Dall’Etiopia a Salò, le galere del fascismo

Avvenire, 18 luglio 2020

“Fui sbattuto in cella nel campo di prigionia di Danane insieme ai criminali comuni. C’era una sola latrina per quasi duecento prigionieri, da mangiare ci davano cibo avariato e pieno di vermi. Se ci lamentavamo, le guardie dicevano che stavano eseguendo ordini ricevuti dall’alto”. Nel 1937 il giudice della Corte Suprema di Addis Abeba, Michael Bekele Hapte, fu arrestato insieme a molti suoi connazionali dopo il fallito attentato al viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani. Tra gli etiopi incarcerati nella rappresaglia c’erano persino bambini come Imru Zelleke, che aveva appena dodici anni quando fu assegnato alle pulizie dell’infermeria del carcere. “Molti detenuti si ammalarono di malaria, di tifo, di scorbuto e di dissenteria”, ricorda Zelleke, che in seguito sarebbe diventato ambasciatore del suo paese. “Oltre seimila persone furono detenute a Danane e meno della metà di esse riuscì a sopravvivere in quelle condizioni”. Le memorie e le testimonianze dirette della vergognosa campagna fascista in Etiopia sono uno dei tasselli che compongono l’approfondito database del centro di documentazione on-line “I campi fascisti. Dalle guerre in Africa alla Repubblica di Salò” consultabile su internet all’indirizzo www.campifascisti.it. Continua a leggere “Dall’Etiopia a Salò, le galere del fascismo”

Quella “città ideale” chiamata Auschwitz

Avvenire, 27 giugno 2020

L’Italia era appena entrata in guerra a fianco di Hitler quando il primo carico di prigionieri arrivò ad Auschwitz, il 14 giugno 1940. Dai carri piombati scesero 732 esseri umani del tutto ignari della sorte mostruosa che il regime nazista aveva deciso per loro. La storia del più famigerato Lager del Terzo Reich inizia ufficialmente in quei giorni ma non si conclude il 27 gennaio 1945 con l’arrivo dell’Armata rossa. Terminata la sua funzione di sterminio, l’ombra di Auschwitz ha attraversato i decenni arrivando fino ai giorni nostri, entrando a far parte della nostra contemporaneità come sinonimo del male assoluto. Ancora oggi, a ottant’anni esatti di distanza, quella “rottura di civiltà” di cui parlò Primo Levi ci costringe a confrontarci con la natura dell’uomo, con il senso della vita e della morte, senza fornirci risposte definitive. Secondo lo storico Frediano Sessi, tra i massimi studiosi italiani dell’Olocausto, “le tensioni, le incomprensioni, le strumentalizzazioni e tutte quelle piccole e grandi fratture che si producono attorno ad Auschwitz denunciano il fatto che esso è ancora un luogo vivo, che interagisce con il presente destabilizzandolo e immettendo inquietudine, come fosse un mostro non ancora sconfitto, solo dormiente, perciò minaccioso”. Continua a leggere “Quella “città ideale” chiamata Auschwitz”

La nave-prigione

Focus Storia, n. 165, luglio 2020

Decenni di silenzi e censure hanno sepolto a lungo nell’oblio la terribile vicenda dell’Arandora Star, la nave britannica piena di internati che venne affondata nell’Atlantico il 2 luglio 1940. Oltre settecento civili, in gran parte italiani, rimasero uccisi da un siluro lanciato da un sottomarino tedesco pochi giorni dopo l’ingresso in guerra dell’Italia. Fu il primo massacro di italiani della Seconda guerra mondiale. Un massacro dimenticato due volte: dall’Italia fascista perché la nave era stata affondata dagli alleati tedeschi in un’azione di guerra, e poi dall’Italia del Dopoguerra, perché nel frattempo gli inglesi erano diventati i nuovi alleati che avevano sconfitto i nazisti. Una vicenda riemersa dal dimenticatoio soltanto in anni recenti, anche grazie ad alcuni studi che sono riusciti a gettare luce, una volta per tutte, sulla dinamica della strage. Continua a leggere “La nave-prigione”

