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Bloody Sunday, i 40 anni di una Tien an Men europea

Oggi ricorre il 40° anniversario della “Domenica di sangue” del 1972, che vide i paracadutisti inglesi sparare su una folla di manifestanti durante un corteo per i diritti civili a Derry, in Irlanda del Nord. Riproponiamo la testimonianza di Fulvio Grimaldi, il giornalista italiano che visse in prima persona quelle tragiche ore del 30 gennaio 1972, riportata nel libro “Storia del conflitto anglo-irlandese. Otto secoli di persecuzione inglese”:

“Quanto accadde quel giorno era fuori dall’immaginazione di chiunque. Trattandosi di una marcia per i diritti civili era del tutto pacifica, composta dagli abitanti del ghetto cattolico-repubblicano di Derry. Io seguivo questo movimento dal 1968: chiedevano semplicemente case, lavoro, meno vessazioni da parte della polizia, maggiore accesso alle istituzioni e la fine del voto per censo, che incredibilmente esisteva ancora in Irlanda del nord. Ventimila uomini, donne, bambini e anziani marciarono da un’altura di questo ghetto – che si chiama Creggan – verso il quartiere in basso, adiacente alla cittadella unionista, che si chiama Bogside. Da alcuni mesi questo quartiere era stato “liberato”: l’esercito inglese si era dovuto ritirare da lì come dalle zone repubblicane delle altre principali città nordirlandesi, come Belfast, Armagh e Newry. Aveva dovuto farlo in seguito alle manifestazioni e alle offensive di massa organizzate dagli abitanti ed era quindi una zona liberata. Al suo ingresso campeggiava infatti la scritta “state entrando nella Derry libera” – una scritta che, restaurata, è rimasta ancora oggi – e questo corteo voleva manifestare in difesa di questa libertà e per ottenere uguali condizioni sul lavoro, politiche abitative e il diritto al voto. Fu una manifestazione assolutamente pacifica, assolutamente inerme e quei piccoli germogli di IRA che in quegli anni cominciavano a fiorire in Irlanda del nord avevano assicurato che non avrebbero partecipato alla marcia proprio per permetterne il pacifico svolgimento.

Invece poco più di un’ora dopo l’inizio della manifestazione i paracadutisti aprirono il fuoco sulla gente. Le fotografie e le registrazioni audio che sono riuscito a raccogliere quel pomeriggio dimostrano inequivocabilmente che si trattò di un assalto premeditato, a freddo, dell’esercito inglese contro civili e manifestanti inermi. Alle 16 mi trovavo alla testa del corteo. Alcune file di manifestanti si erano fermati di fronte a una barriera di soldati inglesi che impediva ai manifestanti di entrare nel centro della città. Obiettivo del corteo sarebbe stato raggiungere il municipio, invece il cordone di militari inglesi impediva a tutti di passare. Anche molti giornalisti furono costretti a rimanere al di fuori: c’eravamo soltanto io e un collega francese, Gilles Peress. Ci trovavamo entrambi in queste prime file del corteo quando iniziò uno scambio di insulti e lanci di sassi, ricambiati dall’esercito con gas lacrimogeni e idranti che sparavano acqua colorata. Lo scambio durò circa dieci minuti, dopodiché il corteo riprese il suo percorso verso il cuore del quartiere di Bogside, dove ci sarebbe stata una manifestazione con interventi tra gli altri anche di Bernadette Devlin, la famosa pasionaria della resistenza irlandese. Anche noi riprendemmo il cammino. Ci trovavamo a quel punto in coda al corteo, che si era mosso molto velocemente mentre erano in atto gli scontri. Da lì assistemmo all’ingresso improvviso – assolutamente inaspettato e travolgente – dei blindati inglesi, al cui interno si trovava il famigerato primo battaglione dei paracadutisti. Quattro o cinque blindati si precipitarono all’inseguimento della coda del corteo, ci superarono, si fermarono e saltarono fuori alcuni paracadutisti con maschere antigas, elmetti, in perfetta tenuta da guerra. Imbracciavano i micidiali mitragliatori Sterling: armi terribili, capaci di fare buchi enormi anche nel cemento. Immediatamente si inginocchiarono, presero la mira e spararono nella coda del corteo, in mezzo alla gente, che si stava allontanando e che a quel punto, pensando ancora di essere bersagliata da proiettili gomma, idranti o lacrimogeni e non da pallottole vere, non si preoccupò più di tanto e continuò a fuggire. Ma a un certo punto caddero delle persone. Il primo fu un ragazzino di sedici anni, colpito da una pallottola che gli entrò nella spalla destra e gli uscì sul fianco sinistro, dall’alto in basso, probabilmente perché correva curvo mentre tentava di scappare. Era praticamente una delle ultime persone del corteo. Io mi trovavo vicinissimo a lui, a circa tre metri, e sono riuscito a fotografarlo mentre moriva, e mentre un prete, padre Daly – che poi sarebbe diventato il vescovo di Derry – gli dava l’estrema unzione. Quel ragazzo fu il primo ucciso della giornata. Poi ho fotografato una donna che è stata colpita a una gamba, che poi le è stata amputata, una signora di una cinquantina d’anni. Ho visto un ragazzo coraggiosissimo, che a quel punto si è buttato in mezzo a questo spazio, in cui avveniva la sparatoria, contro i fuggitivi e ha cominciato a urlare “vigliacchi, sparate a me, non alle donne”, e prontamente gli hanno sparato nel ginocchio e da allora è paralizzato. Poi la mattanza è continuata: per venti minuti i paracadutisti inglesi hanno sparato ininterrottamente su questa povera gente. Hanno anche ucciso un ragazzo che si trovava a terra ferito e implorava di essere risparmiato. Un parà gli si è avvicinato e da pochi centimetri gli ha sparato alla testa. È stato un vero mattatoio, con persone che non sapevano più dove trovare rifugio”.

