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Anche il cinema smaschera le bufale leghiste

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(di Roberto Beretta)

Uno: Alberto da Giussano non è mai esistito. Due: il “giuramento di Pontida” probabilmente pure. Adesso che nelle sale d’Italia imperversa (pare comunque con successo inferiore alle aspettative) il kolossal di Renzo Martinelli Barbarossa, chi glielo dice alla Lega Nord che il film sul quale ha puntato per far risalire le sue radici sino al Medioevo è in realtà un polpettone che non rispetta affatto la storia? Eppure è così, praticamente tutti gli studiosi sono d’accordo; e davvero non si sa dove Federico Rossi di Marignano (consulente storico della pellicola) abbia – sono parole del regista – “trovato traccia del carroccio, oltre che naturalmente di un certo Alberto da Giuxano” . Beh, forse Martinelli doveva scegliersi meglio il supporto scientifico (il settantenne Rossi di Marignano, del quale in concomitanza col film è uscito anche un libro sullo stesso argomento, risulta laureato in economia, diplomato in pittura e licenziato in scienze religiose: tutto fuorché storia…), visto che è stato subito massacrato da parecchi studiosi con le carte accademiche in regola. Continua la lettura di Anche il cinema smaschera le bufale leghiste

Katyn e la coscienza sporca dei sovietici

katynUn’elaborazione del lutto lunga quasi 70 anni per la Polonia e per Andrzej Wajda. Nella primavera del 1940, quattromilacinquecento tra ufficiali e soldati dello sconfitto esercito di Varsavia venivano eliminati con un colpo alla nuca dagli scherani del Nkvd su inequivocabili direttive del Politburo. Seppelliti in fosse comuni nella foresta di Katyn, i cadaveri vennero riportati alla luce nel 1943 dai nazisti accendendo una feroce campagna propagandistica che cambierà bruscamente di segno quando i vincitori sovietici poseranno nuovamente il tallone di ferro sulla Polonia che già avevano invaso quando erano alleati di Berlino. Da allora sino all’ammissione di colpa da parte di Mosca nel 1990 la verità ufficiale, sponsorizzata anche attraverso la solerte accondiscendenza dei partiti comunisti occidentali, fu che l’ordine della strage era stato firmato non da Giuseppe Stalin ma da Adolf Hitler. Una menzogna a miccia lunga, ma pur sempre una menzogna. Uno dei massacri di un secolo di scatenati mostri al lavoro come il Novecento è diventato un film, “Katyn”, da oggi anche nelle sale italiane, che il suo autore, Andrzej Wajda, ha dedicato alla memoria del padre, uno dei trucidati fra quegli alberi maledetti. Un’opera solenne, ieratica, toccante e austera che mette in scena la disperazione, lo spaesamento e il cocciuto coraggio di madri, mogli e figli. Con gli occhi delle donne, Wajda allestisce un’evocazione che non risparmia nulla, compresa l’emarginazione postbellica per gli orfani degli assassinati, ma che non coniuga l’odio bensì il culto della memoria e dell’identità per un olocausto il cui vergognoso opificio ha continuato a macinare vittime e disinformazione. Con uno stile secco e impietoso, uno dei grandi vecchi del cinema europeo, dopo aver condotto il melodramma privato e storico davanti alle pagine del diario di un condannato, incide sullo schermo la magistrale e terribile sequenza delle esecuzioni, prima in una squallida cella poi nel bosco: sangue lavato a secchiate e calpestato da stivaloni, morti trascinati su uno scivolo e ammassati su camion, ancora preghiere, ancora urla soffocate, una corda che stringe il collo e i polsi, il proiettile in testa, la caduta tra i corpi che saranno coperti dalla terra smossa dalla ruspa preceduta dall’aguzzino del colpo di grazia inferto con la baionetta, mentre tra le zolle spunta una mano che stringe un rosario. Questo l’epilogo di una ricostruzione che si era aperta con un’altra sequenza ad alta definizione ed emozione su un ponte nel settembre del 1939: migliaia di sfollati cercano di fuggire da una parte all’invasione dell’Armata Rossa e dall’altra a quella della Wermacht scambiandosi grida di pericolo nella vicendevole recriminazione sull’assurdità senza scampo della scelta. Una tragedia coniugata dalla metrica della superba sofferenza creativa trapunta di simboli, ora cristologici ora di tremenda metafora come la bandiera polacca smembrata: con il rosso assurto a vessillo dei torturatori e il bianco svilito a improvvisato copriscarpe della soldataglia bolscevica.
(da Il Secolo XIX)