Irlanda, la maglia del Linfield inneggia alla violenza

Avvenire, 14 giugno 2020

“Quella sarà la nostra nuova maglia da trasferta, non abbiamo niente da rimproverarci e non intendiamo modificarla”. Roy McGivern, presidente e padre padrone del Linfield FC, replica così, in modo lapidario, alle critiche rivolte in questi giorni alla società di Belfast, una delle più antiche e titolate squadre di calcio dell’Irlanda del Nord. I colori scelti dal club per la seconda maglia da gioco della stagione 2020/2021 (arancione e porpora con una banda trasversale) sono esattamente gli stessi del più famigerato gruppo paramilitare protestante, l’Ulster Volunteer Force. Continua a leggere “Irlanda, la maglia del Linfield inneggia alla violenza”

La guerra di Bosnia continua. A colpi di toponomastica

 Venerdì di Repubblica, 5 giugno 2020

In Bosnia c’è ancora chi preferisce onorare i carnefici piuttosto che commemorare le vittime. È una guerra della memoria che si combatte anche con le armi della toponomastica, nel tentativo di riscrivere la storia degli anni ‘90. Nella Repubblica Srpska, l’entità a maggioranza serba del paese, si replica alle sentenze del tribunale dell’Aja intitolando strade e luoghi pubblici ai criminali condannati per genocidio. Per celebrare il generale Ratko Mladic – il cui processo d’appello è atteso nelle prossime settimane – è stato eretto un monumento alto più di tre metri nel suo villaggio natale, Kalinovik. Nella cittadina di Pale, a pochi chilometri da Sarajevo, c’è una residenza studentesca intitolata a Radovan Karadzic, la cui condanna all’ergastolo per genocidio è stata ribadita anche in appello. Ma questi sono soltanto gli episodi di revisionismo più lampanti. Secondo una recente ricerca del Balkan Investigative Reporting Network, una rete di Ong che promuove i diritti umani e la libertà di informazione, decine tra vie, piazze, parchi e strutture pubbliche sono già state dedicate a criminali di guerra meno noti e a battaglioni responsabili delle mattanze di civili. Come la città di Bjeljina, che ha persino una strada intitolata al famigerato gruppo paramilitare delle ‘tigri di Arkan’. Gli autori della ricerca non hanno dubbi: “legittimando i criminali si vanifica ogni speranza di riconciliazione”.