Subito dopo aver udito i primi spari, anche Grimaldi cercò di allontanarsi dal corteo per non rischiare di rimanere vittima dei colpi dei soldati inglesi.

“Salii in un appartamento al secondo piano di un palazzo dentro al quale si erano rifugiati altri manifestanti. Da lì volevo telefonare al mio giornale, che era “Paese sera”, per raccontare in diretta cosa stava succedendo. Mentre aspettavo la chiamata da Roma ho scattato delle fotografie dalla finestra. Sulla strada c’erano questi morti per terra, che i soldati raccoglievano e sbattevano come sacchi di patate all’interno dei blindati. Erano ragazzi che non avevano assolutamente niente addosso, se non i jeans e un giubbotto. Più tardi i soldati avrebbero affermato che addosso a questi ragazzi erano state trovate delle bombe di chiodi, delle molotov e chissà cos’altro. La cosa era assolutamente falsa perché noi li avevamo visti tutti cadere inermi, senza alcuna arma. Fu un’altra falsificazione per giustificare questo massacro a freddo perpetrato dall’esercito inglese. La sparatoria finì dopo circa venticinque minuti in cui per fortuna io e alcuni colleghi siamo riusciti a fotografare e a registrare molte cose. Oltre alle grida dei feriti, al panico, alle urla della gente incazzata che gridava improperi agli inglesi c’erano i suoni di quasi tutti i colpi sparati dai militari e nessun’altra arma, a dimostrazione che a sparare erano stati soltanto i fucili Sterling in dotazione all’esercito britannico”.

Poi gli inglesi iniziarono la caccia ai giornalisti che stavano documentando la strage e che rischiavano di diventare testimoni scomodi.