La verità sull’“Operazione Valchiria”

clausEsce oggi nelle sale italiane l’attesissimo film sul fallito complotto per uccidere Hitler nel 1944, “Operazione Valchiria” con Tom Cruise. Il consueto buonismo della trasposizione cinematografica hollywoodiana è smascherato da tre libri che ricostruiscono la vicenda nella sua complessità, riportando a galla non poche ombre sugli autori del famoso attentato che stava per cambiare le sorti della Germania e del secondo conflitto mondiale. Gli autori sono un testimone dell’epoca e due storici, uno dei quali è Ian Kershaw, uno dei più accreditati biografi del Fuhrer. Ne ho scritto nel dettaglio in un articolo uscito qualche giorno fa su “Avvenire”.

Spike Lee perde la bussola al cospetto della Storia

Quello che infastidisce, di “Miracolo a Sant’Anna”, non è tanto la ricostruzione storicamente (e giudiziariamente) falsa e fuorviante, quanto il fatto che dall’ultima, discussa opera di Spike Lee era lecito attendersi molto di più anche in termini strettamente artistici. Invece, a conti fatti, il film risulta una vera e propria ‘americanata’. Pienamente condivisibile la recensione di Paolo Mereghetti dal “Corriere della sera” di qualche giorno fa:

Fa impressione pensare che prima di Miracolo a Sant’Anna, Spike Lee aveva firmato un capolavoro come When the Levees Broke («Quando si sono rotti gli argini», visto a Venezia 2006 e poi di notte in Rai). Fa impressione perché quello che non funziona nella ricostruzione romanzata dei combattimenti in Toscana intorno alla Linea gotica, nel 1944, è proprio quello che faceva la bellezza e il fascino del documentario su New Orleans devastata dall’uragano Katrina: il rispetto delle persone, delle cose, della realtà. Possibile che un regista capace di restituire l’intensità e la disperazione così autentica e toccante delle persone sconvolte dal disastro meteorologico possa sembrare così falso e retorico quando racconta le persone alle prese con la guerra? Possibile che il regista di Miracolo a Sant’Anna sia lo stesso di La 25ª ora, dove le angosce di un piccolo spacciatore diventavano le incertezze e le paure di tutta una nazione? Possibile che l’abilissimo burattinaio di Inside Man finisca per ingarbugliare tutto, fili, dita e marionette, raccontando una storia così poco convincente? Perché il vero problema del film che Spike Lee ha tratto dal romanzo omonimo di James McBride e che ha scatenato un mare di polemiche tutte extracinematografiche (sul massacro di Sant’Anna di Stazzema, sull’«onore» dei partigiani, sulle «colpe» dei nazisti) è proprio quello di perdere subito la bussola e mescolare troppi registri e troppe (irrisolte) ambizioni. Al centro di tutto c’è un episodio della guerra che si è combattuta sulle montagne della Garfagnana, intorno al fiume Serchio nell’inverno del 1944. Tra i soldati americani mandati a sfondare la Linea gotica ci sono anche i componenti della 92ª divisione «Buffalo», fatta solo da militari afroamericani: quattro di loro — Aubrey (Derek Luke), Bishop (Michael Ealy), Hector (Laz Alonzo) e il gigantesco Sam (Omar Benson Miller) — restano isolati in territorio nemico e trovano riparo in un paesino di poche case. Con loro hanno portato Angelo (Matteo Sciabordi), un bambino che non parla, ha evidenti turbe nervose e che nasconde un segreto orribile. La storia di quei combattimenti, però, se è il cuore del film, non ne rappresenta la principale linea narrativa, ma solo un lunghissimo flashback, tornato alla mente di Hector nel 1983 quando, nel suo posto di impiegato in un ufficio postale di Manhattan, aveva estratto improvvisamente la Luger che portava sempre con sé per autodifesa e aveva ucciso un cliente che gli aveva chiesto un francobollo. Per scoprire il perché di questo gesto apparentemente inspiegabile e perché a casa nascondeva una testa marmorea del Quattrocento fiorentino, ci vorranno più o meno due ore (il film ne dura due e mezzo), si dovrà tornare alla Seconda guerra mondiale, a quel durissimo inverno 1944 e al «miracolo» compiuto da Angelo. Anche lì, però, sulle colline contese da nazisti e americani, il film finisce per seguire troppi sentieri, cercando da una parte di raccontare la difficile situazione umana e militare che dovevano sopportare i soldati di colore, umiliati in patria ma disprezzati anche al fronte dai loro superiori bianchi e, dall’altra, raccontando le varie anime della popolazione italiana coinvolta nella guerra: i civili, prima di tutto, dove la disponibile Renata (Valentina Cervi) sembra un po’ troppo emancipata per essere una donna del 1944, così come il nostalgico Ludovico (Omero Antonutti) è fin troppo folcloristico per essere uno che tiene il ritratto del Duce in camera; e poi i partigiani, dove l’idealista «Farfalla» (Pier Francesco Favino) si confronta con il corrotto Rodolfo (Sergio Albelli).
Il problema, allora, non è tanto che — a sentire il romanzo e poi il film — la strage di 560 civili a Sant’Anna di Stazzema sarebbe stata la reazione «emotiva» alla mancata consegna da parte di un partigiano traditore del suo capo, quanto il fatto che tutti — americani, nazisti, partigiani e civili — sembrano muoversi secondo le regole del dramma dei pupi o delle marionette (enfatiche, schematiche, monocordi) e non rispondendo invece a una qualche logica di realismo o di verosimiglianza. Nessuno mette in dubbio che nell’esercito americano il razzismo non fosse diverso da quello che i neri subivano negli Stati del Sud, o che anche tra i partigiani ci potessero essere dei traditori, o che non tutti i nazisti fossero aguzzini assetati di sangue o ancora che gli italiani non sempre si comportassero al meglio, ma da un regista come Spike Lee ci saremmo attesi un po’ meno qualunquismo e pressappochismo, psicologie meno schematiche, comportamenti più credibili. E soprattutto un finale (alle Bahamas!) meno bamboccesco e gratuito.

