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Visegrad, il genocidio 25 anni dopo

Avvenire, 13.6.2017

“E il ponte continuava a stare, tale quale era da secoli, con la sua eterna giovinezza di perfetto disegno e di buona e grande opera umana, una di quelle opere che non conoscono vecchiaia e trasformazioni e che, almeno così sembra, non condividono la sorte delle cose transitorie di questo mondo”. Chissà cos’avrebbe pensato Ivo Andrić se avesse visto il meraviglioso “ponte vecchio” della cittadina bosniaca di Višegrad trasfigurato in un gigantesco patibolo, in uno dei luoghi dell’orrore del conflitto balcanico degli anni ’90. Quel gioiello architettonico in pietra bianca, costruito nel XVI secolo per volere del gran visir Mehmed Pascià Sokolović e oggi considerato patrimonio dell’umanità dall’Unesco, fece da sfondo al suo capolavoro assoluto, Il ponte sulla Drina, nel quale aveva narrato tre secoli di storia di una Bosnia crocevia di popoli e religioni, un mosaico di vicende corali e private costruite intorno alle sue undici arcate, “sotto le quali rumoreggia il fiume verde, rapido e profondo”. La sua narrazione, scandita dal ritmo delle rivolte e delle guerre intercorse nei secoli tra serbi, turchi e austriaci, si era interrotta bruscamente nel fatale 1914. “Se Dio ha tolto la sua mano da questa sventurata cittadina sulla Drina – aveva scritto – l’ha tolta forse anche da tutto il mondo e da tutta la terra che si trova sotto il cielo? Costoro non continueranno in eterno a comportarsi così”. Nel 1961, anche grazie a quel romanzo straordinario, Andrić era passato alla storia diventando il primo e finora l’unico vincitore del premio Nobel per la letteratura dell’area ex-jugoslava. Appena tre decenni più tardi le acque della Drina, a lungo simbolo di convivenza tra i popoli, si sarebbero trasformate nella più grande fossa comune di tutta la Bosnia. Višegrad, a causa della sua posizione strategica, divenne una delle tante città-martiri di quel conflitto: l’inferno cominciò esattamente venticinque anni fa, quando l’esercito regolare jugoslavo, dopo averla bombardata, l’abbandonò nelle mani del gruppo paramilitare delle Aquile bianche guidato da due cugini, Milan e Sredoje Lukic, che vi avrebbero instaurato un lungo regime di terrore e morte. Quelle vicende – che rappresentarono la prova generale del genocidio di Srebrenica e di altri luoghi tristemente passati alla storia in quegli anni – sono state ricostruite nel dettaglio dal giornalista Luca Leone in uno splendido reportage dal titolo Višegrad. L’odio, la morte, l’oblio (Infinito edizioni). I rastrellamenti, le deportazioni, i massacri e gli stupri di massa iniziarono alla fine di maggio del 1992 con un ritmo e una brutalità mai visti prima d’allora, che culminarono il 14 giugno nel rogo della casa di Pionirska Ulica, dove gli ultranazionalisti serbi rinchiusero decine di musulmani, perlopiù donne, vecchi e bambini, barricarono porte e finestre e poi appiccarono il fuoco. Sessantasei persone morirono bruciate vive, la più anziana aveva 75 anni, la più giovane appena due giorni. Mentre le fiamme si levavano nel cielo i cugini Lukic e i loro uomini aspettavano fuori, pronti a falciare a colpi di fucile chi tentava di scappare. Pochi giorni dopo lo stesso tragico destino toccò a un’altra settantina di musulmani, in un’altra casa alla periferia della città. Nel breve volgere di alcune settimane la pulizia etnica ai danni dei musulmani bosniaci (che costituivano il 63 per cento della popolazione locale) portò alla morte o alla scomparsa di almeno tremila persone. Molte vittime avrebbero trovato l’eterno riposo nelle acque della Drina: i carnefici usavano proprio quel ponte “voluto da Dio” per sgozzarle e poi liberarsi dei cadaveri. I corpi gettati nel fiume erano così tanti che già alla fine di giugno il direttore della diga di Višegrad fu costretto a inviare una comunicazione ufficiale chiedendo di rallentarne il flusso, altrimenti le turbine della diga rischiavano di incepparsi. Quelle stesse acque che oggi dividono la Bosnia dalla Serbia e che per oltre quattro secoli erano state confine naturale tra due mondi, linea di demarcazione tra l’Impero Romano d’Oriente e d’Occidente, si tramutarono in un’enorme cimitero, mentre lo stupro etnico divenne una pratica comune in luoghi come il Vilina Vlas, il terrificante albergo trasformato in un lager, dove circa duecento donne e bambine furono sottoposte a stupri di massa prima di essere uccise.
Luca Leone, già autore di opere fondamentali sul dopoguerra bosniaco, raccoglie in questo libro le testimonianze dirette dei sopravvissuti e di coloro che in questi anni si sono battuti – spesso invano – per ottenere giustizia. Oltre alla minuziosa ricostruzione di un orrore che può risultare inconcepibile per una normale mente umana, quello che colpisce maggiormente del suo racconto è la situazione nella quale si trova oggi Višegrad, una città “sonnolenta e omertosa”, dove le istituzioni cercano per prime di nascondere ciò che è accaduto. Un luogo che ha visto la maggior percentuale di donne e bambini uccisi in proporzione alla popolazione di tutta la Bosnia, che tuttora si regge su un equilibrio solo apparente, dove il revisionismo e il negazionismo hanno raggiunto livelli parossistici. Appena tre anni fa, tra lo sgomento e la rabbia dei sopravvissuti, un’ordinanza comunale ha imposto la rimozione della parola “genocidio” dal monumento che ricorda le vittime nel cimitero musulmano della città. Qualche anno prima Bakira Hasecic, fondatrice dell’associazione delle donne vittime di stupro etnico, aveva messo sul ponte una targa in ricordo delle tremila persone uccise e scomparse, ma qualcuno l’ha subito rimossa. Nella geografia del genocidio bosniaco Višegrad rappresenta l’inizio e Srebrenica la fine, ma nel primo caso nessun tribunale ha ancora riconosciuto ufficialmente il genocidio perché – spiega Leone – “coloro che non sono stati ammazzati sono stati deportati oppure indotti a scappare e a non ritornare più, modificando per sempre la composizione demografica della città e di tutto il territorio circostante”. Di conseguenza, il percorso verso la giustizia appare ancora assai lungo e tortuoso: Milan Lukic, considerato uno dei più atroci criminali di guerra dell’epoca, ribattezzato “Lucifero” dagli atti del Tribunale dell’Aja, è stato condannato all’ergastolo solo nel 2009, suo cugino Sredoje Lukic a 27 anni di carcere mentre i pochi altri condannati hanno beneficiato di sconti di pena e sono già tornati a vivere in città. Dove una parte della popolazione continua a considerarli degli eroi.
RM

