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C’era una volta l’Est

Intervista allo scrittore Clemens Meyer (Avvenire, 14.7.2017)

È un ritratto intenso, malinconico e disilluso dell’infanzia e dell’adolescenza ai tempi del Muro di Berlino quello che emerge dalle pagine di Eravamo dei grandissimi (Keller editore, traduzione di Roberta Gado e Riccardo Cravero), il pluripremiato romanzo d’esordio del giovane scrittore tedesco Clemens Meyer, uscito in Germania una decina d’anni fa e ormai diventato un classico della letteratura post-1989. Una storia in gran parte autobiografica che non si svolge nella grande capitale della Guerra fredda bensì in una grigia periferia di Lipsia – “nell’est della Germania est” -, che prende forma attraverso una scrittura essenziale e potente, capace di trasfigurare in emozioni i ricordi dello stesso Meyer, che quegli anni li visse in prima persona. Il Muro non è una presenza fisica ma uno spartiacque temporale nelle vite di un gruppo di ragazzi, le cui storie si intrecciano attraverso una narrazione priva di un preciso ordine cronologico. L’amicizia tra Daniel, Paul, Mark e Rico è l’unico legame che consente loro di andare avanti in una realtà urbana in balia di un passaggio storico epocale che loro stessi non comprendono, e che finirà col travolgerli. Continua la lettura di C’era una volta l’Est

La vite triste di Svetlana, figlia di Stalin

indexForse neanche Freud, Jung e gli altri illustri teorici del Complesso di Edipo potrebbero spiegare in modo compiuto cosa significa essere figli di Stalin e rincorrere inutilmente un’esistenza normale, anche mezzo secolo dopo la morte di quel padre che si è cercato in tutti i modi di “uccidere”. Rosemary Sullivan, autrice di una nuova, monumentale biografia di Svetlana Alliluyeva Stalina (Stalin’s Daughter. The Extraordinary and Tumultuous Life of Svetlana Alliluyeva, Harper Collins) prova a farcelo comprendere al termine del suo libro, usando le parole della stessa protagonista: “nascere con un padre come Stalin significa essere già morti. La tua vita è già finita. Non puoi vivere in alcun modo se non facendo sempre riferimento al suo nome”. Morta recentemente all’età di 85 anni, nel 1967 Svetlana si era trasferita negli Stati Uniti dov’era diventata la più famosa dissidente sovietica e aveva provato a ricostruirsi una vita col nome di Lana Peters. Ma non era bastato per lasciarsi alle spalle gli orrori del padre e sfuggire al destino che l’aveva resa prigioniera dalla nascita.
Al Cremlino aveva avuto un’infanzia degna di una principessa: servita e riverita da tutori e governanti, circondata dall’amore dei parenti, unica e adorata figlia femmina del sovrano assoluto di un grande paese che la coccolava scrivendole lettere tenerissime e riempiendola di baci che odoravano di tabacco. Il suo magico mondo di bambina cominciò però a incrinarsi quando aveva appena sei anni: le dissero che sua madre era morta di peritonite e la portarono davanti alla sua bara aperta, affinché potesse darle l’ultimo bacio. Nadezhda Alliluyeva, seconda moglie del dittatore, si era in realtà tolta la vita sparandosi un colpo di pistola al cuore. Mentre i parenti e le persone che vedeva intorno a lei sparivano nel nulla, la piccola Svetlana cresceva ignara dell’esistenza dei Gulag, delle esecuzioni e delle feroci purghe decise dal padre contro chi ostacolava il suo cammino o era soltanto sospettato di farlo. Solo a diciassette anni venne a sapere che sua madre si era suicidata e che il suo primo amore, il regista ebreo Aleksei Kapler, era stato internato in un campo di lavoro siberiano per tenerlo lontano da lei.
Alla morte di Stalin nel 1953, ormai adulta, Svetlana affermò di essere distrutta dal dolore per la perdita del padre, nei cui confronti provava persino dei sensi di colpa. Da quel momento in poi, la sua vita sarebbe ruotata per sempre intorno al tragico paradosso che la costringeva a cercare di conciliare la figura del padre che l’aveva amata con quella del satrapo responsabile della morte di milioni di persone. Quando apprese la mostruosità dei crimini che aveva commesso senza provare alcun senso di colpa, quando capì che aveva sacrificato la propria umanità per perseguire il potere assoluto a qualsiasi costo, cercò in tutti i modi di prendere le distanze da lui. Ma non ci riuscì. Nel 1967, ancora profondamente odiata da chi aveva sofferto a causa sua e considerata invece una traditrice dai suoi sostenitori, Svetlana scappò negli Stati Uniti creando uno scandalo internazionale. Abbandonò i suoi figli, di 21 e 16 anni, scrivendo loro che “non è possibile essere sempre schiavi”. Ma neanche in Occidente trovò la pace interiore che cercava. Tra matrimoni fugaci e amicizie fasulle, sfruttata da tutti per il suo nome, alla disperata ricerca di un equilibrio emotivo, Svetlana tornò per un breve periodo in Russia, ai tempi di Gorbaciov, giusto in tempo per essere ripudiata per sempre dai suoi figli. Per il resto della sua vita avrebbe vissuto come una fuggitiva, scappando da un luogo all’altro, tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, cercando inutilmente di liberarsi dallo spettro e dalla tremenda eredità di suo padre. “Ovunque io vada – spiegò –, fosse anche in Australia o in qualche isola sperduta, rimarrò sempre prigioniera politica del suo nome”. Per realizzare le oltre settecento pagine di questa biografia – peraltro corredata da uno straordinario apparato iconografico – Rosemary Sullivan ha raccolto materiale inedito negli archivi del regime sovietico, del Kgb e della Cia, e si avvalsa anche della collaborazione della figlia della Alliluyeva, la nipote di Stalin.
RM