Equilibrismi della memoria

Chiunque osservi, da oggi in poi, il municipio di San Miniato – ridente località al confine tra Pisa e Firenze – potrebbe essere assalito da qualche ragionevole dubbio storico, e magari andarsi a rivedere “La notte di San Lorenzo”, il famoso film dei fratelli Taviani. La cittadina è diventata un luogo forse unico al mondo, capace di far convivere degnamente verità e menzogna su una delle stragi della Seconda Guerra Mondiale. Da oltre mezzo secolo una lapide sulla facciata del Comune commemora il “gelido eccidio perpetrato dai tedeschi” il 22 luglio 1944. Le ultime ricerche storiche e una sentenza del Tribunale militare di La Spezia hanno però ribaltato le responsabilità della strage: a colpire il Duomo causando la morte di 55 civili non fu un bombardamento nazista, ma un colpo d’obice sparato per errore dall’artiglieria statunitense. Basandosi sul lavoro di due storici locali – Claudio Biscarini e Giuliano Lastraioli – i giudici di La Spezia hanno sentenziato “l’insussistenza di un’azione criminale condotta dai tedeschi” dimostrando invece che “a colpire a morte il Duomo fu il massiccio cannoneggiamento americano della mattina del 22 luglio 1944”. Con buona pace di quanto raccontato nel film dei Taviani, per aggiustare il tiro della memoria sarebbe bastato un convegno e una nuova lapide per sostituire quella collocata nel 1954, al decennale della strage. Invece, con l’autorizzazione del Ministero dell’Interno, è stato deciso di non rimuovere la vecchia lapide (come aveva invece stabilito qualche anno fa il Consiglio comunale cittadino) e solo tre giorni fa è stata collocata una seconda lapide che indica la responsabilità degli americani. Il testo della quale, scritto dall’ex presidente della Repubblica Scalfaro, è un vero e proprio capolavoro di “equilibrismo della memoria”. Vi si legge: “sono passati più di 60 anni dallo spaventoso eccidio del 22 luglio 1944 attribuito ai tedeschi. La ricerca storica ha accertato invece che la responsabilità di quell’eccidio è delle Forze Alleate. La verità deve essere rispettata e dichiarata sempre. È anche la verità che i tedeschi, responsabili della guerra e delle ignobili e inique rappresaglie, con la complicità dei repubblichini, proprio in questa terra avevano seminato distruzioni, tragedie e morte. È la guerra. Proprio per questo la Costituzione italiana proclama all’art. 11: l’Italia ripudia la guerra”. Come dire: a sparare furono gli americani, ma la colpa dello sparo fu dei tedeschi. (RM)