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“Gli irlandesi torturati dall’esercito come a Guantanamo”

Intervista a padre Raymond Murray (Avvenire, 8.8.2017)

L’ultimo grande difensore dei diritti umani d’Irlanda vive nella cittadina di Armagh, in un piccolo quartiere di recente costruzione situato ai piedi della cattedrale di San Patrizio, sede primaziale di tutta l’isola. Monsignor Raymond Murray ha oggi più di ottant’anni e dopo aver speso la sua intera esistenza a denunciare le torture nelle carceri, gli omicidi extragiudiziali e gli errori giudiziari che hanno solcato il più lungo conflitto europeo dell’era moderna, attende da un mese all’altro la sentenza che potrebbe suggellare una vita di battaglie. A breve la Corte europea dei diritti umani dovrebbe pronunciarsi sul caso degli “incappucciati” (Hooded Men), quattordici cittadini cattolici dell’Irlanda del Nord che nel 1971 furono arrestati dall’esercito britannico senza alcuna accusa a loro carico e sottoposti per giorni a brutali tecniche di privazione sensoriale. “Londra aveva appena introdotto l’internamento senza processo per punire la popolazione dei ghetti cattolici che rivendicava i propri diritti e in un giorno d’agosto oltre trecento persone furono arrestate indisciminatamente”, ricorda padre Murray. “Quei quattordici uomini furono torturati a lungo, costretti a stare in piedi per ore con le gambe e le braccia divaricate, sottoposti a un costante e assordante rumore metallico, privati del sonno, del cibo e dell’acqua. É un caso estremamente simbolico perché costituì la premessa di quello che è successo in tempi più recenti in Afghanistan e in Iraq, sempre ad opera dell’esercito britannico e di quello statunitense”.
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L’utopia operaia di Bruno Borghi

