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Martin McGuinness 1950-2017

Avvenire, 22.1.2017

Da leader della guerriglia a uomo-chiave del processo di pace. Da capo di stato maggiore dell’IRA a candidato presidente della Repubblica d’Irlanda. La parabola politica di Martin McGuinness – morto ieri a Belfast all’età di 66 anni – può raccontare da sola il lungo percorso che ha fatto uscire l’Irlanda del Nord dal più lungo conflitto europeo del XX secolo. Originario di una famiglia operaia del ghetto cattolico di Derry, James Martin Pacelli McGuinness abbandonò la scuola a quindici anni ed entrò nell’IRA giovanissimo, prima della famigerata Bloody Sunday, la strage di civili compiuta dai paracadutisti inglesi nella sua città natale il 30 gennaio del 1972. L’anno dopo finì in carcere per possesso di esplosivi e in tribunale dichiarò di essere “orgoglioso di far parte dell’esercito repubblicano irlandese”. In breve tempo divenne una delle figure più importanti e rispettate all’interno dell’IRA, fino a ricoprire la carica di Capo di Stato Maggiore dal 1978 al 1982. Tra gli innumerevoli attentati compiuti dagli indipendentisti irlandesi in quel periodo ci fu quello nel quale perse la vita il cugino della regina, Lord Louis Mountbatten. Ma quelli furono anche anni decisivi perché segnarono la svolta ‘politica’ del movimento repubblicano, seguita allo scontro carcerario che portò alla morte di Bobby Sands e altri nove attivisti per sciopero della fame.
Fin dagli anni ’70 McGuinness si era dimostrato formidabile anche nelle vesti di politico. Eletto all’assemblea di Belfast per la prima volta nel 1982, grazie al suo carisma riuscì a rassicurare i militanti più scettici agli albori del processo di pace. “La guerra contro il dominio britannico – affermò pubblicamente nel 1986 – continuerà finché non sarà conquistata la libertà”. Nella fase cruciale che precedette la firma dell’Accordo del Venerdì Santo del 1998 fu il capo negoziatore del partito repubblicano Sinn Féin – all’epoca il braccio politico dell’IRA – e in seguito entrò nel governo di Belfast con la carica di ministro dell’educazione. Il suo fascino personale gli consentì di conquistare la fiducia di alcuni dei suoi più acerrimi nemici di un tempo, tra tutti il reverendo Ian Paisley, campione dell’estremismo presbiteriano filobritannico.

Un giovane McGuinness con Gerry Adams (a sinistra) e Ruairi O Bradaigh (al centro)

Candidato alla presidenza della Repubblica d’Irlanda nel 2011 (ottenne circa il 15% dei voti), è stato vice primo ministro dell’Irlanda del Nord dal 2006 al gennaio scorso, quando è stato costretto a rassegnare le dimissioni per motivi di salute. La sua eredità politica è però destinata a restare controversa e a dividere chi, nel suo paese, lo ritiene un eroe e chi invece lo considera un traditore che ha sacrificato gli ideali di un tempo sull’altare del pragmatismo e della realpolitik. Assai più delle strette di mano con la regina Elisabetta fece scalpore, nel 2009, quando fu proprio lui a definire pubblicamente “traditori” i dissidenti che si ostinavano a non accettare i compromessi del processo di pace. Molti di loro erano stati suoi compagni di lotta in passato. Da circa un anno soffriva di una grave malattia genetica che l’ha portato alla morte e gli ha impedito di vedere realizzato il suo sogno: la riunificazione dell’Irlanda.
RM

Derry, quella domenica di sangue e menzogna

Intervista a Eamonn McCann (Avvenire, 18.11.2016)

La più lunga e costosa inchiesta dell’intera storia giudiziaria britannica non è riuscita a far emergere la verità sulla Bloody Sunday, la “Domenica di sangue” di Derry del 30 gennaio 1972, e a far archiviare definitivamente la strage di civili compiuta quel giorno dall’esercito britannico. Iniziata nel 1998 e durata dodici anni, l’inchiesta condotta dal giudice Lord Saville ha contato 434 giorni di udienze in aula e oltre 2500 testimonianze per un costo totale di circa 200 milioni di sterline: nel 2010 un tribunale britannico ha riconosciuto per la prima volta che i colpi dei paracadutisti inglesi avevano causato la morte di quattordici civili e il ferimento di altri sedici, che non vi fu nessuna battaglia per le strade di Derry ma soltanto una brutale aggressione a sangue freddo contro cittadini inermi. In un discorso alla Camera dei Comuni passato ormai alla storia, l’allora primo ministro britannico David Cameron definì “ingiustificato, ingiustificabile e sbagliato” ciò che accadde quel giorno maledetto, riconoscendo l’innocenza delle vittime, stigmatizzando l’operato dei soldati responsabili della strage ma scagionando di fatto gli alti vertici dell’esercito. In cambio, Londra impose al Bloody Sunday Trust – la fondazione dei familiari delle vittime – di interrompere la storica marcia che veniva svolta ogni anno in occasione dell’anniversario della strage, e che creava non poco imbarazzo al processo di pace. Ne nacque una spaccatura all’interno del fronte della protesta: secondo alcuni familiari era necessario reclamare la verità e la giustizia fino in fondo, e quindi continuare a marciare finché i colpevoli non fossero stati puniti. Tra quelli che abbandonarono la Fondazione vi fu anche Eamonn McCann, l’anziano scrittore e attivista per i diritti civili di Derry che organizzò la marcia del 1972 finita nel sangue. “Finché ci sarà qualcuno legato alle vittime che continuerà a marciare per l’anniversario, io marcerò con lui. Chiediamo la verità da 44 anni e continueremo a farlo all’infinito, finché non la otterremo”, ci dice a Firenze, dov’è stato ospite di un convegno sulla Bloody Sunday organizzato dall’Ateneo fiorentino.