“Quando si resero conto che saremmo stati un’insidia per la versione ufficiale dell’accaduto, le varie unità militari presenti ai posti di blocco che circondavano il ghetto cattolico di Derry ricevettero l’ordine di catturare il giornalista italiano e la sua collega a tutti i costi. E con qualsiasi mezzo. Nel linguaggio militare questo significa anche a costo di sparare. Lo venimmo a sapere attraverso i ragazzi di Derry che intercettavano le radio militari inglesi. Sapevamo che eravamo a rischio non soltanto noi, che siamo spendibili, quanto il materiale fotografico e sonoro che avrebbe documentato per sempre la volontà di un reparto dell’esercito, e quindi di un ministero, e quindi di un governo, di fare una strage di civili quel giorno a Derry. Di conseguenza ci dovemmo rifugiare in una casa e farci proteggere da quella che era l’organizzazione di resistenza repubblicana nel ghetto cattolico. Nottetempo, facendoci passare attraverso vie di campagna in mezzo alla nebbia, riuscirono a farci passare il confine con la Repubblica d’Irlanda che è a pochi chilometri da Derry. Dall’altra parte ci attendeva una macchina che ci portò a Dublino dove la mattina dopo alle sette, nell’edizione più ascoltata del giornale radio dell’emittente di Stato irlandese ebbi modo di far sentire la registrazione del massacro e di raccontare quello che avevo visto. Mentre su tutti i giornali della mattina della Repubblica irlandese uscirono le mie fotografie con le uccisioni e i paracadutisti che sparavano, il generale Ford, comandante dei reparti inglesi in Irlanda, ebbe il coraggio di affermare al telegiornale serale della Bbc che “in mezz’ora il battaglione ha esploso due colpi in risposta a un’aggressione di cecchini dell’IRA”. Fu una cosa davvero stupefacente, perché io dal terreno avevo raccolto di persona quarantacinque bossoli dei proiettili sparati dai militari. La prima inchiesta sulla strage, svolta solo pochi mesi dopo, fu presieduta da un magistrato mercenario, Lord Widgery, e non tenne conto in alcun modo delle testimonianze avverse ai paracadutisti, ma si limitò a prendere per buone le bugie dei militari e dei loro comandanti assolvendo tutti i responsabili della strage. E naturalmente anche i mandanti del massacro, che erano il primo ministro inglese dell’epoca Edward Heath e il ministro della Difesa Reginald Maudling”.

Martin McGuinness: da guerrigliero a presidente?

di David McKittrick

Ne ha fatta di strada Martin McGuinness, il candidato del Sinn Fein alla presidenza dell’Irlanda, da quando il suo ruolo era quello di garantire ai falchi dell’IRA che l’organizzazione non avrebbe mai consegnato le armi né avrebbe abbandonato la lotta armata. Nei primi giorni del processo di pace, il suo compito era quello di rassicurare i militanti più scettici che sospettavano che Gerry Adams e altre ‘colombe’ repubblicane potessero spingersi troppo oltre e troppo velocemente nel ridisegnare i confini dell’ortodossia repubblicana. “La nostra posizione è chiara e non cambierà mai, mai mai”, insisteva con la sua tipica franchezza al congresso del partito nel 1986. “La guerra contro il dominio britannico continuerà finché non sarà conquistata la libertà”.
Tuttavia, oggi l’IRA ha messo fuori uso il suo arsenale ed è uscita di scena. McGuinness persegue il suo obiettivo dell’unità dell’Irlanda con mezzi esclusivamente politici e ha appena detto che se verrà eletto alla presidenza del paese è pronto a incontrare la Regina. I governi di Londra, Dublino e Washington non si fanno illusioni circa la sua carriera di leader di spicco dell’IRA, durante la quale avrà dato il proprio consenso a centinaia di attentati. Gli unionisti lo sanno bene, eppure col loro voto hanno appoggiato il governo di coalizione da lui guidato insieme ad altri rappresentanti politici. Il suo percorso da leader della guerriglia a candidato alla presidenza è stato lungo e tortuoso, e molte persone sono morte lungo la strada.

Entrò nell’IRA nella sua città natale di Derry molto prima che i paracadutisti inglesi uccidessero tredici persone nella Domenica di sangue del 1972. Fin da giovanissimo è stato una figura importante dell’esercito repubblicano
irlandese, e quello stesso anno partecipò a un incontro segretissimo con un ministro britannico a Chelsea. Nel giro di qualche anno le forze di sicurezza si sarebbero stabilite nell’isola per combattere quello che la stessa IRA definì la “lunga guerra”, basata sull’assunto secondo il quale una violenza reiterata avrebbe costretto i britannici a un ripensamento e al definitivo abbandono dell’Irlanda del Nord. Invece sarebbe stata la leadership di Adams e McGuinness a subire un ripensamento, fino a portare i due leader alla conclusione che il ritiro non era un’opzione prevista. L’idea alternativa che svilupparono gradualmente prevedeva che fossero i repubblicani a dover effettuare una svolta politica. A sorprendere, in questo processo, è il fatto che McGuinness si sia dimostrato formidabile nelle vesti di politico proprio come lo era stato in quelle di comandante dell’IRA. Diventato il capo negoziatore del Sinn Fein, trascorse ore e ore in conclave con Tony Blair insieme a Gerry Adams, poi è entrato nel governo di Belfast, facendo inorridire gli unionisti quando fu nominato ministro dell’educazione. Ma pur avendo abbandonato la scuola da ragazzino, ha mostrato notevoli capacità amministrative. Ha sorpreso anche il suo fascino personale, che gli ha consentito di conquistare la fiducia di alcuni dei suoi vecchi nemici, uno su tutti il reverendo Ian Paisley. Momenti decisivi sono stati quelli che l’hanno visto, in tempi recenti, definire “traditori” i gruppi dissidenti repubblicani e fare appello ai nazionalisti affinché entrassero nella nuova polizia. Il suo obiettivo dell’unità dell’Irlanda è ancora lì, ma le pistole sono state messe da parte. Ad alcuni dissidenti questo non va giù, ma sono in netta minoranza rispetto a quelli che invece sostengono una linea di pragmatismo. Ciò è dimostrato dal crescente consenso elettorale nei confronti di Sinn Fein, cui non manca molto a diventare il principale partito dell’Irlanda del Nord, e già da tempo è la più vasta formazione politica nazionalista. Al di là dal confine con la Repubblica non ha fatto grandi passi avanti, ma quest’anno è diventato il quarto partito a livello nazionale. La sfida presidenziale farà crescere ulteriormente il profilo di McGuinness. In pochi ritengono che possa davvero vincere, ma un buon risultato rappresenterebbe un’altra tappa del suo lungo viaggio verso il potere.