A Firenze la memoria dei deportati italiani

Avvenire, 2.2.2016

Sarà necessario attendere circa altri tre anni prima che il Memoriale italiano di Auschwitz possa tornare a essere finalmente visitabile dal pubblico, stavolta in Italia, nella sua nuova collocazione fiorentina. L’opera d’arte che ricorda gli italiani uccisi nei campi di concentramento nazisti e rappresenta un monito contro tutte le dittature è arrivata in questi giorni nel centro espositivo Ex 3 di Firenze dopo essere stata sfrattata dalla sua sede storica all’interno del Blocco 21 del campo di sterminio polacco, perché giudicata ormai inadatta dalla direzione del Museo di Auschwitz. Nelle prossime settimane si insedierà un comitato scientifico cui prenderà parte anche l’Aned, l’Associazione Nazionale Ex Deportati dai campi nazisti – proprietaria dell’opera – che dovrà stabilire nel dettaglio il progetto futuro per l’allestimento del Memoriale e dell’intera struttura. I tempi di realizzazione si annunciano però lunghi, poiché servirà almeno un anno soltanto per completare i lavori di restauro dell’opera (da tempo in stato d’abbandono) e si dovrà poi procedere all’adeguamento degli spazi del centro espositivo, per una spesa complessiva quantificata intorno ai tre milioni di euro, interamente a carico delle istituzioni locali. “Abbiamo fatto di tutto per mantenere l’opera ad Auschwitz”, ha detto il presidente dell’Aned Dario Venegoni, durante la piccola cerimonia che ha suggellato il trasferimento. “Non essendo stato possibile, abbiamo accolto con favore l’ospitalità di Firenze e della Toscana, che hanno consentito all’opera di non andare perduta per sempre”.
memoriale_auschwitz_bigRealizzato alla fine degli anni ’70 grazie alle sottoscrizioni dei parenti dei deportati e alla collaborazione di alcuni dei più importanti intellettuali italiani del XX secolo, il “Memoriale italiano ad Auschwitz” fu aperto nel 1980 al primo piano del Blocco 21 di Auschwitz. Il progetto architettonico era stato ideato da un’ex deportato, Ludovico Belgiojoso, e aveva l’obiettivo di ricreare l’atmosfera da incubo vissuta nei campi attraverso uno spazio ossessivo, un grande tunnel a forma di spirale al cui interno il visitatore camminava lungo una passerella in legno ascoltando una voce narrante che leggeva un testo di Primo Levi sulle note di “Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz” di Luigi Nono. Le pareti erano state rivestite con le tele decorate dal pittore Mario Samonà che riproducevano il nero del fascismo, il rosso del socialismo, il bianco del movimento cattolico e il giallo del mondo ebraico. Il tutto con la regia di Nelo Risi. Rimasta visitabile ad Auschwitz fino al 2011, negli ultimi anni l’opera è stata sottoposta a un processo di revisione che ha interessato tutti i memoriali dei singoli paesi. Per le istituzioni polacche era diventato inopportuno ricordare in quella sede lo sterminio dei prigionieri politici comunisti, degli omosessuali, dei rom e dei disabili. La direzione del museo aveva quindi imposto all’Aned di smontare ‘la spirale’ e di realizzare al suo posto un nuovo memoriale illustrativo che sostituisse l’opera di Belgiojoso, definita ormai “fine a sé stessa e priva di valore educativo”. Ma l’Aned non si è rassegnata all’idea di distruggere un patrimonio culturale che appartiene a tutta la nazione e, anche grazie alla mobilitazione del mondo artistico e accademico, ha fatto pressione sui governi italiani che si sono succeduti negli anni affinché fosse individuata una nuova collocazione per l’opera. Dopo anni di polemiche, recepita la disponibilità della Regione Toscana e del Comune di Firenze, il Ministero dei Beni culturali ha autorizzato i tecnici dell’Istituto centrale del Restauro e dell’Opificio delle Pietre Dure di smontare l’opera per trasferirla in un’area semiperiferica di Firenze, all’interno dello spazio Ex3, un luogo che le istituzioni toscane intendono adesso trasformare in un percorso museale all’avanguardia dedicato alla memoria. Tenendo sempre presenti le parole di Primo Levi, secondo il quale, “se Auschwitz sarà svuotato di un contenuto politico non riuscirà a spiegare niente alle nuove generazioni e diventerà un luogo tragicamente inutile”.
RM

