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L’umanità perduta del popolo Rohingya

Avvenire, 4 marzo 2020

“Un tiranno si è appoggiato sulla mia culla e mi ha riservato un destino che assai difficilmente riuscirò a evitare. Sarò sempre un fuggitivo, oppure non esisterò affatto”. Con queste parole si apre la toccante autobiografia di Habiburahman, detto Habib, il quarantenne profugo Rohingya che ha deciso di rompere il silenzio sulla drammatica storia del suo popolo. L’ha fatto con First, They Erased Our Name, un libro scritto con la giornalista francese Sophie Ansel che rappresenta la prima testimonianza dall’interno su una delle più gravi crisi umanitarie contemporanee. L’intera vita di Habib è il paradigma della repressione subita dalla minoranza musulmana da tempo è messa all’indice e perseguitata dal regime birmano. Una persecuzione iniziata assai prima dell’estate di due anni fa quando, per sfuggire alle violenze, circa 800mila Rohingya furono costretti a scappare al di là della frontiera con il Bangladesh. “Una delle prime lezioni che ho imparato da mio padre fin da piccolo è stata quella di non dire mai a nessuno che ero un Rohingya”, ci spiega al telefono dall’Australia, dove ha trovato rifugio una decina d’anni fa. “La nostra era una specie di identità segreta di cui si poteva parlare soltanto sottovoce tra le mura domestiche, mai all’esterno, altrimenti rischiavamo di condannare a morte tutta la nostra famiglia”. Nel 1982, quando Habib aveva appena tre anni, il generale Ne Win – leader della dittatura militare birmana – dichiarò che i Rohingya non rientravano tra i 135 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti dallo stato del Myanmar e introdusse una legge che negava loro ogni diritto. “Da allora la parola Rohingya è stata bandita, cancellata dalla faccia della Terra, e la nostra stessa esistenza è stata dichiarata illegale. In realtà le discriminazioni cominciarono già nel 1948, l’anno in cui la Birmania raggiunse l’indipendenza. Iniziarono a non concedere la cittadinanza, a negare l’accesso all’istruzione secondaria, a limitare la libertà di movimento. Le persecuzioni sistematiche vere e proprie, effettuate con specifiche operazioni militari, cominciarono invece attorno alla fine degli anni ‘70”. Fin da bambino Habib ha dovuto vivere con documenti falsi per poter studiare ma proprio a scuola ricorda di essere rimasto vittima dei primi episodi di discriminazione. La pelle più scura e le sopracciglia più folte di gran parte dei suoi compagni bastavano per identificarlo come ‘diverso’ e divennero oggetto di scherno e di derisione. Atteggiamenti che con il trascorrere degli anni sarebbero sfociati nell’emarginazione e nei primi arresti arbitrari. “Ho quindici anni – scrive in un passaggio del libro – e mi chiedo se diventerò mai adulto o se sarò ammazzato prima. Cerco di non pensarci ma sono tanti i Rohingya che vedo scomparire nel nulla”. Da ragazzo venne incarcerato per la prima volta con suo padre. “Le condizioni di detenzione erano a dir poco brutali”, racconta. Ma nonostante tutto Habib ha cercato di costruirsi una vita nel suo paese. Sognava di diventare avvocato, per difendere la sua gente nei tribunali. Mentre studiava, a Yangon, iniziò a impegnarsi in un gruppo politico che distribuiva clandestinamente volantini per denunciare i saccheggi compiuti dai militari. Finché un giorno il gruppo non fu vittima di una retata, gli attivisti furono arrestati e incarcerati. Habib racconta di essere stato picchiato e torturato per giorni in carcere. Quando la sua appartenenza al gruppo etnico dei Rohingya venne infine scoperta, non gli rimase altra scelta della fuga. Nel 2000 scappò prima in Thailandia, poi in Malesia, infine giunse in Australia. “Ero terrorizzato, non conoscevo i paesi dove stavo andando ma sapevo che ovunque avrei trovato condizioni di vita migliori di quelle che ero stato costretto a subire in Birmania. Ho dovuto lottare per sopravvivere, ma era l’unico modo che avevo per salvarmi. Quando giungemmo sulle coste australiane ero pieno di speranza e pensai che da quel momento in poi non avrei avuto più niente di cui preoccuparmi”. Ma si sbagliava. La sua odissea non era affatto finita e i suoi sogni di libertà si infransero contro le rigide politiche di accoglienza dell’Australia. Prima di poter ottenere lo status di rifugiato, Habib dovette trascorrere trentadue mesi nei centri di detenzione australiani, anche nella famigerata Isola di Natale, al largo dell’Oceano Indiano. Continua la lettura di L’umanità perduta del popolo Rohingya

Un’Irlanda unita entro il 2025?