(da “The Independent”, 18 settembre 2011)

“Condannate i carnefici della Bloody Sunday”

Hanno lottato trentanove anni per ottenere la verità, adesso vogliono anche la giustizia. Le famiglie delle vittime della Bloody Sunday di Derry porteranno in tribunale i paracadutisti britannici responsabili della strage del 30 gennaio 1972. La notizia giunge proprio il giorno dopo la grande marcia che ogni anno si tiene nella città irlandese per commemorare la mattanza di civili durante una pacifica manifestazione di piazza. Dopo una campagna incessante durata quasi quarant’anni, i familiari delle vittime hanno ottenuto nel giugno scorso una prima grande vittoria con il rapporto sull’inchiesta del giudice Saville, che ha dichiarato inequivocabilmente che le vittime erano innocenti. Proprio il rapporto, secondo le famiglie, può costituire la base giuridica sulla quale fondare la sacrosanta richiesta d’incriminazione nei confronti dei militari carnefici: un’azione legale è già pronta e sarà consegnata al pubblico ministero. John Kelly – il cui fratello Michael fu ucciso a soli 17 anni dai soldati britannici – ha detto che la pubblicazione del rapporto Saville è il trampolino di lancio verso il conseguimento di condanne contro il soldato che ha ucciso suo fratello e gli altri tredici cittadini caduti sotto il fuoco dei parà. “Ingiustificato, ingiustificabile e sbagliato”: così il primo ministro David Cameron ha definito ciò che accadde in quel giorno maledetto, in un discorso passato ormai alla storia. Ecco perché i familiari delle vittime hanno incaricato i propri legali di procedere in via giudiziaria contro i soldati, che sono ancora vivi e di cui si conoscono bene nomi e cognomi. Secondo l’avvocato Peter Madden dello studio legale Madden&Finucane esistono adesso prove d’interesse probatorio e d’interesse pubblico per avanzare azioni penali. D’altra parte il tempo non può e non deve costituire un alibi o un ostacolo alla persecuzione e alla punizione dei colpevoli, come dimostrano per esempio i processi intentati anche in Italia ai criminali nazisti.
Intanto, domenica scorsa migliaia di persone hanno marciato nelle strade di Derry per il corteo commemorativo che si svolge ogni anno dal 1972. La marcia ha seguito la rotta prevista dall’originale manifestazione per i diritti civili, dai negozi di Creggan alla Guildhall square, la piazza del municipio. Un comunicato firmato dalla maggioranza delle famiglie delle vittime ha annunciato che questa sarebbe stata l’ultima marcia ma la decisione è stata accolta con sdegno da alcuni familiari, secondo i quali si tratta di una decisione prematura. Soprattutto in considerazione del fatto che l’anno prossimo segnerà il quarantesimo anniversario della strage.
RM

Che viaggio si è fatto Tony Blair?