Avvenire, 5.8.2017

La fabbrica rappresentava per lui l’utopia di un mondo nuovo, “un luogo dov’era possibile tutto”, dove poteva compiersi il cambiamento della società e la trasformazione delle persone. È il 1950 quando don Bruno Borghi entra alla fonderia del Pignone, si sfila la tonaca e indossa la tuta da lavoro. Il cardinale di Firenze, Elia Dalla Costa, l’aveva autorizzato a entrare come operaio nella storica fabbrica fiorentina, riconoscendo nella sua scelta un ideale di povertà, non uno stratagemma per contrastare l’ateismo diffuso tra i lavoratori, meno che mai un tentativo di convertire gli operai. Don Bruno si immedesimò incondizionatamente in quella nuova realtà, diventando simile alla gente che viveva del proprio lavoro e lottava ogni giorno per conservarlo. In poco tempo riuscì a stabilire ottime relazioni con gli altri operai, con i quali affrontò tutti i passaggi più faticosi e pericolosi del processo produttivo, confrontandosi con il problema del cottimo, degli scioperi, delle rivendicazioni.
Fin dagli anni del seminario, Bruno Borghi aveva visto nella condizione operaia “l’annuncio autentico di quei valori evangelici capaci di rivitalizzare una realtà ecclesiale ferma al Medioevo”. Insieme ad alcuni compagni seminaristi – tra i quali c’era anche Lorenzo Milani – aveva attinto alle riflessioni teologiche provenienti soprattutto dalla Francia, che cercavano di rompere con il conservatorismo della Chiesa dell’epoca. Nell’immediato dopoguerra, da poco ordinato sacerdote, aveva trascorso le sue prime esperienze nei quartieri popolari, condividendo la volontà di riscatto di giovani, operai e contadini. A Barbiana, don Milani si sarebbe fatto indirizzare proprio da lui verso la lotta di classe e la conoscenza del mondo del lavoro, sostenendo che Borghi era l’unico prete che sapeva parlare con la classe operaia. “Da lui ho tutto da imparare”, affermò. Si racconta che fosse anche la sola persona di cui don Lorenzo avesse mai avuto soggezione. La storia straordinaria e assai poco nota di Bruno Borghi è stata ricostruita nel dettaglio da Antonio Schina in una biografia appena uscita, Bruno Borghi. Il prete operaio (Editrice Centro di documentazione Pistoia, 128 pagg.) che riporta in appendice anche alcuni dei suoi scritti più significativi.
Proprio mentre in Francia i preti operai stavano per essere sospesi per decreto papale, a Firenze veniva avviata la prima esperienza italiana di un prete in fabbrica. Il provvedimento di sospensione arriverà di lì a poco anche in Italia, e il valore di quell’esperimento sarà riconosciuto soltanto nel 1971, durante il papato di Paolo VI. Una scelta simile, in anni di feroce contrapposizione fra cattolici e comunisti, non avrebbe mancato di creare scandalo. Insieme a figure come Ernesto Balducci, Giulio Facibeni, Luigi Rosadoni, Enzo Mazzi e lo stesso don Milani, Borghi favorì la nascita di quel laboratorio politico ed ecclesiale che a partire dagli anni ‘50 diede origine all’apertura del dialogo tra cattolici e comunisti. Lui fu senza dubbio quello che fece le scelte più estreme e dirompenti. Nel 1958 era cappellano alla parrocchia di Sant’Antonio al Romito, nel cuore del quartiere operaio di Rifredi, quando scoppiò il caso delle officine Galileo. La più grande fabbrica metalmeccanica fiorentina aveva deciso di licenziare quasi un migliaio di lavoratori, esasperando le lotte operaie iniziate qualche anno prima. La fabbrica fu occupata per diciotto giorni e dopo lo sgombero, centocinquanta operai e sindacalisti finirono sotto processo. Tra questi c’era anche don Bruno, che durante la protesta si era recato tutti i giorni in fabbrica per partecipare alle riunioni, per avere notizie sulle trattative, per portare la solidarietà dei parrocchiani. Scrisse anche una lettera che sosteneva l’occupazione definendola “un atto rispondente in pieno alla morale evangelica” e finì rinviato a giudizio per istigazione a delinquere.
Fino ad allora il cardinale Dalla Costa l’aveva tollerato, ma fu infine costretto a revocargli il permesso per lavorare in fabbrica. Fu poi il suo successore, il vescovo Ermenegildo Florit, a esiliarlo a Quintole, un pugno di case sperdute nel comune di Impruneta, quasi una Barbiana sulle colline di Firenze. Ma la parabola di questo “operaio-prete” – come amava definirsi lui – proseguì in altre realtà fiorentine, dalla Galileo alla Gover, una fabbrica di gomme ad alta nocività dalla quale venne poi licenziato per attività sindacale. Intanto altri sacerdoti avevano seguito il suo esempio in tutta Italia, entrando in fabbrica o cominciando a lavorare come artigiani, a fianco del popolo. L’amicizia e la vicinanza con Lorenzo Milani li avrebbe portati anche a iniziative comuni – come la denuncia del ruolo ambiguo dei cappellani militari sull’obiezione di coscienza – ma non impedì che i due si trovassero talvolta anche in disaccordo. Un giorno, mentre il priore e i suoi ragazzi stavano scrivendo la famosa Lettera a una professoressa, Borghi andò a Barbiana per criticare il suo approccio. “A voi – gli disse – pare tanto importante che i ragazzi vadano a scuola e ci stiano tutto il giorno. Ne usciranno individualisti e apolitici come gli studenti. Il terreno che occorre per il fascismo. Finchè gli insegnanti e le materie sono quelli che sono, meno i ragazzi ci stanno e meglio è. È una scuola migliore l’officina. Per mutare insegnanti e contenuto ci vuole ben altro che la vostra lettera. Questi problemi vanno risolti sul piano politico”. Nel 1981 arrivò infine lo strappo definitivo con la Chiesa: don Bruno decise di abbandonare il sacerdozio e la parrocchia di Quintole, ma non prima di aver ottenuto l’impegno scritto dalla Curia che la canonica avrebbe continuato ad ospitare disabili. Spiegò che non si riconosceva più nella Chiesa come istituzione ma non avrebbe mai smesso di occuparsi dei poveri, degli emarginati, degli operai con l’obiettivo di liberarli dall’oppressione e dallo sfruttamento. Negli ultimi venticinque anni della sua vita avrebbe fatto il contadino sulle colline di Firenze, l’operaio in una cooperativa agricola in Nicaragua, e fino alla fine avrebbe prestato la sua opera come volontario a fianco dei detenuti del carcere fiorentino di Sollicciano. È morto nel 2006, all’età di 85 anni.
RM