La memoria lunga di Boris Pahor

da “Avvenire” di oggi

DSC_9024_1_48998192_300Ormai giunto sulla soglia dei 103 anni, Boris Pahor ha ancora la forza per scrivere, per tenere conferenze, per incontrare i giovani. E la voglia d’indignarsi. Sloveno di cittadinanza italiana, nato a Trieste quando la città faceva ancora parte dell’Impero asburgico, Pahor ha vissuto in prima persona i più grandi orrori del passato recente: la repressione fascista della Venezia Giulia, i due conflitti mondiali, l’esperienza nei campi di concentramento nazisti, infine il duro ostracismo comunista subito ai tempi di Tito. È autore di decine di opere tradotte in ogni parte del mondo, tutte di contenuto sociale, molte delle quali legate a esperienze di vita vissuta, ed è stato più volte candidato al Nobel. Come scrittore ha ottenuto un successo tardivo in parte ripagato da una straordinaria longevità, che l’ha reso ormai l’ultima memoria letteraria del Secolo breve. Anche per questo sente il dovere morale di denunciare la deriva etica dei nostri tempi, mettendo in guardia soprattutto le giovani generazioni. È quanto ha fatto, in modo esemplare, con Quello che ho da dirvi, un libro edito dalla casa editrice Nuova Dimensione che raccoglie i dialoghi di questo grande testimone della Storia con sei studenti diciottenni. In Slovenia, dove ha trascorso il passaggio al nuovo anno, ci ha concesso un’intervista nella quale non nasconde il suo stupore e il suo rammarico per una gioventù “che conferma di essere sempre più ignara della barbarie del XX secolo e delle tragiche rimozioni della storia che hanno condizionato la questione del confine orientale, e non solo”. Ma non è soltanto questo il motivo per cui esprime profonda preoccupazione per il futuro. “Di questo passo, andremo definitivamente verso la rovina”, ammonisce. “Mi riferisco ai bombardamenti decisi dai governi francese, inglese e statunitense per reprimere il fondamentalismo islamico. Purtroppo l’11 settembre non ci ha insegnato niente. Le parole di Noam Chomsky, che nel 2001 fu uno dei primi a denunciare la necessità per l’Occidente di fare un serio esame di coscienza, sono rimaste inascoltate e nessuno si preoccupa di comprendere le cause di quanto sta accadendo”. “Cercando di distruggere il terrorismo in questo modo non faremo altro che radicalizzare i terroristi sempre di più”. Per rispondere alla minaccia del sedicente stato islamico, sostiene, “dovremo fare qualcosa di simile a quanto è stato fatto con il clima. Vorrei vedere tutti i governanti della Terra riuniti in una specie di congresso mondiale, per fare in modo che nel XXI secolo non esistano più le enormi disuguaglianze che purtroppo vediamo ancora oggi. Non è concepibile che una larga parte dell’umanità continui a soffrire la fame, la povertà, le malattie”.
Tra i giovani Pahor vuole gettare semi per un futuro migliore, lasciando dietro di sé un messaggio che vada oltre i suoi libri. È questo il senso profondo della lunga conversazione che ha intrapreso con questi ragazzi sull’identità e la lingua, la storia e la cultura. Ma anche su Dio e sulla fede. Temi sui quali, richiamando Spinoza e Einstein, afferma di avere un’anima panteista, di essere cioè religioso ma non credente e di essere diventato ateo durante gli anni del lager, come rivelò qualche anno fa. “Di fronte all’infinitezza dell’universo mi inchino e capisco di non essere nessuno, di non contare niente. E sull’idea della divinità, penso che l’uomo sia stato creato libero e come essere libero sia responsabile di quello che fa”. Eppure, gli anni cruciali della sua giovinezza, quelli in cui i fascisti cercarono di annientare l’identità culturale degli sloveni triestini – un tema che ricorre in quasi tutte le sue opere – videro persino una lunga esperienza in seminario e studi di teologia portati avanti fino all’età di 25 anni. “Ma non ho mai voluto diventare sacerdote”, precisa. Di lì a poco, Pahor fu deportato dai nazisti per aver collaborato con la resistenza antifascista slovena. La distruzione dell’identità del suo popolo avrebbe avuto su di lui un effetto indiretto anche in seguito, quando non riuscì in alcun modo a trovare un editore italiano disposto a pubblicare il suo capolavoro, Necropoli. “Lo mandai all’Espresso, all’attenzione di Primo Levi, ma anni dopo venni a sapere che non gli fu mai sottoposto, semplicemente perché un autore tradotto dallo sloveno all’italiano non poteva avere un editore”. L’opera, un doloroso viaggio nella memoria dei suoi giorni nel lager di Natzweiler-Struthof, uscì per la prima volta in Slovenia nel 1967 ma dovette aspettare oltre quarant’anni dalla sua prima stesura per essere scoperta da un editore italiano (Fazi). Nel frattempo, a partire dagli anni ’70, Pahor era stato bandito anche dalla Jugoslavia socialista per le sue critiche nei confronti del regime di Tito. Proprio in Necropoli, scrisse che dopo tutto il male che aveva attraversato il XX secolo non sarebbero bastati cento, forse duecento anni per ristabilire una vita normale. “Oggi servirerebbe un governatore mondiale – ci dice – qualcuno che possa gestire tutta la Terra, una sorta di padre che cerchi di stabilire una democrazia senza il dominio di nessuno. Era anche un’idea di Dante: l’imperatore come guida per tutti e il papa per il dominio spirituale”. In questo senso, Pahor sostiene d’aver apprezzato moltissimo l’anatema di papa Francesco contro tutte le guerre e il suo recente viaggio apostolico in Africa: “la mia speranza è che Bergoglio riesca ad agire concretamente per promuovere la giustizia sociale e la riduzione delle disuguaglianze”.
RM

