Leggere la Divina Commedia sulle lapidi di Firenze

Il dantista Massimo Seriacopi ci guida nelle strade fiorentine dove le pietre parlano delle famiglie della città, spesso in lotta tra loro, che il Poeta celebra nelle tre Cantiche.

«Sovra candido vel cinta d’oliva donna m’apparve, sotto verde manto vestita di color di fiamma viva». Basta alzare lo sguardo lungo il Corso, nel pieno centro di Firenze, per scorgere la lapide con i versi della Divina Commedia che descrivono il primo incontro tra Dante e Beatrice. Sono incisi nel marmo della facciata dell’antico palazzo dove un tempo sorgevano le case dei Portinari, la famiglia d’origine di Beatrice. Siamo nel XXX canto del Purgatorio e il sommo poeta sta assistendo a una processione con carri e canti di lode circondato da angeli e anime pie, quando vede una donna con un velo bianco sulla testa, una corona d’ulivo, una veste rossa e un manto verde. «I colori indossati da Beatrice sono un’allegoria delle virtù teologali, il bianco della fede, il rosso della carità e il verde della speranza, ai quali si somma la sapienza simboleggiata dall’ulivo, pianta sacra a Minerva», ci spiega il dantista Massimo Seriacopi, che ci accompagna in un percorso attraverso i luoghi fiorentini di Dante solcati dalle lapidi del suo poema monumentale.
Sull’interpretazione allegorica di Beatrice sono state ideate e smontate molte teorie fino ad arrivare alla doppia concezione della donna: da una parte l’ideale stilnovista della bellezza che muove il cuore del poeta, dall’altra la rappresentazione della teologia cristiana. Nella Divina Commedia Beatrice sarà ‘portatrice di Cristo’ e la bellezza che si manifesta pienamente nella sua natura rivelatrice della verità e della carità è per Dante la via per accedere a Dio. Ripercorrere le strade e i vicoli della Firenze medievale è un modo per andare alla riscoperta dei più famosi luoghi danteschi e la partenza da via del Corso non è casuale perché qui si concentra il più alto numero di lapidi, gran parte delle quali raccontano le famiglie della Firenze del tempo di Dante. Quella degli Adimari con Filippo Argenti che sguazza nel fango della palude nel cerchio degli iracondi ( VIII canto dell’Inferno), quella dei Donati con Forese, che predice la futura rovina del fratello Corso Donati capo dei Guelfi neri – nel XXIV canto del Purgatorio, infine quella dedicata alla famiglia dei Cerchi (XVI canto del Paradiso). Basta fare pochi passi in direzione opposta rispetto al Duomo per imbattersi nei resti dell’antica chiesa di Santa Margherita dei Cerchi, risalente all’XI secolo, meglio nota come ‘chiesa di Dante’. Qui, nel 1285, il poeta sposò Gemma Donati e si ritiene che alcuni anni prima, proprio al cospetto dell’altare, abbia visto per la prima volta la sua Beatrice.
«In questa chiesa venne sicuramente sepolto Folco Portinari, il padre della giovane, e altri membri della sua famiglia ma è assai controversa l’ipotesi che vi sia anche il sepolcro di Beatrice, che più verosimilmente fu sepolta nella tomba della famiglia del marito, i Bardi, nel chiostro grande della basilica di Santa Croce», spiega Seriacopi, che è autore tra l’altro del recente saggio Dante tra poesia e teologia (ed. Setteponti). All’estremità opposta di via Santa Margherita si apre un piccolo slargo dove si trova la Casa di Dante, all’interno della replica ottocentesca di un’antica casa-torre. Istituita nel 1965 in occasione del settimo centenario della nascita del poeta, oggi ospita il museo omonimo che ne documenta la vita e le opere. Svoltato l’angolo siamo in via Alighieri, e una lapide indica il punto dove si presume sorgesse la vera casa natale del poeta. «Io fui nato e cresciuto / Sopra ’l bel fiume d’Arno alla gran villa», recita la pietra, riportando una citazione dal XXIII canto dell’Inferno.
Sono versi che trasudano nostalgia: furono scritti dal poeta durante il sofferto esilio che lo tenne lontano da Firenze fino alla sua morte. Le strade e i vicoli medievali che separano il Battistero di San Giovanni e l’attuale piazza della Signoria furono il palcoscenico dell’infanzia e della giovinezza di Dante, oltre che il collegamento naturale tra il potere religioso e quello politico della città. A unire i due punti c’è via de’ Calzaioli al cui limitare, superata l’antica chiesa di Orsanmichele, una lapide è quasi nascosta in mezzo alle insegne luminose dei negozi. «Cita un verso dal X canto dell’Inferno – precisa Seriacopi -. Qui Dante dialoga con Cavalcante, padre di colui che nella Vita Nova aveva definito il suo primo amico, ovvero Guido Cavalcanti. Era anch’egli un grande poeta e se non fosse morto così presto avrebbe potuto oscurare lo stesso Dante». Proprio negli anni in cui veniva scritta la Divina Commedia, in piazza della Signoria era in corso la realizzazione di Palazzo Vecchio, che venne costruito sulle rovine dei palazzi di proprietà della famiglia ghibellina degli Uberti, cacciata da Firenze nel 1266. E proprio agli Uberti sono dedicate due delle tre lapidi dantesche affisse all’interno del cosiddetto ‘primo cortile’ di Palazzo Vecchio. Dante si trova adesso nel XVI canto del Paradiso e descrive la superbia che portò quella famiglia alla rovina, oltre a nuocere alla grandezza di Firenze («Oh quali io vidi che son disfatti / per lor superbia!»).
«L’altra lapide – prosegue Seriacopi – cita invece l’episodio in cui il famoso capo ghibellino Farinata degli Uberti, rinchiuso tra gli epicurei nel sesto cerchio del-l’Inferno, racconta al poeta di aver difeso Firenze dopo la battaglia di Montaperti del 1260, opponendosi poi ai ghibellini senesi che erano intenzionati a distruggerla». Nessuno meglio di Dante riuscì a incarnare appieno lo spirito del suo tempo, quello di un’Italia drammaticamente divisa e faziosa, impegnata in lotte fratricide all’interno degli stessi comuni, e a portare alla luce delitti, passioni e storie oscure di quell’epoca, che altrimenti sarebbero finite nell’oblio. E nella Commedia non perde occasione per scagliarsi contro la civiltà fondata sul commercio e sulla circolazione del denaro, da lui vista come fonte di corruzione e di decadenza politico-morale. È quanto fa ancora più avanti, in via del Proconsolo, sulla lapide incisa accanto all’antica chiesa della Badia fiorentina, e poi di nuovo in via del Corso insieme a Cacciaguida, l’avo che incontra in Paradiso, tra le anime dei combattenti per la fede. «Dante era un uomo del Medioevo cristiano che riprendeva l’etica di Aristotele, per il quale la virtù consisteva nel giusto mezzo – conclude Seriacopi -. E Cacciaguida, che fu un guerriero della seconda crociata al seguito dell’imperatore Corrado III, riveste qui un’importante funzione morale. Attraverso di lui Dante esprime tutto il suo sdegno nei confronti della corruzione in cui è caduta Firenze, rievocando la purezza dei costumi antichi’».
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Sangue e silenzi. I giorni dell’IRA