Nessuno tocchi la Cina. Atene fa infuriare l’UE

Da Il Venerdì di Repubblica, 7.7.2017

Ennesima battuta d’arresto per il “soft power” dell’Unione europea. Stavolta la diplomazia culturale di Bruxelles si è inceppata persino sul tema dei diritti umani, non riuscendo a trovare l’unanimità neanche per condannare le gravi violazioni del governo cinese. Per la prima volta, la dichiarazione che l’UE presenta periodicamente alle Nazioni Unite per evidenziare gli abusi degli stati di tutto il mondo – e che necessita del sì dei 28 membri dell’Unione – è stata bloccata dall’inaspettato veto della Grecia. Da alcuni anni Bruxelles ha iniziato a fare pressioni su Pechino denunciando il giro di vite nei confronti di avvocati, attivisti e giornalisti critici verso il regime. Amnesty international e le altre organizzazioni in difesa dei diritti umani criticano invece la Cina da sempre, denunciando apertamente la repressione di ogni forma di dissenso, la limitazione delle libertà e l’utilizzo sistematico della pena di morte. Per l’UE, che da anni cerca di accreditarsi come difensore dei diritti umani, la sorprendente decisione di Atene rappresenta un colpo durissimo, ed è stata definita ‘vergognosa’ dalla diplomazia europea. “Abbiamo agito sulla base di una posizione di principio – ha cercato di spiegare un portavoce del governo di Alexis Tsipras -. Sul tema dei diritti è previsto un dialogo tra l’UE e la Cina e riteniamo che quello sia un modo più efficiente e costruttivo di ottenere risultati”. Nessun ministro, né tantomeno il premier, ha avuto il coraggio di metterci la faccia, e la spiegazione del funzionario non ha convinto nessuno. Particolarmente irritante è apparsa la tempistica del veto, giunto poche ore dopo che i ministri delle finanze dell’Eurozona avevano approvato la nuova tranche di aiuti finanziari alla Grecia, stanziando 8,5 miliardi di euro per il rilancio della sua disastrata economia. Ma soprattutto c’è chi punta il dito nei confronti dei legami sempre più stretti tra Atene e Pechino. Dopo la privatizzazione del porto del Pireo – passato sotto il controllo della Cosco, la più grande compagnia di trasporti cinesi – le società e i fondi del Dragone continuano ad acquisire pezzi di Grecia nelle infrastrutture, nella logistica e nell’immobiliare. Con buona pace dei diritti umani.
RM

Il “Che”, mio fratello, ridotto a un santino

Intervista a Juan Martìn Guevara (Venerdì di Repubblica, 21.4.2017)

“Volevano ucciderlo seduto ma mio fratello è riuscito a morire in piedi e ha vinto la sua ultima battaglia”. Juan Martín Guevara ha aspettato ben 47 anni per visitare il luogo dove fu ucciso il Che, il 9 ottobre 1967, e per fare i conti con un uomo oscurato dalla grandezza del suo stesso mito. La sedia dov’era adagiato poco prima di morire si trova ancora là, nella piccola scuola di La Higuera. In quel minuscolo villaggio boliviano è nato un turismo tutto incentrato su di lui, “un commercio vergognoso, che mi fa orrore, l’hanno trasformato in un santo al quale chiedere miracoli”, ci spiega. Fratello minore del Che, nato quindici anni dopo di lui, Juan Martín era solo un ragazzino quando arrivò a Cuba nel gennaio 1959.