Eamonn McCann
Eamonn McCann

Subito dopo la pubblicazione dell’inchiesta Saville, i familiari delle vittime hanno incaricato i propri legali di procedere per via giudiziaria contro i responsabili della strage ma da allora, nonostante l’esistenza di prove schiaccianti, sono trascorsi altri quattro anni senza incriminazioni a carico dei soldati o di chi dette l’ordine di sparare.
Che ricordi ha di quel giorno?
All’epoca la campagna per i diritti civili, a Derry e nel resto del paese, vedeva una grande partecipazione popolare. Nei quartieri a maggioranza cattolica della nostra città avevamo eretto barricate e creato una specie di stato indipendente per difenderci dai continui soprusi della polizia asservita a Londra. Il 30 gennaio 1972 tanti cittadini, famiglie e persone di tutte le età scesero in piazza per partecipare a una marcia pacifica per l’uguaglianza, reclamando i più fondamentali diritti civili, chiedendo la fine delle discriminazioni sul lavoro e nel diritto alla casa e la fine del voto per censo, che all’epoca esisteva ancora in Irlanda del Nord. Quella marcia è stata uno spartiacque perché per la prima volta il massacro fu compiuto alla luce del sole, durante una bella e luminosa giornata d’inverno, davanti agli occhi di centinaia di testimoni. Ogni singola vittima, ogni persona uccisa o ferita, è stata vista da centinaia di altre persone. Provenivano tutti dai quartieri cattolici della città e ci conoscevamo quasi tutti, io conoscevo personalmente tre delle vittime. Fu un attacco omicida e premeditato contro un’intera comunità.
Perché ancora oggi ritiene che sia necessario continuare a marciare nell’anniversario della strage?
Gli esiti dell’inchiesta Saville prevedevano una specie di scambio con gli inglesi. Alle famiglie fu chiesto di cessare la protesta per il bene del processo di pace. Bussarono alle porte delle case, una ad una, per far firmare loro un accordo nel quale si impegnavano a non scendere più in piazza. Purtroppo però l’inchiesta non ha rivelato tutta la verità su quanto accadde. In primo luogo ha esonerato, con una sola eccezione, tutti gli ufficiali di alto grado del reggimento dei paracadutisti che aprirono il fuoco sulla gente. È passata la tesi che tutto sia stato causato da un gruppo di soldati indisciplinati che ha disobbedito agli ordini. Ma noi sappiamo che non è vero. Il giudice ha fatto una scelta politica incolpando soltanto soldati di basso rango, senza citare per esempio le responsabilità di uomini come Michael Jackson, all’epoca vicecomandante dei parà, divenuto poi comandante in capo delle forze Nato in Bosnia, e infine Capo di Stato Maggiore dell’esercito britannico. Cameron ha affermato che la strage è stata compiuta da un piccolo gruppo di soldati non rappresentativi dell’esercito inglese, ma è una menzogna. Non un errore, non un equivoco, ma una vera e propria menzogna. È necessario continuare la protesta anche perché ad oggi nessuno dei soldati incolpati della strage è stato processato. Ci chiediamo perché i soldati incolpati di crimini così gravi da un’inchiesta giudiziaria così lunga e approfondita non siano stati ancora messi sotto processo. Il giudice Saville si è limitato a dire che tutte le vittime erano innocenti e disarmate, e che i soldati non le colpirono per legittima difesa. Riteniamo che lo Stato, quando uccide i suoi stessi cittadini debba essere chiamato a rispondere, non solo a Derry nel 1972 ma in qualunque parte del mondo.
A che punto è la nuova inchiesta affidata alla polizia nordirlandese? E quali sono le speranze di ottenere finalmente giustizia?
Per il momento è stato arrestato solo un soldato, un anno fa, per essere interrogato ma nessuno è stato ancora messo sotto processo. Londra sta facendo pressioni enormi sulle famiglie che non hanno accettato l’accordo. Io sono sempre al loro fianco, abbiamo incontrato tre diversi segretari di Stato, ai quali abbiamo ripetuto che i responsabili devono essere individuati e incriminati. Non solo i soldati ma anche i funzionari dello Stato, gli alti comandi militari che hanno pianificato, reso possibile e perpetrato la strage del 1972. Siamo consci che ci sono pochi precedenti storici in questo senso, ma teniamo a mente quello che accadde in seguito al massacro di My Lai, in Vietnam, del 1968. In quel caso un soldato statunitense fu dichiarato colpevole di omicidio premeditato per aver ordinato di sparare ed è stato condannato all’ergastolo.
RM

