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Pristavkin, una penna per i diritti umani

Avvenire, 10.11.2018

Nessuno scrittore è stato capace di rappresentare la storia recente della Russia con il crudo realismo di Anatolij Pristavkin, la cui vicenda personale è stata anche un barometro dei mutamenti politici in atto nel suo paese negli ultimi cinquant’anni. Romanziere prolifico e di successo ma anche instancabile attivista per i diritti umani, se n’è andato nel 2008, dopo aver ottenuto risultati straordinari nella lotta per l’abolizione della pena di morte. Negli anni del Secondo conflitto mondiale, come tanti orfani di quella che era allora l’Unione Sovietica fu costretto a trascorrere un’infanzia e una giovinezza fatte di lavoro, stenti e paura. Da bambino finì persino in carcere perché la fame l’aveva spinto a rubare un cesto di verdure.

Anatolij Pristavkin

Nato nel 1931 in una famiglia poverissima dei bassifondi di Mosca, rimase senza genitori a undici anni e fu mandato a lavorare in una fabbrica di conservazione di cibi in scatola. Più tardi, nel suo romanzo di maggior successo, avrebbe cercato di restituire una dimensione letteraria a quell’esperienza: “l’unica cosa che potevamo definire ‘nostra’ – scrisse – eravamo noi stessi e le nostre gambe, sempre pronte a correre via nel caso succedesse qualcosa. E anche le nostre anime, sebbene tutti ci ripetessero che non le avevamo”. Quel romanzo è Inseparabili. Due gemelli nel Caucaso, che l’editore Guerini ha appena fatto uscire nella sua nuova collana “Narrare la memoria” con la traduzione e la curatela di Patrizia Deotto, colmando un vuoto significativo del panorama editoriale italiano. Un’opera già tradotta in trenta lingue, che Pristavkin terminò nel 1981 ma poté vedere pubblicata soltanto alcuni anni più tardi, nel pieno della Perestrojka, e che racconta con toni autobiografici la vita dei cosiddetti besprizornye, le centinaia di migliaia di bambini e ragazzi senza casa e senza famiglia, abbandonati “come foglie secche, che andavano dove li portava il vento” dopo gli anni della guerra civile, delle carestie, delle epidemie e della collettivizzazione forzata. La storia, sulle orme di Puškin e Tolstoj, è piena di riferimenti ai classici russi e prende forma durante l’ultimo anno del secondo conflitto mondiale, quando una colonia di orfani viene evacuata da Mosca e trasferita nel Caucaso, “una terra dove regna un silenzio profondo, interrotto di tanto in tanto dall’eco di spari ed esplosioni”. I protagonisti sono due gemelli di undici anni, Saska and Kol’ka, davvero inseparabili come recita il titolo e soprattutto costantemente alla ricerca di un modo per contrastare i morsi della fame. Insieme a tanti altri bambini e ragazzi i due fratelli vengono mandati in Cecenia, in un villaggio dove la popolazione è stata appena deportata verso la Siberia con l’accusa – falsa – di collaborazionismo con il nemico nazista. È una pagina crudele e poco conosciuta della storia sovietica, segnata dalla xenofobia e dalle tensioni inter-etniche, nella quale spicca il contrasto tra il mondo scintillante promesso dalla propaganda staliniana e le reali condizioni di vita dei piccoli protagonisti. Orrori che sono spesso stemperati dal senso di leggerezza, talvolta persino dagli spunti di ironia, di una narrazione che non può che sfociare in un finale tragico.