Sarajevo, la creatività dell’assedio

Avvenire, 25.1.2017

Ha l’aspetto di una comune guida Michelin ma è forse la più originale guida turistica mai realizzata. Fu redatta a Sarajevo nel 1992, durante il primo anno dell’assedio, da un gruppo di giovani artisti e intellettuali della città e distribuita all’epoca dalla casa editrice Workman di New York. La Survival Guide Sarajevo conteneva informazioni sulla vita quotidiana in una città assediata dal fuoco incessante dei cecchini e dei colpi di mortaio, priva di trasporti, senza cibo, acqua, riscaldamento ed elettricità. Al suo interno c’erano consigli pratici su dove dormire, come riscaldarsi, come depurare l’acqua e istruzioni per preparare pasti e bevande con un vero e proprio ricettario di guerra. All’epoca il Washington Post la definì “la parodia azzeccata di una guida turistica alla moda”. Fu in realtà un progetto estremo di denuncia e documentazione che adesso, a distanza di venticinque anni esatti da quei giorni, esce rivista e tradotta in italiano con il titolo Sopravvivere a Sarajevo. Condizioni urbane estreme e resilienza: testimonianze di cittadini nella Sarajevo assediata (1992-1995) per Bébert edizioni. La guida fa parte in realtà di un progetto più ampio portato avanti nei primi anni ’90 da Fama, una società di produzione indipendente nata poco prima dell’inizio del conflitto nei Balcani. Negli anni della guerra ha raccolto foto, testimonianze e documenti che nel 2013 hanno consentito la creazione del Fama Collection (famacollection.org), un museo virtuale dell’assedio di Sarajevo che si propone di tramandarne la memoria alle generazioni future anche pubblicando libri e materiali audiovisivi di approfondimento sulla guerra.
Tra il 1992 e il 1995, per continuare a vivere in quelle condizioni disperate era indispensabile una grande inventiva: ci fu chi ricavò una stufa da una vecchia lavatrice, chi costruì fornelletti con lattine e pezzi di metallo, chi produsse corrente facendo andare un filatoio. Un abitante racconta di non essersi perso d’animo di fronte al proiettile che aveva forato la conduttura dell’acqua del bagno. “Con i teli di plastica che usavamo al posto dei vetri ho costruito un imbuto che convogliava l’acqua piovana direttamente in bagno. Così, quando pioveva, potevo farmi il bagno anche con due litri d’acqua”. È toccante il ricordo dei giorni di Natale trascorsi in quei quattro anni d’assedio: “non abbiamo mai saltato un Natale in chiesa, mai smesso di fare l’albero, di mettere il vestito della festa e di cantare nel coro”, racconta un altro sarajevese. “Questo significava molto per tutti gli abitanti di Sarajevo, dava loro forza, era segno che la città era attiva”. E quando arrivarono i regali, i bambini credettero che Babbo Natale fosse riuscito ad aprirsi un varco nella città assediata e si convinsero definitivamente della sua esistenza. “Le condizioni estreme a cui è stata sottoposta la città – spiega Suada Kapić, curatrice della guida – hanno dato vita a una società parallela, in cui la creatività era il bene primario. Il bisogno di formulare una strategia di adattamento non lasciava spazio a rassegnazione e disperazione. La resilienza manteneva occupata la mente delle persone, annientava i pensieri che avrebbero potuto distruggere la volontà di andare avanti e resistere”. Ciò che colpisce maggiormente in queste pagine è proprio lo spirito degli abitanti di Sarajevo, che furono capaci di far fronte all’orrore del più lungo assedio della storia contemporanea con fantasia, ingegno e condivisione. Nella guida – che è arricchita da foto, mappe e illustrazioni dell’epoca – sono infatti loro stessi a condividere le strategie adottate non solo per sopravvivere “dentro la guerra” ma anche per provare a studiare, suonare, recitare e ballare scegliendo la cultura come arma di resistenza. Anche dopo lo scempio della biblioteca nazionale, tutti cercavano letture impegnate per dimenticare la guerra, i testi più letti erano quelli di Platone e Hegel. Il gruppo Fama invitava professori da tutto il mondo a tenere lezioni di storia, lingua, arte e letteratura in una sorta di università itinerante all’aria aperta, che aveva sede in un giardino di rose. “I cittadini venivano alle conferenze e gli oratori davano il loro meglio”, spiega la curatrice del libro, “si condivideva il tacito diritto alla resistenza culturale contro la barbarie. Ogni occasione era buona per riscattarci dal ruolo di vittime”. In quei 1395 giorni di assedio costati oltre undicimila morti, a Sarajevo andarono in onda trasmissioni radiofoniche, furono organizzate scuole e attività teatrali negli scantinati. La sede di dieci piani dello storico quotidiano cittadino Oslobodjenje fu abbattuta dai cannoni serbi nei primi mesi dell’assedio ma i suoi giornalisti continuarono a lavorare in una redazione allestita in un rifugio sotterraneo, nella semioscurità, con la sola luce di una lampada a olio, nell’attesa che scendesse la notte e partisse il generatore. Per tutto il corso dell’assedio riuscirono a far uscire un’edizione di due pagine del giornale. “In questo libro – conclude Kapić – riportiamo prove reali di un immenso potenziale umano in grado di vincere l’ignoto, il nuovo, l’oscuro e l’inimmaginabile. Crediamo che le persone che hanno vissuto l’assedio di Sarajevo costituiscano un esempio di speranza per l’umanità”. A distanza di un quarto di secolo, questa guida diventa una straordinaria testimonianza antropologica, un inno alla vita e un monito contro la violenza dei nazionalismi.
RM