Ernesto Guevara ragazzo con in braccio il fratello Juan Martin

Il comandante Guevara era appena entrato a L’Avana alla testa di una delle divisioni di Fidel Castro. Col tempo, il Che iniziò a considerarlo il suo erede spirituale ma dopo la sua morte, proprio il legame di parentela con il numero due della rivoluzione castrista gli sarebbe costato otto anni di prigionia nelle carceri argentine. Juan Martín – che il 27 aprile sarà l’ospite d’onore della rassegna cinematografica “Al cuore dei conflitti” di Bergamo – ha atteso il cinquantesimo anniversario della morte del Che per pubblicare un libro di memorie (Mon frère, le Che) scritto con la giornalista francese Armelle Vincent, nel quale cerca di combattere il mito per restituirgli finalmente un volto umano.
Che rapporto c’era tra di voi?
All’inizio solo quello tra un fratello molto più grande e un bambino. Poi è nato un rispetto reciproco che ci ha consentito di mantenere un rapporto intimo anche stando lontani.

Che Guevara con il fratello Juan Martin, L’Avana 1959

Cosa ricorda del giorno in cui le dissero che era stato ucciso?
Vidi la notizia e le foto sui giornali. Contrariamente ai miei familiari non dubitai che fosse vero.
“Benigno”, il guerrigliero che combatté con lui e fu testimone del suo assassinio ha affermato che il Che fu tradito da Castro su ordine di Mosca. Lei condivide questa versione dei fatti?
No. L’ha detto per favorire la sua condizione di esiliato politico, unendosi al coro di quelli che sostengono che Fidel lo tradì perché gli faceva ombra. Non è il primo ad affermare cose simili per un tornaconto personale. Il Che fu ucciso da un militare boliviano per ordine della CIA, come ha affermato l’agente Félix Rodríguez, che fotografò il cadavere. In seguito è stato ciò confermato da documenti declassificati.
Cos’ha pensato vedendo Raul Castro e Obama che si stringevano la mano?
Che stava succedendo ciò che prima o poi doveva succedere.
Cosa penserebbe suo fratello della svolta nei rapporti tra Cuba e gli Usa?
Non riesco a rispondere al posto suo. Ricordo cosa rispose a una giornalista statunitense che negli anni ’60 gli chiese cos’avrebbe dovuto fare Washington nei confronti di Cuba. ‘Niente, né a favore, né contro. Soltanto lasciarci in pace’. Dopo 50 anni, è metaforico provare a dire cosa penserebbe oggi.
Secondo lei starebbe con Maduro o con l’opposizione?
Non potrebbe mai stare dalla parte di chi rappresenta le aziende venezuelane e le multinazionali. Sicuramente non starebbe con l’opposizione ma dalla parte del popolo venezuelano.

Juan Martin Guevara oggi

Ritiene che il suo pensiero sia ancora attuale?
Sì, perché nel mondo le disuguaglianze sono più grandi che in passato, c’è più corruzione, in tutti gli ambiti, non ultimo in quello ambientale. Fino a quando non ci sarà una svolta, e i popoli non saranno padroni del proprio lavoro, della propria vita e del proprio futuro, le crisi e le guerre si susseguiranno. Il mondo avrebbe bisogno di un altro uomo come mio fratello, che non baratti i suoi princìpi per il denaro e il potere.
RM

Parigi, la morte ingiusta di Malik Oussekine

Gli avvenimenti di questi giorni in Francia hanno riportato sui giornali i nomi di Zyed Benna e Bouma Traoré. La loro morte, il 27 ottobre 2005, fu la miccia per la grande rivolta delle banlieue in novembre. Ma il ricordo corre anche a un’altra “mort indigne”, quella di Malik Oussekine.