Quasi tutti i ventisei romanzi che hanno solcato l’intensa attività di Anatolij Pristavkin portano i segni della povertà e della disperazione che lo scrittore originario dei dintorni di Mosca visse sulla propria pelle in gioventù, prima manovale poi operaio della centrale elettrica di Bratsk, in Siberia. Il completamento degli studi e i primi successi letterari non gli fecero mai dimenticare quel mondo e la necessità di impegnarsi a fondo per i diritti umani e la giustizia sociale. Nella seconda metà degli anni ‘50, quando Kruscev iniziò a denunciare i crimini di Stalin, Pristavkin aveva già pubblicato i suoi primi scritti e cominciò ad assumere anche un ruolo pubblico, schierandosi apertamente contro il culto della personalità. Un impegno che di lì a poco lo vedrà diventare il capofila di una nuova élite letteraria che non teme di chiedere l’abolizione della pena di morte in uno dei paesi col più elevato numero di condanne eseguite. Nei giorni della caduta del regime sovietico è alla testa del Comitato di Aprile, un gruppo di cinquecento intellettuali desiderosi di promuovere la democrazia e decisi a sfidare il monolitismo del sindacato degli scrittori. Nel novembre 1989 è a Berlino per partecipare alle grandi manifestazioni che precedono la caduta del Muro, in seguito prende posizione a favore dell’indipendenza delle Repubbliche Baltiche. Ma la vera svolta si compie nel 1991, quando Boris Yeltsin lo chiama a presiedere la Commissione per la Grazia. Per la prima volta giuristi e intellettuali sono incaricati di esaminare le richieste di clemenza dei condannati a morte. Pristavkin decide che da allora in poi la Commissione svolgerà le sue sedute nella stanza dove un tempo i funzionari del Cremlino emettevano le condanne a morte. Sui muri dell’ufficio fa attaccare i disegni della figlia tredicenne e ogni settimana riunisce i quindici membri intorno a un tavolo e a una bottiglia di vodka per esaminare una decina di casi di condanne a morte. Vuole educare un’opinione pubblica che è ancora largamente favorevole alla pena capitale e chiede sempre, anche di fronte ai delitti più efferati, almeno la commutazione della condanna nel carcere a vita. Definisce il suo lavoro “una goccia in un oceano di crudeltà” ma a partire dal 1993 riesce a far diminuire in modo esponenziale il numero di esecuzioni, fino a ridurle ad appena una decina l’anno. In precedenza non erano state mai meno di duecento, con punte massime annuali fino a cinquecento. Durante il suo mandato alla guida della Commissione salva così dal patibolo migliaia di condannati a morte. Il sogno abolizionista si interrompe però bruscamente con l’arrivo di Putin: la Commissione viene prima ostacolata – sostenendo che un suo presunto effetto controproducente sui criminali -, poi delegittimata e infine sostituita nel 2001 con decine di piccole commissioni regionali dagli scarsi poteri. Curiosamente sarà lo stesso Putin a ricordare la “dignità morale” e i “grandi ideali” di Anatolij Pristavkin, nel giorno della sua morte.
RM

