Sarajevo tra riconciliazione e revisionismo

Sono le 10 e 45 di quel fatale 28 giugno 1914, quando la festosa confusione di una mattinata, a Sarajevo, è rotta da una serie di colpi di pistola che sono destinati a cambiare per sempre il corso della storia. Gavrilo Princip, il giovane membro dell’organizzazione rivoluzionaria Mlada Bosna (Giovane Bosnia) che li esplose, certo non avrebbe mai immaginato che quel suo gesto, oltre a causare la morte dell’arciduca austroungarico Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia, sarebbe diventato anche il pretesto per far precipitare il mondo nel baratro della Grande guerra. Eppure da allora, sebbene l’eredità di Princip sia contesa tra chi lo considera un combattente per la libertà, e chi invece lo ritiene solo un terrorista, la sua figura è entrata in una sorta di limbo ed è liquidata con un paio di righe nei libri di storia. Invece la sua breve vicenda personale – Princip scampò la pena capitale a causa della sua giovane età, fu condannato a vent’anni di carcere e nel 1918 morì di tubercolosi dopo soli quattro anni di reclusione – può rappresentare la bussola per comprendere molti aspetti della nostra storia recente. Il giornalista britannico Tim Butcher, già corrispondente di guerra da Sarajevo durante l’assedio degli anni ’90 per il quotidiano londinese Daily Telegraph, ne è convinto al punto da aver percorso i Balcani in lungo e in largo per raccontare la controversa figura di questo giovane irredentista in The Trigger: Hunting the Assassin Who Brought the World to War. Un libro che spiega come Princip si è tramutato da studente modello a militante nazionalista, fino a diventare un omicida per motivi politici uccidendo l’erede al trono asburgico dopo esser stato manipolato da alcune fazioni dei servizi segreti del regno di Serbia. gavrilo-1Una storia prima messa in sordina poi deformata per motivi di opportunità politica da quelle stesse forze che col suo gesto il giovane cercò di liberare. Il susseguirsi degli eventi di quel giorno, nient’altro che l’apice di una serie di motivazioni che dalla caduta dell’impero napoleonico gettarono le basi per la Grande Guerra – le mire imperialiste di mezza Europa, la corsa agli armamenti delle maggiori potenze, vecchi rancori e continui scontri su basi etnico-territoriali – è assolutamente noto.
Ma la memoria di quel delitto è stata a lungo interpretata in modi contrastanti. La Jugoslavia socialista lo considerava un liberatore e per molti serbi è ancora oggi un eroe da celebrare, al punto che il 28 giugno prossimo le autorità di Istočno Sarajevo (una municipalità a maggioranza serba alle porte della capitale) erigeranno un monumento alla sua memoria, e una statua identica sarà eretta anche a Belgrado, quasi a voler rivendicare a posteriori un’improbabile appartenenza etnica per il suo storico gesto. Eppure Princip non era semplicemente un serbo ma un nazionalista bosniaco, membro della Giovane Bosnia, desideroso di liberare il suo paese dal giogo dell’impero austroungarico e unificare di conseguenza i popoli slavi. Voleva dunque unire, non dividere.
In questi giorni, in occasione delle celebrazioni del centenario della Prima guerra mondiale, Sarajevo, città martire del XX secolo, lancia un messaggio di riconciliazione, solidarietà e rispetto dei diritti umani.
RM

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