentina, del Perù e altre ancora. Da ciascuna di esse abbiamo cercato di trarre esempio e forza. Ci è servito soprattutto fare tesoro dei loro sbagli, cercando di imparare qualcosa per non ripeterli. Sapevamo ad esempio dall’esperienza sudafricana che nelle audizioni pubbliche le vittime potevano rimanere fortemente traumatizzate e allora abbiamo previsto un percorso con gli psicologi per stabilire se le vittime potevano o meno essere ammesse a una testimonianza pubblica, senza rischiare nuovi traumi.
Perché fin dal suo insediamento l’IVD ha subito gravi attacchi da parte del mondo politico tunisino?
Purtroppo le ultime elezioni nazionali del 2014 hanno riportato al potere molti elementi legati al vecchio sistema di potere. Alcuni ministri sono gli stessi dei tempi di Ben Ali e fin dall’inizio hanno cercato di ostacolarci sul piano mediatico, per esempio accusandoci di essere un carrozzone corrotto che spreca soldi pubblici. Ci hanno negato l’accesso agli archivi del ministero dell’Interno e dei tribunali militari e ci ha costretto sempre a lavorare in condizioni estremamente difficili.
È lo stesso motivo per cui avete avuto relazioni molto conflittuali anche con l’attuale presidente della Repubblica, Caid Essebsi?
Sì, anche Essebsi appartiene al vecchio sistema, è stato ministro dell’Interno ai tempi di Bourghuiba e poi varie volte ministro con Ben Ali, dunque è normale che ostacoli il nuovo corso. Già in campagna elettorale promise che ci avrebbe messo in bastoni tra le ruote e in nome di una presunta riconciliazione nazionale ha cercato di promuovere un’amnistia a beneficio di chi si è macchiato di gravi crimini e violazioni dei diritti umani.
Tra le migliaia di testimonianze che avete raccolto c’è una storia particolarmente simbolica che può raccontarci?
Sotto il regime di Ben Ali le violazioni dei diritti umani sono state sistematiche anche nei confronti delle donne e dei bambini. Mi è capitato di ascoltare la deposizione particolarmente toccante dei superstiti di una famiglia che è stata letteralmente distrutta. Il padre e la madre erano oppositori del regime e furono arrestati. In seguito i poliziotti sono tornati nell’abitazione della coppia e hanno abusato dei loro tre figli di nove, dieci e dodici anni. Li hanno portati in caserma e li hanno violentati ripetutamente. In seguito la bambina è finita sulla strada, a prostituirsi, mentre uno dei due fratellini si è suicidato. La polizia si è vendicata su quei bambini in modo atroce per punire i loro genitori. Purtroppo non è l’unico caso simile.
La Commissione ha concluso i suoi lavori alla fine del 2018. Cosa potrà accadere nel suo paese adesso?
Il percorso della giustizia transizionale proseguirà con i procedimenti giudiziari, attraverso i quali la Tunisia potrà compiere una sorta di catarsi e diventare finalmente uno stato di diritto con solidi anticorpi che la difendano da possibili future derive autoritarie. Spero che il nuovo parlamento e il nuovo governo che nasceranno dalle elezioni di quest’anno adottino il nostro rapporto e lo rendano pubblico perché dovrà essere la società civile, in ultima istanza, a raccogliere il testimone del lavoro dell’IVD. È importante che si riescano a mettere in pratica le raccomandazioni sulla memoria contenute nel rapporto. Per evitare che un piccolo gruppo di persone possa di nuovo prendere in ostaggio lo stato e trasformarlo nella sua proprietà privata, per impedire che crimini simili si ripetano è indispensabile non dimenticare il passato. E la memoria è il miglior antidoto alla dittatura.
RM