Srebrenica, il calcio cura le ferite

Avvenire, 12.5.2017

C’è qualcosa di unico e di inspiegabile nella storia del FK Guber, la squadra di calcio di Srebrenica. In un’area della Bosnia che circa vent’anni fa è stata teatro del più grande orrore compiuto in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale, in una città ancora paralizzata dai fantasmi del genocidio, per una volta è il pallone a favorire la convivenza, la tolleranza e l’amicizia tra i giovani di tutte le etnie. Come se una misteriosa alchimia avesse reso possibile sul campo da gioco quello che ancora oggi rimane un miraggio nella vita di tutti i giorni. Per cercare di spiegare le ragioni di questo vero e proprio miracolo sportivo è necessario risalire alle sue radici. Ci si imbatte nel piccolo stadio del Guber poco prima di arrivare a Srebrenica, qualche chilometro dopo l’imponente memoriale di Potocari, dedicato agli ottomila bosniaci musulmani massacrati dalle milizie serbe nel 1995. La squadra di calcio fu fondata nel 1924 da un serbo e da un musulmano che donarono i loro appezzamenti di terreno confinanti per consentire la realizzazione del campo e delle piccole tribune. Nella sua storia ormai quasi centenaria, il Guber ha sempre militato nelle serie minori dando spazio a giocatori e dirigenti di tutte le etnie.

Una formazione del FK Guber Srebrenica

Raramente si è affacciato nel calcio che conta, ma i più anziani ricordano ancora la straordinaria impresa compiuta nel 1989 nei sedicesimi di finale della coppa nazionale di Jugoslava, quando i biancazzurri di Srebrenica si concessero il lusso di battere ai rigori una squadra di prima divisione, il Buducnost di Titograd (l’attuale Podgorica). A indossare i panni dell’eroe, quel giorno, ci pensò il portiere Jusuf Malagic, parando il rigore decisivo calciato da un giovane campione, fresco vincitore dei mondiali juniores e pronto a diventare la stella del Partizan Belgrado e poi del Real Madrid: Predrag Mijatovic. Partite e allenamenti sono proseguiti anche durante la prima fase della guerra degli anni ’90, quasi a voler esorcizzare i massacri e le deportazioni attraverso il potere salvifico dello sport. Ma di lì a poco anche quella piccola e fragile utopia sarebbe stata travolta dalla barbarie, molti dei suoi giocatori furono uccisi e finirono nelle fosse comuni disseminate nella campagna, lungo il corso della Drina. La ricostruzione sarebbe arrivata una decina d’anni più tardi, nel 2004. Tra i rifugiati che fecero ritorno in città c’era anche Malagic, il portiere “eroe” del 1989. Fu lui il primo a credere che il Guber potesse rinascere dalle proprie ceneri e tornare a promuovere quei principi che erano stati spazzati via insieme a tante vite umane. A poco a poco, grazie al fondamentale aiuto finanziario di alcune Ong e federazioni calcistiche europee, è stata rimessa in piedi una scuola calcio per i più giovani. All’inizio erano in pochi a credere in un progetto che traeva la propria forza dall’integrazione e dal dialogo interculturale. Ma col tempo la passione è riuscita a prevalere sulla diffidenza e sul pregiudizio, mentre la prima squadra ha cominciato a scalare le classifiche dei campionati dilettantistici. “Alcuni dei nostri ragazzi hanno perso i familiari durante la guerra oppure hanno avuto padri, zii o fratelli maggiori che hanno combattuto gli uni contro gli altri”, spiega l’allenatore Emir Bektic. “Eppure oggi il passato non li divide più e grazie al calcio sono riusciti a diventare amici”. L’anno scorso la squadra è stata promossa nella seconda divisione della Repubblica Srpska, il corrispettivo della Lega Pro per il campionato di calcio italiano. Anche adesso che si trova appena due gradini sotto l’ambitissima Premier League bosniaca, continua ad annoverare nel suo organico giocatori serbi, croati e musulmani. “Riuscire a convivere è la nostra vera vittoria – conclude Bektic – credo che il Guber rappresenti un modello di speranza per il futuro di Srebrenica e di tutta la Bosnia”.
RM

L’omaggio a Sarajevo del regista premio Oscar

Intervista al regista bosniaco Danis Tanovic (Avvenire, 23.1.2017)