Avvenire, 29 febbraio 2020

Dublino – “Se volete davvero una repubblica irlandese votate Sinn Féin”. A Dublino, nei giorni dell’ultima campagna elettorale, un manifesto spiccava su tutti gli altri. Riproduceva lo slogan e la grafica di un poster affisso in città nel 1918, quando il partito repubblicano si presentò per la prima volta alle elezioni, in un’Irlanda non ancora divisa. E le vinse con largo margine. Il risultato non venne però accettato dagli inglesi: seguirono anni di guerra che furono il preludio alla nascita dell’Irlanda del Nord. Poco più di un secolo dopo lo Sinn Féin è tornato alla vittoria nella Repubblica d’Irlanda ottenendo un risultato elettorale che va ben oltre le aspettative e i sondaggi, e proietta l’isola verso una possibile riunificazione. Un’Irlanda unita è infatti da sempre in cima all’agenda politica dello Sinn Féin, che dopo essere tornato al governo a Belfast sta adesso cercando di formare un esecutivo anche nella capitale irlandese. Secondo Aidan Regan, docente di politica economica all’University College di Dublino, la sua vertiginosa ascesa è il risultato di tre fattori economici interconnessi: “un modello di crescita di cui hanno beneficiato in pochi, il grave conflitto sociale intergenerazionale generato dalla crisi abitativa e un decennio di austerità che ha causato un declino nei servizi e nelle infrastrutture”. Per la prima volta nella storia irlandese i due partiti centristi Fianna Fail e Fine Gael, dopo essersi alternati al governo per quasi un secolo, hanno ottenuto insieme meno della metà dei consensi. Considerando che l’Irlanda ha un livello elevato di crescita economica e un tasso di disoccupazione tra i più bassi dell’area UE, la clamorosa bocciatura dell’ex premier Leo Varadkar può a prima vista apparire inspiegabile. “La ripresa dopo la recessione di dieci anni fa è stata favorita dagli investimenti delle multinazionali dell’high-tech ma la situazione economica non è rosea come sembra”, ribatte Regan. “Secondo gli studi del Fondo Monetario Internazionale circa tre quarti degli investimenti diretti esteri sono fittizi, dovuti a semplici spostamenti di capitali per aggirare gli obblighi fiscali”. In compenso il costo della vita è aumentato in modo esponenziale, creando un divario sociale sempre più insostenibile sulla sanità, l’assistenza all’infanzia e la scuola. Per non parlare del costo delle case ormai alle stelle, con Dublino che è oggi una delle città più care d’Europa. “Gli elettori hanno voluto punire le politiche di austerità imposte negli ultimi anni dai governi Fianna Fail-Fine Gael e hanno dato invece fiducia allo Sinn Féin, che si è presentato come il partito dei lavoratori e della gente comune, deciso a tassare le multinazionali, le banche e i grandi capitali investendo nei servizi pubblici e nell’edilizia popolare”.
Spesso definito sbrigativamente ‘l’ex braccio politico dell’IRA’, lo Sinn Féin è in realtà il più antico partito politico d’Irlanda, fondato nel 1905 quando il paese era ancora una colonia britannica, e pur mantenendo fede all’obiettivo iscritto nel suo Dna – la piena sovranità nazionale irlandese – ha più volte cambiato pelle nel corso del tempo. In passato è stato convintamente anti-europeo: nel 1973 si oppose all’adesione di Dublino alla CEE ma poi, di fronte ai benefici portati dai fondi strutturali e alla spinta di Bruxelles al processo di pace, ha virato verso un euroscetticismo morbido che non gli ha impedito di schierarsi contro i vari trattati di riforma, da Maastricht, a Nizza, fino a Lisbona. Due anni fa un calcolo politico interno portò il partito anche a modificare la propria posizione sull’aborto, diventando a favore della nuova legislazione pur di cavalcare l’onda del consenso popolare. Fino a poco più di trent’anni fa lo Sinn Féin era solo un piccolo partito astensionista ma ha saputo trasformarsi in una formidabile macchina elettorale. Nel medio-lungo periodo punta adesso al grande progetto politico della riunificazione, da ottenersi attraverso un referendum