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Doppio gioco in salsa britannica

Il quotidiano britannico Daily Mail ha stabilito un nuovo record per il giornalismo mondiale, riuscendo a uscire lo stesso giorno con due edizioni che fornivano interpretazioni opposte sullo stesso fatto. È successo il 16 giugno scorso, all’indomani della pubblicazione del rapporto sulla Bloody Sunday di Derry. Come si può vedere dall’immagine, sia l’edizione di Londra (a sinistra) che quella uscita nella Repubblica d’Irlanda davano ampio spazio in prima pagina alla notizia del rapporto, alle parole del primo ministro Cameron in parlamento, alla reazione delle famiglie delle vittime. Nell’edizione uscita a Dublino (immagine a destra), il giornale ha preso una posizione analoga a quella di gran parte della stampa britannica: “Ecco infine le scuse per la domenica di sangue, ma basteranno?”, si chiede riportando in una foto la felicità delle famiglie delle vittime dell’eccidio compiuto dai militari britannici 38 anni fa. All’interno il titolo principale recitava: “i paracadutisti hanno mentito deliberatamente per giustificare quanto hanno fatto…finalmente è stata stabilità la verità dei fatti, grazie a Dio”. Peccato che l’edizione di Londra dello stesso giornale la pensasse in modo assai differente, e lo stesso giorno abbia usato l’immagine di due militari inglesi morti in Afghanistan per mostrare “il vero volto dei nostri soldati”. Memorabile, nelle pagine interne, quanto sentenziato dal commentatore Max Hastings: “nessuna nazione sulla Terra possiede il talento che hanno gli irlandesi nel promuovere i torti subiti…sarebbe avventato aspettarsi benevolenza o gratitudine da parte degli irlandesi”.
RM

Bloody Sunday, noi sapevamo

Nel giorno fatidico che vedrà finalmente la pubblicazione del rapporto del giudice Saville sulla “Domenica di sangue” di Derry, riproponiamo la ricostruzione di Fulvio Grimaldi, il giornalista italiano che visse in prima persona quelle tragiche ore del 30 gennaio 1972. La testimonianza che segue è tratta dal libro “Storia del conflitto anglo-irlandese. Otto secoli di persecuzione inglese” (Odoya, 2009):

“Quanto accadde quel giorno era fuori dall’immaginazione di chiunque. Trattandosi di una marcia per i diritti civili era del tutto pacifica, composta dagli abitanti del ghetto cattolico-repubblicano di Derry. Io seguivo questo movimento dal 1968: chiedevano semplicemente case, lavoro, meno vessazioni da parte della polizia, maggiore accesso alle istituzioni e la fine del voto per censo, che incredibilmente esisteva ancora in Irlanda del nord. Ventimila uomini, donne, bambini e anziani marciarono da un’altura di questo ghetto – che si chiama Creggan – verso il quartiere in basso, adiacente alla cittadella unionista, che si chiama Bogside. Da alcuni mesi questo quartiere era stato “liberato”: l’esercito inglese si era dovuto ritirare da lì come dalle zone repubblicane delle altre principali città nordirlandesi, come Belfast, Armagh e Newry. Aveva dovuto farlo in seguito alle manifestazioni e alle offensive di massa organizzate dagli abitanti ed era quindi una zona liberata. Al suo ingresso campeggiava infatti la scritta “state entrando nella Derry libera” – una scritta che, restaurata, è rimasta ancora oggi – e questo corteo voleva manifestare in difesa di questa libertà e per ottenere uguali condizioni sul lavoro, politiche abitative e il diritto al voto. Fu una manifestazione assolutamente pacifica, assolutamente inerme e quei piccoli germogli di IRA che in quegli anni cominciavano a fiorire in Irlanda del nord avevano assicurato che non avrebbero partecipato alla marcia proprio per permetterne il pacifico svolgimento.

Invece poco più di un’ora dopo l’inizio della manifestazione i paracadutisti aprirono il fuoco sulla gente. Continua la lettura di Bloody Sunday, noi sapevamo

Bloody Sunday, la verità giudiziaria arriverà il 15 giugno

Il rapporto finale del giudice Saville relativo alla seconda inchiesta sulla Bloody Sunday sarà reso pubblico martedì 15 giugno. Toccherà al nuovo premier britannico David Cameron illustrare alla Camera dei Comuni gli esiti del lavoro del giudice Saville, incaricato da Tony Blair nell’ormai lontano 1998. Per le famiglie dei civili uccisi dai paracadutisti inglesi a Derry durante la manifestazione per i diritti civili del 30 gennaio 1972 si concluderà finalmente un’attesa durata ben dodici anni.
La controversa inchiesta di Lord Saville è stata la più lunga e dispendiosa dell’intera storia giudiziaria britannica (434 giorni di udienze in aula, 2500 dichiarazioni di testimoni per un costo totale di circa 200 milioni di sterline) e fu avviata in seguito ad anni di campagne e battaglie legali dei familiari delle quattordici vittime. Una precedente inchiesta-lampo, condotta da Lord Widgery subito dopo la strage, si era conclusa con un vergognoso insabbiamento che aveva scagionato completamente l’operato dell’esercito.