Robert Ford, il criminale di guerra morto da eroe

La vita gli ha riservato le massime onorificenze civili e militari ma la storia, presto o tardi, non potrà che esprimere un giudizio di condanna nei confronti del generale Robert Ford, morto il 24 novembre scorso all’età di 91 anni, da uomo libero. Oltre quarant’anni fa era stato il comandante in capo delle forze militari britanniche di stanza in Irlanda del Nord che il 30 gennaio del 1972 si macchiarono della terrificante mattanza di civili nota come “Bloody Sunday”. La strage di Derry (13 uomini uccisi, un quattordicesimo che morì poco dopo a causa delle ferite riportate) fu un  brutale atto punitivo che il governo britannico intese perpetrare per stroncare la resistenza messa in atto dalla città, dove nei quartieri cattolici erano state erette barricate a difesa della popolazione. In più occasioni, anche dopo quella fatale domenica che incendiò definitivamente la regione facendo del 1972 l’anno più sanguinoso del conflitto, Ford non esitò a prendere le parti degli estremisti protestanti. Anche quando questi attaccarono i quartieri cattolici lanciando veri e propri pogrom.

A sinistra: Robert Ford
A sinistra: Robert Ford

In anni recenti, il generale dalle mani insanguinate ha testimoniato più volte nell’ambito dell’inchiesta-fiume del giudice Saville sui fatti della domenica di Derry, il cui rapporto conclusivo (pubblicato nel 2010) ha stabilito che non esistono prove a suo carico. Ovvero che non fu lui a consentire ai suoi uomini di ammazzare i manifestanti nelle strade di Derry. Una conclusione che appare quantomeno curiosa, se si pensa che appena tre settimane prima della “Bloody Sunday”, Ford scrisse una nota confidenziale al suo diretto superiore, il luogotenente generale Sir Harry Tuzo, affermando che per ristabilire la legge e l’ordine sarebbe stato necessario eliminare almeno i principali capibanda tra i “giovani teppisti” – sue testuali parole – di Derry. E fu infatti proprio lui a stabilire che quel giorno, per reprimere una pacifica manifestazione di protesta, sarebbero intervenuti i paracadutisti armati di fucili da guerra carichi di proiettili calibro 22. Il loro compito era quello di forzare l’accesso al quartiere “liberato” di Bogside, a qualunque costo. “Le decisioni di Ford risultano criticabili – ha concluso il rapporto Saville – ma il generale non poteva sapere che ciò avrebbe portato i paracadutisti ad aprire il fuoco in modo ingiustificato”. Un conclusione a dir poco incredibile, dal momento che i parà non sono unità militari addestrate per fronteggiare civili inermi in un contesto urbano. Ma nella periferia dell’Impero britannico, negli anni ’70, tutto era consentito e per gli assassini l’impunità era sempre garantita. La prestigiosa carriera militare di Robert Ford si è conclusa nel 1981. Per elencare le medaglie e le cariche che ha ottenuto durante la sua vita non basterebbe un intero libro. E se la giustizia ha fallito, la speranza è che almeno la storia, prima o poi, stabilisca davvero cos’è stato: un criminale di guerra.
RM

NELLA FOTO: Il generale Robert Ford con la regina Elisabetta, nel 1982
NELLA FOTO: Il generale Robert Ford con la regina Elisabetta, nel 1982

Bloody Sunday, arrestato il primo parà britannico

Ci sono voluti quasi 44 anni e due inchieste giudiziarie – l’ultima delle quali durata oltre dodici anni – per arrivare finalmente al primo arresto di uno dei militari britannici accusati della strage di civili nota come “Bloody Sunday”, la domenica di sangue di Derry, in Irlanda del Nord. Ieri un ex militare britannico di 66 anni, all’epoca in servizio nel reggimento dei paracadutisti di Sua Maestà, è stato arrestato con l’accusa d’aver sparato ad alcuni dei manifestanti irlandesi uccisi durante la marcia pacifica per i diritti civili che si svolse il 30 gennaio del 1972: William Nash di 19 anni, John Young (17 anni) e Michael McDaid (20), tutti e tre freddati nei pressi di Rossville Street, nel quartiere di Bogside. L’ex soldato è sospettato anche del tentato omicidio del padre di William Nash, che accorse per cercare di salvare suo figlio, rimanendo a sua volta ferito dai colpi dei parà. L’uomo – il primo militare arrestato per i fatti del 1972 – è stato preso in consegna dalle forze di polizia e trasferito in un centro di detenzione della Contea di Antrim dopo essere stato sottoposto a interrogatorio a Belfast da inquirenti del pool del cosiddetto Legacy Investigation Branch dell’Irlanda del Nord, chiamato a indagare proprio sulle vicende storiche del conflitto.

One of the images to emerge from Bloody Sunday.
One of the images to emerge from Bloody Sunday.

L’ispettore Ian Harrison ha sottolineato che questo primo arresto “segna una fase nuova dell’intera inchiesta”, destinata a “proseguire per qualche tempo”. La speranza dei familiari delle vittime è che l’arresto di ieri sia soltanto l’inizio e che serva a scoprire finalmente a portare di fronte al banco degli imputati i 29 soldati accusati della strage e mai finora né arrestati, né formalmente incriminati.
Lord Peter Mandelson, già Segretario di Stato britannico per l’Irlanda del Nord negli anni cruciali del processo di pace, ha affermato invece che è pericoloso scavare in un passato così lontano. Noi crediamo che l’unico pericolo – quasi una certezza – è che non sia mai fatta giustizia per le quattordici vittime della strage di domenica 30 gennaio 1972.
RM

Irlanda del Nord: Amnesty critica l’incapacità di affrontare il passato

C’è una crudele ironia nel fatto che l’Irlanda del Nord venga presentata come un modello di successo quando molte famiglie delle vittime in realtà considerano il modo in cui sono state trattate un fallimento“.