Irlanda, la rivoluzione di Higgins

Avvenire, 3.10.2018

Sono trascorsi molti anni da quando Norberto Bobbio denunciò per la prima volta il cortocircuito tra etica e politica. “Il senso comune sembra aver accettato che la politica ubbidisca a un codice di regole differente e in parte incompatibile con la condotta morale” affermò il grande filosofo, le cui parole suonano oggi profetiche di fronte alla deriva cui stiamo assistendo in Italia e in altre parti del mondo. Quando nel 2014 ci capitò di incontrare il presidente della Repubblica d’Irlanda Michael D. Higgins in occasione della lunga intervista che concesse ad Avvenire, la sensazione fu quella di trovarsi di fronte a un alieno. Un poeta, un personaggio dalla grande statura morale che spiccava come un gigante nell’attuale panorama politico internazionale. Ci colpì per la sua profonda cultura e per la sua semplicità d’altri tempi, la stessa che gli irlandesi hanno avuto modo di apprezzare in questi anni in cui, pur essendo il presidente, l’hanno visto comportarsi come un comune cittadino, passeggiare con i suoi cani, fare la fila al bancomat. “In politica la penso esattamente come papa Francesco – ci aveva detto in quell’intervista – per secoli il mondo occidentale si è battuto per raggiungere una forma compiuta di democrazia. Ma adesso è condizionato dalla gestione tecnocratica di un singolo modello economico che è incapace di affrontare una gigantesca bolla speculativa, e che sta di fatto rendendo schiavo il mondo”. Grande intellettuale ma al tempo stesso uomo profondamente impegnato nella sfera pubblica, Higgins incarna alla perfezione il rapporto simbiotico che la cultura e la politica hanno da sempre nel suo paese, è l’esempio tangibile di come la letteratura e i diritti civili, la poesia e la lotta pacifista possano dialogare fino a completarsi a vicenda. Negli anni la sua opera poetica ha dato forma alle grida dei poveri, degli emarginati e di tutti i senza voce, mentre il suo impegno politico è stato improntato con coerenza a una critica radicale nei confronti delle tendenze neoliberali e populiste. Della sua ricca produzione letteraria era già uscita in Italia la raccolta Il tradimento e altre poesie (Del Vecchio editore), ma il pubblico italiano non aveva finora avuto occasione di conoscere il profilo politico di “Michael D”, come viene chiamato affettuosamente dagli irlandesi. Per colmare questa lacuna viene adesso pubblicato per la prima volta in Italia un piccolo ma significativo libro che raccoglie alcuni suoi recenti discorsi sulla pace, la cooperazione internazionale, i diritti civili e l’emancipazione femminile. Si chiama Donne e uomini d’Irlanda. Discorsi sulla rivoluzione (Aguaplano editore, traduzione e introduzione di Enrico Terrinoni) ed evoca alcuni momenti decisivi del ‘900 irlandese testimoniando la volontà di un ritorno a principi basilari dell’umanità come l’uguaglianza, la pari dignità, il rifiuto della guerra e del razzismo, la forza di schierarsi dalla parte dei deboli e di respingere ogni pensiero dominante. Pur citando alcuni snodi cruciali della recente storia dell’Irlanda (in primo luogo l’insurrezione di Pasqua del 1916) è una lettura che assume ben presto un respiro universale. D’altra parte non è un caso che persino un grande storico del XX secolo come Eric Hobsbawm abbia affermato che la rivolta irlandese ‘16 favorì e accelerò il processo di decolonizzazione, e sia stata d’esempio per altri paesi in lotta per l’emancipazione come India, Australia e Sudafrica. Higgins si sofferma sulla visione politica lungimirante ed egalitaria del movimento indipendentista e del suo leader storico, il socialista James Connolly, e usa tutta la sua autorevolezza di poeta-presidente per correggere alcune ingiustizie promosse da una storiografia di parte che – al pari di quanto accaduto per la Resistenza italiana – ha messo ad esempio la sordina al ruolo svolto dalle donne in quella rivolta che segnò l’atto fondativo dell’Irlanda moderna. Finora la storia ha infatti ingiustamente trascurato il contributo fondamentale di figure come Leslie Price, Kathleen Browne, Margaret Skinnider e tante suore cattoliche che si prodigarono in un periodo in cui l’accesso all’istruzione e alle carriere professionali era quasi precluso alle donne. Ma appare soprattutto inspiegabile, fa notare Higgins, che sia caduto nell’oblio un personaggio straordinario come Eva Gore-Booth, pacifista, suffragetta e sindacalista che si batté per i diritti delle lavoratrici e difese l’obiezione coscienza contro la coscrizione obbligatoria durante una fase storica dominata dal militarismo, come quella della Prima guerra mondiale.
Dopo aver viaggiato a lungo in America Latina prima di diventare presidente, Higgins si dice ormai convinto – citando Eduardo Galeano – che il sistema capitalista abbia sacrificato la giustizia in nome della libertà mentre il cosiddetto “socialismo reale” abbia invece sacrificato la libertà in nome della giustizia. La sfida del nuovo millennio è dunque quella di cercare di farle camminare insieme, con pari dignità. “Ci siamo avvicinati a un punto di crisi politica, sociale, culturale ed ecologica – afferma in un discorso pronunciato a Cuba – che richiede l’articolazione di nuovi modelli di coesistenza, di sviluppo e di cooperazione internazionale. Da qui la necessità di imboccare la strada di uno sviluppo socialmente sostenibile, legato alla promozione della libertà politica e dei diritti civili, lontano da ogni forma di autoritarismo”. Ormai giunto al termine del suo primo mandato, Higgins cercherà di essere confermato alle elezioni del 26 ottobre prossimo, forte di una popolarità che l’ha fatto diventare uno dei presidenti più amati nella storia dell’Irlanda. Una figura, quella del presidente irlandese, che pur essendo eletta dal popolo ha un ruolo assai limitato di guardiano della Costituzione e di rappresentante dello Stato negli affari internazionali. Ma con il potere della parola, della cultura e con il suo esempio di moralità, Higgins è riuscito a dare una lezione di umanesimo che ha varcato i confini del suo paese e ha lanciato un segnale di speranza e ottimismo per il futuro.
RM