(di Gianni Sartori)

Sabato 6 dicembre 1986. La mezzanotte è passata da venti minuti.
Nel garage della Prèfecture de Paris 43 poliziotti del Peloton de voltigeurs motoportés, (cagoule – passamontagna – nero e casco bianco, muniti di matraque – manganello – di legno lungo un metro) ricevono l’ordine atteso per oltre dieci ore: “PMV, en place!”.
Un’ora e mezza più tardi Malik Oussekine incrocerà la strada di questi vigilantes di Stato motorizzati. Non ne uscirà vivo. Nell’estate del 1986 il sindacato studentesco UNEF-ID lanciava una grande mobilitazione contro il progetto di riforma della scuola superiore proposto dal secrétaire d’Etat aux Universités, Alain Devaqut. Il 22 novembre vengono convocati gli états généraux étudiants alla Sorbonne. Da qui partirà l’indicazione di uno sciopero generale e di una grande manifestazione per il 27 novembre. Intanto, rispondendo all’appello della Féderation de l’Education nationale, il 23 novembre duecentomila persone scendono in piazza contro la politica educativa del governo. Non è che l’inizio: due giorni dopo, il 25 novembre, sono già una cinquantina (su 78) le università in sciopero. Migliaia di studenti medi organizzano manifestazioni spontanee a Parigi. Il 27 saranno oltre 500mila  in tutte le grandi città francesi. Continua la lettura di Parigi, la morte ingiusta di Malik Oussekine

Messico: Nadia e Rubén, vittime del terrorismo di stato

Se mi accadesse qualcosa, il responsabile è il governatore di Veracruz, Javier Duarte, aveva detto Nadia in questa recente intervista rilasciata alla web tv RompeViento.

Nadia Vera Lopez
Nadia Vera Perez

Nadia Vera Pérez, 32enne antropologa messicana originaria del Chiapas, voleva cambiare il suo paese, che si trova purtroppo ancora ai primi posti nel mondo per violazione dei diritti umani. Per questo promuoveva la cultura indipendente e partecipava alle lotte dei movimenti sociali. Il 31 luglio è stata torturata, violentata e uccisa insieme al suo compagno, il fotoreporter Rubén Espinosa e ad altre tre donne che si trovavano in casa con loro a Città del Messico, dove vivevano dopo essere stati costretti a fuggire da Veracruz. Mai crimine fu più annunciato di questo, dove addirittura le vittime hanno indicato i loro possibili aggressori.

Rubén Espinosa
Rubén Espinosa

Al momento la Procura di Città del Messico sostiene si sia trattato di rapina e intende chiudere il caso prima possibile. Eppure Javier Duarte, governatore dello stato di Veracruz, è stato soprannominato el mata-periodistas, “l’ammazza giornalisti”, poiché una quindicina di operatori dell’informazione sono stati uccisi durante la sua amministrazione.
Nadia era già stata minacciata e aggredita in passato, e nel 2013 era finita in carcere per aver preso parte a proteste di piazza contro Duarte. Rubén lavorava come fotoreporter free lance e da anni copriva per l’agenzia Cuartoscuro le attività e le proteste dei movimenti sociali e le violente repressioni cui erano sottoposti dalle autorità in un paese, come il Messico, dov’è sempre più difficile distinguere le istituzioni dello stato dalla criminalità organizzata. E dove i giornalisti e gli operatori sociali sono le prime vittime di questo terrorismo di stato.
RM