Bloody Sunday, la giustizia impossibile

Chi si illude di poter credere ancora nella giustizia britannica ha iniziato un conto alla rovescia che terminerà tra pochi giorni. La pubblicazione del sospiratissimo rapporto del giudice Saville sulla Bloody Sunday di Derry è prevista infatti per la prossima settimana, dopo anni di estenuante attesa. Il magistrato che dal 2000 al 2004 ha condotto la seconda inchiesta sull’eccidio perpetrato nel 1972 dai paracadutisti britannici consegnerà i risultati del suo lavoro nelle mani di Shaun Woodward, segretario di Stato per l’Irlanda del nord, per un’analisi preventiva che il governo ha voluto imporre ritardando ulteriormente la pubblicazione del documento. Un passaggio intermedio di pessimo gusto, che Londra poteva francamente risparmiarsi, e che infatti non ha mancato di suscitare critiche veementi da parte dei familiari dei quattordici civili massacrati per le strade del quartiere popolare di Bogside, a Derry. In modo assai comprensibile e legittimo, i familiari temono che il rapporto possa essere in qualche modo emendato o modificato preventivamente dagli avvocati del governo. Secondo Woodward, l’analisi in anteprima da parte dei suoi uffici è necessaria per verificare se il corposo rapporto (si parla di 4500 pagine) non comprometta in qualche modo la sicurezza nazionale o la privacy delle persone coinvolte (i soldati autori della mattanza, per esempio). Un vero eccesso di zelo, specie ripensando alle udienze tenute nel totale anonimato dei testi militari e alla grande scrupolosità del giudice Saville. La sua inchiesta è stata la più lunga e dispendiosa dell’intera storia giudiziaria britannica (434 giorni di udienze in aula, 2500 dichiarazioni di testimoni per un costo totale di circa 200 milioni di sterline), forse anche per fare da contraltare alla vergognosa inchiesta-insabbiamento condotta nel 1972 da Lord Widgery, conclusa in undici settimane producendo un documento di poche pagine che scagionò completamente l’operato dell’esercito. Forse una verità giudiziaria capace di rendere finalmente giustizia alle vittime innocenti di quell’eccidio non ci sarà mai, come in tutte le vicende che coinvolgono gli eserciti e i servizi segreti, perché purtroppo la Ragion di Stato prevale sempre sulla vita e sui diritti delle persone. Di sicuro il governo britannico – nonostante la montagna di soldi spesi – rischia di perdere un’altra grande occasione, non recitando neanche stavolta un mea culpa doveroso sui crimini che ha compiuto in Irlanda negli ultimi decenni.
RM

Bloody Sunday, un’altra vittima reclama giustizia

La fine di Michael Bradley, scomparso improvvisamente qualche settimana fa per un attacco di cuore, è passata completamente sotto silenzio. Michael aveva 22 anni, quel tragico 30 gennaio 1972, quando fu raggiunto dai proiettili sparati ad altezza d’uomo dal primo battaglione dei paracadutisti britannici, nel corso della cosiddetta “Domenica di sangue” di Derry. Riuscì a scampare alla mattanza, ma i colpi ricevuti alle braccia e al torace l’hanno costretto a vivere il resto della sua vita da disabile. Non gli hanno però impedito di battersi, per quasi quattro decenni, affinché fosse fatta giustizia sulla strage perpetrata in nome degli interessi coloniali di Sua Maestà. Ha sempre continuato a vivere nella sua città, e raramente si perdeva una seduta dell’interminabile inchiesta Saville che dovrebbe finalmente far luce su quanto accadde qual giorno maledetto. Entro la fine dell’anno è attesa la pubblicazione del rapporto conclusivo del giudice, ma ben pochi s’illudono che venga fatta finalmente giustizia. Michael Bradley è il settimo ad andarsene, dei quattordici feriti gravemente nella “Bloody Sunday”.