L’Angola di Kapuściński al cinema

Avvenire, 3 febbraio 2019

“La povertà non ha voce: ha bisogno di qualcuno che parli per lei”. Era quanto amava ripetere il reporter polacco Ryszard Kapuściński (1932-2007), considerato uno dei più grandi giornalisti del XX secolo non solo perché fu testimone della nascita di quello che oggi conosciamo come Terzo mondo ma anche perché inventò una forma di reportage narrativo basato sull’empatia nei confronti degli ultimi e su un’attenzione meticolosa alle vicende umane delle persone comuni. In quasi cinquant’anni di carriera, i suoi straordinari scritti sull’Africa, sull’Asia e sull’America Latina ci hanno raccontato guerre, rivoluzioni e colpi di Stato come pochi altri sono riusciti a fare. Kapuściński ha all’attivo decine di libri ma curiosamente nessun film era mai stato tratto finora da un suo lavoro. Another Day of Life di Raul de la Fuente e Damian Nenow – presentato all’ultimo festival di Cannes e in uscita nelle sale italiane – ha dunque il merito di portarlo per la prima volta il reporter polacco sul grande schermo, adattando in forma cinematografica Ancora un giorno, il libro cui era maggiormente legato.
La pellicola ricostruisce la storia del suo drammatico viaggio in Angola nel 1975, durante i primi mesi della guerra civile che scoppiò subito dopo l’indipendenza dal Portogallo. Il paese africano finì fatalmente nel mirino delle grandi potenze mondiali a causa della ricchezza dei suoi giacimenti di petrolio e diamanti, e divenne in breve tempo anche un crocevia della Guerra fredda, con Stati Uniti e Unione Sovietica impegnate a sostenere le due opposte fazioni in lotta. La popolazione fu costretta a subire sofferenze indicibili. Kapuściński comprese che l’unico modo per raccontare quel girone infernale era concentrarsi sulle persone regalando loro ‘ancora un giorno di vita’, fotografandole, descrivendo le loro storie nei suoi articoli, e dunque tramandandone la memoria dopo che erano morte. Il suo viaggio avventuroso rivive oggi nel film di de la Fuente e Nenow, che mescola in modo originale animazione e documentario alternando sequenze animate, filmati d’archivio e interviste ai protagonisti dell’epoca. Il formato del graphic novel può apparire inizialmente una scelta discutibile ma si rivela in realtà estremamente efficace, poiché non nasconde niente all’orrore e alla follia di quel conflitto e anzi è in grado di aggiungere ulteriori elementi immaginifici alla narrazione. In una delle scene più tragiche e coinvolgenti della pellicola, Kapuściński attraversa un lungo tratto di strada cosparso di cadaveri di donne e bambini fatti a pezzi dai miliziani, e immagina che siano stati massacrati da una nuvola di armi che intorbida un cielo rosso color sangue. Il realismo della narrazione riappare poi in tutta la sua drammaticità negli spezzoni di documentario e nelle interviste. Almeno una di esse rappresenta un vero e proprio scoop giornalistico: gli autori di Another Day of Life sono infatti riusciti a scovare il leggendario generale Joaquim Farrusco, una sorta di Che Guevara angolano che guidò la resistenza durante la guerra, convincendolo a rilasciare una toccante testimonianza finora inedita su quegli anni. Il lungometraggio (che si è aggiudicato il premio come miglior film d’animazione all’ultima edizione degli European Awards) rappresenta anche una profonda riflessione deontologica sul mestiere di giornalista. Kapuściński fu infatti inviato in Africa dall’agenzia di stampa polacca Pap e si ritrovò a essere l’unico corrispondente estero in Angola. A un certo punto entrò in possesso di alcune informazioni che avrebbero potuto cambiare le sorti del conflitto e costare la vita a centinaia di persone. Si trovò di fronte a un terribile dilemma etico: il dovere di cronista gli imponeva di diffonderle ma la sua coscienza gli impedì di farlo. Così, quando Fidel Castro inviò in gran segreto le truppe per difendere l’Angola dall’invasione dei carri armati sudafricani, lui decise di non divulgare la notizia per non correre il rischio di scatenare un intervento statunitense, per mano della CIA. Kapuściński era un giornalista ma preferì rinunciare a uno scoop per non mettere a rischio la liberazione dell’Angola e allungare le sofferenze della popolazione.
RM