“Nessuno, nella Bosnia di oggi, parla di futuro. Il mio paese non è riuscito a superare la tragedia della guerra, a creare nuovi eroi, nuovi punti di riferimento, una storia nuova. In compenso la mafia e la corruzione dilagano”. Lo sguardo amaro e disilluso del regista bosniaco Danis Tanovic, premio Oscar nel 2001 per No Man’s Land, si riflette anche nel suo nuovo film Morte a Sarajevo, che è una forte denuncia del potere e della società odierna, ma anche un atto d’amore per la sua città e per la sua gente. Proprio mentre si avvicina il venticinquesimo anniversario dell’inizio del più lungo assedio della storia moderna, Tanovic ha girato un lungometraggio a Sarajevo, la città dov’è cresciuto e dove vive tuttora. Ispirandosi al monologo teatrale Hotel Europe di Bernard-Henry Lévy, il regista bosniaco ha realizzato un film corale sullo stile di Robert Altman che si svolge nel miglior hotel di Sarajevo nei giorni delle celebrazioni del centenario dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, l’evento che segnò l’inizio della prima guerra mondiale. Mentre in città arrivano i grandi della Terra e il direttore riceve un noto attore francese – interpretato da Jacques Weber – che dovrà tenere un discorso, il personale dell’albergo si sta preparando a uno sciopero per reclamare i propri diritti, visto che non riceve lo stipendio da mesi. Sul tetto dell’hotel una giornalista sta registrando una trasmissione televisiva sul centenario, e tra gli intervistati c’è anche un giovane nazionalista serbo con il quale finirà per litigare furiosamente. La coralità della narrazione si sposta dal presente al passato toccando molteplici temi dal forte valore simbolico. Anche la scelta del luogo che ha ospitato il set ha un significato ben preciso, ci spiega Tanovic, che abbiamo incontrato nei giorni scorsi a Firenze, al festival Balkan Florence Express. “Ho girato all’Holiday Inn perché per chi è nato e vissuto a Sarajevo quell’albergo ha un valore quasi mitico. Fu costruito per i giochi olimpici invernali del 1984 e la tragica ironia della storia ha voluto che i primi colpi sparati dai cecchini nel 1992 provenissero proprio dalle sue finestre. Nelle facciate porta ancora i segni della guerra. Io stesso ho un forte legame sentimentale con quell’edificio. Me lo trovavo sempre di fronte da bambino, quando andavo a scuola. Il gigantesco salone che si trova al suo ingresso, e dove si svolgono molte scene del film, è una metafora della nostra identità, della grandezza perduta della Jugoslavia”. Nei locali dell’albergo si riflettono anche tutte le contraddizioni della società bosniaca del dopoguerra: l’opportunismo degli intellettuali che tacciono o si schierano dalla parte dei potenti, l’individualismo dei giovani, l’atteggiamento remissivo degli anziani a lungo costretti al silenzio. “É un’allegoria della vita nella Bosnia di oggi – spiega il regista – dove mafia e politica vanno a braccetto e i lavoratori sono privati anche dei diritti più elementari, mentre la gente si divide su questioni storiche di principio, come stabilire se Gavrilo Princip, l’attentatore dell’arciduca di oltre cento anni fa, era un eroe o un terrorista. Dalla fine del conflitto, la Bosnia vive un momento di transizione che sembra non avere mai fine”. Morte a Sarajevo – già vincitore del gran premio della giuria a Berlino – intreccia le storie private con la denuncia pubblica descrivendo un paese che non è riuscito a fare i conti con la propria memoria e continua quindi a vivere nel passato. “Il trauma della guerra è ovunque, pervade ancora le nostre vite. Il problema è che tutti cercano di far credere di essere stati dalla parte del giusto, di non avere alcuna colpa. Ma sono proprio i revisionismi a impedirci di guardare avanti, a generare nuovi e pericolosi nazionalismi. Nel XXI secolo continuiamo a dibattere su cosa accadde cento anni fa, mentre nella Sarajevo di oggi c’è ancora gente senz’acqua. La Bosnia non è mai stata ricca come adesso, eppure l’ineguaglianza sta crescendo e i giovani devono combattere ogni giorno contro la disoccupazione e la povertà”.
Quello che è certo è che la strada verso il futuro non può prescindere dalla verità e dalla giustizia nei confonti di ciò che accadde nella guerra dei primi anni ’90. Proprio in questi giorni, il governo bosniaco ha consegnato alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja un’istanza di revisione della sentenza che nel 2007 scagionò la Serbia dalle accuse di aggressione e genocidio. Un’iniziativa controversa, criticata da alcuni. Tanovic non ha alcun dubbio in proposito: “tutti sanno perfettamente che la Serbia era coinvolta nel genocidio, ci sono migliaia di documenti che lo affermano. In un mondo normale sarebbero i serbi a chiedere la revisione della sentenza e un nuovo processo. Dovrebbe essere nel loro interesse – prosegue – stabilire la verità su quanto accadde oltre vent’anni fa, facendo accertare i fatti da una corte imparziale. Solo così potrebbero chiudere per sempre quella storia riabilitando il nome dello stato serbo, come fecero i tedeschi dopo la Seconda guerra mondiale. Cosa sarebbe successo se la Germania si fosse rifiutata di mettere sotto processo Himmler? Sono molto arrabbiato con l’attuale governo serbo che fa di tutto per nascondere ciò che i nazionalismi degli anni ’90 fa hanno fatto nel nostro paese”.
Nelle sue opere precedenti Tanovic aveva denunciato le atrocità della guerra e le malefatte delle multinazionali del farmaco, raccogliendo riconoscimenti in tutto mondo. In un certo senso il suo cinema può essere definito “politico” perché cerca di dare voce alla gente, di porre domande, di far pensare. “Alcuni anni fa – conclude il regista e sceneggiatore bosniaco – decisi di impegnarmi direttamente in politica e fui tra i fondatori del partito Nasa Stranka. Quell’esperienza mi ha consentito di imparare cose che non sapevo, mi ha fatto vedere il mondo da cittadino, più che da artista. Ma quando mi sono reso conto che le mie domande cadevano nel vuoto e rimbalzavano contro un muro di gomma, ho smesso e sono tornato a fare il mio lavoro. Con un’idea fissa: realizzare film per dare voce a qualcuno. In questo caso, alla gente di Sarajevo”.
RM