Avvenire, 14 febbraio 2021

È l’agosto del 2003 quando una tempesta estiva sulla costa orientale dell’Irlanda fa riemergere dalle acque del mare i poveri resti di un cadavere, come un lontano fantasma del passato. L’analisi del Dna fuga ogni dubbio: è il corpo di Jean McConville, una vedova quarantenne, madre di dieci figli, che aveva vissuto in povertà a Belfast prima di scomparire nel nulla, nel lontano 1972. Quattro anni prima di quel macabro ritrovamento l’IRA aveva ammesso la propria responsabilità nell’assassinio, spiegando che la donna era stata ‘punita’ perché ritenuta una collaboratrice della polizia britannica. Un gruppo di individui a volto coperto aveva bussato al suo appartamento a Divis Flats, un labirinto di case popolari nel cuore del ghetto cattolico di Falls Road, e l’aveva portata via mentre i suoi bambini gridavano in preda al terrore. Nessuno dei vicini sentì, né vide niente. Continua a leggere “Sangue e silenzi. I giorni dell’IRA”

L’inferno ucraino di Zhadan

Avvenire, 22 gennaio 2021

Gli echi dell’ultima guerra europea ci sono arrivati da lontano, quasi impercettibili. Abbiamo smesso di ascoltarli troppo presto, anche prima che scoppiasse la pandemia, fino quasi a dimenticarci che nella remota periferia orientale del Vecchio continente prosegue ancora oggi un conflitto scoppiato nella primavera del 2014. Solo l’arma potente della letteratura poteva riportarcelo alla memoria fino a farcene percepire i suoni, gli odori e le sensazioni ma rifuggendo al tempo stesso ogni retorica. Ci è riuscito alla perfezione Serhij Zhadan, considerato il più importante scrittore ucraino contemporaneo, con un poderoso affresco sugli orrori e le assurdità di una guerra che “non ha niente di eroico, di ideologico o di predeterminato”. Continua a leggere “L’inferno ucraino di Zhadan”