Quando gli ex SS erano alleati della CIA

Da “Avvenire” di oggi

Se venisse raccontata al cinema, questa storia potrebbe cominciare nel salotto di un elegante appartamento del centro di Zurigo, nel marzo del 1945. Seduti davanti al camino come vecchi amici, con un bicchiere di whisky in mano, ci sono Allen Dulles, ambiziosa spia statunitense di stanza in Europa, e Karl Wolff, ex braccio destro del capo delle SS Heinrich Himmler. L’America è ancora in guerra contro Hitler, e gli ultimi colpi della battaglia di Berlino saranno sparati soltanto due mesi più tardi ma i due uomini – l’uno, futuro direttore della CIA, l’altro, generale delle famigerate Waffen-SS – hanno interessi comuni di cui parlare. Il generale Wolff ha capito che la guerra è perduta, e vuole proteggersi dalle accuse che di lì a poco gli pioveranno addosso. Dulles vuole invece convincere Wolff a diventare suo alleato in chiave anti-sovietica. Poco importa che Wolff sia un uomo vicinissimo a Hitler, un nazista convinto definito il “burocrate della morte” per la gelida precisione con la quale ha contribuito a organizzare i vagoni merci diretti ai campi di sterminio, abbia assistito agli esperimenti medici eseguiti sui prigionieri di Dachau e guidato le truppe delle SS responsabili dell’uccisione di migliaia di donne e bambini in Italia. È uno dei massimi esponenti del regime nazista rimasti in vita dopo la guerra ma grazie all’appoggio di Dulles il suo nome sarà cancellato dal gruppo dei principali criminali di guerra che a breve finiranno davanti ai giudici del processo di Norimberga. Condannato soltanto per reati minori, Wolff tornerà in libertà nel 1949 e con l’aiuto dei servizi segreti statunitensi continuerà a vivere in un paesino della Baviera. Uomini come lui erano considerati un’imprescindibile fonte di informazioni contro la Russia di Stalin, e dunque andavano protetti. Nel 1962 finì sotto processo per aver preso parte alla deportazione degli ebrei italiani ad Auschwitz, venne condannato a quindici anni fu ma ne scontò appena sei. Massimo rappresentante delle SS in Italia durante la Seconda guerra mondiale, il generale Karl Friedrich Wolff rivelò nel 1974 di essere stato incaricato da Hitler in persona di eseguire l’Operazione Rabat, che dopo la caduta di Mussolini prevedeva il rapimento di papa Pio XII. Le truppe delle SS al suo comando avrebbero dovuto occupare il Vaticano e deportare papa Pacelli in Germania. Ma Wolff, d’accordo con l’Ambasciatore tedesco presso la Santa Sede Ernst von Weizsacker, avrebbe disobbedito agli ordini del fuhrer informando di persona Pio XII in un colloquio avvenuto il 10 maggio 1944. Gli storici dibattono tuttora sulla veridicità delle rivelazioni di Wolff.
Altrettanto emblematica è la storia di un altro ufficiale SS di spicco: Otto von Boschwing. Tra i primi teorizzatori della “Soluzione finale”, durante la guerra von Boschwing lavorò a stretto contatto con Adolf Eichmann impegnandosi per mettere in pratica i piani di sterminio degli ebrei. Anch’egli fu assoldato dalla CIA come informatore per stanare i comunisti, nuovi nemici d’America, e per oltre vent’anni visse indisturbato a New York con la sua famiglia. I casi di Wolff e von Bolschwing sono soltanto la punta dell’iceberg dell’imbarazzante vicenda raccontata dal giornalista premio Pulitzer Erich Lichtblau in un libro appena uscito anche in edizione italiana (I nazisti della porta accanto. Come l’America divenne un porto sicuro per gli uomini di Hitler, Bollati Boringhieri, traduzione di Susanna Bourlot).
index “L’Occidente – scrisse nel 1953 un alto funzionario della CIA citato nel libro – sta combattendo una battaglia disperata contro i sovietici e noi sceglieremo chiunque ci aiuterà a sconfiggerli. Chiunque, non importa se ha un passato da nazista”. Secondo quanto rivelato da Lichtblau, nel corso degli anni Cinquanta sia l’FBI di J. Edgar Hoover che la CIA di Allen Dulles misero in atto piani di reclutamento senza scrupoli, assoldando gli ex nazisti in funzione anti-sovietica, garantendo loro libero accesso negli Stati Uniti oltre a una protezione totale, che arrivò persino ad ostacolare le indagini che negli anni vennero aperte nei loro confronti. Il libro, basato su anni di ricerche su materiale d’archivio finora inedito e corredato da una mole imponente di dati, aggiunge numeri e prove inquietanti su una vicenda in parte nota, ma della quale finora si ignoravano i particolari, oltre al coinvolgimento diretto di molti elementi di primissimo piano del Terzo Reich. Sulla base dei documenti citati dal giornalista del New York Times, “le spie naziste d’America” furono almeno un migliaio e nella gran parte dei casi non si trattava di semplici simpatizzanti del regime di Hitler bensì di alti ufficiali delle SS, alcuni dei quali veri e propri criminali di guerra, il cui passato fu coperto al punto da consentire loro di ricostruirsi una vita come rispettabili cittadini americani. Al danno, racconta inoltre Lichtblau, si sarebbe poi aggiunta anche la beffa, poiché il lavoro svolto dagli ex nazisti per la CIA e l’FBI fu nella maggior parte dei casi anche inutile. Le informazioni che rifilarono al governo statunitense si rivelarono infatti del tutto errate, se non addirittura false.
RM