Il comandante bosniaco che preferì restare umano

Venerdì di Repubblica, 10.1.2017

“Non chiamatemi eroe, sono soltanto un uomo”: Amir Reko continua a ripeterlo tutte le volte che viene chiamato a raccontare la sua storia, tragica ed esemplare, accaduta esattamente venticinque anni fa, agli albori della guerra di Bosnia. Eppure questo ex militare dallo sguardo triste, oggi poco più che cinquantenne, è riuscito con un solo gesto a contraddire tutti i luoghi comuni sul rancore cieco e vendicativo del conflitto nei Balcani. Era diventato da poco comandante della 43esima Brigata di difesa territoriale bosniaca, in quella maledetta estate del 1992, quando venne informato che le milizie serbe avevano attaccato il villaggio di Gudelj, a poco più di cento chilometri da Sarajevo, massacrando la popolazione. Nella lista dei civili bruciati vivi nelle loro case c’erano sua madre, suo nonno e altri cinque componenti della sua famiglia. Un paio di giorni dopo il Comando bosniaco ordinò alla sua divisione di attaccare il vicino villaggio di Bucje, a maggioranza serba, perché rappresentava una possibile minaccia. Il destino gli stava offrendo la possibilità immediata di vendicarsi, di sfogare la sua rabbia e la sua disperazione su altri civili innocenti e inermi come i suoi familiari. Ma la sua coscienza si ribellò di fronte all’orrore e gli impedì di diventare a sua volta un carnefice. “Non condividevo il modo in cui ci ordinavano di attaccare il villaggio, sapevo che avrebbe avuto conseguenze fatali per donne, vecchi e bambini – spiega oggi – così rassicurai gli abitanti dicendo che non avremmo torto loro un capello, e feci in modo che si mettessero al sicuro”. Alcuni dei suoi uomini avevano perso i propri cari per mano dei serbi e non condivisero la sua decisione. Qualcuno lo accusò di essere un debole, un codardo, e gli disse che il suo gesto non avrebbe evitato l’ennesima pulizia etnica nell’area. Invece i quarantacinque abitanti di Bucje si salvarono tutti e oggi riconoscono di essere vivi soltanto grazie a lui. La sua vicenda è rimasta a lungo nell’oblio anche perché in Bosnia c’è ancora una certa reticenza a raccontare storie simili, per timore di essere accusati di tradimento dalla propria comunità. A renderla pubblica è stata un documentario prodotto dall’Institute for War and Peace Reporting di Londra, nel quale Reko pronuncia parole che suonano come un inno alla convivenza e alla tolleranza. “Mia nonna fu salvata da un serbo durante la Seconda guerra mondiale, io stesso nel 1992 sono stato salvato da un commilitone serbo che mi aiutò a oltrepassare le linee nemiche per raggiungere la città Gorazde, mia madre ha sempre convissuto con i serbi, prima di essere uccisa, e quindi non posso condannare l’intero popolo serbo per quello che è successo alla mia famiglia”. Dopo la guerra Reko ha lasciato il suo paese per trasferirsi in Danimarca, dove si è costruito una nuova vita diventando un uomo d’affari. La sua azienda produce piatti da cucina in legno che vengono venduti nei supermercati dei paesi scandinavi e da poco ha aperto anche una filiale in Bosnia. Nel frattempo sono state lanciate iniziative per proporre la sua candidatura al Nobel per la pace e per raccontare la sua storia in un film. Di fronte a quel che resta della sua casa bruciata, l’ex comandante Reko ha fatto costruire un monumento alla memoria di sua madre e della sua famiglia. “È difficile restare umani durante una guerra come quella, ma niente può giustificare certi crimini – spiega -. Non credo di essere un eroe, ho fatto solo quello che chiunque avrebbe dovuto fare in una situazione simile”.
RM

Chiesto l’ergastolo per Ratko Mladic

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“Qualsiasi pena inferiore al massimo previsto dalla legge sarebbe un insulto alle vittime, oltre che un affronto alla giustizia”. È quanto ha affermato ieri all’Aja il procuratore del Tribunale penale per l’ex Jugoslavia Alan Tieger, concludendo la sua requisitoria al processo per crimini contro l’umanità a carico di Ratko Mladic. Al termine di un’istruttoria durata oltre quattro anni l’accusa ha dunque chiesto l’ergastolo per il 74enne ex generale serbo-bosniaco, soprannominato il “boia dei Balcani” e chiamato a rispondere di ben undici capi d’imputazione, tra i quali figurano il genocidio di Srebrenica, le violenze contro la popolazione civile di Sarajevo e l’imprigionamento dei militari delle forze di pace delle Nazioni Unite. Arrestato in Serbia nel 2011 dopo una latitanza durata ben sedici anni, Mladic ha ribadito durante il processo la sua innocenza nonostante le prove schiaccianti prodotte contro di lui, a cominciare dalle intercettazioni radio dell’assedio di Sarajevo, nelle quali l’ex generale ordinava di aprire il fuoco sui quartieri “dove abita un minor numero di serbi” e di privare la popolazione di acqua, luce e aiuti umanitari per ridurla alla fame. Quello a suo carico è l’ultimo grande processo del tribunale per l’ex Jugoslavia: dopo l’arringa della difesa, la settimana prossima ci saranno le repliche finali, mentre la sentenza di primo grado è attesa per l’anno prossimo. Intanto, proprio tre giorni fa l’ex leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic ha presentato ricorso all’Aja contro la sentenza che nel marzo scorso l’aveva condannato a 40 anni di reclusione. Le obiezioni del cosiddetto “architetto della pulizia etnica” sono contenute in un lungo documento che cita una cinquantina di vizi sostanziali e procedurali, e afferma che “un processo errato ha portato a un esito ingiusto”.

Srebrenica avrà un sindaco serbo

Avvenire, 6.10.2016

Nella foto: Mladen Grujicic
Nella foto: Mladen Grujicic

A meno di clamorosi colpi di scena, la città martire di Srebrenica avrà un sindaco serbo per la prima volta dal genocidio del 1995. Alle elezioni amministrative di domenica scorsa il 34enne Mladen Grujicic, candidato dell’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (Snsd) guidata dal leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, ha ottenuto circa il 70% battendo il sindaco uscente, il musulmano Camil Durakovic, che ha però chiesto il riconteggio dei voti. La commissione elettorale centrale ha stabilito che in alcuni seggi lo spoglio deve essere ripetuto, ma per avere un risultato definitivo si dovrà aspettare anche lo scrutinio dei voti a distanza che potrebbero ribaltare l’esito delle urne. La giornata elettorale si è svolta in un clima di tensione alla presenza di ingenti forze di polizia che hanno presidiato la cittadina per evitare scontri tra le opposte fazioni. Le Madri di Srebrenica contestano l’elezione del candidato serbo accusandolo di negazionismo. Grujicic, da parte sua, ha garantito che le commemorazioni dell’anniversario del genocidio continueranno a essere organizzate, e anche il presidente serbo Tomislav Nikolic ha affermato da Belgrado che l’elezione di Grujicic “non significherebbe l’oblio dei crimini commessi dai serbi a Srebrenica”. Le elezioni hanno visto la vittoria dei nazionalisti in tutto il paese: il Snsd di Dodik si è confermato primo partito nella Repubblica Srpska, il partito di azione democratica (Sda) di Bakir Izetbegovic ha prevalso invece nella Federazione croato-musulmana. Il municipio del centro di Sarajevo avrà per la prima volta una giunta guidata dai democratici musulmani, mentre nella cittadina nordoccidentale di Velika Kladusa è stato eletto sindaco Fikret Abdic, già condannato a 20 anni di carcere per crimini di guerra. La coalizione di Ong “Pod Ludom” ha denunciato numerose irregolarità e tentativi di corruzione dei commissari elettorali, definendolo “il voto più violento degli ultimi dieci anni”. L’incidente più grave si è verificato a Stolac, dove le procedure di votazione sono state sospese in seguito all’aggressione del presidente della Commissione elettorale locale da parte del candidato sindaco dell’Sda, Salmir Kaplan.
RM