in tutta l’isola. Il suo programma prevede l’immediata istituzione di un apposito comitato parlamentare e di un’assemblea di cittadini che discuta i piani per l’unità, mentre una consultazione popolare vera e propria dovrebbe svolgersi entro il 2025, ovvero prima che finisca la legislatura. Finora l’ipotesi di una riunificazione era stata poco più che un sogno proibito dei repubblicani. La paura di possibili reazioni violente da parte dei paramilitari protestanti (da sempre ostili a Dublino) e le temute conseguenze di carattere economico l’avevano sempre fatta accantonare a priori. Ma adesso ci sono davvero le condizioni perché si possa realizzare. A cambiare le carte in tavola ci ha pensato la Brexit: i cittadini dell’Irlanda del Nord hanno votato a maggioranza per il Remain e, sebbene l’intesa raggiunta da Boris Johnson con l’UE abbia fatto venir meno l’ipotesi di un confine terrestre tra le due parti dell’Irlanda, l’accordo minimalista sul commercio che Londra intende stringere con Bruxelles non funzionerebbe per le due parti dell’Irlanda, le cui economie sono da tempo profondamente legate e interdipendenti. Inoltre l’Irlanda del Nord non vuole perdere i 700 milioni di euro che arrivano ogni anno dall’Europa a sostegno dell’agricoltura, della crescita economica, dei progetti per la riconciliazione e delle iniziative culturali.
Già l’Accordo di pace del Venerdì Santo del 1998 stabiliva la possibilità di una futura riunificazione “quando entrambe le parti dell’isola lo avessero voluto” e negli ultimi due anni – complice la stessa Brexit – i sondaggi hanno mostrato un sostegno crescente nei confronti di una possibile riunificazione, persino all’interno della comunità protestante. L’ultima rilevazione si è svolta qualche settimana prima delle elezioni e ha visto circa due terzi degli intervistati al di sotto dei cinquant’anni dichiararsi a favore di un’Irlanda unita. Da tempo il dibattito ha anche varcato i confini dell’isola. La potente diaspora irlandese degli Stati Uniti – di cui fanno parte oltre trenta milioni di persone – solidarizza da sempre con i cattolici dell’Irlanda del Nord, ritenendo che la divisione del paese rappresenti un retaggio illegittimo del lungo dominio britannico. E c’è poi il censimento del 2021, che in Irlanda del Nord vedrà molto probabilmente i cattolici superare i protestanti per la prima volta nella storia. La presidente dello Sinn Féin, Mary Lou McDonald, non perde occasione per cercare alleati che possano sostenere il progetto del suo partito. In una recente intervista alla Bbc ha ribadito che l’UE deve prendere posizione sull’Irlanda come fece per la Germania dopo la caduta del Muro di Berlino. Un paragone affascinante ma forse non del tutto plausibile: lo sgretolamento del Regno Unito sarebbe in questo caso la conseguenza, non la causa della riunificazione irlandese, come fu invece il crollo del comunismo per la rinascita della Germania unita. Nel caso dell’Irlanda il processo di riavvicinamento appare assai più complicato, poiché secoli di divisioni tra le due comunità rendono alto il rischio di un ritorno alla violenza, se non sarà individuato un progetto unitario convincente per gli unionisti protestanti del Nord. Sul piano istituzionale il modello più credibile è quello di uno stato confederale con due giurisdizioni che condividano i poteri magari mantenendo un legame con la Corona britannica, sull’esempio del Canada. Al di là delle non trascurabili questioni identitarie vi sono poi anche problemi pratici, a partire dall’elevato costo della vita nella Repubblica d’Irlanda e dal suo programma di assistenza sanitaria privata che non può certo competere con il generoso National Health Service britannico.
RM

Turchia, Grup Yorum di nuovo sotto processo e in sciopero della fame

di Gianni Sartori

La prima udienza del maxi processo contro una trentina di musicisti di Grup Yorum si è svolta il 14 febbraio. Al momento, alcuni sono in carcere, due latitanti e altri due in sciopero della fame ormai da oltre 240 giorni.