E’ più verosimile che una delle più grandi case editrici statunitensi non disponga di validi correttori di bozze o che uno dei capi di governo più influenti del XX secolo non ricordi correttamente il luogo di una strage sulla quale proprio lui ha fatto aprire l’inchiesta più dispendiosa dell’intera storia giudiziaria britannica? Quale che sia la spiegazione, resta il fatto che Tony Blair ha preso un clamoroso quanto sintomatico abbaglio, affermando nella sua nuovissima autobiografia che la Bloody sunday del 1972 – dove le truppe britanniche aprirono il fuoco facendo una strage di civili – ebbe luogo a Belfast, invece che a Derry. “A Journey”, il monumentale (oltre 700 pagine) testamento politico nel quale l’ex premier britannico ricostruisce la sua lunga esperienza a Downing street, dedica ampio spazio al processo di pace in Irlanda del nord, citandolo in numerosi passaggi e definendolo “uno dei pochi momenti in cui si è sentito orgoglioso di fare politica”. Com’era più che prevedibile, il volume è diventato subito un clamoroso best-seller, vendendo quasi 100.000 copie nei primi quattro giorni di permanenza nelle librerie del Regno Unito. Senz’altro meno prevedibile era un lapsus come quello comparso a pagina 165, che ha fatto trasecolare non pochi lettori. Uno di questi è John Kelly, fratello di una delle vittime della Bloody sunday: “trovo incredibile – ha dichiarato alla stampa locale – che Blair abbia istituito un’inchiesta costata 200 milioni di sterline su una strage e non ricordi neanche dove questa ebbe luogo. E’ stupefacente”.

Il popolo di Free Derry ha vinto

Fulvio Grimaldi, unico giornalista italiano testimone della Bloody Sunday del 30 gennaio 1972, commenta le conclusioni del rapporto sull’inchiesta Saville, rese note nei giorni scorsi dal governo britannico.

Ci sono voluti 38 anni e un magistrato, per quanto reticente, fuori dalle regole dello Stato criptodittatoriale borghese per arrivare a una sentenza giusta sull’eccidio perpetrato dai militari britannici il 30 gennaio 1972 nel ghetto repubblicano di Derry. L’inchiesta, decisa da Tony Blair, sicuramente nella speranza che avrebbe fatto la fine indecente della prima commissione d’indagine, affidata allo scagnozzo di Westminster, lord Widgery, e che esonerò gli stragisti e i loro mandanti, era iniziata dieci anni fa. Ci avevo deposto due volte, come testimone oculare del massacro, unico giornalista presente insieme a Gilles Peress, fotografo francese, e avevo prodotto il materiale audiovisivo che, più di qualsiasi testimonianza o documento, inchiodò i responsabili al loro delitto. Il verdetto attribuisce ogni responsabilità ai militari inglesi del Primo Battaglione Parà, per aver sparato, assolutamente senza le provocazioni dell’Ira inventate nella prima indagine, a gente inerme e inoffensiva, quasi tutti ragazzi tra i 16 e i 21 anni. Quello che, non innocentemente, manca e rende l’inchiesta un esercizio monco, imposto dalle evidenze sul campo, è il riferimento a una qualsiasi autorità mandante. Logica, comportamenti e documenti dimostrano invece che assalto e strage non furono l’iniziativa di militari usciti di testa, ma un piano dettagliato elaborato dai vertici militari in Irlanda del Nord su mandato del governo britannico di Edward Heath.
Ora vedete la folla di Derry festeggiare un risultato che, prima che all’onestà degli investigatori (prevalsa sulla rimozione dolosa di ogni documento audiovisivo e perfino dei fucili da parte del comando britannico), è dovuto all’enorme, irriducibile forza dei cittadini del ghetto di Derry, di Creggan e della Bogside. Neanche per un giorno hanno desistito dall’impegno collettivo, accuratamente organizzato, di premere su chi di dovere con un’assillante campagna di denunce, di libri, di documenti, di film. Riuscirono, poche centinaia di persone, con però dietro tutta la loro gente, a fare del Bloody Sunday un caposaldo della consapevolezza e della coscienza internazionale, addirittura fino a Hollywood. Ora questa gente indomabile, che ha davanti a sé ancora altri obiettivi, come il riscatto dalla discriminazione sociale e politica e come, irrinunciabile, la riunificazione con la patria lacerata dal colonialista britannico e dai coloni unionisti, avanzerà con ancora maggiore forza la richiesta di un processo penale per sicari e mandanti. Continua la lettura di Il popolo di Free Derry ha vinto