Elvis è tornato a Srebrenica

(di Carla Giacomozzi)*

Può capitare che un bambino cammini dando la mano a suo padre, che il padre venga ucciso all’improvviso da un uomo armato, che la mano del bambino perda così per sempre il contatto con il padre. Questo e altro può capitare ed è capitato nel luglio 1995 in Bosnia. Questo e altro può capitare ed è capitato dentro la base ONU di Potočari, una frazione del comune bosniaco di Srebrenica. Questo è capitato ad un bambino di 10 anni. A quella data aveva già dietro e dentro di sé tre anni – di vita? – in una città sotto assedio. Non poteva esserci vera vita, è chiaro, ma c’era pur sempre la sicurezza della famiglia, un fratellino, mamma e papà. Elvis è il bambino di cui parlo.
Il giorno venerdì 11 luglio 2008 Elvis mi porta, a 13 anni da quel fatto, davanti alla fossa vuota che la sera del giorno prima ha scavato per suo padre. Siamo nello Spomen Obilježje i Mezarje / Memorial and Cemetery di Potočari, che Bill Clinton ha inaugurato nel 2003 e che accoglie le migliaia di vittime della pulizia etnica attuata dai serbi in Bosnia nel corso della guerra 1992 – 1995. Dal 2003, ogni 11 luglio in memoria del giorno d’inizio dell’ultimo grande massacro, vi vengono sepolti con rito musulmano i corpi trovati nelle fosse comuni e identificati. Dopo 13 anni ciò che è rimasto del padre di Elvis si è finalmente ricongiunto con la sua identità e può avere sepoltura. Tredici anni di intervallo tra la morte e la sepoltura! E’ uno spazio nel quale il piccolo Elvis è diventato prima adolescente e poi adulto, portando in chissà quale luogo di sè gli eterni fotogrammi del distacco. Il bambino davanti alla fossa ora è davanti al suo trauma più profondo, indifeso. Quello che mi chiede, senza parlare, è di stare lì insieme. Solo questo. Pensare al padre, alla sua vita e alla sua morte, alla morte. Passano conoscenti e compaesani e chiedono per chi sia quella fossa; a tutti Elvis risponde senza lacrime e con voce ferma “Moj otac”, mio padre. A un paio dà un’informazione in più “Il violinista”. Chi potrebbe lasciare solo un bimbo che sta in piedi davanti alla fossa del padre? Chi?

Cerco la mano dell’uomo bambino, pensando alla sua disperazione e alla mia. Il bambino stringe la mia mano, e a lungo la trattiene, racchiudendola. Non pensiamo al possibile scandalo di questo gesto in un cimitero. Il male profondo è molto vicino e l’unico modo per non continuare a morire è creare calore. Crearlo ora. Si impone sopra ogni convenzione. Mentre guardo e piango, penso anche a me stessa. Una delle mie attuali maggiori paure: seppellire i miei genitori, separarmi per sempre da loro. Sono le mie radici, il mio contatto diretto con i tanti che mi hanno preceduto, le due metà di cui sono costituita, gli autori di me. E ora sono qui a condividere il dolore causato a migliaia di persone da una morte imposta da un disegno politico; questo dolore travolge e non ha senso, non ha possibilità di essere compreso. Intanto Elvis e i suoi familiari pregano con le braccia aperte. Prende parte al solenne rito religioso. Tutto si svolge sotto un sole che brucia le teste, i cuori e le lacrime negli occhi. Io prego in un altro modo, con le mani giunte, e non lo faccio spesso, ma qui, ora, sì.
Finita la celebrazione religiosa gli uomini vanno sul prato dove sono allineate 308 bare, leggere, da seppellire oggi. Una dopo l’altra vengono sollevate in alto sopra il mare della folla. Solo le mani e le braccia degli uomini le sostengono e le fanno scorrere, con molta attenzione. La scena ha un grande significato: la comunità riprende possesso di tutti i suoi membri mancanti, li tocca dopo tanti anni di assenza, li accompagna ad una dimora. Queste leggere bare di telo verde fluttuano come una benedizione sopra amici, parenti e conoscenti. Intanto l’imam chiama i nomi dei 308, per non dimenticarli e per salutarli a nome di tutti un’ultima volta. Incrocio lo sguardo della madre di Elvis quando l’imam pronuncia il nome di suo marito. E’ un altro colpo dato ad un cuore che ha sofferto abissi che non racconterà mai a nessuno. Questa donna ha tre anni meno di me ed è vedova da 13. Faccio davvero fatica a mettere insieme i pezzi.Il feretro verde del padre di Elvis arriva davanti alla fossa. Elvis e il fratello scendono nella buca, lo prendono con molta cura, deponendolo sul fondo senza scuoterlo. Elvis ora è solo dentro la buca e pone delle assi di legno obliquamente al feretro, lo protegge. Per la prima volta dopo tantissimo tempo è di nuovo insieme a suo padre, solo loro due. Chissà se in quel momento gli parla. Ha di certo molte cose da dirgli. Poste le assi, esce dalla fossa e inizia l’ultima procedura. Insieme con un altro parente Elvis ricopre di terra il buco.
Io guardo questo uomo bambino e mi stupisco della forza fisica che ancora ha. Elvis per questa giornata si è vestito di bianco, camicia bianca con papillon bianco, pantaloni bianchi, scarpe bianche. Forse il bianco non è solo il colore del lutto, ma anche il colore della purezza del suo cuore, del suo dolore assoluto. Ora è tutto finito. Finalmente Elvis piange a dirotto, vicino a suo fratello, davanti al tumulo. La madre abbraccia con molta delicatezza i due figli accovacciati e sussurra loro brevi parole che li aiutano a non piangere più. Sono bellissimi questi tre, è un’immagine di unione che fa bene al mio cuore. Ora è tutto finito. Può iniziare un’altra fase, l’elaborazione del lutto, e poi forse qualche grossa tensione si placherà. Forse.

* Responsabile dell’Archivio storico del Comune di Bolzano

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