I bambini nell’inferno del Benin

Avvenire, 8 maggio 2020

L’orrore dello sfruttamento minorile del Terzo millennio ha i volti e le voci di Ariane, di Merveille, di Ludovic. Sono loro i concasseurs, i bambini costretti fin da piccolissimi a spaccare pietre per dieci ore al giorno sulle colline del Benin, nel cuore di tenebra di quell’Africa nera che fu uno dei principali crocevia della tratta degli schiavi. Un tempo da quel paese gli inglesi e gli olandesi gestivano la tratta verso le Americhe. Oggi, finiti i traffici del passato, è ancora fortemente radicata una schiavitù stanziale che vede il sostentamento di interi villaggi basarsi sul lavoro disumano dei minori. Eppure sono già trascorsi venticinque anni dall’assassinio di Iqbal Masih, il piccolo schiavo che si ribellò alla mafia pakistana dei tappeti e divenne un simbolo mondiale delle lotte contro lo sfruttamento minorile. Il suo sacrificio avrebbe cambiato le cose una volta per tutte: questo promisero i governi e le organizzazioni internazionali, sull’onda dell’emozione. Il mondo era ben informato e non poteva restare a guardare facendo finta di niente. Ma fu soltanto l’ennesima illusione. Quella piaga continua ancora oggi a infestare, quasi indisturbata, molti paesi dell’Asia e dell’Africa. Ce lo conferma un intenso reportage (I bambini spaccapietre. L’infanzia negata in Benin, ed. Aut Aut, pagg. 112, euro 14) nel quale la giornalista Felicia Buonomo si cala in un girone infernale fatto di estrema povertà, di violenza, di mogli bambine costrette dalla famiglia a sposare uomini che potrebbero essere i loro padri, di madri costrette a negare l’infanzia ai propri figli. Buonomo ha la dote non comune dell’empatia ed è convinta – alla maniera del grande Ryszard Kapuściński – che un buon reporter debba prestare i propri occhi alla contemporaneità, senza restarne indifferente. Anche per questo ha scelto di raccontare i fatti in prima persona, cercando di immedesimarsi nelle storie che racconta. Nel derelitto paese africano ha incontrato i bambini sfruttati nei campi di lavoro, quelli malati negli orfanotrofi e le ragazze vittime di violenza. Il quadro che emerge è quello di una società distrutta dalla miseria e dalla corruzione, in cui la popolazione è disposta ad accettare lo sfruttamento del lavoro minorile in nome del diritto alla sopravvivenza. La schiavitù dei concasseurs, i bambini spaccapietre, nasce da una dinamica criminale innescata con la complicità delle industrie edilizie straniere, in gran parte di nazionalità cinese, che sfruttano il loro lavoro e poi acquistano le pietre utilizzandole per produrre cemento armato a basso costo. E nell’economia fortemente globalizzata in cui viviamo, quel cemento potrebbe arrivare nelle nostre case, rendendoci complici a nostra insaputa di un ingranaggio che stritola intere generazioni di africani. Dall’oceano di dolore descritto nel libro spunta però anche qualche piccolo bagliore di speranza. Lo si può scorgere nella storia delle tanti madri disposte a cambiare un destino che sembra non essere più così ineluttabile come in passato. Donne che hanno trovato il coraggio di aderire ai programmi umanitari, di reinventarsi come lavoratrici e imprenditrici, e di credere nei percorsi di solidarietà nel tentativo di superare una vita di privazioni. La stessa speranza – unita alla preghiera – che non abbandona mai figure come suor Felicité, una delle religiose che gestiscono l’orfanotrofio di Azowlisse e sono impegnate in una lotta quotidiana per salvare le vite dei bimbi malati.

In memoria di Ibrahim Gökçek

Il collettivo del Grup Yorum perde anche İbrahim Gökçek, l’uomo che suonava il basso e che, rinunciando a mangiare per 323 giorni, era riuscito a piegare il regime turco costringendolo a concedere finalmente ai suoi compagni la possibilità di tornare a suonare. Una straordinaria affermazione di libertà, per un gruppo considerato “terrorista” al pari di chiunque si opponga al delirio criminale di Erdogan. Una lotta che aveva seminato speranza, trepidazione e gioia tra migliaia di persone in Turchia e in molti altri paesi del mondo intero. Tutti avevano seguito con il cuore in gola la resistenza estrema di Helin Bölek, Mustafa Kocak e İbrahim, fino alla vittoria e alla morte

[da Comune-Info] – Non ce l’ha fatta, è poco, è troppo, ma è così. Quello che vince oggi, giovedì 7 maggio, è l’eloquenza del dolore, cioè la verità. Nelle ultime 48 convulse ore s’era aperto lo spiraglio di un altro destino. D’altro canto, Theodor Adorno lo aveva spiegato in modo crudele quanto lucido: la necessità di far sì che il dolore diventi eloquente è la condizione della verità. No, non ce l’ha fatta, İbrahim Gökçek. Non ha neanche avuto il tempo per vedere se il regime di Erdoğan concederà ai compagni del Grup Yorum di suonare davvero in luglio senza far scorrere fiumi di sangue.
Un altro tempo, però, quello sufficiente a vedere come l’immensa debolezza che ha segnato i suoi 323 giorni senza mangiare sia riuscita a piegare un potere ritenuto invincibile, quello sì, İbrahim è riuscito a strapparlo. Anche alla morte. Il tempo è tiranno, si dice non senza ragione, ma non sempre è alleato della tirannia. Anche se quel tempo, il tempo degli orologi, molto diverso da quello del nostro fare, si ostina a lasciarci credere che possiamo ancora solo limitarci a scegliere nient’altro che una delle varianti del dominio dell’accumulazione di denaro sulle persone. Il collettivo degli Yorum ha, tra gli altri, l’ormai rarissimo merito di non essersi mai rassegnato a quell’idea, la menzogna più indecente e indiscutibile del secolo scorso e di quello che già entra nel terzo decennio.
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Turchia: Erdogan lascia morire i musicisti