Il rischio secessione va al voto in Bosnia

Avvenire, 24.9.2016

de490dbf-cb17-40c6-b05e-732764f709bd_w987_r1_sÈ alta la tensione in Bosnia-Erzegovina in vista del referendum che si terrà domani nel territorio della Repubblica Srpska, l’entità a maggioranza serba del Paese balcanico. Una consultazione referendaria soltanto consultiva e con un quesito apparentemente innocuo (“volete che il 9 gennaio sia celebrato come Giorno della Republika Srpska?”) ma che in realtà riporta alla memoria vecchi fantasmi e rischia di mettere in discussione gli Accordi di Dayton, che vent’anni fa fecero cessare il brutale conflitto etnico nella regione. La Corte Costituzionale bosniaca ha dichiarato “discriminatoria nei confronti degli altri popoli costitutivi” la festività voluta dai serbi e ha chiesto alle autorità di Banja Luka di sospendere il referendum ma il nazionalista Milorad Dodik, presidente della RS che da anni minaccia la secessione da Sarajevo, è deciso comunque ad andare avanti anche in vista delle elezioni locali che si terranno tra due settimane. A niente sono servite finora le critiche mosse da Washington e da Bruxelles mentre il Peace Implementation Council, il comitato di 55 stati e organizzazioni internazionali che vigila sul rispetto di Dayton, ha fatto sapere che non tollererà alcuna violazione degli accordi. Chiamando alle urne circa 1,2 milioni di elettori Dodik ha ribadito che la consultazione referendaria non è un’attività contraria a Dayton, sebbene il suo svolgimento comprometta inevitabilmente l’autorevolezza della Corte Costituzionale. Ma la data scelta per la festività serba ha un significato ben preciso: il 9 gennaio, giorno di Santo Stefano per il calendario ortodosso, è anche l’anniversario della proclamazione unilaterale della Repubblica del Popolo Serbo di Bosnia-Erzegovina voluta nel 1992, alla vigilia della guerra, da Radovan Karadzic, il teorico della pulizia etnica condannato a 40 anni di carcere per genocidio e crimini contro l’umanità.
Nell’ex Jugoslavia i referendum sono sempre stati usati come arma politica fin da quando l’area iniziò a disintegrarsi, e quelli su indipendenza e identità nazionale hanno quasi sempre innescato scontri e spargimenti di sangue. I politici di Sarajevo temono che il voto di domani sia soltanto il primo passo di un piano secessionista pericolosissimo per i fragili equilibri interni della Bosnia. Timori condivisi anche da Valentin Inzko, Alto Rappresentante internazionale che detiene ancora i poteri esecutivi nella regione. Belgrado ha affermato di non sostenere il referendum e lunedì scorso, durante i lavori dell’Assemblea generale dell’Onu, il premier serbo Aleksandar Vucic ha ribadito la necessità di preservare la pace a ogni costo. A soffiare sul fuoco ci ha pensato però l’ex generale Sefer Halilovic, comandante delle forze bosniache durante il conflitto degli anni ’90, secondo il quale la consultazione violerà gli accordi di Dayton e provocherà scontri che segneranno la fine della Repubblica Srpska. Dodik ha replicato minacciando l’immediata separazione dell’entità serbo-bosniaca dal resto della Bosnia in caso di violenze e atti ostili al referendum. “Siamo in grado di difenderci militarmente in caso di attacco”, ha sottolineato il presidente della RS, che due giorni fa ha incontrato Vladimir Putin a Mosca, ufficialmente per discutere di questioni economiche. La Russia è finora l’unico stato che si è detto favorevole alla consultazione popolare. In questo quadro, è di buon auspicio almeno la decisione del Consiglio UE, che ha appena dato il via libera alla procedura d’adesione della Bosnia.
RM