Wole Soyinka: “liberare la libertà”

Intervista al premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka
(Avvenire, 23.5.2018)

Due anni fa Wole Soyinka strappò il suo permesso di soggiorno e decise di abbandonare per sempre gli Stati Uniti dopo l’elezione di Donald Trump, in segno di protesta per le sue politiche anti-immigrati. Dopo aver lottato tutta la vita per la libertà – spiegò – non sopportava di vedere un presidente statunitense che erigeva muri “non solo nelle menti degli americani, ma in tutto il mondo”. Si interruppe così, con un gesto plateale, un esilio durato due decenni che aveva visto il più famoso intellettuale africano contemporaneo insegnare in un numero imprecisato di università e istituzioni statunitensi. Soyinka si è sempre battuto con coraggio in difesa delle proprie idee, denunciando apertamente gli orrori del suo paese, dal genocidio del Biafra al terrorismo odierno di Boko Haram. Dagli anni ‘60 è protagonista delle lotte contro i soprusi e le violenze delle dittature africane: durante la guerra civile nigeriana fu accusato di cospirazione con i ribelli del Biafra per aver pubblicato un articolo che invitava a cessare il fuoco e finì in cella di isolamento per 22 mesi. Negli anni ‘90 venne a lungo perseguitato e infine condannato a morte e costretto all’esilio dalla dittatura militare di Sani Abacha. Nigeriano di etnia Yoruba ma da sempre pervaso da un profondo senso di appartenenza all’intero continente africano, Soyinka è un intellettuale estremamente poliedrico – drammaturgo, romanziere, poeta, saggista – che nel 1986 divenne anche il primo africano insignito del premio Nobel per la letteratura. Da quando ha lasciato gli Stati Uniti è tornato a trascorrere gran parte della sua vita in Nigeria, dividendosi tra Abeokuta, la città che gli ha dato i natali nel 1934, e la capitale Lagos, dove l’abbiamo raggiunto al telefono per questa intervista, rilasciata in occasione del suo nuovo arrivo in Italia. Sabato 26 maggio Soyinka riceverà infatti il premio internazionale “Dialoghi sull’uomo” all’omonimo festival di antropologia del contemporaneo che si svolge a Pistoia.
Da sempre lei sostiene la necessità di un dialogo tra l’Africa e l’Europa. Come mai finora non è stato possibile?
Perché per adesso più che un dialogo abbiamo avuto piuttosto un monologo, dove a parlare era soltanto l’Europa, o comunque il mondo occidentale. Purtroppo non c’è mai stato uno scambio o un riconoscimento reciproco che prendesse atto delle condizioni economiche profondamente cambiate negli ultimi tempi, bensì un confronto mono-direzionale. Lo vediamo con la risposta che l’Europa dà alle istanze che arrivano dall’Africa, e che rappresentano criticità in tutti i campi, dal commercio, alla cultura, alle questioni umanitarie. Ovviamente anche i leader africani hanno le loro responsabilità. È un peccato, perché un dialogo tra pari favorirebbe non poco lo sviluppo delle relazioni umane.
In che modo è cambiato il concetto di libertà in un mondo sempre più connesso come quello nel quale stiamo vivendo?
Senza dubbio la crescente connessione, non solo in tempi recenti, ma direi a partire dall’epoca post-coloniale, ha definitivamente approfondito e favorito la causa della libertà. Lo dimostra il proliferare di studiosi, scrittori e intellettuali, e anche di politici progressisti, provenienti dal continente africano nell’ultimo mezzo secolo. Dopo la decolonizzazione, una volta raggiunta l’indipendenza, le singole nazioni africane hanno dovuto affrontare il cosiddetto colonialismo interno, nelle relazioni tra i leader africani e le rispettive popolazioni. Gli attivisti politici e le forze progressiste hanno potuto però ispirarsi all’esempio degli ex colonizzatori e dire ai tiranni, ‘perché non offrite anche a noi quei modelli di partecipazione che contemplano una maggiore libertà di espressione e associazione?’. Tuttavia le grandi opportunità offerte da Internet non sono esenti da rischi.
