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Il “Che”, mio fratello, ridotto a un santino

Intervista a Juan Martìn Guevara (Venerdì di Repubblica, 21.4.2017)

“Volevano ucciderlo seduto ma mio fratello è riuscito a morire in piedi e ha vinto la sua ultima battaglia”. Juan Martín Guevara ha aspettato ben 47 anni per visitare il luogo dove fu ucciso il Che, il 9 ottobre 1967, e per fare i conti con un uomo oscurato dalla grandezza del suo stesso mito. La sedia dov’era adagiato poco prima di morire si trova ancora là, nella piccola scuola di La Higuera. In quel minuscolo villaggio boliviano è nato un turismo tutto incentrato su di lui, “un commercio vergognoso, che mi fa orrore, l’hanno trasformato in un santo al quale chiedere miracoli”, ci spiega. Fratello minore del Che, nato quindici anni dopo di lui, Juan Martín era solo un ragazzino quando arrivò a Cuba nel gennaio 1959.

Ernesto Guevara ragazzo con in braccio il fratello Juan Martin

Il comandante Guevara era appena entrato a L’Avana alla testa di una delle divisioni di Fidel Castro. Col tempo, il Che iniziò a considerarlo il suo erede spirituale ma dopo la sua morte, proprio il legame di parentela con il numero due della rivoluzione castrista gli sarebbe costato otto anni di prigionia nelle carceri argentine. Juan Martín – che il 27 aprile sarà l’ospite d’onore della rassegna cinematografica “Al cuore dei conflitti” di Bergamo – ha atteso il cinquantesimo anniversario della morte del Che per pubblicare un libro di memorie (Mon frère, le Che) scritto con la giornalista francese Armelle Vincent, nel quale cerca di combattere il mito per restituirgli finalmente un volto umano.
Che rapporto c’era tra di voi?
All’inizio solo quello tra un fratello molto più grande e un bambino. Poi è nato un rispetto reciproco che ci ha consentito di mantenere un rapporto intimo anche stando lontani.

Che Guevara con il fratello Juan Martin, L’Avana 1959

Cosa ricorda del giorno in cui le dissero che era stato ucciso?
Vidi la notizia e le foto sui giornali. Contrariamente ai miei familiari non dubitai che fosse vero.
“Benigno”, il guerrigliero che combatté con lui e fu testimone del suo assassinio ha affermato che il Che fu tradito da Castro su ordine di Mosca. Lei condivide questa versione dei fatti?
No. L’ha detto per favorire la sua condizione di esiliato politico, unendosi al coro di quelli che sostengono che Fidel lo tradì perché gli faceva ombra. Non è il primo ad affermare cose simili per un tornaconto personale. Il Che fu ucciso da un militare boliviano per ordine della CIA, come ha affermato l’agente Félix Rodríguez, che fotografò il cadavere. In seguito è stato ciò confermato da documenti declassificati.
Cos’ha pensato vedendo Raul Castro e Obama che si stringevano la mano?
Che stava succedendo ciò che prima o poi doveva succedere.
Cosa penserebbe suo fratello della svolta nei rapporti tra Cuba e gli Usa?
Non riesco a rispondere al posto suo. Ricordo cosa rispose a una giornalista statunitense che negli anni ’60 gli chiese cos’avrebbe dovuto fare Washington nei confronti di Cuba. ‘Niente, né a favore, né contro. Soltanto lasciarci in pace’. Dopo 50 anni, è metaforico provare a dire cosa penserebbe oggi.
Secondo lei starebbe con Maduro o con l’opposizione?
Non potrebbe mai stare dalla parte di chi rappresenta le aziende venezuelane e le multinazionali. Sicuramente non starebbe con l’opposizione ma dalla parte del popolo venezuelano.

Juan Martin Guevara oggi

Ritiene che il suo pensiero sia ancora attuale?
Sì, perché nel mondo le disuguaglianze sono più grandi che in passato, c’è più corruzione, in tutti gli ambiti, non ultimo in quello ambientale. Fino a quando non ci sarà una svolta, e i popoli non saranno padroni del proprio lavoro, della propria vita e del proprio futuro, le crisi e le guerre si susseguiranno. Il mondo avrebbe bisogno di un altro uomo come mio fratello, che non baratti i suoi princìpi per il denaro e il potere.
RM

Yoani, prigioniera del regime cubano

(di Giovanni De Mauro)*

“Me negaron otra vez el permiso de salida”. Non la fanno uscire da Cuba. Era già successo a maggio, quando doveva andare a Madrid per ritirare un premio di giornalismo del quotidiano spagnolo El País. Yoani Sánchez non potrà venire a Ferrara per il nostro festival di Internazionale. Perché a Cuba se vuoi uscire devi chiedere il permesso. Naturalmente sapevamo che c’era questo rischio, ma fino all’ultimo Yoani ha sperato che davvero qualcosa stesse cambiando all’Avana. Negarle la possibilità di lasciare l’isola è soprattutto un segnale lanciato all’interno, alla nuova generazione di dissidenti: scrivete, scrivete pure i vostri blog, ma alla fine siamo sempre noi a decidere della vostra libertà di movimento. Una forma di coercizione insopportabile, che nessuno tra i tanti amici europei del regime di Castro sarebbe disposto – giustamente – a tollerare per se stesso. Ma in un modo o nell’altro Yoani a Ferrara ci sarà. Sì che ci sarà.

* (da Internazionale)

Onore alla blogger cubana

Nel suo popolarissimo blog “Generación Y”, la 32enne Yoani Sanchez racconta tutta l’insofferenza dei cubani nei confronti del regime. Sebbene sia filtrato dai server ufficiali del governo, lo spazio di dibattito senza censure creato da questa blogger dell’Avana ha raggiunto nel marzo scorso i quattro milioni di contatti ed è diventato il simbolo del cambiamento a Cuba, paese definito da Reporters Sans Frontieres “uno dei principali nemici di internet”. Ma se si escludono gli assalti degli hacker, nessuno ha finora cercato di intimidire Yoani, che spiega il suo successo con la scelta di non usare pseudonimi: il suo nome e la sua faccia sono infatti bene in vista nel suo blog. E all’inizio di aprile si è aggiudicata uno dei più prestigiosi riconoscimenti giornalistici spagnoli, il premio “Ortega y Gasset” per il giornalismo digitale. L’indirizzo del blog di Yoani Sanchez è http://www.desdecuba.com/generaciony