Ucraina, il genocidio nascosto

Da “Avvenire” di oggi

La collettivizzazione forzata delle campagne voluta da Stalin all’inizio degli anni ’30 fu la pagina più nera del comunismo sovietico: causò milioni di morti ed è ancora oggi alla radice del risentimento degli ucraini nei confronti di Mosca. Un’immane tragedia della quale l’opinione pubblica internazionale, anche in Occidente, fu tenuta all’oscuro fino a non molto tempo fa, anche grazie alla colpevole complicità di intellettuali come lo storico Edward Carr, l’economista John Kenneth Galbraith, la scrittrice Simone De Beauvoir, il giornalista premio Pulitzer William Duranty. Persino il premio Nobel russo Alexander Solzhenitsyn, grande accusatore degli orrori del regime staliniano, negò che gli ucraini fossero stati vittime di un genocidio fino a definire le loro rivendicazioni un atto di revisionismo storico. Il tragico capitolo della fame e della carestia (Holodomor) che portò allo sterminio della popolazione contadina in Ucraina è stato quasi ignorato dagli storici fino al 1986, quando l’inglese Robert Conquest riuscì finalmente a dare alle stampe il suo epocale Harvest of Sorrow (Raccolto di dolore). Morto il 3 agosto scorso all’età di 98 anni, Conquest è stato il primo storico occidentale a svelare nel dettaglio il dramma della carestia orchestrata da Stalin – che causò la morte di milioni di contadini ucraini – e a definirla un atto di genocidio. holodomor_v1Ma la strenua opposizione della Russia ha finora impedito alle Nazioni Unite di riconoscerlo ufficialmente come tale, mentre gli storici continuano a dividersi sulle cause scatenanti di quella carestia. Un contributo fondamentale al dibattito storiografico arriva adesso dal lavoro di uno storico italiano, Ettore Cinnella, considerato uno dei massimi esperti di storia russa in Italia, che ha recentemente dato alle stampe il libro Ucraina: il genocidio dimenticato 1932-1933 (Della Porta editori). Approfondendo la documentazione emersa dopo il crollo dell’Urss nell’Archivio centrale di Mosca, Cinnella è stato in grado di ricostruire quei drammatici avvenimenti e di far emergere la verità sul più terribile dei crimini di Stalin.
Professor Cinnella, perché la tragedia che si consumò in Ucraina oltre ottant’anni fa può essere definita genocidio?
C’è ormai un consenso abbastanza vasto sul fatto che fu un genocidio sociale, cioè un tentativo di sterminare buona parte del mondo contadino sovietico, quindi anche i russi. Ma io ritengo che ci fu anche un altro tipo di genocidio, ovvero il tentativo di distruggere il carattere nazionale del popolo ucraino. Si vollero punire i contadini, dar loro una lezione memorabile per costringerli a riconoscere la collettivizzazione delle terre che li rendeva di fatto servi della gleba. Quando questi si ribellarono, si tentò anche di violentarli dal punto di vista della loro identità, attraverso un attacco deliberato alla loro chiesa e alla loro religione. Mi sono soffermato molto sull’aspetto delle persecuzioni antireligiose, della sconsacrazione e della distruzione delle chiese, la lotta allo scampanio che rappresentava l’identità dei villaggi. Il mondo contadino ucraino fu il bersaglio principale, ma non l’unico: fu attaccata anche l’intellighenzia del paese col chiaro intento di cancellare la sua memoria storica, soprattutto i maestri di scuola e la chiesa autocefala che era allora indipendente da Mosca. Furono poi colpiti anche i comunisti ucraini che sognavano una via ucraina al socialismo cercando uno sviluppo autonomo da Mosca. Mettendo insieme tutti questi tasselli, considerando che ci fu la volontà deliberata di ridimensionare e reprimere questo popolo, ritengo che sia lecito parlare di genocidio.
Perché la tragedia ucraina è stata a lungo oggetto di una vera e propria congiura del silenzio?
Perché fu un crimine gigantesco e inaudito, che bisognava nascondere a tutti i costi. Stalin e lo stato sovietico fecero di tutto – riuscendoci – per silenziare tutto. Cosa si sarebbe detto se si fosse saputo che Mosca faceva morire di fame deliberatamente milioni e milioni di contadini? Il quadro generale e anche alcuni dettagli erano abbastanza noti ma per ragioni diplomatiche si preferì tacere per mantenere buoni rapporti con l’Urss o per altri motivi.
Tutta l’opinione pubblica internazionale di sinistra che era infatuata dell’Urss scelse di tacere e dopo la guerra fu anche peggio, perché Stalin era uno dei grandi vincitori del secondo conflitto mondiale. Il silenzio durò a lungo, fino a Gorbaciov, perché anche Kruscev tra i crimini di Stalin si limitò a denunciare le purghe all’interno del partito comunista. Se si fosse saputo che i contadini sovietici erano stati lasciati morire di fame, il mito dell’Urss sarebbe crollato miseramente.
Ancora oggi i russi faticano a riconoscere appieno quello che accadde. Perché addirittura un personaggio come Solzhenitsyn negò le rivendicazioni degli ucraini?
È una conseguenza della grande forza dell’imperialismo culturale russo, non solo quello geopolitico, ma anche quello della tradizione e delle leggende russe. Non a caso si continua a credere che Kiev sia la culla della civiltà russa mentre invece fu la culla della civiltà degli slavi orientali. La storia della Russia è tutta avvolta nella leggenda. L’idea che la civiltà sia trasmigrata da Kiev a Mosca, che si è poi ripresa Kiev, è priva di fondamento. Da sempre in Russia si costruiscono leggende per giustificare un certo atteggiamento a fini di dominio. L’imperialismo culturale russo ha avuto tanti seguaci, e Solzhenitsyn era uno di quelli.
Qual è oggi la percezione del popolo ucraino nei confronti dell’Holodomor?
È un tragico simbolo dell’identità nazionale. È stato un processo faticoso e complesso che è poi sfociato in modo grandioso alla fine dello stato sovietico con la scoperta di questa terribile tragedia.
Il rancore degli ucraini nei confronti di Mosca è sopravvissuto anche alla fine del comunismo?
Sì, il risentimento nei confronti di Mosca non è mai svanito. Esiste una mole imponente di storie, memorie e ricordi di villaggi scomparsi che spiega bene perché gli ucraini non possono più stare con i russi. Potrebbero riconciliarsi solo se i russi ammettessero di avere sbagliato e di essere stati anche loro vittime di un’immane tragedia e di un regime mostruoso, e cercassero quindi il modo di andare avanti insieme. Ma un’unico stato non è più concepibile perché sono due mondi e due realtà diverse, che potranno collaborare soltanto se entrambi lo vorranno.
RM