Ovvero?
Prendiamo per esempio quanto accadde con le cosiddette “Primavere arabe”. È chiaro che gran parte di esse sono state favorite proprio da internet e dalla connettività. In molti casi si è riusciti a cacciare i dittatori, a scoprire e a denunciare i loro crimini e le loro ruberie in un modo che in passato non sarebbe stato possibile. Molti di essi si erano limitati a sostituire i vecchi imperi coloniali con imperi personali. Non dobbiamo però illuderci che il potere ci consenta sempre di usare il massimo della tecnologia, poiché ci saranno sempre delle limitazioni. Inoltre Internet ha favorito anche il proliferare di notizie false o distorte, e purtroppo a volte la democratizzazione della tecnologia ha fatto finire il potere nelle mani delle persone sbagliate, aumentando quindi i rischi in termini di oppressione politica.
Nel suo saggio “Smurare la libertà”, lei sostiene che la religione rappresenta uno spazio di libertà. Come spiega che oggi le persone siano sempre più spesso impaurite dalla religione?
Innanzitutto ci tengo a fare una distinzione tra la religione e la spiritualità, talvolta innata, delle persone. Quando questa spiritualità, qualunque forma essa abbia assunto, è costretta in uno strumento di controllo degli esseri umani, prima o poi si sviluppano forme di fondamentalismo estremamente pericolose, che sono capaci di distruggere la società e il dono individuale della scelta. E di conseguenza, tutti quelli che dissentono diventano automaticamente nemici da perseguitare, torturare, decapitare. Mi riferisco ovviamente al fondamentalismo dilagante di gruppi come Isis (anzi Daesh, questo è il nome che preferisco di gran lunga), Al-Shabaab, Al Qaeda, Boko Haram. Quando la religione è usata come uno strumento per soffocare, diventa un’espressione di tirannia.
Qual è la radice dell’intolleranza religiosa nel suo paese?
È stata portata dall’esterno. Non esiste alcuna forma di fanatismo nella tradizione religiosa degli Orisha, le divinità dell’Africa occidentale, che è tipica degli Yoruba, il mio popolo. È una religione ecumenica, del tutto priva di fanatismo, al cui interno non c’è nessuno spazio per l’estremismo. Quelli di Boko Haram sono barbari che vogliono islamizzare la nazione, il cui fondamentalismo religioso si unisce a una sete smisurata di risorse petrolifere. Poi ci sono anche molti politici corrotti che cercano di manipolarlo, quell’estremismo religioso.
In luglio cadrà il centenario della nascita di Nelson Mandela, al quale lei dedicò il suo discorso del Nobel, denunciando la segregazione razziale in Sudafrica. La sua lotta è stata una fonte di ispirazione anche per lei?
Proprio la settimana scorsa sono stato a Johannesburg e ho partecipato a un’iniziativa per il centenario di Mandela. In un certo senso è stato il mio fratello maggiore, ma forse io ero già troppo vecchio perché potessi trarre ispirazione da lui. Penso che in primo luogo Mandela sia stato – e sia ancora – un modello di possibilità, una giudiziosa combinazione di combattività e di compassione umana che ha reso possibile il progresso dell’umanità verso una società nonviolenta, da raggiungere attraverso la libertà e la dignità umana. Era assolutamente privo della sete di potere che è invece una delle piaghe di molti leader africani.
RM