Le vittime del conflitto in Irlanda del Nord sono “vergognosamente deluse” da un approccio con il passato viziato e frammentario, ha dichiarato oggi Amnesty International in occasione della pubblicazione di un nuovo rapporto.

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Il rapporto Irlanda del Nord: è ora di affrontare il passato rimprovera al governo del Regno Unito e ai partiti politici nordirlandesi la mancanza di volontà politica per far emergere la verità e fare giustizia. Quindici anni dopo l’accordo del Venerdì Santo di Belfast e a una settimana dall’avvio di nuovi importanti colloqui, il rapporto di 78 pagine rivela che le aspettative delle vittime e delle loro famiglie sono state tradite da vari successivi tentativi di indagare sugli abusi. L’incapacità di trovare un approccio onnicomprensivo per affrontare il passato ha contribuito alla divisione del tessuto sociale che in Irlanda del Nord è ancora molto marcata, ha evidenziato Amnesty. Il rapporto, lanciato oggi a Belfast, giunge poco prima dell’inizio dei negoziati trasversali presieduti dall’ex inviato americano in Irlanda del Nord, Richard Haass, per affrontare l’eredità del passato e altri argomenti controversi quali i cortei e le bandiere. John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International, ha dichiarato: “Le vittime e le loro famiglie sono state vergognosamente deluse da inadeguati tentativi di arrivare alla verità su quanto è accaduto in Irlanda del Nord. “Vi è una crudele ironia nel fatto che l’Irlanda del Nord venga presentata come un modello di successo quando molte famiglie delle vittime ritengono che il modo in cui sono state trattate sia un fallimento. “Negli ultimi 10 anni, un coacervo di misure, tra cui anche indagini isolate, non è riuscito a stabilire la piena verità sulle violazioni e le violenze del passato, lasciando molte delle vittime ancora in attesa di giustizia. “Il governo britannico e tutti i partiti politici dell’Irlanda del Nord ora devono prendere il toro per le corna e accordarsi per un nuovo approccio che possa occuparsi nel modo più completo degli avvenimenti del passato”.
Il rapporto rileva che, sebbene esistano numerosi meccanismi eterogenei e isolati istituiti per esaminare eventi separati, le loro intrinseche limitazioni e la ristrettezza dei loro mandati ha significato che essi non sono in grado – neppure se agissero tutti insieme – di fare piena luce sulle violazioni dei diritti umani e gli abusi commessi da entrambe le parti durante un trentennio di violenza politica.
Durante i “Troubles” in Irlanda del Nord furono uccise più di 3600 persone e più di 40.000 vennero ferite. Nella maggior parte dei casi nessuno è mai stato chiamato a risponderne. Il rapporto di Amnesty International mostra come le famiglie abbiano vissuto in prima persona il fallimento delle inchieste effettuate dalla Gruppo per le inchieste storiche della polizia dell’Irlanda del Nord, dall’ufficio del Difensore civico per le attività della polizia e da vari medici legali, ognuna delle quali aveva un mandato limitato e ha spesso lasciato le famiglie con più domande che risposte.  James Miller, il cui nonno David Miller fu ucciso insieme ad altre otto persone a Claudy nel 1972, in un attentato attribuito all’Ira, ha dichiarato: “Si dice che stiano aspettando che moriamo. Ma la prossima generazione continuerà a fare domande su quanto è successo. Prendete me, quello che è stato ucciso era mio nonno, ma io continuo ancora a chiedere la verità”.
Peter Heathwood fu colpito da alcuni uomini armati, sospettati di essere lealisti, che nel settembre 1979 lo aggredirono a casa sua e da allora è rimasto paralizzato. Suo padre, Herbert Heathwood, ebbe un attacco di cuore e morì durante l’aggressione. Peter afferma: “La gente dice ‘dimentichiamo il passato e andiamo avanti, è successo 30 anni fa’. È una stupidaggine bella e buona. In Irlanda del Nord il passato è il presente. Se non affrontiamo il passato, i miei nipoti dovranno di nuovo soffrire per questo, e non voglio che vada così. Siamo persone ferite, siamo le cicatrici viventi della società e abbiamo bisogno che venga riconosciuto ciò che abbiamo sofferto”. Amnesty International chiede l’istituzione di un meccanismo globale di revisione del conflitto nel suo insieme, che possa stabilire la verità sulle violazioni dei diritti umani e ne determini le responsabilità”. Un meccanismo del genere deve anche esaminare gli abusi subiti dalle persone gravemente ferite e dalle vittime di tortura e altri maltrattamenti, che troppo spesso sono state escluse dai procedimenti esistenti, ha dichiarato l’organizzazione per i diritti umani. Un meccanismo così strutturato sarebbe un importante passo avanti verso la fine dell’impunità per le violazioni dei diritti umani e le violenze in Irlanda del Nord e potrebbe contribuire a sanare le divisioni del tessuto sociale.
Amnesty International ha effettuato ricerche sui 30 anni di conflitto politico in Irlanda del Nord documentando una serie di violazioni dei diritti umani e violenze, tra cui omicidi illegittimi, tortura e altri maltrattamenti, rapimenti e processi iniqui. Amnesty International chiede indagini efficaci e la possibilità per le vittime di godere del diritto al rimedio e alla riparazione. Questo rapporto si basa sulle ricerche condotte da Amnesty International negli ultimi 18 mesi, che hanno compreso incontri e 47 lunghe interviste con parenti di persone uccise provenienti da comunità diverse e con persone gravemente ferite durante il conflitto.