RM

Svetlana Aleksievic, la memoria morale dell’homo sovieticus

Da “Avvenire” di oggi

Migliaia di voci che rappresentano il ritratto di un’epoca, di una società tentacolare, di una cultura stratificata e complessa come quella dell’ex Unione Sovietica. Una straordinaria ricostruzione dei sentimenti, dei vissuti, delle riflessioni e dei sogni traditi di un intero popolo. Un progetto grandioso che non ha precedenti nella storia della letteratura e che è già valso a Svetlana Aleksievič la candidatura al premio Nobel: ricostruire il corso della storia sovietica e post-sovietica documentando la vicenda dell’homo sovieticus in forma letteraria. Un obiettivo che la scrittrice bielorussa – da molti considerata la memoria morale dell’ex Unione Sovietica – intende realizzare attraverso un ciclo di sette libri, quattro dei quali già usciti e tradotti in decine di lingue in tutto il mondo. Nata nel 1948 da padre bielorusso e madre ucraina, nella sua lunga carriera Aleksievič è passata dal giornalismo investigativo ai reportage, dai racconti brevi ai romanzi, fino a sviluppare un genere letterario originale, definito “romanzo di voci” perché basato sulla raccolta di centinaia di testimonianze. фото Кабаковой М.Come vivevano quelle persone? In cosa credevano? Come sono morte e perché hanno, invece, ucciso? E fino a che punto hanno cercato la felicità, senza riuscire a raggiungerla? “Il mio metodo d’indagine”, spiega Aleksievič, “non consiste nel porre domande sul socialismo ma sull’amore, la gelosia, l’infanzia, la vecchiaia. Sulle migliaia di dettagli di una vita che è andata perduta. È l’unico modo per inserire la catastrofe in un quadro familiare, perché la storia s’interessa ai fatti ma non alle emozioni. Io guardo il mondo con gli occhi di un letterato, non con quelli di uno storico”. Col suo lavoro è riuscita infatti a tracciare l’anatomia dell’anima di centinaia di esseri umani che negli anni si sono confessati di fronte al suo registratore in dialoghi svolti spesso nelle cucine, un luogo paradigmatico della cultura popolare russa. Un flusso ininterrotto di piccole storie che, raccolte insieme magistralmente, riescono a narrare la grande Storia. I suoi libri raccontano gli orrori del comunismo, i gulag di Stalin, le guerre, l’ecatombe di Chernobyl, ma anche l’enorme solitudine di un popolo che vent’anni dopo la caduta del regime ancora non è riuscito a dare una traiettoria alla propria vita e al proprio futuro.
E se l’Accademia di Stoccolma non l’ha ancora incoronata, l’associazione dei librai e degli editori tedeschi ha deciso quest’anno di conferirle il premio speciale per la pace che viene consegnato annualmente alla Fiera di Francoforte, “per essere riuscita a delineare in modo coerente ed efficace le esperienze di vita dei russi, degli ucraini e dei suoi compatrioti bielorussi raccontando le loro passioni e le loro sofferenze in modo umile e generoso”. Aleksievič ha infatti una capacità straordinaria di osservare la vita attraverso le sfumature e per scrivere un libro impiega anni di lavoro, intervistando dalle trecento alle cinquecento persone. “Non mi interessa un fatto in quanto tale – spiega – ma il modo in cui questo influisce sugli esseri umani, la loro reazione, il loro comportamento”. Continua la lettura di Svetlana Aleksievic, la memoria morale dell’homo sovieticus