Qualcuno salvi la squadra di Ceausescu

Venerdì di Repubblica, 22 gennaio 2021

Forse neanche la Securitate, la polizia segreta di Ceausescu, sarebbe riuscita a organizzare meglio dei tifosi della Dinamo Bucarest il salvataggio della squadra che fu del Ministero dell’Interno romeno ai tempi del regime. In passato i “cani rossi” di Bucarest vincevano uno scudetto dopo l’altro e si facevano rispettare in tutti i campi d’Europa. Continua a leggere “Qualcuno salvi la squadra di Ceausescu”

Quei piccoli deportati riemersi dalla storia

Avvenire, 20 gennaio 2021

Solo in età adulta Jackie Y. scoprì di aver trascorso la sua prima infanzia in un campo di concentramento. La sua memoria infantile aveva cancellato tutto, spazzando via i ricordi dei suoi primi due anni di vita. I suoi genitori adottivi l’avevano cresciuto senza rivelargli mai le sue vere origini. Neanche un cenno a quanto accaduto durante la guerra. Quando decise di sposarsi, Jackie si mise a cercare la documentazione sulla sua madre biologica e scoprì che il suo vero nome era Jakob Jona Spiegel, era nato a Vienna nel 1942 ed era finito quasi subito nel campo di concentramento nazista di Theresienstadt. In Gran Bretagna l’avevano portato nel 1945 insieme a un gruppo di giovanissimi sopravvissuti all’Olocausto. Continua a leggere “Quei piccoli deportati riemersi dalla storia”

Irlanda del Nord, un sopruso che dura da 100 anni

Avvenire, 10 gennaio 2021

È curioso che il centenario della divisione dell’Irlanda cada proprio nell’anno in cui entra in vigore la Brexit con le sue inevitabili conseguenze sul confine interno dell’isola. Una coincidenza che di certo non favorirà una commemorazione condivisa come vorrebbe il governo britannico, che ha stanziato già oltre tre milioni di sterline per una serie di eventi e iniziative previste lungo tutto l’arco del 2021. Già prima di iniziare, le celebrazioni hanno fatto riemergere con forza il solco profondo che ancora oggi divide le due principali comunità nordirlandesi: quella cattolico-nazionalista e quella unionista-protestante. Continua a leggere “Irlanda del Nord, un sopruso che dura da 100 anni”

Se le colombe sono falchi. La verità sulla Birmania

Avvenire, 8 gennaio 2020

C’era una volta una leader politica considerata l’erede di Gandhi e di Mandela, il simbolo vivente della lotta per i diritti del popolo birmano, una donna costretta per quindici anni agli arresti domiciliari dalla giunta militare che voleva silenziare il suo potere gentile e la forza iconica del suo sorriso. A lungo il mondo occidentale ha ritenuto Aung San Suu Kyi un’eroina, salvo doversi tristemente ricredere, in anni recenti, vedendola trasfigurarsi nel primo difensore di un esercito accusato di genocidio. Oggi che detiene il potere esecutivo nel suo paese cerca in tutti i modi di minimizzare la gravità dei crimini commessi dall’esercito contro la popolazione di etnia Rohingya e si batte in prima persona per giustificare l’operato dei militari. Continua a leggere “Se le colombe sono falchi. La verità sulla Birmania”

Gli sport gaelici provano a unire Belfast

Venerdì di Repubblica, 8 gennaio 2020

Erano cinquant’anni che non si vedevano palloni da calcio gaelico e mazze da hurling a Belfast est. Più o meno da quando l’escalation di violenza che travolse l’Irlanda del Nord alla fine degli anni ‘60 non costrinse anche il St. Colmcille Gaelic Athletic Association a sciogliersi per sempre. La squadra intitolata a Columba di Iona, uno dei santi patroni dell’isola, promuoveva gli sport gaelici in uno spirito di fratellanza e inclusione ma avendo la sede e il campo da gioco nel cuore della roccaforte unionista protestante della città rappresentava un’anomalia insopportabile in tempi in cui a prevalere erano l’odio e l’intolleranza. Continua a leggere “Gli sport gaelici provano a unire Belfast”

A Mostar un voto per il futuro della Bosnia

Avvenire, 20 dicembre 2020

C’è voluta una sentenza storica della Corte europea dei diritti dell’uomo per riportare finalmente al voto la città di Mostar, dodici anni dopo le ultime elezioni amministrative svolte nel 2008. I giudici UE hanno stabilito che l’impossibilità di eleggere democraticamente i rappresentanti nelle istituzioni locali costituiva una violazione dei principi fondamentali dello stato di diritto e hanno costretto i due principali partiti nazionalisti – il bosgnacco Sda di Bakir Izetbgovic e il croato Hdz BiH guidato da Dragan Covic – a sbloccare l’impasse trovando un accordo favorito anche dalle pressioni della comunità internazionale. Continua a leggere “A Mostar un voto per il futuro della Bosnia”