Il popolo di Derry marcia ancora per la giustizia

Ancora in marcia, dalle alture di Creggan fino al Bogside, per ottenere quella giustizia che viene negata da 41 anni. Domenica 27 gennaio il popolo di Derry, memore della storica esperienza di Derry Libera della fine degli anni ’60, scenderà nelle strade e marcerà per i propri diritti da sempre calpestati dalla feroce repressione britannica. Da più di quattro decenni le mura, le case, i vicoli della piccola cittadina gridano tutta la loro rabbia per la paurosa mattanza compiuta dai paracadutisti dell’esercito britannico il 30 gennaio 1972. Fu un’esecuzione cinica, brutale e premeditata che colpì non a caso solo uomini, cittadini di Derry, scesi in strada per manifestare pacificamente. E che divennero vittime della sanguinosa vendetta decisa dalle alte sfere, a Londra, per ‘punire’ la città colpevole di essersi ribellata, qualche anno prima, dichiarando un’autogestione e una ‘liberazione’ che mise in scacco per mesi le autorità coloniali.
Ma dal 2010 qualcosa è cambiato. Le conclusioni dell’inchiesta condotta da lord Saville hanno rappresentato uno storico spartiacque, anche se purtroppo non sono riuscite a consegnare alla storia quella drammatica vicenda. Finalmente un tribunale britannico ha riconosciuto che i quattordici civili uccisi a sangue freddo dai militari di Sua Maestà erano innocenti, che non vi fu alcuno scontro a fuoco al quale i soldati risposero, nessuna battaglia per le strade, solo una vile aggressione contro cittadini inermi. Ma di incriminazioni o processi a carico dei soldati o di chi quel giorno dette l’ordine di sparare, almeno finora, neanche l’ombra. Dopo la pubblicazione del rapporto i familiari delle vittime e la popolazione di Derry, protagonista in questi anni di una memorabile battaglia per avere giustizia, sfogarono una gioia catartica, quasi liberatoria, che scaturiva dalla consapevolezza di aver ottenuto qualcosa di inimmaginabile, fino a qualche anno prima. Il Bloody Sunday Trust, la fondazione dei familiari delle vittime, stabilì che la marcia successiva all’uscita del rapporto, quella del gennaio 2011, sarebbe stata l’ultima. Che da allora in poi la giustizia sarebbe stata richiesta con altri mezzi e altre modalità. Ma la decisione fece discutere fino a spaccare il fronte della storica mobilitazione. Eamonn McCann fu il primo a dare le dimissioni dalla Fondazione, e a prendere le distanze dalle sue decisioni troppo eterodirette. L’anziano scrittore-attivista, da sempre anima di Free Derry, non fece nomi, non prestò il fianco alle polemiche, ma contestò la scelta di non svolgere più la marcia. Ben presto si capì che le decisioni del Bloody Sunday Trust e del Sinn Féin – che da sempre controllava la marcia – non incontravano il favore di tutti i familiari delle vittime. Secondo alcuni di loro interrompere la marcia era ancora prematuro, e per questo decisero di continuarla comunque, per continuare a reclamare quella giustizia che il rapporto Saville aveva decretato solo in minima parte. E l’anno scorso, per il quarantesimo anniversario, organizzarono autonomamente una marcia che portò per le strade della cittadina irlandese oltre cinquemila persone. Continua la lettura di Il popolo di Derry marcia ancora per la giustizia

Bloody Sunday, i 40 anni di una Tien an Men europea

Oggi ricorre il 40° anniversario della “Domenica di sangue” del 1972, che vide i paracadutisti inglesi sparare su una folla di manifestanti durante un corteo per i diritti civili a Derry, in Irlanda del Nord. Riproponiamo la testimonianza di Fulvio Grimaldi, il giornalista italiano che visse in prima persona quelle tragiche ore del 30 gennaio 1972, riportata nel libro “Storia del conflitto anglo-irlandese. Otto secoli di persecuzione inglese”:

“Quanto accadde quel giorno era fuori dall’immaginazione di chiunque. Trattandosi di una marcia per i diritti civili era del tutto pacifica, composta dagli abitanti del ghetto cattolico-repubblicano di Derry. Io seguivo questo movimento dal 1968: chiedevano semplicemente case, lavoro, meno vessazioni da parte della polizia, maggiore accesso alle istituzioni e la fine del voto per censo, che incredibilmente esisteva ancora in Irlanda del nord. Ventimila uomini, donne, bambini e anziani marciarono da un’altura di questo ghetto – che si chiama Creggan – verso il quartiere in basso, adiacente alla cittadella unionista, che si chiama Bogside. Da alcuni mesi questo quartiere era stato “liberato”: l’esercito inglese si era dovuto ritirare da lì come dalle zone repubblicane delle altre principali città nordirlandesi, come Belfast, Armagh e Newry. Aveva dovuto farlo in seguito alle manifestazioni e alle offensive di massa organizzate dagli abitanti ed era quindi una zona liberata. Al suo ingresso campeggiava infatti la scritta “state entrando nella Derry libera” – una scritta che, restaurata, è rimasta ancora oggi – e questo corteo voleva manifestare in difesa di questa libertà e per ottenere uguali condizioni sul lavoro, politiche abitative e il diritto al voto. Fu una manifestazione assolutamente pacifica, assolutamente inerme e quei piccoli germogli di IRA che in quegli anni cominciavano a fiorire in Irlanda del nord avevano assicurato che non avrebbero partecipato alla marcia proprio per permetterne il pacifico svolgimento.

Invece poco più di un’ora dopo l’inizio della manifestazione i paracadutisti aprirono il fuoco sulla gente. Le fotografie e le registrazioni audio che sono riuscito a raccogliere quel pomeriggio dimostrano inequivocabilmente che si trattò di un assalto premeditato, a freddo, dell’esercito inglese contro civili e manifestanti inermi. Alle 16 mi trovavo alla testa del corteo. Alcune file di manifestanti si erano fermati di fronte a una barriera di soldati inglesi che impediva ai manifestanti di entrare nel centro della città. Obiettivo del corteo sarebbe stato raggiungere il municipio, invece il cordone di militari inglesi impediva a tutti di passare. Anche molti giornalisti furono costretti a rimanere al di fuori: c’eravamo soltanto io e un collega francese, Gilles Peress. Ci trovavamo entrambi in queste prime file del corteo quando iniziò uno scambio di insulti e lanci di sassi, ricambiati dall’esercito con gas lacrimogeni e idranti che sparavano acqua colorata. Lo scambio durò circa dieci minuti, dopodiché il corteo riprese il suo percorso verso il cuore del quartiere di Bogside, dove ci sarebbe stata una manifestazione con interventi tra gli altri anche di Bernadette Devlin, la famosa pasionaria della resistenza irlandese. Anche noi riprendemmo il cammino. Ci trovavamo a quel punto in coda al corteo, che si era mosso molto velocemente mentre erano in atto gli scontri. Da lì assistemmo all’ingresso improvviso – assolutamente inaspettato e travolgente – dei blindati inglesi, al cui interno si trovava il famigerato primo battaglione dei paracadutisti. Quattro o cinque blindati si precipitarono all’inseguimento della coda del corteo, ci superarono, si fermarono e saltarono fuori alcuni paracadutisti con maschere antigas, elmetti, in perfetta tenuta da guerra. Imbracciavano i micidiali mitragliatori Sterling: armi terribili, capaci di fare buchi enormi anche nel cemento. Immediatamente si inginocchiarono, presero la mira e spararono nella coda del corteo, in mezzo alla gente, che si stava allontanando e che a quel punto, pensando ancora di essere bersagliata da proiettili gomma, idranti o lacrimogeni e non da pallottole vere, non si preoccupò più di tanto e continuò a fuggire. Ma a un certo punto caddero delle persone. Il primo fu un ragazzino di sedici anni, colpito da una pallottola che gli entrò nella spalla destra e gli uscì sul fianco sinistro, dall’alto in basso, probabilmente perché correva curvo mentre tentava di scappare. Era praticamente una delle ultime persone del corteo. Io mi trovavo vicinissimo a lui, a circa tre metri, e sono riuscito a fotografarlo mentre moriva, e mentre un prete, padre Daly – che poi sarebbe diventato il vescovo di Derry – gli dava l’estrema unzione. Quel ragazzo fu il primo ucciso della giornata. Poi ho fotografato una donna che è stata colpita a una gamba, che poi le è stata amputata, una signora di una cinquantina d’anni. Ho visto un ragazzo coraggiosissimo, che a quel punto si è buttato in mezzo a questo spazio, in cui avveniva la sparatoria, contro i fuggitivi e ha cominciato a urlare “vigliacchi, sparate a me, non alle donne”, e prontamente gli hanno sparato nel ginocchio e da allora è paralizzato. Poi la mattanza è continuata: per venti minuti i paracadutisti inglesi hanno sparato ininterrottamente su questa povera gente. Hanno anche ucciso un ragazzo che si trovava a terra ferito e implorava di essere risparmiato. Un parà gli si è avvicinato e da pochi centimetri gli ha sparato alla testa. È stato un vero mattatoio, con persone che non sapevano più dove trovare rifugio”.

Subito dopo aver udito i primi spari, anche Grimaldi cercò di allontanarsi dal corteo per non rischiare di rimanere vittima dei colpi dei soldati inglesi.