L’Irlanda al voto sui matrimoni gay

110151-mdL’Irlanda è il primo paese al mondo che potrebbe introdurre il matrimonio tra persone dello stesso sesso nella costituzione, grazie al voto popolare. Il referendum si tiene domani, 22 maggio, e nel quesito referendario verrà chiesto agli elettori se vogliono cambiare l’articolo 42 della costituzione. Se dovesse vincere il sì, verrebbe introdotta nella costituzione la frase: “il matrimonio può essere contratto tra due persone senza distinzione di sesso”.
Dal 2010 le coppie omosessuali possono contrarre le unioni civili nel paese, tuttavia il matrimonio ugualitario introdurrebbe le stesse forme di protezione per le coppie omosessuali e per quelle eterosessuali. Secondo gli attivisti, le coppie sposate hanno 160 diritti in più rispetto alle coppie che hanno contratto l’unione civile dalle tasse, ai mutui, fino al ricongiungimento familiare per gli immigrati.
Secondo gli ultimi sondaggi, il sì potrebbe vincere. I sondaggi danno il sì tra il 69 e il 73 per cento. Tuttavia gli attivisti temono che ci sia un “fronte silenzioso del no”, che non dichiara ai sondaggisti le reali intenzioni di voto.
Perché il referendum è così importante? L’Irlanda è un paese tradizionalmente conservatore e cattolico, fino al 1993 l’omosessualità era un reato nel paese. Ma se passasse il sì, sarebbe la prima volta che il matrimonio ugualitario viene introdotto nella legislazione con un voto popolare. I Paesi Bassi sono stato il primo paese a introdurre il matrimonio tra persone dello stesso sesso nel 2001, 16 paesi hanno introdotto in seguito una legislazione simile, tra cui Francia, Spagna, Nuova Zelanda, Canada, Argentina, Uruguay e Brasile. Ma il matrimonio tra persone dello stesso sesso è ancora illegale in molti paesi, tra cui l’Italia. Nella maggior parte dei paesi il matrimonio gay è stato introdotto con una legislazione ordinaria, approvata dal parlamento.
Chi è contrario al referendum e chi è favorevole? Le gerarchie ecclesiastiche e vari gruppi cattolici si sono espressi contro l’approvazione del matrimonio ugualitario. Molti vescovi hanno scritto lettere aperte ai fedeli in cui hanno chiesto di “riflettere e pregare prima di votare”. Anche la chiesa metodista e presbiteriana ha partecipato alla campagna per il no. Per il sì si sono espressi tutti i leader dei quattro principali partiti, tra cui i conservatori e i laburisti.

(da “Internazionale”)

I “nessuno” perdono il loro miglior cronista

Ha giocato con l’incanto e la semplicità delle parole come forse nessuno negli ultimi anni del secolo scorso era stato capace di fare. Siamo fatti di atomi e di storie, diceva Eduardo Galeano. Adesso di lui restano le storie e quel libero e meraviglioso modo di raccontarle con le parole, la voce ma soprattutto con il cuore. Il cuore di Eduardo Galeano si è fermato, quello di moltissimi nessuno in tutto il mondo saprà custodire e far vivere il suo ricordo.