Antifascisti sepolti nel Gulag

L’indifferenza di Togliatti per gli esuli arrestati in Urss nel nuovo saggio di Arrigo Petacco, “A Mosca, sola andata” (Mondadori)

gulag«Non rivedrò più te, né mio figlio, né fratelli, né compagni. E io che sognavo una morte gloriosa all’ombra di quella bandiera per cui ho dato e sono pronto a dare la vita! Mi trovo nella regione più infame che ci sia: 40 gradi di freddo e manca tutto. Guai se mi mettessi a raccontare quello che mi capita… Ti pare giusto arrestare altri dieci italiani solo perché erano miei amici, e tre operai russi che della mia questione non sanno nulla?». È straziante rileggere ? nel nuovo saggio di Arrigo Petacco A Mosca, solo andata, che la Mondadori manda oggi in libreria ? la lettera scritta dal Gulag alla moglie Angelina da Luigi Calligaris, un uomo che Leo Valiani ? confinato con lui a Ponza ? definì «una delle figure più eroiche della lotta antifascista», arrestato e deportato all’inizio delle purghe staliniane. «Angiolina mia, ti supplico, anche se non dovessi più scrivere, fin che hai un attimo di respiro insisti di voler sapere dove sono finito. Scrivi alla Croce Rossa, a Parigi, va a Roma dall’ambasciatore russo e insisti per sapere cosa hanno fatto di me. Se ti diranno che mi sono ammazzato, che sono finito sotto un’automobile, non credere e non credere neppure se ti mostrassero le firme dei testimoni. Questo (…) è il grido disperato di un comunista che, dopo avere visto la morte sui campi di battaglia della guerra imperialista e della lotta politica, non vuole fare una morte ingloriosa per mano dei propri fratelli». Continua la lettura di Antifascisti sepolti nel Gulag