“Salii in un appartamento al secondo piano di un palazzo dentro al quale si erano rifugiati altri manifestanti. Da lì volevo telefonare al mio giornale, che era “Paese sera”, per raccontare in diretta cosa stava succedendo. Mentre aspettavo la chiamata da Roma ho scattato delle fotografie dalla finestra. Sulla strada c’erano questi morti per terra, che i soldati raccoglievano e sbattevano come sacchi di patate all’interno dei blindati. Erano ragazzi che non avevano assolutamente niente addosso, se non i jeans e un giubbotto. Più tardi i soldati avrebbero affermato che addosso a questi ragazzi erano state trovate delle bombe di chiodi, delle molotov e chissà cos’altro. La cosa era assolutamente falsa perché noi li avevamo visti tutti cadere inermi, senza alcuna arma. Fu un’altra falsificazione per giustificare questo massacro a freddo perpetrato dall’esercito inglese. La sparatoria finì dopo circa venticinque minuti in cui per fortuna io e alcuni colleghi siamo riusciti a fotografare e a registrare molte cose. Oltre alle grida dei feriti, al panico, alle urla della gente incazzata che gridava improperi agli inglesi c’erano i suoni di quasi tutti i colpi sparati dai militari e nessun’altra arma, a dimostrazione che a sparare erano stati soltanto i fucili Sterling in dotazione all’esercito britannico”.

Poi gli inglesi iniziarono la caccia ai giornalisti che stavano documentando la strage e che rischiavano di diventare testimoni scomodi.

“Quando si resero conto che saremmo stati un’insidia per la versione ufficiale dell’accaduto, le varie unità militari presenti ai posti di blocco che circondavano il ghetto cattolico di Derry ricevettero l’ordine di catturare il giornalista italiano e la sua collega a tutti i costi. E con qualsiasi mezzo. Nel linguaggio militare questo significa anche a costo di sparare. Lo venimmo a sapere attraverso i ragazzi di Derry che intercettavano le radio militari inglesi. Sapevamo che eravamo a rischio non soltanto noi, che siamo spendibili, quanto il materiale fotografico e sonoro che avrebbe documentato per sempre la volontà di un reparto dell’esercito, e quindi di un ministero, e quindi di un governo, di fare una strage di civili quel giorno a Derry. Di conseguenza ci dovemmo rifugiare in una casa e farci proteggere da quella che era l’organizzazione di resistenza repubblicana nel ghetto cattolico. Nottetempo, facendoci passare attraverso vie di campagna in mezzo alla nebbia, riuscirono a farci passare il confine con la Repubblica d’Irlanda che è a pochi chilometri da Derry. Dall’altra parte ci attendeva una macchina che ci portò a Dublino dove la mattina dopo alle sette, nell’edizione più ascoltata del giornale radio dell’emittente di Stato irlandese ebbi modo di far sentire la registrazione del massacro e di raccontare quello che avevo visto. Mentre su tutti i giornali della mattina della Repubblica irlandese uscirono le mie fotografie con le uccisioni e i paracadutisti che sparavano, il generale Ford, comandante dei reparti inglesi in Irlanda, ebbe il coraggio di affermare al telegiornale serale della Bbc che “in mezz’ora il battaglione ha esploso due colpi in risposta a un’aggressione di cecchini dell’IRA”. Fu una cosa davvero stupefacente, perché io dal terreno avevo raccolto di persona quarantacinque bossoli dei proiettili sparati dai militari. La prima inchiesta sulla strage, svolta solo pochi mesi dopo, fu presieduta da un magistrato mercenario, Lord Widgery, e non tenne conto in alcun modo delle testimonianze avverse ai paracadutisti, ma si limitò a prendere per buone le bugie dei militari e dei loro comandanti assolvendo tutti i responsabili della strage. E naturalmente anche i mandanti del massacro, che erano il primo ministro inglese dell’epoca Edward Heath e il ministro della Difesa Reginald Maudling”.

Martin McGuinness: da guerrigliero a presidente?

di David McKittrick

Ne ha fatta di strada Martin McGuinness, il candidato del Sinn Fein alla presidenza dell’Irlanda, da quando il suo ruolo era quello di garantire ai falchi dell’IRA che l’organizzazione non avrebbe mai consegnato le armi né avrebbe abbandonato la lotta armata. Nei primi giorni del processo di pace, il suo compito era quello di rassicurare i militanti più scettici che sospettavano che Gerry Adams e altre ‘colombe’ repubblicane potessero spingersi troppo oltre e troppo velocemente nel ridisegnare i confini dell’ortodossia repubblicana. “La nostra posizione è chiara e non cambierà mai, mai mai”, insisteva con la sua tipica franchezza al congresso del partito nel 1986. “La guerra contro il dominio britannico continuerà finché non sarà conquistata la libertà”.
Tuttavia, oggi l’IRA ha messo fuori uso il suo arsenale ed è uscita di scena. McGuinness persegue il suo obiettivo dell’unità dell’Irlanda con mezzi esclusivamente politici e ha appena detto che se verrà eletto alla presidenza del paese è pronto a incontrare la Regina. I governi di Londra, Dublino e Washington non si fanno illusioni circa la sua carriera di leader di spicco dell’IRA, durante la quale avrà dato il proprio consenso a centinaia di attentati. Gli unionisti lo sanno bene, eppure col loro voto hanno appoggiato il governo di coalizione da lui guidato insieme ad altri rappresentanti politici. Il suo percorso da leader della guerriglia a candidato alla presidenza è stato lungo e tortuoso, e molte persone sono morte lungo la strada.