di Raúl Zibechi

Chi ascolta i battiti del cuore di sotto, ne accoglie i dolori, ne condivide le risate e il pianto. Chi si sforza per comprenderli senza interpretarli, per accettarli senza giudicarli. Ecco chi può guadagnare un posto nei cuori di sotto. Eduardo Galeano ha percorso le più diverse geografie latinoamericane sui treni, a dorso di mulo e a piedi, spostandosi con gli stessi mezzi di quelli di sotto. Non cercava di mimetizzarsi, cercava qualcosa in più: voleva sentire sulla pelle il sentire degli altri e delle altre per farli vivere nei suoi testi, per aiutarli a uscire dall’anonimato.
È stato un uomo semplice, Eduardo. Legato alla gente comune, ai nessuno, agli oppressi. Il suo è stato un impegno con la gente in carne e ossa, con uomini e donne che vivono e che soffrono; molto più profondo dell’adesione a ideologie che possono sempre essere distorte secondo gli interessi del momento. I dolori di quelli di sotto, ci ha insegnato Galeano, non possono essere oggetto di negoziati, né rappresentati e nemmeno spiegati dal migliore degli scrittori. Lo stesso vale per le loro speranze.
DQF200908GALEANO02Tra i molti insegnamenti di Eduardo Galeano, bisogna recuperare il puntiglioso attaccamento alla verità. Le verità, però, le trovava lontano dal mondano rumore dei media, negli occhi affamati di una bambina indigena, nei piedi lacerati dei contadini, nel candido sorriso delle venditrici, lì dove quelli che sono stati ridotti a “nessuno” dicono le loro verità di ogni giorno, senza testimoni.
Non ha avuto mai la minima esitazione ad accusare i responsabili della povertà e della fame. Come in quelle cronache sulla crisi dell’industria uruguayana, quando appena ventenne era caporedattore del settimanale Marcha, tra i primi e i maggiori esponenti della stampa critica e impegnata. In quelle cronache denunciava i potenti con nomi, cognomi e proprietà. Senza giri di parole. Perché, come gli piaceva dire, “i media fanno le parole puttane”.
Sono stati i suoi reportage sulle lotte e le resistenze di quelli sotto a lasciare un’impronta nuova e indelebile. Come quello che intitolò: “Dalla ribellione in avanti”, nel marzo del 1964, raccontando la seconda marcia “cañera” (dei lavoratori della canna da zucchero). Lo sguardo di Galeano si soffermava sugli oltre novanta bambini che vi prendevano parte, su donna Marculina Piñeiro, tanto vecchia che aveva dimenticato la sua età, per la quale Galeano pareva provare una speciale ammirazione. “Volevano vincerci con la fame. Però con la fame, che avevamo da perdere. Siamo abituati, noi”, gli disse la donna, madre e nipote di lavoratori della canna.
La penna di Galeano dava forma alla vita quotidiana dei diseredati ma non si accontentava di ritrarre il dolore. Si affannava a dipingere – di colori vivaci – la dignità dei suoi passi, la rabbia capace di sopravvivere alla repressione e alle torture. Sempre e in ognuno dei suoi articoli, in primo luogo compariva la gente che incarnava le sofferenze e le resistenze. Forse perché era ossessionato dall’indifferenza dei più a quello che considerava “uno stile di vita” il cui guscio dobbiamo distruggere. Era proprio per questo che scriveva i suoi articoli.
Tra i molti tributi che ha ricevuto in vita, c’è quello del maestro della scuoletta zapatista José Luis Solís López che ha adottato Galeano come pseudonimo. È molto probabile che il maestro non si riferisse allo scrittore. In ogni caso, Eduardo e lo zapatismo, si sono conosciuti e riconosciuti subito. Come se per tutta la vita si fossero attesi. Non li ha fatti incontrare un programma né una piattaforma di rivendicazioni bensì l’etica del restare in basso e a sinistra.
Eduardo Galeano è stato a La Realidad nell’agosto del 1996. Ha partecipato a uno dei tavoli dell’Incontro Intercontinentale per l’Umanità e contro il Neoliberismo. Parlò poco, fu chiaro e disse molto. In quei giorni, e in molti altri giorni ancora, seminò Galeani, contagiò Galeani, che adesso camminano Galeani, inalberando la degna e Galeana rabbia. I nessuno di sempre lo portano nei loro cuori.

(da Comune.info)

In carcere ma innocenti? Il caso dei “Craigavon Two”

Una ventina d’anni fa, lo splendido film “Nel nome del padre” di Jim Sheridan fece conoscere a tutto il mondo l’agghiacciante vicenda dei Guildford Four, i quattro irlandesi innocenti trasformati in capri espiatori dalla pseudo-giustizia britannica negli anni ’70, nel periodo più duro del conflitto anglo-irlandese.
Purtroppo la tragica storia degli errori giudiziari britannici rischia di ripetersi, nel colpevole silenzio dell’opinione pubblica odierna. Due irlandesi, John Paul Wooton e Brendan McConville, soprannominati i Craigavon Two, sono in carcere da cinque anni con l’accusa di aver ucciso nel 2009 un poliziotto nella cittadina irlandese di Craigavon, nella contea di Armagh. Il loro caso assomiglia terribilmente a quello dei Guildford Four: a loro carico non esistono prove e sono stati giudicati da uno dei vergognosi tribunali Diplock, privi di giuria e composti da un solo giudice. I due si sono sempre dichiarati innocenti e sono in carcere soltanto sulla base della deposizione di un testimone che si è contraddetto più volte, ha mentito sotto giuramento ed è stato poi anche sconfessato dalle prove forensi. La sua identità è stata tenuta inoltre nascosta agli avvocati della difesa per evitare esami incrociati delle deposizioni. E come se non bastasse, le impronte digitali riscontrate sull’arma usata per l’omicidio non coincidono con quelle di Wooton e McConville. Se l’imputazione a loro carico fosse stata portata di fronte a un tribunale europeo o statunitense, sarebbero stati sicuramente assolti. Invece sono stati entrambi condannati all’ergastolo, sebbene Wooton all’epoca dei fatti avesse appena 17 anni.