Su questa questione sgombriamo il campo dagli equivoci. Al solito, qualcuno farà confronti con lo sciopero della fame del 1981 costato al vita a dieci Repubblicani irlandesi. I sette militanti dell’IRA e i tre dell’INLA morirono mediamente dopo un paio di mesi di astensione dal cibo. Bisogna però precisare che l’incredibile durata di questi scioperi nelle prigioni turche (così come di quelli in cui persero la vita oltre un centinaio di militanti della sinistra rivoluzionaria turca ormai venti anni fa) è dovuta ad alcuni accorgimenti, come l’utilizzo preventivo di vitamine. In realtà quella che si prolunga è soprattutto l’agonia, la sofferenza per i militanti che comunque, anche in caso di eventuale sospensione, rischiano danni irreparabili, sia fisici che mentali.
Detto questo, diventa prioritario “agire prima che qualcuno di loro perda la vita” come sostengono da tempo varie organizzazioni. In particolare, l’Associazione del foro di Istanbul, un’Associazione di medici di Istanbul, l’Iniziativa degli artisti e l’Assemblea artistica che hanno pubblicato una dichiarazione congiunta, un appello rivolto alle autorità affinché si comportino in maniera responsabile nei confronti degli imputati. E in particolare di chi è in sciopero della fame (ora diventato digiuno fino alla morte) ormai da oltre 240 giorni per protestare contro le restrizioni (proibizione dei loro concerti per il carattere politico delle canzoni) e la continua repressione a cui i membri di Grup Yorum vengono sottoposti da anni. Prima del processo iniziato il 14 febbraio, per molti di loro la “detenzione provvisoria” era durata due anni.
La cantante Helin Bölek e il chitarrista Ibrahim Gökcek non si alimentano dal 16 maggio 2019 rivendicando il diritto alla libera espressione artistica. Trattati dal governo turco alla stregua di delinquenti, musicisti e cantanti sono stati arrestati per “appartenenza a una organizzazione terrorista”. Per la precisione, sono accusati di far parte del DHKC-P (Devrimci Halk Kurtuluş Partisi-Cephesi) o comunque di fare propaganda per questa organizzazione armata. Continua la lettura di Turchia, Grup Yorum di nuovo sotto processo e in sciopero della fame

Quando le basi capitaliste fondano sull’agricoltura

Avvenire, 15 febbraio 2020

“Anche le patate sono immigrate”: durante la campagna elettorale per il referendum sulla Brexit questo slogan apparve sui manifesti di molti Fish&chips della Gran Bretagna. Era una risposta provocatoria ai sostenitori del “Leave”, che cercava di contrastare un voto condizionato dalla forte paura nei confronti degli immigrati. “Quel messaggio conteneva una grande verità”, spiega Rebecca Earle, docente di storia all’università di Warwick. “Ovvero che le patate, coltivate già diecimila anni fa in America Latina nella regione delle Ande, furono portate nel Vecchio Continente dai colonizzatori spagnoli solo nella seconda metà del XVI secolo. E come tutti gli immigrati, anch’esse rimasero vittime della retorica anti-immigrazione”. Inizialmente le classi agiate rifiutarono la patata preferendole un altro prodotto del Nuovo mondo, il tabacco, senza sapere ancora quanto fosse nocivo. Il tubero non era citato nella Bibbia e, secondo molti religiosi, ciò dimostrava che Dio non voleva che gli uomini se ne cibassero. La “globalizzazione della patata” – dal Perù alla Spagna, dalla Gran Bretagna al resto dell’Europa e del mondo – fu tutt’altro che un percorso semplice e lineare. Redcliffe Salaman, famoso botanico britannico del XIX secolo, la definì “lo strumento perfetto per mantenere la povertà e la degradazione”. Gli irlandesi furono gli unici ad accogliere la patata come una benedizione, come un dono di Dio che sfamava e univa le famiglie, almeno fino a quando la terribile carestia del 1845 – causata da un micidiale fungo delle patate – non li decimò e li costrinse a un esodo di massa negli Stati Uniti e in Australia. Ma di lì a poco la diffusione dell’umile tubero era destinata ad avere addirittura un impatto decisivo sullo sviluppo della civiltà umana nell’era moderna, favorendo la nascita dello stato liberale. È quanto sostiene la stessa Earle nel suo libro Potato (edito in lingua inglese da Bloomsbury), in cui quel curioso “immigrato” diventa una metafora della modernità con tutte le sue contraddizioni. “Quando la patata mise finalmente radici in Europa cominciò a non essere più tanto disprezzata e divenne anzi uno strumento fondamentale per l’affermazione del capitalismo”, spiega la studiosa. “Le classi dirigenti individuarono in essa nuove opportunità, iniziando a considerarlo il cibo migliore per quegli operai di cui l’economia industriale aveva disperato bisogno”. E pensare che in precedenza era stata ritenuta addirittura un ostacolo allo sviluppo: i colonizzatori del XVII secolo come Oliver Cromwell sostenevano che incoraggiava l’indolenza della popolazione e che i ceti più poveri accettavano di vivere in condizioni miserabili proprio perché sapevano di poter contare sulla patata per sfamarsi. Ancora ai tempi della Grande carestia irlandese il ministro del Tesoro britannico Charles Trevelyan ribadì che il male dell’Irlanda era il “sistema della patata”. Continua la lettura di Quando le basi capitaliste fondano sull’agricoltura