Entrò nell’IRA nella sua città natale di Derry molto prima che i paracadutisti inglesi uccidessero tredici persone nella Domenica di sangue del 1972. Fin da giovanissimo è stato una figura importante dell’esercito repubblicano
irlandese, e quello stesso anno partecipò a un incontro segretissimo con un ministro britannico a Chelsea. Nel giro di qualche anno le forze di sicurezza si sarebbero stabilite nell’isola per combattere quello che la stessa IRA definì la “lunga guerra”, basata sull’assunto secondo il quale una violenza reiterata avrebbe costretto i britannici a un ripensamento e al definitivo abbandono dell’Irlanda del Nord. Invece sarebbe stata la leadership di Adams e McGuinness a subire un ripensamento, fino a portare i due leader alla conclusione che il ritiro non era un’opzione prevista. L’idea alternativa che svilupparono gradualmente prevedeva che fossero i repubblicani a dover effettuare una svolta politica. A sorprendere, in questo processo, è il fatto che McGuinness si sia dimostrato formidabile nelle vesti di politico proprio come lo era stato in quelle di comandante dell’IRA. Diventato il capo negoziatore del Sinn Fein, trascorse ore e ore in conclave con Tony Blair insieme a Gerry Adams, poi è entrato nel governo di Belfast, facendo inorridire gli unionisti quando fu nominato ministro dell’educazione. Ma pur avendo abbandonato la scuola da ragazzino, ha mostrato notevoli capacità amministrative. Ha sorpreso anche il suo fascino personale, che gli ha consentito di conquistare la fiducia di alcuni dei suoi vecchi nemici, uno su tutti il reverendo Ian Paisley. Momenti decisivi sono stati quelli che l’hanno visto, in tempi recenti, definire “traditori” i gruppi dissidenti repubblicani e fare appello ai nazionalisti affinché entrassero nella nuova polizia. Il suo obiettivo dell’unità dell’Irlanda è ancora lì, ma le pistole sono state messe da parte. Ad alcuni dissidenti questo non va giù, ma sono in netta minoranza rispetto a quelli che invece sostengono una linea di pragmatismo. Ciò è dimostrato dal crescente consenso elettorale nei confronti di Sinn Fein, cui non manca molto a diventare il principale partito dell’Irlanda del Nord, e già da tempo è la più vasta formazione politica nazionalista. Al di là dal confine con la Repubblica non ha fatto grandi passi avanti, ma quest’anno è diventato il quarto partito a livello nazionale. La sfida presidenziale farà crescere ulteriormente il profilo di McGuinness. In pochi ritengono che possa davvero vincere, ma un buon risultato rappresenterebbe un’altra tappa del suo lungo viaggio verso il potere.

(da “The Independent”, 18 settembre 2011)

“Condannate i carnefici della Bloody Sunday”

Hanno lottato trentanove anni per ottenere la verità, adesso vogliono anche la giustizia. Le famiglie delle vittime della Bloody Sunday di Derry porteranno in tribunale i paracadutisti britannici responsabili della strage del 30 gennaio 1972. La notizia giunge proprio il giorno dopo la grande marcia che ogni anno si tiene nella città irlandese per commemorare la mattanza di civili durante una pacifica manifestazione di piazza. Dopo una campagna incessante durata quasi quarant’anni, i familiari delle vittime hanno ottenuto nel giugno scorso una prima grande vittoria con il rapporto sull’inchiesta del giudice Saville, che ha dichiarato inequivocabilmente che le vittime erano innocenti. Proprio il rapporto, secondo le famiglie, può costituire la base giuridica sulla quale fondare la sacrosanta richiesta d’incriminazione nei confronti dei militari carnefici: un’azione legale è già pronta e sarà consegnata al pubblico ministero. John Kelly – il cui fratello Michael fu ucciso a soli 17 anni dai soldati britannici – ha detto che la pubblicazione del rapporto Saville è il trampolino di lancio verso il conseguimento di condanne contro il soldato che ha ucciso suo fratello e gli altri tredici cittadini caduti sotto il fuoco dei parà. “Ingiustificato, ingiustificabile e sbagliato”: così il primo ministro David Cameron ha definito ciò che accadde in quel giorno maledetto, in un discorso passato ormai alla storia. Ecco perché i familiari delle vittime hanno incaricato i propri legali di procedere in via giudiziaria contro i soldati, che sono ancora vivi e di cui si conoscono bene nomi e cognomi. Secondo l’avvocato Peter Madden dello studio legale Madden&Finucane esistono adesso prove d’interesse probatorio e d’interesse pubblico per avanzare azioni penali. D’altra parte il tempo non può e non deve costituire un alibi o un ostacolo alla persecuzione e alla punizione dei colpevoli, come dimostrano per esempio i processi intentati anche in Italia ai criminali nazisti.
Intanto, domenica scorsa migliaia di persone hanno marciato nelle strade di Derry per il corteo commemorativo che si svolge ogni anno dal 1972. La marcia ha seguito la rotta prevista dall’originale manifestazione per i diritti civili, dai negozi di Creggan alla Guildhall square, la piazza del municipio. Un comunicato firmato dalla maggioranza delle famiglie delle vittime ha annunciato che questa sarebbe stata l’ultima marcia ma la decisione è stata accolta con sdegno da alcuni familiari, secondo i quali si tratta di una decisione prematura. Soprattutto in considerazione del fatto che l’anno prossimo segnerà il quarantesimo anniversario della strage.
RM