John Paul Wootton
John Paul Wootton

Viene spontaneo chiedersi perché dunque si trovino in prigione da cinque anni, e la risposta non può che essere di natura politica. Al tempo dei Guildford Four, esprimere dubbi sulla loro colpevolezza equivaleva a sostenere la violenza, quasi a essere un fiancheggiatore dell’IRA. Ma erano gli anni ’70, e il clima politico in Gran Bretagna era quello della “caccia all’irlandese”, con un sistematico ribaltamento dell’onere della prova a carico degli accusati, e un apparato politico e giudiziario che non si faceva alcuno scrupolo a far incarcerare per anni anche degli innocenti. Conlon, Hill, Richardson e Armstrong (noti come i Guildford Four) divennero i capri espiatori perfetti e rimasero in carcere quindici anni. Wooton e McConville, nonostante un clima politico completamente diverso, rischiano oggi di fare la loro stessa fine. La loro colpa, al momento attuale, è solo quella di essere due repubblicani irlandesi “dissidenti”, cioè contrari alla strategia politica inaugurata con il processo di pace del 1998 e sostenuta dal partito repubblicano maggioritario, lo Sinn Féin, che infatti non ha mosso un dito per chiedere un giusto processo per loro. Purtroppo oggi chi dissente dal pensiero unico espresso da quel partito viene automaticamente considerato un sostenitore della lotta armata, con conseguenze che possono rivelarsi devastanti.
RM

La Spagna finanziò la dittatura argentina

juan carlos_videla
Dopo anni di accurate ricerche, il giornalista d’origine argentina Danilo Albin è riuscito a dimostrare che la Spagna firmò accordi economici con l’Argentina durante la dittatura di Videla e dunque aiutò i militari della giunta guidata da Videla a mettere in atto le terribili tattiche di sterminio del popolo argentino. Lo rivela in una clamorosa inchiesta appena pubblicata sul periodico spagnolo Público secondo la quale, nei primi anni del regno di re Juan Carlos, la Spagna sottoscrisse accordi milionari con il sanguinoso regime del dittatore argentino. Intese commerciali che nella seconda metà degli anni ’70 permisero all’Argentina di ricevere crediti dalla Spagna e coprire le spese causate dalla repressione.
Juan Carlos di Borbone, re di Spagna dal 1975 fino al giugno scorso – quando ha abdicato in favore del figlio Felipe – sarebbe stato, secondo il giornale, tra le figure responsabili di tale accordi. Nella sua intensa campagna alla ricerca di soci facoltosi, la giunta militare di Buenos Aires avrebbe anche contattato il potente banchiere spagnolo Emilio Botín, affinché il banco Santander recuperasse le due filiali che erano state nazionalizzate dai peronisti.
L’autore dell’inchiesta, Danilo Albin, sostiene inoltre che il rapporto tra i due governi è andato ben oltre la cooperazione commerciale. “C’è stata una collaborazione molto stretta che si mantenne in segreto tra entrambi i paesi. Continueremo a fornire prove che le relazioni tra la Spagna di Juan Carlos e Adolfo Suarez, e Videla in Argentina e i voli della morte sono andati molto più in là dei semplici accordi economici “, ha detto Albin, la cui inchiesta prosegue e sarà pubblicata a puntata sul giornale Pùblico. Il direttore del periodico spagnolo, Carlos Enrique Bayo, ha aggiunto che esistono documenti segreti (ancora classificati come riservati) che dimostrano il coinvolgimento diretto di Juan Carlos. L’ex re sarebbe stato infatti incaricato di facilitare, in qualità di mediatore, gli accordi tra la Spagna della transizione e l’Argentina dei voli della morte. Accordi che di fatto sostennero una dittatura alla ricerca di finanziamenti per continuare la sua brutale repressione.