Irlanda, lo Sinn Féin in trionfo punta a un governo di coalizione

Avvenire, 11 febbraio 2020

Nelle stesse ore in cui la tempesta Ciara soffiava forte sull’isola, l’uragano Sinn Féin si è abbattuto sulla politica irlandese rompendo il duopolio che per quasi cento anni – dalla nascita dello stato indipendente – ha sempre portato al governo uno dei due partiti centristi, il Fine Gael del premier uscente Leo Varadkar e il Fianna Fail. I repubblicani di sinistra del Sinn Féin hanno ottenuto la percentuale di voti più alta della loro storia e sono oggi il primo partito nella Repubblica, un risultato che accelera l’avvicinamento tra le due Irlande e aumenta le probabilità di una riunificazione dell’isola, poiché il referendum per l’unità è uno dei punti centrali del programma di Sinn Féin. Gli elettori irlandesi si sono identificati nel messaggio di cambiamento lanciato dalla sua leader Mary Lou McDonald, che nel 2018 ha preso il posto occupato per oltre tre decenni da Gerry Adams. Finora McDonald aveva però raccolto solo sconfitte sia a livello locale, che alle europee e alle presidenziali dell’anno scorso, dove la candidata di Sinn Féin era arrivata appena al 6%. Ma a queste elezioni il suo partito ha ottenuto invece il 24,5% e ha conquistato 37 seggi, allargando il proprio consenso in tutto il paese. Un’affermazione che sarebbe risultata ancora più netta se la leadership del partito non avesse presentato soltanto 42 candidati, ritenendo improbabile un trionfo simile. “Non si tratta di una rivoluzione ma di un’evoluzione, che per Sinn Féin è andata ben oltre il consolidamento”, ha commentato lapidaria Theresa Reidy, analista elettorale dell’università di Cork. A rivelarsi vincente è stata la scelta di incentrare il programma sulla grave emergenza abitativa, la sanità, il taglio dei costi pubblici e l’abbassamento dell’età pensionabile. Fianna Fail e Fine Gael si sono fermati rispettivamente al 22 e al 21%, il gruppo degli Indipendenti al 15,4%, i Verdi al 7%, i laburisti al 4,4%. Lo scontento degli elettori verso quelli che fino a ieri erano i due principali partiti è apparso evidente in una delle circoscrizioni di Cork, all’estremo sud del paese. Qui il 31enne Donnchadh Ó Laoghaire, un candidato quasi sconosciuto di Sinn Féin, ha ottenuto più voti del leader di Fianna Fail, Michéal Martin e dell’ex ministro degli esteri Simon Coveney, di Fine Gael. Tuttavia lo scenario politico che si apre da oggi a Dublino appare incerto, perché Sinn Féin non ha i numeri per governare da solo e dar vita a un esecutivo di coalizione sarà tutt’altro che facile. Fine Gael ha escluso categoricamente un’alleanza con Sinn Féin e fino a due giorni fa anche il Fianna Fail era sulla stessa linea, ma poi il suo leader Michéal Martin non ha escluso la possibilità di trovare un accordo. Nel 2016 per formare un governo ci vollero due mesi e mezzo di consultazioni e anche stavolta non sarà facile. Al momento un governo Sinn Féin-Fianna Fail appare l’ipotesi più probabile ma non è escluso un ritorno immediato alle elezioni.
RM