di Gianni Sartori

Premessa a carattere personale, quasi intima. La morte di Helin Bolek (curda, cantante della band Grup Yorum) mi aveva lasciato…come dire? Attonito, tetanizzato…
Al punto che avevo deciso di non scriverne più. Perlomeno di scioperi della fame fino alla morte. Troppi ricordi, troppe analogie. Non solo con quelli irlandesi del 1981. Anche con altri scioperi in Turchia, quelli del 1996 (dodici vittime) e poi del 2000 e oltre. Con oltre un centinaio di vittime tra prigionieri e familiari. Poi è morto anche Mustafa Koçak e questa ennesima tragedia annunciata aveva rinforzato la mia decisione. Ma solo in un primo momento. Quasi inconsapevolmente, poi ho cambiato idea. Al momento di scrivere non è dato di sapere se Ibrahim Gökçek (39 anni, bassista di Grup Yorum, in sciopero della fame dal 17 maggio 2019) sia ancora in vita. In ogni caso le sue condizioni rimangono disperate e personalmente non mi faccio illusioni sulle conclusioni.
Ricapitoliamo.
Helin Bolek è morta il 3 aprile dopo 288 giorni di sciopero della fame nella sua abitazione nel quartiere Sariyer. Era stata arrestata l’anno scorso insieme a Ibrahim Gokcek durante una perquisizione domiciliare nel Centro culturale Idil a Istanbul. Entrambi venivano accusati di far parte del Fronte rivoluzionario di liberazione del popolo (DHKP-C), organizzazione di sinistra illegale. Rilasciata nel novembre 2019 aveva proseguito nella sua azione di protesta contro la repressione nella “Casa della Resistenza”..
Da qui l’11 marzo sia Helim che Ibrahim erano stati prelevati con la forza dalla polizia e condotti all’Ospedale di Umraniye per essere sottoposti all’alimentazione forzata. Erano riusciti a impedirlo rifiutando l’intervento medico e proseguendo nella sciopero. Fino al tragico epilogo per la giovane musicista.
Ancora una precisazione in merito all’incredibile durata di questi scioperi della fame (per esempio rispetto a quelli in Irlanda del Nord del 1981). È dovuta ad alcuni accorgimenti, come l’utilizzo preventivo di vitamine. In realtà quella che si prolunga è soprattutto l’agonia, la sofferenza per i militanti. I quali comunque, anche in caso di eventuale sospensione, rischiano danni irreparabili, sia fisici che mentali.
La cerimonia di commemorazione per Helin Bolek si è svolta il 3 aprile nella casa alevita del quartiere di sinistra Küçük Armutlu. Nonostante l’epidemia in corso, molte persone hanno voluto esprimere la loro vicinanza e solidarietà alla famiglia della militante deceduta: Dopo un minuto di silenzio, si è levato il grido di “Grup Yorum è il popolo, voi non potete farlo tacere”. Anche se costretto in una carrozzella, era presente Ibrahim Gokcek. Rivolgendosi al governo ha detto: “Non importa cosa altro ci aspetta, vinceremo noi”. Continua a leggere “Turchia: Erdogan lascia morire i musicisti”