Bosnia, addio al sogno di una società plurale

di Paolo Rumiz

Non torno piú in Bosnia da anni e non so se ci tornerò mai piu. Non solo perché non vi troverei più le persone che ho amato, ma perche il Paese e peggiorato dopo la fine del conflitto. Se rileggo il libro di Stanisic, scritto a guerra appena iniziata, sento tutta la nostalgia per un mondo che non c’è più. Paradossalmente e stata proprio la guerra l’ultimo momento in cui Sarajevo ha espresso la sua secolare vitalità di citta-serraglio in bilico fra i mondi. Un po’ come il Friuli, distrutto più dalla ricostruzione che dal terremoto, anche l’identita di Sarajevo si e perduta in tempo di pace, schiacciata dal trionfo della malavita organizzata e dall’irruzione di una spietata economia di mercato.
Primavera del 2016. Quattro Bmw nere ultimo modello con vetri affumicati arrivano sgommando davanti a un ristorante sulla strada fra Tuzla e Sarajevo. Ne escono dieci uomini con giubbotto antiproiettile e pistole nelle fondine, seguiti da civili e qualche valigetta ventiquattrore. L’ultimo ad aprire la portiera è un uomo in giacca e cravatta, faccia rubiconda. Entra senza salutare nessuno, seguito dalla scorta, mentre nella locanda si fa silenzio. Consuma agnello arrosto, patate. Beve un bicchiere di yogurt misto ad acqua, poi butta sul tavolo una manciata di euro spiegazzati e se ne va, seguito dai guardiaspalle. Non è un boss. È un ministro, mi spiegano. Ma fa poca differenza. In Bosnia quasi tutti i ministri girano a quel modo. La Bosnia è in mano alla mafia, mentre il popolo è alla fame.
Vent’anni dopo la fine dell’assedio, in Bosnia la situazione peggiora anziché migliorare. Appena arrivi a Sarajevo e salti su un taxi, il conducente ti fa la lista dei misfatti. Che non sono più quelli del nemico del’92, ma quelli della criminalità organizzata attuale, incoronata dagli accordi di Dayton e nella quale l’Europa trova i suoi affidabili interlocutori.  Che unità, ti dice la gente, può esprimere un Paese dove fin dalle elementari i bambini imparano, a seconda se sono serbi, croati o musulmani, una storia diversa della loro terra? Come puoi vivere – ti dicono altri – in un villaggio o in una città dove incontri ogni giorno l’assassino di tuo padre e di tuo figlio? Sono le frasi che in Bosnia suggellano l’accettazione rassegnata di una pace senza giustizia.
Negli anni Sessanta, a meno di un ventennio dal secondo conflitto mondiale, l’Italia era già in pieno boom. Nello stesso spazio di tempo in Bosnia è nata una generazione libera dalla memoria paralizzante del’92-’96, che avrebbe potuto far ripartire il Paese sbarazzandolo dai rancori etnici, ma così non è stato. Sarajevo vive ancora in uno stato di dopoguerra e centinaia di organizzazioni non governative continuano a operare sul territorio come se il disastro si fosse appena consumato.
Noi stessi ci siamo abituati a guardare alla Bosnia in termini caritatevoli anziché di sviluppo. Un turista, oggi a Sarajevo, sente ancora il fascino del vecchio mercato; anche il profumo del pane e dei cevapcici e sempre lo stesso. La prima impressione e che non sia cambiato nulla. Ma appena prendi la strada della periferia e della campagna scopri che tutto è misero, immobile, buio.
Nel ’92 Sarajevo non credette alla guerra e ci mise dei mesi ad accettare l’evidenza del fatto compiuto. Intorno alla città si scavavano trincee e nidi di cecchini, ma l’evento sembrava assurdo, inconcepibile. Irreale. Non era possibile, pensava la raffinata borghesia della città, uno scontro nella repubblica jugoslava che più delle altre aveva costruito un suo amalgama laico, forte, ben staccato dal divide et impera titoista fra serbi, croati e musulmani (gli ultimi letteralmente inventati dai geometri delle etnie per equilibrare il peso dei primi due).
Io stesso, alla vigilia del massacro, quando vidi trecentomila persone – in gran parte giovani – marciare a Sarajevo per la pace, mi dissi che la guerra sarebbe potuta scoppiare ovunque tranne che in Bosnia. Mi mostrai persino incerto che l’Italia, in una situazione analoga, potesse esprimere una simile, coraggiosa passione civile. Bastò un cecchino su un tetto per far saltare la polveriera.
Il fatto è che Sarajevo, così come all’inizio non aveva creduto alla guerra, alla fine dell’assedio ha mostrato di non credere alla pace. Nel marzo del ’96 non c’è stata nessuna esplosione di gioia. Era cambiato tutto in quei quattro anni. La parola mir – per l’appunto “pace” – si era svuotata di senso. La città aveva perso l’innocenza, aveva imparato a odiare. I Caschi blu avevano consentito il massacro di Srebrenica e l’Europa aveva mostrato le sue divisioni, i suoi opportunismi. Nello stesso tempo i dollari degli emiri avevano riempito i vuoti lasciati da un Occidente distratto, alimentando una rete di imam che all’Occidente avrebbero guardato con poca simpatia, se non con ostilità. Ovunque tornavano in auge i chierici, fossero cattolici, ortodossi o musulmani. Minareti contro campanili, entrambi enormi, nuovi fiammanti e fastidiosamente estranei alla tradizione locale. Anche il cielo veniva cantonizzato dai monoteismi militanti, e sul piano civile il mitico amalgama bosniaco crollava miseramente. Ogni speranza di rinascita veniva bloccata dalla fuga all’estero della migliore borghesia. Come oggi in Siria, in Ucraina o in Afghanistan, trionfavano i primitivi a spese degli evoluti.
Quando nel ’92 Bozidar Stanisic, bosniaco di cultura serba sposato a una bosniaca di famiglia croata, comparve sulla porta di casa mia, non capii subito di trovarmi di fronte a un dejà vu. Non mi resi conto che egli arrivava impaurito, incredulo e spaesato esattamente come migliaia di profughi istro-dalmati quarant’anni prima di lui. Quel professore di lettere mite e silenzioso rappresentava la stessa tragedia e anche la stessa indecorosa mascherata. Quella che consentiva, e consente tuttora, con l’alibi dell’etnia o della nazione (più tardi sarà anche con la scusa della religione), di espellere, terrorizzare, uccidere o rapinare pezzi importanti della societa civile di un Paese a vantaggio di una minoranza ben fornita di armi, ideologia e forme anche raffinate di persuasione mediatica.
La situazione della Bosnia di oggi non è che la conseguenza di un’emorragia iniziata non nel ’92, ma mezzo secolo prima. L’attuale governo nato dagli equilibrismi etnici di Dayton – nato da una perfida selezione negativa della popolazione a vantaggio dei peggiori – non è altro che la guida impotente di uno Stato fantoccio. Dicono che i suoi ministri non siano capaci di mettersi d’accordo su nulla, nemmeno sul bando del fumo nei locali pubblici, col risultato che oggi a Sarajevo sembra che il tempo si sia fermato, con cinema, bar e ristoranti ridotti a camere a gas. Ma il paradosso è che lo stesso – pachidermico – apparato della cooperazione internazionale in Bosnia ha trovato l’habitat ideale per perpetuare se stesso (vedi il film “Perfect day”), e oggi schiaccia la società civile, impedendole di esprimersi se non attraverso agende eterodirette.
Rileggo quel testo di allora e rifletto che se oggi viviamo con questa polveriera ancora attiva a cento e passa chilometri da Trieste, è perché ce la siamo voluta. Ce la siamo voluta come europei, perché non abbiamo compreso che lì abitava un Islam moderato, laico e aperto alle donne che ci avrebbe protetto da fondamentalismi.
Abbiamo consentito che si smantellasse una società plurale in nome di una geometria cantonale che coi Balcani non ha nulla a che fare e abbiamo
delegato la nostra difesa agli americani, esattamente come in Iraq, in Siria e in Maghreb. Sarajevo era Europa. A guerra finita era diventata lo specchio nel quale per la prima volta l’Europa si era potuta guardare allo specchio scoprendosi cinica e piena di rughe.
(da Il Messaggero Veneto, 21 settembre 2016)