L’Irlanda al voto sull’aborto. Intervista a Catherine Dunne

Venerdì di Repubblica, 27.4.2018

“L’aborto divide la società irlandese dal 1983, quando fu introdotto l’Ottavo emendamento alla Costituzione che equipara la vita del feto a quella della donna fin dal concepimento. Dobbiamo innanzitutto eliminare questa ingiustizia dalla Costituzione, poi la materia dovrà tornare nelle mani del legislatore”. La scrittrice Catherine Dunne è stata una delle prime ad aderire alla campagna degli artisti irlandesi a favore dell’abrogazione di quell’emendamento, insieme a Edna O’Brien, Colm Tóibín, Joseph O’Connor e a centinaia di altri intellettuali. “Tre anni fa, grazie a una campagna estremamente efficace, prevalse il sì nel referendum per il matrimonio tra persone dello stesso sesso – spiega l’autrice del recente romanzo Come cade la luce (Guanda) -, adesso abbiamo bisogno dello stesso impegno per emendare un deficit legislativo sull’aborto che contravviene anche la carta dei Diritti Umani delle Nazioni Unite”.
Il 25 maggio, dopo anni di tentennamenti e rinvii, si terrà un altro referendum indetto dal governo di Dublino che stavolta chiederà ai cittadini se vogliono mantenere l’Ottavo emendamento oppure consentire al Dáil Éireann, la camera bassa del parlamento, di legiferare permettendo l’aborto entro la dodicesima settimana di gravidanza.

Catherine Dunne

L’Irlanda ha ancora una delle leggi più restrittive del mondo, che non consente l’interruzione di gravidanza neanche in caso di stupro o incesto, e prevede pene fino a quattordici anni di carcere per le donne colpevoli di aborto illegale. La sensibilità di Catherine Dunne sull’argomento nasce anche da un’esperienza personale. Nel 1991 perse Eoin, il suo secondogenito appena nato, a causa di un distacco della placenta. Riuscì a superare quel trauma solo grazie al potere terapeutico della scrittura e all’aiuto degli amici. “Circa cinquemila donne lasciano l’Irlanda ogni anno per cercare un aborto sicuro e legale lontano da casa, in particolare nel Regno Unito. Ma i cambiamenti di paradigma culturale sono possibili. Una trentina d’anni fa il divorzio era impensabile e fino a poco tempo fa lo stesso concetto di matrimonio gay era incomprensibile. Spero che a breve anche la visione cattolica sull’aborto, finora sostenuta dallo stato irlandese, possa cambiare”. Una prima apertura c’è già stata nel 2013, con una legge che consente l’aborto se la gravidanza mette a rischio la vita della donna. Di recente il premier Leo Varadkar, del partito di centrodestra Fine Gael, ha affermato che non è più possibile continuare a esportare il problema all’estero, dal momento che in Irlanda “l’aborto esiste ma è pericoloso, non regolato e illegale”. Secondo i sondaggi più recenti circa il 56 per cento degli elettori risulta a favore dell’abrogazione dell’Ottavo emendamento ma i principali partiti irlandesi sono ancora fortemente divisi sul tema, mentre i cattolici tradizionalisti sono decisi a difendere l’ultimo argine contro la definitiva secolarizzazione del paese. “Sono ottimista”, conclude Dunne, “ma anche molto cauta, perché l’elettorato delle città è assai distante da quello delle aree rurali”.
RM