Gareth Jones, la voce del genocidio ucraino

Da “Avvenire” di oggi

“Non abbiamo più pane, né patate. Il bestiame è morto, e anche i cavalli. Le tasse che ci costringono a pagare non ci consentono più di sopravvivere. Ci stanno uccidendo”. Nel 1932 il giovane giornalista gallese Gareth Jones cominciò a raccogliere le grida di disperazione dei contadini ucraini ridotti alla fame dalle politiche di collettivizzazione e “dekulakilazzazione” lanciate da Stalin. I suoi resoconti apparvero fin da subito diversi da quelli dei suoi colleghi occidentali: non solo egli fu capace di documentare le dimensioni della paurosa carestia di quegli anni, ma riuscì per primo a individuarne le cause nelle politiche criminali del regime di Mosca, che invece di aiutare una popolazione allo stremo continuò a esportare enormi quantitativi di grano in Occidente. La tragedia che devastò l’Ucraina dal 1929 al 1933 causando milioni di morti è adesso nota col nome di “Holodomor” (Olocausto ucraino) e in anni recenti è stata dichiarata “crimine contro l’umanità” dal Parlamento europeo, mentre la strenua opposizione della Russia ha finora impedito alle Nazioni Unite di riconoscerlo ufficialmente come “genocidio”. Ancora oggi gli storici continuano a dividersi sulle cause scatenanti di quella carestia: fu la conseguenza diretta dei piani quinquennali di Stalin che ridussero alla fame i contadini o venne addirittura creata ad arte da Mosca per spazzare via il nazionalismo ucraino? Quale che sia la risposta a un dibattito che può apparire capzioso, resta il fatto che, secondo le stime più ottimistiche, a morire furono almeno quattro milioni di ucraini, senza considerare altre centinaia di migliaia di morti nel Caucaso e nelle regioni del Volga. Il coraggioso lavoro di ricerca sul campo svolto da Gareth Jones ha consentito al mondo di aprire gli occhi su una delle pagine più buie della storia d’Europa, ed è singolare che soltanto a 80 anni di distanza da quei fatti la sua figura continui a essere poco nota fuori dall’Ucraina, dov’è considerato un eroe nazionale. La sua vita avventurosa è stata ricostruita nel dettaglio dallo statunitense Ray Gamache, docente di giornalismo al King’s College della Pennsylvania, nel libro Gareth Jones: Evewitness to the Holodomor (Welsh Academic Press). Consulente dell’ex premier britannico David Lloyd George, Jones visitò l’Ucraina in lungo e in largo per documentare le terribili condizioni di vita dei contadini. Le sue corrispondenze da quello che un tempo era definito “il granaio d’Europa”, pubblicate dai quotidiani inglesi e statunitensi, furono le prime a denunciare il genocidio e si trasformarono in un potente atto d’accusa contro Stalin. L’area era all’epoca pressoché interdetta agli osservatori internazionali e la stampa occidentale seguiva i fatti da Mosca, spesso sposando il punto di vista del regime sovietico. È eloquente il caso di Walter Duranty, capo dell’ufficio di corrispondenza di Mosca del New York Times e vincitore del premio Pulitzer, noto per i toni apologetici con i quali descriveva le politiche economiche di Stalin. In più occasioni Duranty attaccò Jones accusandolo di fare allarmismo e contribuì a screditarlo. Espulso dall’Unione Sovietica, denigrato e definito un bugiardo dai suoi influenti colleghi, il giovane giornalista gallese decise di andarsene in Mongolia per osservare da vicino l’evoluzione dell’impero giapponese. Fu lì, nell’agosto del 1935, che un gruppo di banditi lo catturò e lo uccise in circostanze misteriose. Lloyd George, ricordandolo pubblicamente, affermò che Jones “sapeva troppo”: secondo molti la sua morte fu una vendetta dell’NKVD, la polizia segreta di Mosca.
RM

Liu Xiaobo: elegie per Tien An Men

Da “Avvenire” di ieri

Quella sedia rimasta vuota alla cerimonia di consegna del Nobel per la pace del 2010 continua a rappresentare un simbolo eloquente della repressione del dissenso in Cina. Da allora sono trascorsi tre anni e Liu Xiaobo, il poeta e intellettuale cinese che fu insignito del prestigioso riconoscimento dell’Accademia di Svezia, continua a essere detenuto dal regime di Pechino in un luogo segreto. Le sue opere di denuncia e la sua adesione al manifesto di intellettuali denominato Charta 08 – che reclama riforme ispirandosi alla famosa Charta 77 redatta negli anni ’70 dai dissidenti cecoslovacchi – gli sono valse una condanna a undici anni di carcere per “incitamento alla sovversione del potere dello Stato”. Ma privandolo della libertà e impedendogli anche soltanto di inviare una dichiarazione pubblica alla cerimonia del Nobel, il regime ha trasformato Xiaobo in un’icona mondiale della battaglia nonviolenta per i diritti umani in Cina. Norway-Nobel PrizeLe sue liriche spaventano la dittatura perché veicolano un messaggio politico di resistenza ed esprimono il tentativo di risvegliare il popolo da un letargo della memoria indotto dal benessere economico degli ultimi anni. Soprattutto impediscono di tacitare le coscienze dei sopravvissuti del massacro del 4 giugno 1989 e di rimuovere, come vorrebbe il governo, la terrificante ferita aperta in piazza Tien An Men. Ogni primavera, nei vent’anni che hanno seguito la strage, Liu Xiaobo ha composto un poema in memoria delle vittime, restituendoci una testimonianza lucida e disperata, ritualizzata a ogni anniversario dell’eccidio di studenti e cittadini, e raccolta in un volume straordinario, Le Elegie del quattro giugno, finalmente tradotto anche in italiano e pubblicato dalla casa editrice Lantana. Ciascuna elegia è una riflessione potente e dolorosa sulle ragioni della morte e della sofferenza, espressa attraverso un rituale quasi macabro che racconta l’odore di polvere e di sangue, le madri alla ricerca di una tomba, i volti dei giovani carnefici. Versi che come un ago cercano di “ricucire l’oblio di un sogno reciso”, denunciando la “solenne menzogna” del potere e i milioni di cinesi che hanno rimosso quella terrificante strage di Stato in cambio del benessere materiale promesso dal governo di Pechino. “In quell’istante il mondo era un agnello indifeso / massacrato da un sole nudo / Persino Dio senza parole per lo sgomento / si limitava a piangere sospiri silenziosi / Seguì il sangue del mercimonio ripulito dal denaro / dei cadaveri scuoiati / che si univano alla marcia del dispotismo”. Continua la lettura di Liu Xiaobo: elegie per Tien An Men