Sarajevo, la guerra negli occhi dei bambini

Avvenire, 14.7.2016

La piccola Mela aveva dieci anni e sognava di diventare prima ballerina al teatro nazionale di Sarajevo quando l’esercito serbo-bosniaco scatenò il terribile assedio che distrusse la sua città. Era la primavera del 1992. Quel che resta del suo sogno è un paio di scarpette da ballo bianche, scolorite dentro a una teca di vetro illuminata. È uno dei tanti oggetti che sono stati esposti nelle settimane scorse al museo storico della Bosnia Erzegovina, a Sarajevo, all’inaugurazione del progetto di un museo partecipato dell’infanzia cresciuta durante la guerra. Mela Softic ha oggi poco più di trent’anni e fortunatamente il suo nome non compare tra quelli degli oltre milleseicento bambini che hanno perso la vita nei 44 mesi in cui i cittadini di Sarajevo furono costretti a convivere con la fame, la paura, il dolore, la morte. sarajev_89726746__51913331_300Quelli come lei, che sono stati bambini durante la guerra e hanno avuto la fortuna di sopravvivere all’orrore, sentono adesso la necessità di condividere i loro sentimenti per rielaborare attraverso i ricordi quei fatti del tutto incomprensibili ai loro occhi di bambini. Jasminko Halilovic aveva appena quattro anni quando iniziò l’assedio dei primi anni ’90: è stato lui ad avere l’idea del museo. Tempo fa ha iniziato a raccogliere gli oggetti che riportavano alla sua memoria quegli anni terribili, poi ha capito che anche molti suoi coetanei sentivano il bisogno di condividere le loro storie per far uscire, come in una catarsi, il dolore represso per due decenni. Così ha lanciato un appello via internet: raccontate le vostre storie e portate qualcosa che vi è appartenuto durante quegli anni maledetti. Un oggetto, un disegno, una foto, una registrazione. In poco tempo l’onda del ricordo si è materializzata e centinaia di cittadini hanno risposto portando non semplici residuati bellici ma frammenti di memoria personale e di un’infanzia trascorsa, nonostante tutto. Lettere, quaderni, diari personali, giochi, indumenti ma anche testimonianze audio e video di famiglia, magari registrati negli anni felici prima della guerra, e poi custoditi gelosamente come un tesoro personale. Poiché in una situazione sempre in bilico tra la vita e la morte anche i piccoli oggetti del ‘prima’ possono fornire un conforto, uno sguardo verso la vita che continua e aprire la strada alla speranza.
Il materiale è stato prima raccolto in War Childhood, un libro già tradotto in sei lingue, ed è poi confluito in un’originalissima mostra che in un certo senso ribalta la prospettiva adottata da iniziative simili, perché non si limita a raccontare la storia delle vittime più indifese ma fa vedere la guerra e l’assedio attraverso gli occhi dei bambini. Filip Andronik ha donato la sua collezione di barattoli di latta spiegando che come tanti bambini, anche lui aveva la passione per il collezionismo e la raccolta di quei barattoli di aiuti umanitari “Icar”, contenenti carni in scatola di pessima qualità, fu il suo unico divertimento durante l’assedio. A prima vista, molti dei duemila oggetti esposti nel museo possono sembrare banali e irrilevanti, oppure non aver niente a che fare con la guerra. Eppure ciascuno di essi è in grado di rivelare piccole storie personali dal profondo significato. Non soltanto storie di dolore ma anche di gioia, nostalgia e speranza. Molte teche ospitano giochi in plastica e in legno – un vecchio Monopoli, bambole, scatole di costruzioni – miracolosamente conservati sotto la pioggia quotidiana di granate e oggi trasfigurati in simboli della resistenza umana in tempo di guerra. Per Sanja Stevanovic, che ha visto coi propri occhi il suo fratellino di dieci anni abbattuto da un cecchino, l’oggetto che meglio racconta la storia della sua famiglia in guerra è un piccolo forno artigianale costruito da suo padre, che fu usato per cuocere il riso, le lenticchie e il pane ma anche per scaldarsi nei mesi invernali. Una teca ospita invece i miseri resti di un libro con le pagine annerite. La giovane Alma Telibecirevic lo raccolse dalle rovine della biblioteca nazionale distrutta dalle bombe nell’estate 1992 e recentemente restaurata. L’ha poi conservato per anni, come un cimelio, prima di donarlo al museo. La didascalia che ha scritto sotto la teca spiega: “non potevo sapere quanto sarebbe durata la guerra e cosa sarebbe accaduto dopo, ma mi sembrava che avesse un senso salvare questo libro. Sentii di aver fatto qualcosa di importante”.
Oltre quattromila persone sono intervenute all’inaugurazione della mostra al museo nazionale di Sarajevo, che si trova al centro della Ulica Zmaja od Bosne, la grande arteria del centro della città che durante l’assedio divenne tristemente nota come “viale dei cecchini”. “Purtroppo il museo dell’infanzia non ha ancora una sede fissa – spiega Halilovic – l’esposizione è rimasta aperta nel maggio scorso e adesso sta adesso viaggiando in altre città della Bosnia, con l’idea di allargarsi per includere ricordi d’infanzia provenienti da altre località del paese. È un progetto aperto a tutti i bambini dell’epoca, senza alcuna distinzione etnica, che vuol essere un antidoto all’odio e alle divisioni del passato”.
RM