Linda Brown, una breccia nel segregazionismo

Avvenire, 28.3.2018

“Linda Brown non sei sola”: così si intitola un bellissimo libro per ragazzi uscito alcuni anni fa, che raccoglie poesie, riflessioni e racconti in versi di una delle più grandi scrittrici statunitensi del Novecento, Joyce Carol Oates. È un tributo a quella bambina afroamericana con lo sguardo fiero incorniciato dai capelli raccolti, che uscì da scuola scortata dagli agenti federali diventando uno dei simboli più potenti contro la discriminazione dei neri d’America. Linda Brown aveva nove anni e faceva la terza elementare – proprio come mia figlia – quando dette il via alla rivoluzione. Prima che Rosa Parks salisse sul suo famoso autobus, prima che Martin Luther King iniziasse la sua campagna di disobbedienza civile, questa bimba residente a Topeka, in Texas, innescò il processo che avrebbe abbattuto il muro della segregazione razziale negli Stati Uniti. Era il 1951. Linda si era vista rifiutare l’iscrizione alla Sumner School, un istituto scolastico vicino a casa sua, frequentato da soli bianchi. All’epoca la legge del Kansas autorizzava le città con più di quindicimila abitanti a creare scuole separate e a Topeka questa disposizione era stata applicata proprio nelle scuole elementari. Molti anni dopo, nel 1987, Linda avrebbe raccontato quel giorno in un’intervista al Miami Herald: “era una bella giornata di sole e mi incamminai con mio padre per andare a scuola. Diversamente dal solito non prendemmo l’autobus verso la scuola elementare di Monroe, che era lontana da casa, ma ci dirigemmo alla più vicina Sumner School, dove andavano alcune mie amiche bianche del quartiere. All’ingresso ci bloccarono con le mani e le braccia sul petto, papà si mise a parlare con il direttore, alzarono entrambi la voce. Infine fummo costretti a tornare a casa”. Oliver Brown, il padre di Linda, citò in giudizio l’autorità scolastica iniziando una lunga battaglia legale alla quale si aggiunsero poi altre quattro famiglie. Tre anni dopo la causa arrivò infine alla Corte Suprema e il 17 maggio 1954 il giudice Earl Warren lesse la decisione del tribunale, raggiunta all’unanimità: “Può la segregazione degli alunni nella scuola pubblica, accordata per esclusiva base razziale, deprivare i bambini dei gruppi minoritari di eguali opportunità di istruzione? Noi crediamo di sì… Concludiamo quindi che nel campo dell’istruzione la dottrina del ‘separato ma eguale’ non debba avere nessuno spazio”. Era un verdetto storico che rappresentava una vittoria per la famiglia Brown ma soprattutto segnava uno spartiacque epocale per gli Stati Uniti, poiché da lì iniziò lo smantellamento della segregazione nelle scuole e in altre sfere della vita quotidiana. La giurisprudenza prodotta da quel caso ribaltò una volta per tutte un’altra storica sentenza, quella del processo “Plessy contro Ferguson”, con la quale nel 1896 la stessa Corte Suprema aveva introdotto la dottrina ‘separati ma uguali’, legittimando la segregazione razziale, legalizzando l’apartheid nelle scuole ma anche negli autobus e nei luoghi pubblici. Il percorso verso il cambiamento sarebbe stato ancora lungo e difficile. Ogni singolo stato fece ricorso, alcuni arrivarono persino a disobbedire alle ingiunzioni della Corte Suprema, rifiutando l’accesso agli studenti di colore. Nel 1957 il presidente Eisenhower fu costretto a inviare le truppe federali per scortare i ragazzi in una scuola media di Little Rock, in Arkansas. Alcuni anni dopo il governatore dell’Alabama, George Wallace, andò a picchettare di persona l’università per impedire l’ingresso agli studenti neri. Ma il seme di un diffuso cambiamento di sensibilità era stato gettato, anche se sarebbero stati necessari altri decenni di sofferenze e di lotte per vederlo germogliare.
Quando fu pronunciata la sentenza nel 1954, Linda Brown frequentava ormai la scuola media in un istituto misto. Più tardi si sarebbe iscritta all’università e avrebbe messo su famiglia, iniziando a lavorare come consulente nel settore educativo. Per il resto della sua vita ha continuato a impegnarsi in prima persona contro l’intolleranza e le discriminazioni razziali. Nel 1979, insieme all’American Civil Liberties Union, riaprì persino il caso che aveva segnato la sua infanzia, sostenendo che il lavoro sull’integrazione non era stato completato e che la battaglia contro la segregazione non era ancora finita. Vinse anche in quell’occasione, riuscendo a far costruire tre nuovi edifici scolastici. Domenica scorsa è morta nella sua casa di Topeka, all’età di 76 anni. Se gli Stati Uniti sono diventati un paese migliore è anche merito suo.
RM