Ogni nazionalismo è colpevole. Ma le colpe non sono tutte uguali

Questo inquietante manifesto (in caratteri cirillici e dai colori che ricordano vagamente i film di Dario Argento) campeggiava sui muri di Srebrenica nei giorni precedenti l’anniversario del genocidio del 1995. E’ l’avviso della manifestazione dei nazionalisti serbo-bosniaci che si sarebbe tenuta il 12 luglio, ossia il giorno dopo la cerimonia presso l’area dell’ex base Onu di Potocari. Una sorta di ‘contromanifestazione’ per rivendicare presunte stragi di serbi perpetrate dai ‘musulmani’ nei mesi precedenti il genocidio. Personalmente ho un’idea molto negativa circa l’attendibilità di tali rivendicazioni dei serbo-bosniaci, in primis per la drammatica scarsità di armi che contraddistingueva la resistenza di Srebrenica. Per chiarirmi meglio le idee ho allora posto alcuni quesiti a Luca Leone, autore di “Srebrenica. I giorni della vergogna” (senz’altro il libro più completo e attendibile sull’argomento).

Quali prove esistono di questi crimini a danno dei serbo-bosniaci? È esagerato o del tutto fuori luogo parlare di 3500 morti serbi nei dintorni di Srebrenica? E in questo caso, quali autorità continuano a soffiare sul fuoco dell’intolleranza alimentando tali iniziative?

Ecco l’illuminante risposta di Luca Leone:

Nessuno sa con assoluta precisione quanti siano stati i morti “serbi” a Srebrenica. I “musulmani” dicono qualche decina, forse. C’è chi parla di centinaia. Chi di circa 3.000. Chi di più di 3.000. E così via. L’unica cosa certa è che 6 ce ne sono certamente stati: quelli per i quali Naser Oric è stato processato all’Aja, ma poi è stato assolto in appello, poiché la corte non ha ravvisato sue responsabilità dirette o indirette nel fatto. Possibile? Mi sembra così strano. Su Oric credo alle parole di Jovan Divjak (generale serbo che difese Sarajevo durante l’assedio, ndr), e dello Stamo Maggiore bosniaco: secondo loro si comportava come qualcosa a metà tra un bandito e un mafioso, durante l’assedio. In alcune fosse comuni sono stati effettivamente ritrovati corpi di cittadini serbi di Srebrenica e dei villaggi circostanti. Durante tutto il conflitto i paramilitari autocostituitisi che difendevano Srebrenica, riunitisi in bande, hanno effettuato scorrerie notturne ai danni dei serbi. Non solo per uccidere soldati nemici e rubare armi e munizioni (che a Srebrenica erano rarissime). Tutto questo è vero e ci sono testimoni che lo attestano. Come è vero che questi gruppi di “bravi” gestivano il commercio nero in città, forse anche in collegamento con gli assedianti. E’ successo a Sarajevo, dove “affaristi” assediati acquistavano merci dagli assedianti e la rivendevano ai loro concittadini assediati. Perché non dovrebbe essere successo anche a Srebrenica, dove i caschi blu si sono arricchiti con il commercio di contrabbando e dove i soldati dell’Onu gettavano il cibo nell’immondizia per divertirsi mentre gli assediati se lo contendevano? Quando parliamo di Srebrenica e della guerra di Bosnia non dobbiamo commettere l’errore di pensare che i buoni stessero tutti da una parte e i cattivi dall’altra. A chi lo sostiene, ricordo sempre che Sarajevo è stata difesa da circa 10.000 assediati serbi e che molti assediati serbi sono stati ammazzati dai cecchini serbi, incluso il padre di una mia amica. E ricordo che è facile sapere ma difficile capire. A volte molto difficile. Bisogna stare attenti alle generalizzazioni e alle semplificazioni eccessive. Morti serbi a Srebrenica ce ne sono stati eccome. Ma non si è trattato di un genocidio pianificato in tutti i dettagli come quello dei cittadini con un cognome musulmano o anche semplicemente con avi musulmani di Srebrenica. Mentre i morti serbi – centinaia o 3.000 che siano – sono stati vittime della barbarie di gruppi di sedicenti “musulmani”, e questo è esecrabile e orribile, perché i morti sono una cosa terribile a qualunque “gruppo” appartengano, soprattutto se civili (come 9 volte su 10 accade nelle guerre contemporanee). A Srebrenica gli Scorpioni, le Tigri e tutti gli assassini di quella risma hanno ammazzato 10.000 persone in 5-6 giorni, davanti agli occhi inerti e forse compiaciuti dei caschi blu e della comunità internazionale. La controcelebrazione del 12 luglio è solo una cerimonia nazionalista, xenofoba e propagandistica – alla quale, si racconta, non di rado partecipa Karadzic l’intoccabile – il cui scopo è rinfocolare la rabbia e l’odio etnico e religioso. Punto e basta. Bisogna farla finita con questa storia. E’ necessario che bosniaci e stranieri capiscano di essere vittime del più ottuso, cieco, arrogante e mortale nazionalismo – “musulmano”, “serbo” e “croato” – e che finché si continuerà a dare voce e retta a questa gente e alla loro propaganda, per il Paese non ci sarà mai pace. Il punto è che tre anni e mezzo di violenza, bugie e propaganda di tutte e tre le parti nazionaliste non sono bastati per fare a pezzi lo spirito multiculturale bosniaco, più forte delle angherie e della premiditata spietatezza di gente come Karadzic, Izetbegovic, Tudjman, Milosevic, e che stiamo assistendo al tentativo disperato di far crollare, infine, questo muro di resistenza. Per questo non bisogna prendere per oro colato né tutta la “verità” di una parte né tutta la “verità” dell’altra ma bisogna approfondire continuamente, per non cadere nella trappola nazionalistica. I serbi non sono stati tutti aggressori, i musulmani e i cattolici non sono stati tutti vittime. Alla fine, i vasi più deboli, tra quelli di ferro dei tre nazionalismi, sono quelli delle minoranze senza partito, ebrei e Rom, ad esempio. Non dimentichiamo che la Bosnia è di tutti e tutti questi gruppi ci vivono e devono viverci in pace. Altrimenti non facciamo altro che favorire la sedimentazione di altra violenza e dolore. Ed è ora di dire basta.
In conclusione: a Srebrenica c’è stato un genocido nel luglio 1995 e continue mattanze nel corso di tre anni e mezzo di assedio e battaglie. Pensare che in questo tempo neppure un civile “serbo” sia morto è quanto meno poco credibile.

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